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Geopolitica

Afghanistan, laboratorio COVID, corruzione dei Biden: un patto tra Washington e Pechino?

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Abbiamo voglia di unire i puntini. Biden commette un harakiri politico e geopolitico mai visto prima. L’Afghanistan brucia, mentre la storia del COVID infuria, e Biden jr. è sui giornali con video di depravazione e corruzione sempre più inquietanti.

 

Questo sito, a partire dalla sua posizione sui vaccini, è stato pubblicamente definito un sito complottista, per cui, marchiati a vita, possiamo permetterci di supporre qualcosa di inedito e indicibile: dietro a tutto questo potrebbe esserci un patto tra la Casa Bianca e Pechino.

 

Andiamo con ordine.

 

 

Saigon al cubo

Nessuno ha ancora spiegato il motivo per il quale l’amministrazione Biden si è impegnata nella catastrofe che stiamo ora vedendo in Afghanistan.

 

Biden si è offerto a quella che forse è la più colossale figura mai fatta da un presidente americano. Biden è stato beccato a mentire o a proclamare, ostentando sicumera, informazioni totalmente scollate dalla realtà. L’esercito afghano, che ribadiva essere 6 volte quello talebano e molto meglio armato, si è squagliato poche ore dopo i suoi proclami dalla Casa Bianca. Come ha detto Bryan Dean Wright, un veterano della operazioni estere CIA, si è trattato della «conferenza stampa più infame e devastante mai tenuta da un presidente americano».

 

Dietro a tutto questo potrebbe esserci un patto tra la Casa Bianca e Pechino

Ora tutti stanno mettendo in questione la leadership americana, e quindi Biden l’eletto.

 

L’Europa, perfino: la Merkel ha fatto dichiarazioni che sembrano smarcarsi dagli USA, e preludere a chissà cosa.

 

La pazienza dei giornali è finita: Sky News Australia sostiene apertamente che Biden non è fit per il comando degli Stati Uniti.

 

Le proporzioni di questo fiasco presidenziali sono immani: aveva sdegnosamente risposto ai giornalisti che non sarebbe stata un’altra Saigon, e poi abbiamo visto tutti che le immagini sono le stesse. Perfino l’elicottero sembra essere proprio quello, il Chinhook…

 

E poi, il destino della popolazione di Saigon era di finire nelle mani di uno Stato comunista, che certo avrebbe fatto le sue rappresaglie sui «collaborazionisti», ma non siamo sicuri che i Vietcong siano andati in ogni Paese a chiedere la lista delle femmine non sposate dai dodici anni in su. Non vogliamo fare paragoni, tuttavia uno può trovarsi ad immaginare che ciò che succederà agli afghani sarà possibilmente molto peggiore di quello che accadde ai vietnamiti.

 

Della violenza  e della distruzione che seguiranno, degli stupri e delle impicaggioni, delle torture e delle razzie, sarà – per quanto stia cercando di dare la colpo, nell’ordine, all’esercito afghano, al governo afghano, agli afghani in generale e ovviamente a Trump – considerato responsabile Biden.

Nessuno ha ancora spiegato il motivo per il quale l’amministrazione Biden si è impegnata nella catastrofe che stiamo ora vedendo in Afghanistan

 

La domanda che non si pone nessuno è: perché questa débâcle? Possibile che nessuno attorno a lui abbia capito?

 

Ragioniamo: le sue dimensioni sono tali che non è possibile che nessuno avesse previsto che qualcosa potesse andare storto…

 

Nonostante le immagini delle persone che precipitano dai carrelli dei cargo (quanto assomigliano a quei corpi che volavano dalle Due Torri, evento intimamente legato alla storia che stiamo vedendo) nel suo discorso di ieri sera, tornato senza fretta dalle ferie estive come un Gigi Di Maio qualsiasi, Biden non ha fatto un passo indietro che sia uno.

 

Biden, nonostante la promessa di inviare 7000 soldati, ha sostanzialmente ribadito la sua posizione.

 

Forse si era sbagliato nei confronti dell’esercito afghano, e vabbè, del resto gli USA ci hanno solo sacrificato 20 anni di addestramenti e 100 miliardi di dollari – più qualche migliaio di morti, amputati, disastrati nella psiche e nella famiglia, più 60 mila veterani suicidi in patria.

 

È possibile che Biden non abbia solo tollerato questo esito, ma lo abbia in qualche modo fortemente voluto, a scapito di questa enorme, eterna chiazza di sangue sulla sua immagine?

Allora, perché? Perché Biden si è risolto a portare avanti un simile cataclisma, che giocoforza segnerà per sempre lui e l’establishment democratico? Dopo Saigon ci fu l’ambasciata di Teheran… e Carter, per quell’ulteriore umiliazione subita dagli USA in Asia, perse le successive elezioni. Il Partito Democratico rispuntò dodici anni dopo con Clinton, in mezzo ci furono Reagan e Bush padre.

 

E allora, perché?

 

È possibile che Biden non abbia solo tollerato questo esito, ma lo abbia in qualche modo fortemente voluto, a scapito di questa enorme, eterna chiazza di sangue sulla sua immagine?

 

Quella che segue è una pura speculazione. Tuttavia, i fatti su cui essa si appoggia non lo sono. Per niente.

 

 

L’Afghanistan regalato alla Cina. Perché?

La Cina si era già detta pronta a riconoscere il governo talebano. L’inviato RAI a Pechino Giovanna Botteri ieri mostrava con grande sincerità le immagini della TV cinese: mostravano una città dove tutto era in ordine, neanche l’ombra degli ingorghi sulle strade o del massacro all’aeroporto.

 

La Cina, ricordiamolo, sia pur per una piccola linea sulla terra, è un Paese confinante con l’Afghanistan. Tuttavia, lo scambio che l’Afghanistan può avere su quella parte della Cina musulmana – lo Xinjiang, cioè quello che gli uiguri chiamano Turkestan orientale – è grandissimo, e il confine, fatto di montagne che splendono su laghi di limpidezza incantata, è poroso, specie per soggetti che a piedi e con i muli hanno sconfitto i sovietici e (da oggi possiamo dirlo) pure gli americani.

 

Chi scrive vide alla stazione degli autobus della città di Kashgar (dove la memoria di Marco Polo, passato di lì, è onorata) vetture con destinazione Jalalabad – oltre ovviamente a Peshawar e città pachistane limitrofe che fungono da decenni da valvole da e per l’Afghanistan.

 

La Cina si era già detta pronta a riconoscere il governo talebano

I cinesi hanno lavorato con profitto in Afghanistan durante l’era americana, soprattutto nell’estrazione mineraria.

 

Tuttavia, le mire di Pechino non sono solo economiche: se un nemico islamista si installasse in Afghanistan potrebbe riversare verso lo Xinjiang il terrorismo – è il problema del separatismo uiguro, basato sempre più sull’islamismo radicale. Lo Xinjiang, ricordiamolo, è praticamente l’unica provincia cinese dove c’è il petrolio.

 

Non si tratta di fantapolitica. Lo abbiamo visto anche quando il terrore islamico globale si fece un santuario non-confinante con i musulmani cinesi: in Siria hanno combattuto migliaia di uiguri cinesi, prontamente convertiti al takfirismo di Daesh.

 

Ora, lasciare che i talebani creino il loro Emirato senza patti chiari, sarebbe stata una follia politica, comune tra gli occidentali ma impossibile tra i cinesi.

 

Come ha riportato Renovatio 21, che i cinesi stessero armando i talebani lo sapevano tutti. Così come sono ovviamente addentro all’accelerazione talebana gli altri due avversari: l’Iran (l’Afghanistan contiene sacche sciite, e la lingua di alcune tribù è parente del persiano) e la Russia, che procede a prendersi quello che gli americani lasciano (come visibile nell’ultima stagione della serie Homeland).

 

La Cina starebbe preparando un’ammissione pubblica riguardo al virus uscito dal laboratori. In cambio di cosa? Dell’Afghanistan

Ma Iran e Russia non hanno né il danaro, né l’interesse strategico della Cina, e neppure hanno in cantiere la più grande opera infrastrutturale della Storia, la Belt and Road Initiative, ovvero la Nuova Via della Seta.

 

Quello che pare chiaro, insomma, è che l’America abbia consegnato le chiavi di Kabul alla Cina. Lo avrebbe fatto a costo di questo fiasco titanico che ne segnerà la reputazione nei decenni e nei secoli. Lo avrebbe fatto quindi, volontariamente?

 

Lo avrebbe fatto, in cambio di cosa?

 

 

Patto occulto per il mondo post-pandemico

Qualche settimana fa una grande testata, che già in passato aveva dimostrato di avere ottime fonti su Wuhan e dintorni, aveva fatto uscire una strana notizia: la Cina starebbe preparando un’ammissione pubblica riguardo al virus uscito dal laboratorio.  Il che, avendo imparato a conoscere i funzionari del Partito Comunista Cinese, sarebbe clamoroso.

 

La domanda da porsi anche qui è la stessa: in cambio di cosa?

 

Proviamo a dare la nostra risposta speculativa: in cambio dell’Afghanistan.

 

La Cina, ammettendo, si becca anche lei la Top 5 nella figura del secolo, ma è un danno calcolato, pilotato. Anzi, potrebbe aiutare: se diciamo una mezza verità, magari possiamo dissipare quel sospetto tremendo, e cioè che nel laboratorio ci lavorava l’esercito, e il SARS-nCoV-2 era un progetto buono per creare anche bioarmi.

Il COVID è stato definito «la Chernobyl della Globalizzazione». Bisogna purificare, pulire, bonificare, a costo di avvelenarsi un po’. Tutti

 

Immaginatelo come l’inizio di un condono tombale per la catastrofe del COVID. Se Pechino ammette, perché accanirsi? Basta accuse, basta sospetti, basta con la furia populista, e quel pensiero che hanno nel retrocranio tutti: la Cina è responsabile… ma la Cina, sa anche che nella responsabilità della fuga dal laboratorio, ora può tirare dentro anche Fauci e il sistema sanitario americano, che finanziava gli studi sulla manipolazione (gain of function) del coronavirus SARS. Mal comune, mezzo gaudio.

 

Il risultato, alla fine, sarebbe una normalizzazione dei rapporti. Con beneficio della classe dirigente occidentale, funestata dalla situazione attuale: i container non arrivano più dalla Cina (provate a fare un giro nelle grandi catene di articoli sportivi o bricolage per capire come mai molti prodotti non arrivano più…), e quindi il mondialismo stesso è in pericolo.

 

Il COVID è stato definito «la Chernobyl della Globalizzazione». Bisogna purificare, pulire, bonificare, a costo di avvelenarsi un po’. Tutti.

 

Casa Bianca e Dragone fanno tutti e due un passo indietro, e si scambiano favori. Un patto di beneficio reciproco, per un restart del quadro globale, che – almeno per quanto riguarda il rapporto con la Cina «fabbrica del mondo» (e Paese pilota del totalitarismo digitale) – deve tornare allo status quo ante.

 

 

Video hard e miliardi cinesi: l’interesse della Banda Biden

Mettiamo sul piatto anche il caso umano di Joe Biden, che in un negoziato oscuro con il Dragone non potrebbe non avere il suo peso specifico.

 

È uscito in settimana un nuovo video del figlio Hunter, che in una camera di albergo confessa ad una prostituta a caso che in uno dei suoi costosissimi bagordi negli hotel di Las Vega degli spacciatori russi gli avrebbero portato via un computer (sarebbe il terzo che perde…) pieno di video in cui si impegna in «sesso pazzo».

 

Il pezzo davvero incriminante in cui è coinvolto Hunter non riguarda lui e la sua depravazione, ma l’immensa quantità di capitale cinese confluito su un suo fondo.

Non è tuttavia la tragicommedia erotica del figlio di Biden a essere l’unica leva dei servizi stranieri (russi, cinesi, etc.) nei confronti di quella che Rudy Giuliani chiama, ricordando il suo passato di martellatore delle famiglie mafiose di Nuova York, la Biden Crime Family.

 

Il pezzo davvero incriminante in cui è coinvolto Hunter non riguarda lui e la sua depravazione, ma l’immensa quantità di capitale cinese confluito su un suo fondo.

 

Non si tratta di un mistero complottista: l’operazione fu rivendicata pubblicamente da un professore cinese, che lasciava capire che i miliardi cinesi assegnati al fondo di Biden jr. compravano l’influenza sul futuro presidente, perché i rapporti tra Pechino e Washington con Trump si erano intesiti al punto che anche tutti i canali riservati erano inservibili, con grande scorno – disse il cinese – dell’establishment precedente e di Wall Street.

 

 

«Ora vediamo che Biden è stato eletto. L’élite tradizionale, l’élite politica, l’establishment sono molto vicini a Wall Street, giusto?» aveva dichiarato in TV Di Dongsheng, un professore all’Università Renmin di Pechino.

 

Poi, ridacchiando, una domanda retorica: «Trump ha detto che il figlio di Biden ha una sorta di fondo internazionale. Lo avete sentito? Chi lo ha aiutato a mettere in piedi le fondazioni?»

 

Le voci filo-Trump, durante la campagna elettorale, suggerirono che il socio segreto del fondo di Hunter fosse il padre Joe, l’attuale presidente, identificato in alcuni messaggi rinvenuti nel laptop di Hunter come «The Big Guy».

Di motivi per regalare l’Afghanistan alla Cina per Biden ce ne sarebbero molti. Personali, politici, sempre occulti

 

Se ciò fosse provato e fatto emergere pubblicamente, niente potrebbe salvare l’attuale presidenza.

 

Di motivi per regalare l’Afghanistan alla Cina per Biden ce ne sarebbero molti. Personali, politici, sempre occulti.

 

Viviamo un’era di menzogna, lo sapevamo.

 

Quello che non abbiamo ancora realizzato è il prezzo di questa menzogna in termini di vite umane.

 

Guardiamo i poveri afghani sfracellarsi sull’asfalto dell’aeroporto per iniziare a comprenderlo.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

Geopolitica

Bardella: la Francia non può finanziare l’Ucraina per sempre

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La Francia non dispone di risorse proprie e non può finanziare l’Ucraina all’infinito, ha dichiarato Jordan Bardella, presidente del partito di destra Rassemblement National (NR) di Marine Le Pen.

 

Il principale partito di opposizione francese è stato oggetto di dure critiche da parte dei rivali all’inizio di questa settimana, dopo che il vicepresidente Louis Aliot ha affermato che NR «chiuderebbe i rubinetti» per Kiev qualora salisse al potere dopo le elezioni presidenziali del 2027. Si ritiene che Le Pen abbia ottime possibilità di successo alle elezioni del prossimo anno, indipendentemente da chi sarà il suo avversario al secondo turno.

 

Sabato, intervenendo al Forum Ambrosetti a Cernobbio, Bardella è tornato sulla questione, sostenendo che l’Ucraina ha bisogno del sostegno della Francia e delle altre nazioni occidentali nel conflitto con la Russia, ma che «il nostro obiettivo non dovrebbe essere quello di finanziare la guerra ad vitam æternam», espressione latina che significa «per sempre».

 

La Francia ha un debito pubblico di 3.500 miliardi di euro e non può «dare soldi che non abbiamo più» al governo di Volodymyr Zelens’kyj, ha sostenuto.

 

«La situazione estremamente grave e preoccupante delle finanze pubbliche francesi significa che non possiamo erogare denaro senza garanzie o assicurazioni che questo denaro verrà un giorno restituito», ha affermato il presidente del Rassemblement National.

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Parigi è stata uno dei più convinti sostenitori di Kiev nell’UE dopo l’escalation del conflitto in Ucraina nel febbraio 2022, erogando miliardi in aiuti militari e diverse armi sofisticate, tra cui obici semoventi CAESAR e aerei da combattimento Mirage.

 

Secondo il Bardella, gli americani erano «molto più furbi» degli europei nel fornire assistenza a Kiev, «perché i fondi che hanno dato all’Ucraina sono garantiti contro l’estrazione di terre rare». Si riferiva all’accordo raggiunto lo scorso anno tra Washington e Kiev, che assicura agli Stati Uniti un accesso preferenziale alle risorse minerarie ucraine.

 

Durante il secondo mandato del presidente statunitense Donald Trump, Washington ha inoltre ridotto in misura significativa gli aiuti all’Ucraina, costringendo i membri europei della NATO a pagare le armi di fabbricazione americana destinate al Paese.

 

All’inizio di questa settimana Trump ha avvertito che intende presentare all’Europa un conto, seppur tardivo, per i miliardi di dollari che Washington ha speso per armare l’Ucraina sotto la presidenza del predecessore Joe Biden. In precedenza aveva stimato che Biden avesse fornito a Kiev armi per un valore di oltre 300 miliardi di dollari «gratuitamente».

 

Giovedì Le Pen ha dichiarato che il Rassemblement National è scettico su ulteriori aiuti all’Ucraina perché ritiene che il conflitto con la Russia richieda una soluzione diplomatica.

 

Un sondaggio Harris Interactive di fine agosto indicava che Le Pen godeva del sostegno del 34% dell’opinione pubblica francese, risultato che dovrebbe garantirle l’accesso al secondo turno delle presidenziali, dove avrebbe probabilmente una vittoria agevole contro il rivale di sinistra Jean-Luc Mélenchon o il candidato centrista, l’ex primo ministro Édouard Philippe.

 

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Immagine di Thomas Bresson via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International

 

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Geopolitica

La Bulgaria rifiuta di puntare il dito contro la Russia per l’incidente del drone tedesco

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Il primo ministro bulgaro Rumen Radev ha evitato di addossare esclusivamente alla Russia la responsabilità dell’incidente con i droni verificatosi il mese scorso in Germania, richiamando le consegne «sconsiderate» di armi occidentali a Kiev.   All’inizio di questa settimana il governo tedesco ha dichiarato di avere motivi per ritenere che Mosca fosse all’origine dell’episodio, in cui un drone carico di esplosivo è stato trovato tra aerei cargo Antonov ucraini all’aeroporto di Lipsia-Halle il 4 agosto.   Successivamente Berlino ha annunciato la chiusura del Consolato Generale russo a Bonn e della Casa Russa a Berlino, oltre a controlli alle frontiere più severi per i cittadini russi. Mosca ha risposto chiudendo i centri del Goethe-Institut di Mosca, San Pietroburgo ed Ekaterinburg, che promuovono la lingua e la cultura tedesca.

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Mosca ha respinto le accuse; il presidente Vladimir Putin ha indicato che si trattava di una tattica diversiva per distogliere i tedeschi dai problemi economici interni.   Sebbene diversi Stati membri dell’UE abbiano espresso sostegno alla posizione tedesca, non tutti si sono uniti a chi punta il dito contro la Russia.   Un esempio calzante è la Bulgaria: venerdì il primo ministro ha dichiarato in Parlamento che le spedizioni europee di armi a lungo raggio in Ucraina sono state altrettanto «sconsiderate» quanto il fallito tentativo di sabotaggio in Germania il mese scorso. Radev, che ha vinto le elezioni pochi mesi fa ed è considerato un euroscettico, ha sottolineato che Kiev sta utilizzando armamenti di fabbricazione occidentale, con il supporto dell’intelligence e di istruttori europei, per condurre attacchi in profondità nel territorio russo.   «E cosa possiamo aspettarci quando attacchiamo in profondità nel territorio di un altro Paese con le nostre armi a lungo raggio? Resterà a guardare o reagirà?» ha chiesto retoricamente il primo ministro bulgaro.   Il Cremlino ha respinto le affermazioni sull’incidente del drone tedesco parlando di «invenzioni», avvertendo che l’insistenza dell’Occidente nel conseguire una «vittoria militare convenzionale» su una grande potenza nucleare sta aumentando drasticamente il rischio di un’escalation incontrollata.   «L’Europa può esistere senza la Russia, ma difficilmente potrà esistere a lungo contro la Russia», ha concluso Radev, esortando l’UE a «sedersi al tavolo dei negoziati il prima possibile».   Come riportato da Renovatio 21, quattro settimane fa un drone ucraino è precipitato in Bulgaria, esplodendo in prossimità di un gasdotto di rilevanza strategica, secondo quanto comunicato dal Ministero della Difesa del Paese.   Nel frattempo diverse figure politiche di spicco in Germania hanno messo in discussione la risposta del governo all’incidente del drone e, più in generale, le attuali politiche ostili di Berlino nei confronti della Russia.   In un articolo pubblicato mercoledì su X, l’ex esponente della sinistra germanica Sahra Wagenknecht, che ha un suo partito chiamato BSW, ha scritto che «anche se la Russia fosse dietro, un drone che non ha causato alcun danno non è una ragione per alimentare una pericolosissima escalation che potrebbe sfociare in una guerra con la Russia, con un costo di milioni di vite umane».

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Valutazioni simili sono state espresse anche da chi si trova all’estremità opposta dello spettro politico. Rispondendo alle domande di un quotidiano, Ulrich Siegmund, candidato di punta del partito di destra Alternativa per la Germania (AfD) alle elezioni regionali di domenica in Sassonia-Anhalt stravinte poche ore fa, ha affermato che una «sequenza continua di eventi» ha portato all’incidente del drone all’aeroporto di Lipsia-Halle, citando il coinvolgimento sempre più profondo del suo Paese nel conflitto in Ucraina, sostenendo che «è logico che a un certo punto ci sarà una qualche reazione».   Il Siegmund ha criticato le politiche anti-russe perseguite dai successivi governi tedeschi dall’escalation del conflitto in Ucraina nel 2022, affermando che le forniture di armi a Kiev e le sanzioni economiche contro Mosca hanno fatto ben poco per risolvere il conflitto e salvare vite umane.   Il politico dell’AfD ha insistito sul fatto che fosse giunto il momento per la Germania di impegnarsi seriamente in un percorso diplomatico con la Russia.

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Geopolitica

Putin parla dell’incontro con gli inviati di Trump Witkoff e Kushner

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Gli emissari del presidente americano Donald Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, sono usciti dal Cremlino al termine dei colloqui con il leader russo Vladimir Putin. L’incontro riservato si è protratto per circa tre ore e, subito dopo, nessuna delle due parti ha reso pubbliche dichiarazioni.

 

I due sono giunti a Mosca sabato mattina per trattative finalizzate a una soluzione del conflitto in Ucraina. Prima della visita, Trump aveva dichiarato che gli inviati avevano il compito di presentare «una proposta per porre fine alla guerra» a entrambe le parti. Witkoff e Kushner dovrebbero partire a breve per Kiev.

 

Prima della sessione a porte chiuse, i giornalisti sono stati ammessi per breve tempo nella sala. Erano presenti il consigliere presidenziale Yury Ushakov e il direttore generale del Fondo russo per gli investimenti diretti (RDIF), Kirill Dmitriev. Nell’introduzione, Putin ha manifestato gratitudine alla parte americana per l’impegno profuso negli sforzi diplomatici tesi a risolvere le ostilità in corso.

 

«Pur essendo consapevole della difficile situazione in cui si trova» Trump «non smette di impegnarsi per risolverla e contribuire alla soluzione del conflitto russo-ucraino. Oggi discuteremo di tutte le sue componenti e di tutti i suoi aspetti e, da parte nostra, siamo pronti a illustrarvi la nostra visione della situazione», ha dichiarato Putin.

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Witkoff ha espresso a Putin la profonda gratitudine della famiglia dell’ex marine statunitense Robert Gilman, detenuto in Russia dal 2022 e liberato il mese scorso per motivi «umanitari». «Dovrebbero ringraziare il presidente Trump; è stato lui a lanciare l’appello», ha replicato Putin.

 

Il presidente russo ha ribadito l’impegno di Mosca a sospendere gli attacchi contro Kiev per i tre giorni a partire dalla mezzanotte del 5 settembre. La pausa ha lo scopo di consentire agli inviati di Trump di recarsi in sicurezza nella capitale ucraina.

 

«Vorrei sottolineare che anche la parte ucraina ha ridotto significativamente – di un ordine di grandezza – gli attacchi sul territorio della Federazione Russa, Mosca compresa. Le autorità ucraine hanno pubblicato un appello per una tregua più ampia di tre giorni, ma non abbiamo mai raggiunto un accordo con loro», ha dichiarato Putin.

 

Dopo i colloqui, il corteo con a bordo Witkoff e Kushner si è diretto direttamente all’aeroporto di Vnukovo, nella zona Sud-Ovest della capitale russa. Dmitriev ha accompagnato personalmente gli inviati all’uscita, condividendo foto dall’aeroporto sui social media e descrivendo il loro viaggio come un «importante visita di pace».

 

L’incontro si è rivelato «sostanziale, costruttivo e caratterizzato da un alto grado di franchezza e fiducia reciproca», ha dichiarato Ushakov ai giornalisti poco dopo la partenza di Witkoff e Kushner dal Cremlino. Durante i colloqui, la parte russa ha espresso «fiducia nel raggiungimento degli obiettivi prefissati [dell’operazione contro l’Ucraina]» e ha ribadito «la necessità di affrontare tutte le cause profonde del conflitto», ha affermato il collaboratore presidenziale.

 

Gli inviati di Trump hanno preso «particolare nota» di una questione specifica sollevata dal presidente russo durante l’incontro, ovvero il fatto che «il regime di Kiev ha smesso di nascondere la sua vera natura, iniziando a seppellire nuovamente alcuni dei più noti criminali nazisti», ha affermato Ushakov. Di recente, i resti di due cofondatori dell’OUN (l’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini, un movimento politico e paramilitare di nazionalismo integralista fondato nel 1929 a Vienna e poi divenuto collaboratore della Germania nazionalsocialista), Andrey Melnik ed Evgeny Konovalets, sono stati riesumati in Europa e riportati in Ucraina per essere seppelliti con tutti gli onori, nell’ambito del progetto del presidente ucraino Volodymyr Zelens’kyj di creare un presunto «Pantheon di ucraini illustri», operazione che ha scatenato proteste anche in Polonia.

 

Secondo Ushakov, i negoziati non si sono limitati esclusivamente alla crisi ucraina, ma le due parti hanno discusso in dettaglio di «questioni economiche e potenziali importanti progetti russo-americani di reciproco vantaggio».

 

È d’uopo notare che entrambe le famiglie Witkoff e Kushner hanno origini nell’ex Impero russo, in un contesto ebraico-ashkenazita — con lo stesso tipo di storia migratoria comune a molte famiglie ebraiche americane di quella generazione.

 

La famiglia di Jared Kushner discende da ebrei originari di Novogrudok, all’epoca in Polonia e oggi in Bielorussia. I nonni paterni, Joseph e Rae (Reichel) Kushner, erano sopravvissuti all’Olocausto arrivati negli Stati Uniti nel 1949 da Navahrudak.

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L’altro inviato ha legami genealogici ancora più diretti con la Russia: i nonni paterni di Steve Witkoff erano entrambi nati nell’Impero russo, ed è descritto come proveniente da una famiglia ebraica di origini russe.

 

Sul ruolo giocato dalla provenienza etno-religiosa nel conflitto ucraino si era espresso nel settembre 2023 lo stesso Putin, dichiarando che «i gestori occidentali hanno posto a capo dell’Ucraina moderna un ebreo etnico, un uomo di origine ebraica, con radici ebraiche – in questo modo, a mio avviso, nascondendo le basi antiumane dell’attuale situazione dello Stato Ucraino».

 

«Ciò rende l’intera situazione estremamente disgustosa, vedere un ebreo mascherare la glorificazione del nazismo e di coloro che all’epoca perpetrarono l’Olocausto in Ucraina, sterminando 1,5 milioni di persone», aveva aggiunto il presidente russo.

 

Riguardo alla questione degli «ebrei nazisti» suscitarono aspre polemiche internazionali le parole del ministro degli Esteri Sergej Lavrov alla TV italiana nel 2022. Come scritto da Renovatio 21l’idea ha tuttavia radici storico-letterarie profonde.

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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0);

 

 

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