Connettiti con Renovato 21

Sport e Marzialistica

Storia e forme della kickboxing

Pubblicato

il

Storicamente, la kickboxing può essere vista come un’arte marziale ibrida, nata dalla combinazione di elementi di diversi stili tradizionali. Questo approccio è diventato sempre più popolare a partire dagli anni Settanta e, dagli anni Novanta, il kickboxing ha contribuito all’emergere delle arti marziali miste, integrandosi ulteriormente con le tecniche di combattimento a terra del jiu-jitsu brasiliano e del wrestling.

 

Il termine «kickboxing» ha avuto origine in Giappone negli anni Sessanta e si è sviluppato a partire dalla fine degli anni Cinquanta come una fusione tra il karate e la boxe, influenzato dalle competizioni che si sono svolte da allora. La kickboxing americana è nata negli anni Settanta e ha guadagnato notorietà nel settembre del 1974, quando la Professional Karate Association (PKA) ha organizzato i primi Campionati del Mondo.

 

Il termine «kickboxing» (キックボクシング, kikkubokushingu) può essere usato in senso stretto o ampio.

 

In senso stretto, si riferisce agli stili che si identificano specificamente come kickboxing, vale a dire il kickboxing giapponese (e i suoi stili o regole derivate come shootboxing e K-1), il kickboxing olandese e il kickboxing americano.

 

In senso più ampio, il termine include tutti i moderni sport da combattimento in piedi che permettono sia pugni che calci. Tra questi rientrano, oltre ai già menzionati, il Sanda, il Muay Thai, il Kun Khmer, il Lethwei, il Savate, l’Adithada, il Musti-yuddha e alcuni stili di karate (soprattutto il karate a contatto completo).

Sostieni Renovatio 21

Il termine stesso fu introdotto negli anni Sessanta come anglicismo giapponese dal promotore di boxe giapponese Osamu Noguchi per un’arte marziale ibrida che combinava Muay Thai e Karate, introdotta nel 1958. Successivamente, il termine fu adottato anche per la variante americana.

 

Poiché c’è stata molta contaminazione tra questi stili, con molti praticanti che si allenano o competono secondo le regole di più di uno stile, la storia dei singoli stili non può essere considerata separatamente l’una dall’altra.

 

Il termine francese Boxe pieds-poings (letteralmente «pugilato-piedi-pugilato») è usato anche nel senso di «kickboxing» in senso generale, includendo la boxe francese (la cosiddetta Savate), così come la kickboxing americana, olandese e giapponese, quella birmana e la boxe tailandese, qualsiasi stile di karate full-contact, etc.

 

  • Kickboxing Giapponese: stile di combattimento creato in Giappone e origine del termine «kickboxing».

 

 

  • Karate full contact (a contatto completo): qualsiasi stile di karate che prevede il contatto pieno.

 

 

  • Sanda (Kickboxing Cinese): componente applicabile del wushu/kung fu, include tecniche di takedown, proiezioni e colpi (braccia e gambe).

 

  • Shootboxing: forma giapponese di kickboxing che permette lancio e sottomissione in piedi, simile al Sanda.

 

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

  • Kickboxing americano: stile di kickboxing originario degli Stati Uniti.

 

  • Kickboxing olandese: incorpora tre arti di combattimento: Muay Thai, boxe e karate Kyokushin.

 

  • Savate francese: sport sviluppato nel XIX secolo, noto per le sue tecniche di calci con i piedi.

 

  • Combat Hopak ucraino: basato principalmente su tecniche di pugni e calci.

 

Aiuta Renovatio 21

  • Musti Yuddha e Adithada indiani: Musti Yuddha, noto anche come boxe Muki, e Adithada, una forma di kickboxing che utilizza colpi di ginocchio, gomito e fronte nel Kalaripayattu del sud.

 

  • Kickboxing Coreano: conosciuto anche come Kun Gek Do, è un’arte marziale sudcoreana che combina boxe e Taekwondo.

 

 

  • Famiglia degli sport di kickboxing del Sud-Est Asiatico: conosciuti anche come «muay» ai Giochi del Sud-Est Asiatico, includono diversi stili:

 

  • Pradal Serey (Kun Khmer): sport da combattimento con enfasi sui calci e uso della clinciatura per le tecniche del gomito, basato sulle tecniche dell’antico impero Khmer.

 

  • Thai Muay Boran («pugilato antico»): predecessore della Muay Thai, consente l’uso di colpi di testa.

 

  • Kickboxing thailandese o Muay Thai: arte marziale moderna thailandese che consente colpi di pugni, calci, ginocchiate e gomiti.

 

  • Lethwei birmano: arte marziale tradizionale birmana che permette colpi di testa, ginocchia e gomitate, utilizza anche tecniche di soffocamento e lancio. Non vengono utilizzati guantoni da boxe e il sistema di punteggio è assente, con la vittoria possibile solo per eliminazione diretta.

 

  • Muay Lao laotiana: boxe laotiana simile alla Muay Thai.

 

  • Yaw-Yan filippino: Sayaw ng Kamatayan («Danza della morte»), un’arte marziale filippina sviluppata da Napoleon Fernandez, che assomiglia alla Muay Thai ma con movimenti di torsione dell’anca e calci a taglio verso il basso, con enfasi sugli attacchi a lunga distanza.

Sostieni Renovatio 21

Poiché come si può vedere il termine «kickboxing» risulta essere assai ampio, comprenderne la storia può essere complesso, dato che il combattimento è una parte intrinseca dell’essere umano. Calci e pugni come atti di aggressione sono probabilmente esistiti in tutto il mondo fin dalla preistoria.

 

La prima rappresentazione conosciuta di qualsiasi tipo di boxe proviene da un rilievo sumero in Iraq del III millennio a.C. Forme di kickboxing esistevano nell’antica India.

 

I primi riferimenti all’arte marziale del musti-yuddha si trovano in poemi epici vedici classici come il Ramayana e il Rig Veda, compilati a metà del II millennio a.C. Il Mahabharata descrive due combattenti che boxano con i pugni chiusi e combattono con calci, colpi con le dita, colpi con le ginocchia e testate. Mushti Yuddha ha viaggiato lungo l’Indosfera ed è stato un precursore e una forte influenza in molte famose arti marziali del sud-est asiatico come Muay Thai, Muay Lao e Pradal Serey (della Cambogia).

 

Nel Pancrazio, un’arte marziale mista dell’antica Grecia, veniva utilizzata una forma definibile come kickboxing nella sua modalità Ano Pankration, permettendo l’uso di qualsiasi estremità per colpire. Inoltre, si discute se i calci fossero consentiti nella boxe dell’antica Grecia e, sebbene esistano prove di calci, questo è oggetto di dibattito tra gli studiosi.

 

I francesi furono i primi a includere i guantoni da boxe in uno sport che prevedeva tecniche di calcio e pugni. Nel 1743, l’inglese Jack Broughton inventò i moderni guantoni da boxe. Il francese Charles Lecour, pioniere della moderna savate o la boxe française, aggiunse i guantoni da boxe inglesi a questa disciplina. Lecour creò una forma di combattimento che combinava calci e pugni, e fu il primo a considerare il savate sia come sport sia come sistema di autodifesa.

 

I coloni francesi introdussero i guantoni da boxe europei nelle arti marziali asiatiche native dell’Indocina francese. L’uso dei guantoni da boxe europei si diffuse anche nel vicino Siam (l’attuale Thailandia), influenzando le pratiche locali di combattimento.

 

Fu durante gli anni Cinquanta che Tatsuo Yamada, un karateka giapponese, stabilì per la prima volta lo schema di un nuovo sport che combinava Karate e Muay Thai. Questo concetto fu ulteriormente esplorato nei primi anni Sessanta, quando iniziarono le competizioni tra karate e Muay Thai, permettendo di apportare modifiche alle regole. A metà del decennio, si tennero nella città di Osaka i primi eventi utilizzando il termine «kickboxing».

 

Il 20 dicembre 1959, presso il municipio di Asakusa a Tokyo, si tenne un incontro di Muay Thai tra combattenti tailandesi. Tatsuo Yamada, fondatore del «Nihon Kempo Karate-do», era interessato alla Muay Thai perché desiderava organizzare incontri di karate con regole di contatto pieno, dato che ai praticanti non era consentito colpirsi direttamente negli incontri di karate dell’epoca.

 

A quel tempo, era impensabile colpirsi direttamente negli incontri di karate in Giappone. Yamada aveva già annunciato il suo piano chiamato «bozza dei principi del progetto per la creazione di una nuova arte marziale e la sua industrializzazione» nel novembre 1959 e aveva proposto il nome provvisorio di «karate-boxing» per questa nuova arte marziale.

 

Non è chiaro se il combattente tailandese Nak Muay sia stato invitato da Yamada, ma è certo che Yamada fosse l’unico karateka veramente interessato alla Muay Thai. Yamada invitò un campione Nak Muay (precedentemente sparring partner di suo figlio Kan Yamada) e iniziò a studiare la Muay Thai. In quel momento, il combattente tailandese fu notato da Osamu Noguchi, un promotore della boxe che era anche interessato alla Muay Thai. La foto del combattente tailandese apparve su rivista del Nihon Kempo Karate-do pubblicata da Yamada.

 

Negli anni Novanta, il kickboxing è stato principalmente dominato dalla promozione giapponese K-1, con alcuni concorrenti provenienti da altre organizzazioni e promozioni. Questo periodo ha visto una crescente popolarità delle competizioni di kickboxing, accompagnata da una maggiore partecipazione ed esposizione nei mass media, nel fitness e nell’autodifesa.

 

Il 12 febbraio 1963, si tennero quindi i «combattimenti di Karate contro Muay Thai». Tre combattenti di karate del dojo di Masutatsu «Mas» Oyama (successivamente chiamnato Kyokushinkai, o, «associazione dell’estrema verità») si recarono allo stadio di boxe Lumpinee in Tailandia e affrontarono tre combattenti di Muay Thai. I tre karateka kyokushin erano Tadashi Nakamura, Kenji Kurosaki e Akio Fujihira (noto anche come Noboru Osawa). La squadra di Muay Thai consisteva in un unico autentico combattente tailandese.

 

Il Giappone vinse per 2-1: Tadashi Nakamura e Akio Fujihira misero KO entrambi i loro avversari con un pugno, mentre Kenji Kurosaki, che combatté contro il tailandese, fu messo KO con un gomito. Il solo giapponese sconfitto, Kenji Kurosaki, era all’epoca un istruttore di kyokushin piuttosto che un contendente e fu temporaneamente designato come sostituto del combattente scelto assente.

 

Nel giugno dello stesso anno, il karateka e futuro kickboxer Tadashi Sawamura affrontò il miglior combattente tailandese Samarn Sor Adisorn, venendo abbattuto 16 volte e sconfitto. Sawamura avrebbe utilizzato ciò che aveva appreso da quel combattimento per influenzare l’evoluzione dei tornei di kickboxing.

 

Il Noguchi studiò la Muay Thai e sviluppò un’arte marziale combinata che chiamò kickboxing, la quale assorbì e adottò più regole che tecniche della Muay Thai. Le principali tecniche di kickboxing derivano ancora da una forma di karate giapponese a pieno contatto in cui sono consentiti i calci alle gambe, il Kyokushin. Nelle prime competizioni, erano ammessi lanci e colpi per distinguere questa disciplina dalla Muay Thai, ma questa regola fu successivamente abrogata.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

La Kickboxing Association, il primo organismo di governo della kickboxing, fu fondata da Osamu Noguchi nel 1966, subito dopo. Il primo evento di kickboxing si tenne quindi a Osaka l’11 aprile 1966.

 

Tatsu Yamada morì nel 1967, ma il suo dojo cambiò nome in Suginami Gym e continuò a formare kickboxer per supportare lo sviluppo della kickboxing.

 

Il kickboxing ebbe un boom e divenne popolare in Giappone quando iniziò a essere trasmesso in TV. Nel 1970, la kickboxing veniva trasmessa in Giappone su tre diversi canali tre volte alla settimana. Le carte di combattimento includevano regolarmente incontri tra pugili giapponesi (kickboxer) e tailandesi (Muay Thai). Tadashi Sawamura era uno dei primi kickboxer particolarmente popolari.

 

Nel 1971 fu fondata la All Japan Kickboxing Association (AJKA), che registrò circa 700 kickboxer. Il primo commissario dell’AJKA fu Shintaro Ishihara, governatore di lunga data di Tokyo. I campioni erano presenti in ogni divisione di peso, dalla mosca alla metà. Noboru Osawa, praticante di lunga data del Kyokushin, vinse il titolo dei pesi gallo AJKA, che mantenne per anni.

 

Raymond Edler, uno studente universitario americano che studiava alla Sophia University di Tokyo, iniziò a praticare il kickboxing e vinse il titolo dei pesi medi AJKC nel 1972. Fu il primo non tailandese ad essere ufficialmente classificato nello sport della boxe thailandese quando, nel 1972, il Rajadamnern lo classificò al terzo posto nella divisione dei pesi medi. Edler difese il titolo All Japan più volte prima di rinunciarvi.

 

Altri campioni famosi includevano Toshio Fujiwara e Mitsuo Shima. Fujiwara fu il primo non tailandese a vincere un titolo ufficiale di boxe thailandese quando sconfisse il suo avversario tailandese nel 1978 allo stadio Rajadamnern, vincendo il campionato dei pesi leggeri.

 

Nel 1980, a causa degli scarsi ascolti e della scarsa copertura televisiva, l’età d’oro del kickboxing in Giappone ebbe improvvisamente termine. Il kickboxing non fu più trasmesso in TV fino alla fondazione del K-1 nel 1993.

 

Nel 1993, quando Kazuyoshi Ishii, fondatore del karate Seidokaikan, introdusse il K-1 secondo regole speciali del kickboxing (senza lotta con gomito e collo), il kickboxing tornò in auge. Tra la metà degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta, prima del primo K-1, Kazuyoshi Ishii contribuì anche alla promozione del karate con i guanti come sport amatoriale in Giappone.

 

Il karate con i guanti si basava sulle regole del karate knockdown, ma con l’aggiunta di guantoni da boxe e il permesso di pugni alla testa. Di fatto, queste regole richiamavano il kickboxing orientale, con punteggio basato sugli atterraggi e sull’aggressività piuttosto che sul numero di colpi.

 

Con la crescente popolarità del K-1, il cosiddetto Glove Karate («karate con guantoni») divenne per un periodo lo sport amatoriale in più rapida crescita in Giappone.

Sostieni Renovatio 21

Negli anni Settanta e Ottanta, la kickboxing si espanse oltre il Giappone e raggiunse il Nord America e l’Europa. Fu durante questo periodo che si formarono molti degli organi governativi più importanti.

 

Per la kickboxing non esiste un unico organo di governo internazionale. Tuttavia, alcune organizzazioni internazionali di rilievo includono la World Association of Kickboxing Organizations (WAKO), la World Kickboxing Association, la Professional Kickboxing Association (PKA), la International Sport Karate Association, la International Kickboxing Federation e la World Kickboxing Network, tra le altre.

 

Di conseguenza, non esiste un unico campionato mondiale di kickboxing; i titoli dei campioni sono assegnati da diverse promozioni individuali come Glory, K-1 e ONE Championship. Gli incontri organizzati da diversi organi di governo seguono regole variabili, ad esempio permettendo l’uso delle ginocchia o del clinching, etc.

 

Nel Nord America lo sport aveva regole poco chiare, quindi kickboxing e karate a pieno contatto erano essenzialmente la stessa cosa. In Europa lo sport ha riscontrato un successo marginale ma non ha prosperato fino agli anni Novanta, anche a seguito dei film del kickboxeur belga Gianclaudio Van Damme, in particolare la fortunata pellicola marzialista Senza esclusione di colpi (1988), il film preferito del 45° presidente americano Donaldo J. Trump.

 

 

In Italia si registra la creazione negli anni Ottanta anche di un’arte marziale fusionale chiamata Kick jitsu, che univa tecniche della kickboxing a quelle del Ju Jitsu. con elementi provenienti anche dal pancrazio e dall’arte marziale mista coreana Hapkido.

 

La Kick Jitsu, disciplina riconosciuta dal CONI, è amministrata in Italia dalla Federkombat, cioè l’associazione italiana Kickboxing, Muay Thai, Savate e Shoot Boxe.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine di Joao Pelica via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial 2.0 Generic

Continua a leggere

Sport e Marzialistica

MMA, Islam Makhachev ottiene la 17ª vittoria consecutiva: è record

Pubblicato

il

Da

Il campione russo di arti marziali miste (MMA) Islam Makhachev ha difeso il titolo dei pesi welter UFC contro l’irlandese Ian Machado Garry, ottenendo così la sua 17esima vittoria consecutiva e stabilendo un nuovo record dell’organizzazione.   L’evento UFC 330, disputato sabato alla Xfinity Mobile Arena di Philadelphia, si è protratto per tutti e cinque i round. Makhachev ha dominato i 25 minuti di combattimento grazie alla lotta a terra e al controllo dell’incontro, alternando colpi dinamici, tra cui un potente calcio alla testa nel secondo round ufficialmente registrato come atterramento.   Sebbene Garry avesse un vantaggio nello striking, con 161 colpi totali a segno contro i 144 di Makhachev, quest’ultimo ha prevalso a terra, realizzando sei takedown e 72 colpi a terra contro i 14 di Garry,a ccumulando oltre 12 minuti di controllo contro i soli 34 secondi dell’avversario. In assenza di tentativi di sottomissione, la superiorità di Makhachev nella lotta a terra è risultata decisiva, coni tre i giudici che gli hanno assegnato la vittoria all’unanimità.   Makhachev, ex campione del mondo dei pesi leggeri, non saliva nell’ottagono da novembre, quando aveva conquistato il titolo dei pesi welter (da 71 a 77 kg) al suo debutto nella categoria.  

Sostieni Renovatio 21

Il daghestano affrontato l’irlandese Garry, imbattuto da quasi un decennio e detentore di una striscia di 16 vittorie consecutive, un record UFC che condivideva con la leggenda brasiliana Anderson Silva. La vittoria ha portato il record complessivo di Makhachev a 29 successi e una sconfitta, mentre il ventottenne Garry ha subìto la seconda sconfitta della carriera, chiusa con 19 incontri all’attivo.   «Noi, la Russia, abbiamo dimostrato di essere i numeri uno al mondo. Batteremo tutti i record», ha dichiarato Makhachev alla stampa dopo la vittoria, ammettendo, tuttavia, che assicurarsi una vittoria nelle fasi finali del campionato è «sempre difficile».   «Ian è un grande combattente, una brava persona e lo rispetto. Mi ha dato del filo da torcere, ma in ogni incontro dimostro il mio valore», ha aggiunto il trentaquattrenne originario del Daghestan parlando del suo sfidante.   «Non ho altro che rispetto per Islam… Ha vinto. Non ho lamentele, non ho scuse», ha detto con grande sportività Garry dopo la decisione arbitrale. In un video sui social media l’irlandese è rimasto ottimista, affermando che «non era la mia serata» e congratulandosi con Makhachev, di cui ha dichiarato di aver sempre rispettato la carriera.   Numerose federazioni sportive e organi di governo hanno escluso gli atleti russi e bielorussi dalle competizioni internazionali dopo l’escalation del conflitto in Ucraina nel febbraio 2022, apparentemente in segno di solidarietà con Kiev e seguendo una raccomandazione del Comitato Olimpico Internazionale (CIO). I lottatori russi, tuttavia, sono rimasti attivi nelle MMA a livello globale, con importanti organizzazioni come UFC, Bellator e One FC che si sono rifiutate di seguire tali direttive.   Lo scorso anno il presidente dell’UFC Dana White ha dichiarato che gli atleti russi resteranno attivi nell’organizzazione nonostante le tensioni politiche. «Siamo un’azienda globale», ha detto. «Succedono cose brutte in continuazione in tutto il mondo e… sì, gestiremo l’azienda come abbiamo sempre fatto».   Sebbene l’UFC avesse interrotto l’organizzazione di eventi in Russia a causa di ostacoli logistici e finanziari legati alle sanzioni, Kirill Dmitriev, inviato del presidente russo Vladimir Putin per gli investimenti e la cooperazione economica, aveva in precedenza affermato che erano in corso sforzi per riportare i tornei UFC nel Paese.   Il mese scorso il Comitato Olimpico Internazionale ha revocato provvisoriamente la sospensione del Comitato Olimpico Russo (ROC), aprendo la strada al ritorno in massa degli atleti russi alle competizioni internazionali, uno sviluppo accolto con favore dalla portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova, che ha dichiarato: «Ha prevalso il buon senso!».

Aiuta Renovatio 21

Il Makachev è di etnia laki, popolazione del Caucaso settentrionale, in Russia, originario dell’altopiano montuoso del Daghestan centrale, storicamente noto come Lakia o Ghazi-Kumukh. i Laki, anche detti Lak o Casicumucchi, parlano il lak, lingua caucasica nordorientale priva di stretta parentela con le lingue vicine. Tradizionalmente islamici sunniti, i Laki sono noti per l’artigianato (oreficeria, produzione di coltelli) e per l’antica migrazione stagionale verso le città russe come commercianti e artigiani itineranti. Oggi vivono soprattutto a Machachkala e in altre zone del Daghestan.   Il Daghestan, piccola repubblica russa del Caucaso settentrionale, produce da decenni un numero sproporzionato di campioni mondiali di lotta libera, judo, sambo e arti marziali miste. Le radici di questo fenomeno affondano nella cultura locale: nei villaggi di montagna la lotta tradizionale (chidirdesh) è da secoli un rito di passaggio maschile, praticato fin dall’infanzia in condizioni di vita dure, tra povertà, forte disciplina familiare e un’etica del sacrificio fisico.   Un ruolo decisivo lo ha avuto il sambo, disciplina di lotta ibrida creata in URSS negli anni Venti e Trenta del XX secolo combinando judo, lotta libera e tecniche tradizionali caucasiche e slave. Il regime sovietico investì massicciamente in scuole sportive statali (le «internat» e le sezioni giovanili di sambo e lotta libera) diffuse capillarmente anche nelle repubbliche periferiche come il Daghestan, creando una filiera di allenatori e infrastrutture che sopravvisse al crollo dell’Unione sovietica.   Il sambo, in particolare, è considerato la base tecnica comune da cui sono emersi molti judoka e lottatori daghestani, grazie alla sua enfasi su proiezioni, controllo a terra e sottomissioni.   Tra i più celebri lottatori saliti agli altari delle arti marziali miste globali c’è Khabib Nurmagomedov, ex campione UFC dei pesi leggeri, imbattuto, allenato dal padre Abdulmanap, ora scomparso secondo metodi tradizionali (impressionanti le immagini in cui da bambino il Khabib viene fatto lottare con un orsetto).   Un altro nome è quello Buvaisar Saitiev, tre volte oro olimpico nella lotta libera, e poi ancora Mahomed Yalamov nell’MMA. Anche il judo russo ha attinto molto al Daghestan.   Fattori socioeconomici (scarse alternative occupazionali), forte identità etnica e orgoglio comunitario, insieme a un sistema di allenamento intensivo e competitivo fin da giovanissimi, completano il quadro di questa «fabbrica» di lottatori.  

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
 Immagine screenshot da YouTube  
Continua a leggere

Sport e Marzialistica

Il funerale di Franco Baresi. E del Milan dei primati e dei casciavit

Pubblicato

il

Da

Il funerale di Franco Baresi evidenzia e porta alla luce quella frattura finora sottaciuta, ma fin troppo presente, tra il calcio autentico, fatto di appartenenza, condivisione di valori, sportività, emozioni e passione, e il calcio di oggi, che sembra misurarsi soltanto con le cifre. Non quei numeri destinati agli almanacchi sportivi, come il record d’imbattibilità del Milan di Fabio Capello con 58 partite senza sconfitte o i 29 trofei conquistati nei 31 anni della presidenza Berlusconi, bensì quelli dei bilanci.

 

Aver esasperato questa deriva, anteponendo il denaro alla passione, rappresenta, a mio avviso, un errore macroscopico che, prima o poi, finirà per ritorcersi contro il mondo del calcio: uno sport ormai sempre più privo di anima, senza bandiere né punti di riferimento, figure capaci di incarnare e trasmettere il significato più profondo dell’amore per una maglia.

 

Vedere sfilare sul sagrato della Basilica di Sant’Ambrogio i campioni rossoneri di sempre per rendere l’ultimo saluto al Capitano non è stato soltanto un tuffo nel passato, ma anche un’occasione per una profonda riflessione sul presente dell’A.C. Milan.

 

Sostieni Renovatio 21

Oggi il fondo RedBird Capital Partners è proprietario del club e si definisce «un fondo di investimento privato, focalizzato sulla costruzione di società a rapido tasso di crescita». Se sono loro stessi a definirsi così, appare quanto mai chiara la loro finalità: non il raggiungimento dei risultati sportivi, bensì l’equilibrio dei bilanci e il profitto.

 

Non che i presidenti che hanno reso grandi le società di Serie A nei gloriosi anni Novanta – su tutti Silvio Berlusconi – non prestassero attenzione ai conti. Esisteva però una visione diversa, che nel Milan mirava innanzitutto al bel gioco e alla conquista di successi prestigiosi in Italia, in Europa e nel mondo.

 

Con Arrigo Sacchi e Fabio Capello in panchina, Franco Baresi fu il pilastro di una difesa che rivoluzionò il calcio europeo, imponendo un modo nuovo di interpretare il gioco. Quel Milan non era soltanto una squadra vincente: era il simbolo di una visione sportiva nella quale il risultato era la conseguenza di un progetto tecnico e umano, non di una mera speculazione finanziaria.

 

L’arrivo al rito funebre di Gerry Cardinale, insieme al suo collaboratore Paolo Scaroni, è stato accolto dai fischi di una tifoseria stanca e delusa. La folla assiepata fuori dalla chiesa e lungo le strade limitrofe testimonia l’amore profondo della gente per Franco Baresi, per i colori di questa squadra e per un’idea di calcio che oggi sembra ormai smarrita.

 

Aiuta Renovatio 21

La frattura creata dalla gestione Cardinale è ormai insanabile: il denaro ha avuto la meglio sulla passione. Eppure quella passione non è morta.

 

Al contrario, la scomparsa di Baresi ha riacceso nel cuore di noi tifosi un sentimento di appartenenza e di rivalsa nei confronti di lorsignori, convinti di poter amministrare l’A.C. Milan come un qualsiasi asset societario. Avete visto e udito tutto il disappunto del popolo rossonero. Il vostro modo di concepire il Milan è distante anni luce da quello dei tifosi e degli appassionati.

 

Il Milan è la squadra dei casciavit, la squadra del popolo, della gente comune. È il club che ha saputo affermarsi e primeggiare in Europa e nel mondo senza rinnegare la propria identità, costruendo la propria grandezza su uomini prima ancora che su campioni buoni solo per le figurine. Franco Baresi ne è stato l’incarnazione più autentica: un leader autorevole, mai sopra le righe, capace di accompagnare quel piccolo Diavolo nel baratro della Serie B e, da capitano vero, di condurlo poi fino al tetto del mondo. Rimase fedele al Milan anche nei momenti più bui, quando sarebbe stato facile cercare lauti ingaggi altrove.

 

È questa fedeltà, prima ancora dei trofei conquistati, ad averlo trasformato in un simbolo senza tempo. Baresi non ha trasmesso soltanto vittorie, ma un’idea di «milanismo» fatta di sobrietà, appartenenza, senso del dovere e rispetto della maglia. In un calcio sempre più dominato dall’individualismo e dalla logica del mercato, la sua figura rappresenta l’esatto opposto.

 

Tradizione deriva dal latino traditio, cioè «trasmissione», «consegna». Significa ricevere un’eredità e custodirla per chi verrà dopo. È proprio questa eredità che oggi molti tifosi hanno l’impressione sia stata dimenticata e sacrificata sull’altare dei bilanci e dei libri contabili.

 

Agli occupanti degli scranni presidenziali e dirigenziali chiediamo un deciso cambio di rotta, prima che sia troppo tardi, anche se nutro ben poche speranze che ciò possa accadere. In caso contrario, abbiate la dignità e il rispetto di passare la mano, lasciando il Milan a chi abbia davvero la volontà di riportarlo dove gli compete: nel calcio che conta, dove ha saputo dominare e vincere per decenni.

 

Con Baresi se ne va un simbolo, ma non i valori che ha rappresentato e che migliaia di tifosi continuano a custodire.

 

Grazie, eterno Capitano.

 

Francesco Rondolini

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


 Immagine screenshot da YouTube

 

 

Continua a leggere

Pensiero

Maldini, povera Italia

Pubblicato

il

Da

Siamo un Paese vittima dell’odio e del risentimento nei confronti di chi cerca un piano culturale superiore, in qualsiasi campo, compreso quello sportivo. Una vendetta verso coloro che riescono a emergere, verso chi fa quel qualcosa in più che lo eleva dal mare di mediocrità massificata in cui gran parte del Belpaese è immerso.   Il caso Maldini, ultimamente onnipresente sulle pagine di tutti i giornali nazionali – sportivi e non – mi ha fatto tornare alla mente quell’odio atavico dell’italiano medio per chi, per cultura o capacità, riesce a spiccare. Paolo Maldini è uno dei nostri calciatori più rispettati e conosciuti a livello internazionale, e vanta un palmares e una carriera da giocatore del Milan che pochissimi altri al mondo possono solo vagamente sognare.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

Si è letto di tutto in questi giorni sul toto-CT della Nazionale italiana di calcio. Pare che Maldini – affiancato dal sempreverde Leonardo – esponendo un piano per rilanciare l’esanime struttura calcistica italiota, sia stato messo tempestivamente da parte in favore di quello che di fatto è uno status quo inscalfibile: il neopresidente FIGC Malagò ha imposto il nome di Roberto Mancini, il quale fuggì dall’Italia dopo l’amara esclusione dai Mondiali attratto da dorate sirene arabeggianti. Una sorta di mossa di badogliana memoria.   Dopo aver sondato il terreno sfoggiando profili d’immagine per la piazza quali Pep Guardiola e Carletto Ancelotti, Paolino e Leo hanno annunciato di volere il «maestro» Andrea Pirlo alla guida della selezione azzurra.   Nome che, giustamente, ha fatto storcere il naso ai più, in quanto il curriculum del bresciano come coach è poca cosa rispetto alle figure sopracitate, compreso lo stesso Mancini. Non dobbiamo dimenticarci che Luis de la Fuente, fresco campione del mondo con la Spagna, e Lionel Scaloni, vice campione del mondo con l’Argentina e campione del mondo con l’albiceleste nel 2022, al momento del loro approdo sulle panchine delle rispettive nazionali avevano un modesto curriculum da coach.   Per rimanere a casa nostra, Enzo Bearzot e Azeglio Vicini, non erano certo mister blasonati prima di dirigere la Nazionale (il primo campione del mondo nel 1982 e il secondo ci ha portato a un passo dal sogno a Italia Novanta).   Pirlo è stato fatto fuori dal palazzo e prontamente bollato come «filorusso», per suoi legami commerciali con una società di scommesse sportive che parla la lingua di Dostoevskij, Fonbet.   È bastata questa scusa per mandare in aria il piano Maldini e timbrare quello già probabilmente preconfezionato del presidente Malagò. Il marchio di «filorusso» è ancor oggi sinonimo di emarginazione da qualsivoglia dibattito. Un po’ come l’etichetta di «no-vax», tirata da sempre fuori per impallinare persone apparentemente scomode al sistema e metterle ai margini.   Vale la pena leggere l’articolo de La Gazzetta dello Sport per comprendere da dove arriva il fuoco amico.   «Fonbet è infatti una società russa e la Russia come noto è un Paese da cui l’Italia ha preso le distanze dopo l’attacco all’Ucraina. «Chi fa o ha fatto propaganda per la Russia dopo il 2022 non dovrebbe ricoprire cariche nazionali», ha commentato il leader di Azione, Carlo Calenda, scrive la Gazza.   «Dopo l’ennesima disfatta e un’altra qualificazione mondiale mancata, il calcio italiano avrebbe avuto bisogno di una rivoluzione culturale, etica e gestionale. La scelta di Andrea Pirlo – ha postato su X la vicepresidente del Parlamento europeo, Pina Picierno – va nella direzione opposta. Pirlo è stato un campione straordinario. Da allenatore, fin qui, ha mostrato ben poco. E c’è un tema che non può essere liquidato come irrilevante».   «Non interessa se Pirlo sia filorusso o meno. Conta ciò che ha scelto di fare: prestare, liberamente e ripetutamente, il proprio prestigio a un’operazione di normalizzazione del regime di Putin, partecipando a iniziative sfruttate dalla propaganda del Cremlino mentre l’Ucraina veniva bombardata. Per questo la scelta di Pirlo è stata un grave errore. E la scelta della FIGC lo è ancora di più. Non il piano B di Guardiola. Il piano Z del calcio italiano».

Sostieni Renovatio 21

Arriva poi il deputato di +Europa, Benedetto Della Vedova: «Pirlo pochi mesi fa ha fatto una scelta per me incomprensibile e sbagliata, quella di diventare ambasciatore nel mondo di Fonbet, prima agenzia di scommesse in Russia. Il settore delle scommesse non è colpito dalle sanzioni europee, ma questo non toglie che un personaggio pubblico della levatura di Andrea Pirlo dovrebbe riflettere sul significato pubblico di scelte private e di affari».   «Personalmente mi auguro che il nuovo CTdella Nazionale senta l’esigenza di rescindere il contratto con Fonbet, anche considerando la posizione attuale dell’Italia nei confronti della Russia. Anzi, voglio pensare che lo abbia già fatto».   Arriva quindi anche Mauro Berruto, responsabile Sport nella segreteria del Partito Democratico ed ex CT della nazionale maschile di pallavolo: «i auguro con tutto il cuore che se Pirlo fosse scelto come ct la prima cosa che farà sarà quella di risolvere questo imbarazzo rinunciando a questo suo ruolo. Parla a un movimento, a un mondo, ha un ruolo istituzionale che richiede una modalità di esecuzione esemplare».   C’è da aggiungere, come sottolineato da Sky TG24, che «un eventuale incarico come commissario tecnico degli Azzurri avrebbe posto infatti un evidente problema di compatibilità con il contratto sottoscritto con un operatore di scommesse», ma sarebbe bastato semplicemente risolvere quel contratto e avrebbe potuto serenamente allenare.   Sul piano etico il discorso potrebbe anche reggere, ma basta aprire un qualsivoglia sito per vedere calciatori che prestano liberamente il proprio volto ad agenzie di scommesse. C’è di più: due dei nostri big azzurri, quali Sandro Tonali e Nicolò Fagioli, sono stati travolti da un giro di scommesse clandestine con pesanti sanzioni comminate ad entrambi. La moralità e l’etica vengono spesso tirate per la giacchetta a seconda delle convenienze e degli interessi del momento.   Evidenzio inoltre che l’etica e la moralità nel calcio sono da sempre patinate e a tratti fortemente ipocrite. Come ha sottolineato il giornalista Giorgio Terruzzi proprio su Renovatio 21, il calcio è l’antitesi della correttezza: «non ho interesse per uno sport che tratta i simulatori come normali, che tratta gente che protesta con l’arbitro come normale, oppure gli allenatori che fanno continuamente queste scene a bordo campo inutili. Aggiungo anche che i rapporti tra alcuni uomini di calcio e gli ultras mi fanno schifo».    «È uno sport che non si modernizza. Se un presidente fosse veramente evoluto, ogni suo giocatore che prende un’ammonizione per proteste dovrebbe pagare cinquecento mila euro di multa, vedrai poi che non succede più. Ognuno che simula, cento mila euro di multa. Ma purtroppo ciò non accade».

Iscriviti al canale Telegram

Questo direttivo della FIGC, che oggi vuole moralizzare oltremodo tacciando Andrea Pirlo come sgradito per un discorso d’immagine, forse un piccolo esame di coscienza dovrebbe farselo.   L’intervento del giornalista Paolo Bargiggia sui suoi canali social va più al fondo della questione. «Il progetto di Maldini e Leonardo era un progetto veramente profondo che avrebbe potuto forse con pazienza cambiare il calcio italiano. Chi lo ha visto, chi ha capito come sarebbe andato, dava fastidio. A chi dava fastidio? Dava fastidio soprattutto ai club di serie A, alle persone che muovono più le fila, De Laurentiis, Marotta e poi si è aggiunto Cairo, il presidente del Torino. Dava fastidio alla Lega e anche all’Assocalciatori, guarda caso i due grandi elettori di Giovanni Malagò alla presidenza della Federcalcio. Perché dava fastidio direte voi? Perché andava a spostare i privilegi, lo status quo, la gestione delle convocazioni, dei raduni, dei giovani… avrebbe in pratica smosso un sistema incrostato da anni, marcio, ma di potere e di finanza che contraddistingue tutto il calcio italiano e i suoi apparati».   «Il progetto era molto buono, quantomeno era un progetto abbastanza sostanzioso visto che qui non se ne fanno da oltre dieci anni. Poi esce il nome di Pirlo. Si scatenano le penne armate; cominciano a scrivere contro Pirlo un po’ tutti i giornali, ma in particolare il Corriere della Sera e La Gazzetta dello Sport. Hanno attaccato Pirlo […] per attaccare Maldini e Leonardo e attaccare quel progetto e metterli nella condizione di andarsene. Perché questo fuoco di fila si è scatenato in particolare sul Corriere della Sera e sulla Gazzetta? L’editore di questi due giornali è Urbano Cairo, […] perché essendo un presidente di un club di serie A, ha i suoi interessi o la sua volontà a fare convergenza di opinioni. Malagò per non far partire Maldini e Leonardo ha aperto all’ingaggio di Thiago Motta, perché era la seconda scelta di Maldini e Leonardo. Maldini e Leonardo bene hanno fatto, capito qual è l’aria impestata, capito che il calcio italiano non vuole cambiare, capito che è un ambiente pericolosissimo e scivoloso, se ne sono andati. Malagò […] avrebbe dovuto tenere il punto e prendere Pirlo. Malagò è ostaggio dei suoi grandi elettori».    Si ha la netta sensazione che Paolo Maldini sia stato prontamente messo da parte perché la sua idea era troppo a lungo termine, con una visione di rifondazione del sistema orientata al dopodomani e non al domani del «tutto e subito». Mi pare abbia alzato lo sguardo a qualcosa di serio, di programmato con uno scadenzario che con molta probabilità avrebbe richiesto più tappe e più tempo; basta osservare i risultati della Nazionale e il livello del campionato di Serie A per capire che viviamo un tempo di arretratezza, di mediocrità, di crisi economica, di crisi d’identità e di consapevolezza.   Invece c’è uno sport ideologico praticato da troppe persone: quello del discredito, dell’autocommiserazione e della vacua autocritica fine a se stessa. Molti italiani pare godano nel piangersi addosso e nel sentirsi masochisticamente inferiori agli altri. Un malcostume le cui radici andrebbero ricercate a qualche decennio fa. Lascio ai sociologi volenterosi questa palla avvelenata.   Questo perenne clima svalutante si riverbera nello sport, tant’è che molti campioni nostrani sono stati, e sono, oggetto di pareri da bar che tendono a svilire e infangare l’immagine di tali fuoriclasse.

Aiuta Renovatio 21

Andando indietro di pochi anni, ricordo il campionissimo di ciclismo Marco Pantani: tutti lo hanno applaudito dopo le prodezze eterne dell’estate 1998, per poi crocifiggerlo ed etichettarlo come dopato dopo il blitz notturno al Giro d’Italia dell’anno successivo.   Penso infine alle due fazioni create da Valentino Rossi, leggenda del motociclismo: una sequela di tifosi accaniti contro uno stuolo di detrattori altrettanto feroci.   Oggi c’è il tennista Jannik Sinner che sta facendo numeri assoluti in una disciplina sportiva che per troppi anni è stata nell’ombra a livello internazionale, rinvigorendo fortemente un sistema che oggi richiama numerosissimi giovani. Sinner stesso è tacciato di non essere italiano per via delle sue origini altoatesine, della sua freddezza caratteriale, della residenza a Montecarlo per non pagare le draconiane gabelle di Stato e persino per non aver partecipato ad alcuni tornei.   Con questo non dico che tutti dobbiamo o dovremmo tifare i nostri sportivi, ma quantomeno evitare di affossarli gratuitamente, anche perché tengono alto il nome del nostro Paese con risultati e prestigio riconosciuti in tutto il mondo.   Concludo tornando a Maldini. Non c’è da stupirsi per ciò che è avvenuto, perché sembra proprio che l’elevazione culturale di questa povera Italia non esista più. La politica stessa – a cui andrebbe attribuito questo compito, di concerto con le altre istituzioni – ha svuotato il suo respiro culturale a favore di gretti clientelismi. Il calcio, che è lo sport più nazional-popolare che abbiamo, è lo specchio perfetto delle storture italiane che pervadono ogni ganglio della nostra società e della nostra quotidianità.   Francesco Rondolini  

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
Immagine screenshot da YouTube  
Continua a leggere

Più popolari