Sport e Marzialistica
Ricordo di un vero maestro della Boxe italiana
Renovatio 21 ripubblica su gentile concessione dell’autore l’ultima intervista al pugile ed allenatore di boxe Maurizio Zennoni (1958-2017). Si tratta probabilmente dell’ultima intervista concessa dall’uomo che già aveva accompagnato il campione del mondo dei pesi leggeri Giacobbe Fragomeni, che si trasferì nel parmense proprio per seguire Zennoni, che diceva «Sono un maestro, non un allenatore. Prima bisogna curare l’uomo e poi l’atleta». Il maestro si è spento nel novembre di sette anni fa dopo una lunga malattia. Questo articolo ha conservato negli anni un piccolo spaccato insuperabile del mondo della boxe – fatto di palestre, sudore, ed esseri umani, con le loro storie di dolore e dedizione, di gioia e sacrificio.
Uno spiazzo di confine, non saprei dire se in centro o in periferia, le macchine passano rapide e così anche il loro fruscio, mentre calano le luci sembra non esserci anima viva, invece basta guardarsi intorno per accorgersi che è tutto il contrario. Proprio stamattina ne parlava in radio Bernardo Bertolucci, i suoi primi ricordi sono qui, dalle parti dell’Ospedale di Parma, aveva sei anni e vide sua madre con un bambino in braccio: «È nato Giuseppe!».
I suoni di questo spiazzo non sono cambiati, negli anni Settanta ci hanno costruito il Palasport, una cattedrale in cemento armato che ospita le discipline più disparate. C’è anche la mia preferita ed è il motivo che mi porta qui, c’è un cartello rosso con scritto Boxe Parma 1933 e due bandiere sullo scivolo d’ingresso. Italia e Moldavia, perché nel pugilato non importa da dove vieni, ma come ti muovi sul ring.
Sposto il portone e sono in mezzo a una sessione di ripetute. La stanza è grande, con le colonne quadrate e una fila di sacchi ben allineati. Le pareti sono coperte di cimeli, non è decorazione ma storia, in questi giorni hanno appeso 25 cinture, sono i titoli vinti dagli allievi di Maurizio Zennoni, il maestro che sono venuto a trovare.
Sento la sua voce dall’ufficio e già m’immagino quanto sarà dura riprendere a boxare dopo un mese di vacanza e licenze d’ogni tipo. «Se non ti alleni tre volte a settimana, meglio lasciar perdere. Piuttosto vai a farti una bella passeggiata».
L’ufficio è un cumulo di trofei. Non faccio in tempo a sedermi e già Maurizio inizia a raccontare la sua vita. Una storia che inizia, come ogni pugile che si rispetti, dal primo giorno di boxe. L’arrivo in città da Corniglio, sull’Appennino Parmense, alla fine degli anni Sessanta. Era timido.
Cercava di dare un senso ai suoi quindici anni. Entrò in palestra per caso. «Ho guardato dentro e volevo scappare. Faceva un freddo cane, si allenavano con i maglioni di lana. Odino Baraldi mi vide e fece segno di entrare. Dopo tre mesi ero sul ring, a Sarzana». A quel tempo la palestra era sul fiume Parma, dove oggi c’è il Teatro Due, con l’arena estiva, la prosa, i concerti e tutto il resto. La storia di Maurizio comincia lì. Sotto c’era una mensa dei poveri e in quei giorni capì, con l’odore di cibo nell’aria, che per fare la boxe devi avere fame. Altrimenti non potrai mai farcela.
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Partito come superwelter, Zennoni ha finito la sua carriera nei mediomassimi, 72 incontri con buoni risultati, ma di quel passato parla in termini sbrigativi, come se non gli interessasse affatto. Lo osservo con attenzione solo stasera, eppure vengo qui da molti anni. Ha gli occhi rapidi di un furetto. Mi colpisce la sua umanità e l’idea che questo sport sia fatto per educare. Il pugilato è una scuola di vita. La riassume un vecchio manifesto all’ingresso della palestra che elenca i doveri del pugilatore, tutti da condividere, soprattutto l’ultimo: «Coltivare e propagandare sempre il Pugilato, Sport agonistico per eccellenza». Una lettera mancante ed è subito poesia.
Sulla parete lunga, alcune foto in bianco e nero trasudano imprese e tecniche antiche, scomparse nella notte dei tempi. La palestra negli anni Trenta, un allenamento estivo tra i ciottoli del fiume e poi le immagini di un incontro al Teatro Reinach, quello bombardato durante la guerra e mai ricostruito, il ring era in mezzo alla platea, palchi e galleria erano pieni zeppi, a quei tempi agli incontri di pugilato si andava, c’era partecipazione, mica si passavano le serate sui social, c’era fame di vita, di sudore, di competizione.
Ci sono le foto della squadra degli anni Quaranta, i campioni erano Primo Fariselli, Odino Baraldi, Ugo Scaccaglia, sono nomi che hanno fatto la storia e poi c’è la foto di Marcello Padovani, peso leggero, baricentro basso e occhio rapido, aveva l’età di mio padre, un vero guerriero. Campione d’Italia nel 1950. È stato lui il primo maestro di Zennoni, quello che gli ha fatto capire che la forza di volontà serve anche fuori dal ring, altrimenti non diventerai mai un buon pugile. Tantomeno un bravo maestro.
«Avevo le mani deboli, mi sono rotto la destra e la sinistra un sacco di volte. Ho perso tre titoli italiani, tutti in finale, uno dopo l’altro. La mia carriera è finita presto. La mandibola era fragile, ma ho capito subito che non potevo stare lontano dalla boxe». Così, dopo quattordici fratture, Zennoni si è rifatto dalle delusioni del ring con una formidabile carriera da tecnico.
Alla Boxe Parma erano gli anni di Damiano Lauretta, Campione d’Italia nel 1980, peso mosca, gran tecnico e picchiatore. Velocissimo. In quel periodo, Maurizio è diventato una presenza fissa all’angolo e ha capito che il suo futuro sarebbe stato legato ai suoi allievi. È un elenco lunghissimo, a partire da Marino Notarnicola, mediomassimo degli anni Ottanta e Massimiliano Saiani, il primo capolavoro di Zennoni. Vinse il titolo italiano dopo nove tentativi, a Toscolano nel 2003, alla prima ripresa, mettendo al tappeto Leonardo Turchi al primo attacco.
«Leonardo ha grande rispetto per me. Quella sconfitta la ricorda ancora. Ne abbiamo parlato molte volte. Però di Turchi devo dirti una cosa importante: suo figlio Fabio è la vera promessa della nostra boxe. Il pugile su cui puntare».
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Se lo dice Maurizio Zennoni c’è da fidarsi, nella sua storia ci sono 25 titoli in diverse categorie, più tutte le difese, nove titoli italiani professionisti, cinque europei e il mondiale con Giacobbe Fragomeni. Ogni titolo è una storia, una vita, un mondo di sogni e fatiche. Ottavio Barone, superleggero e grande atleta, «davvero uno stakanovista, in qualche modo come Giacobbe». Christian Orsi, campione italiano dilettanti pesi medi e poi Antonio Di Feto, grande talento, irripetibile, e suo fratello Alfredo, meno forte ma con un grande carattere, 110 incontri da dilettante e 52 da professionista, compreso il titolo internazionale IBF con Giuseppe Truono, un capolavoro di psicologia sportiva.
I migliori maestri si vedono dalla capacità di risollevare un pugile sconfitto. È quella l’impresa più difficile. Sono tanti i campioni che hanno scelto Zennoni in momenti particolari della loro vita.
«Vedi quella foto? Stavo raddrizzando il naso a Paolo Vidoz nel bel mezzo di un incontro. Non gli ho lasciato nemmeno il tempo di reagire. In quei mesi sono andato ad allenarlo anche in Germania. Era sceso a 105 kg. Leggero e veloce. Abbiamo vinto il titolo europeo».
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Sulla parete lunga della palestra c’è un grande disegno con i profili di Maurizio e di Giacobbe Fragomeni. Si guardano negli occhi, come a darsi grinta l’un l’altro.
«Grande personaggio, atleta immenso, fin troppo buono, un vero puro. Giacobbe ha una forza di volontà che non ho visto in nessun altro. Dovevo dirgli: smettila di allenarti!». Allora mi tornano in mente tutte le storie della vita di Fragomeni e vorrei rileggere «C’era una volta il buio», il libro che racconta la sua vita, l’infanzia alla Stadera, i guai di famiglia, il padre che lo aveva portato a un passo dall’inferno, la sorella morta per overdose, i tatuaggi, la notte che sembrava non finire mai e poi la rinascita in palestra, la fatica e i grandi successi, l’oro a Minsk e poi le trentaquattro vittorie da professionista, fino al mondiale WBC nei massimi leggeri contro Rudolf Kraj.
Ricordo ancora la mia prima volta in questa palestra, otto anni fa, ero venuto a cercare Fragomeni e l’avevo trovato al sacco, si stava allenando come se non ci fosse un domani. Non avevo fatto in tempo a emozionarmi per quell’incontro, mi aveva messo subito a fare i piegamenti, come tutti gli altri, dopo mezz’ora ero distrutto e lui ancora a saltare e fare esercizi dopo che la mattina era stato a correre in montagna, aveva fatto dieci round col maestro e un’ora di corda. Non ho mai visto nulla del genere.
Tra le invenzioni di Zennoni, ci sono gli ultimi due campioni italiani dei pesi massimi, Matteo Modugno e Gianluca Mandras. Ricordo bene Matteo al suo arrivo in palestra, mi aveva raccontato del suo lavoro in una società del settore agroalimentare, i dubbi sul futuro e forse un nuovo lavoro. Era obeso e di certo non pensava di diventare un professionista.
«Pesava 164 kg ma aveva grandi qualità. Un massimo velocissimo, ha subito imparato a boxare. Mi ha dato grandi gioie, è venuto fuori dal nulla. Quando ha vinto il Campionato Italiano è stato fantastico. Se avesse più fame, potrebbe fare grandi cose». Pare che rientri tra qualche tempo, avrebbe superato un problema alla spalla, ora si sta allenando in Inghilterra, è stato anche con Wladimir Klitschko. Riuscirà a vincere l’Europeo? Sarebbe bello, soprattutto se accadesse ancora con Maurizio all’angolo.
Gianluca Mandras ha vinto lo stesso titolo nel 2016, quando Modugno era fermo per infortunio. Un altro pugile fortissimo, creato dal nulla. Taglia forte, grande potenziale e una storia che forse è ancora tutta da scrivere. Il tempo ce lo dirà.
Entra Stefano Failla, mediomassimo, promessa della Boxe Parma, che secondo Maurizio può diventare una realtà. Bel fisico, grande potenziale. Al solito, serve uno scatto di volontà e convinzione. La palestra quest’anno ha 9 pugili professionisti e 21 dilettanti. «Ma nessuna donna, noi vogliamo troppo bene alle donne…», una battuta che in realtà nasconde ammirazione per il pugilato italiano al femminile, che negli ultimi anni, in giro per il mondo, ha vinto più titoli di quello maschile.
Questione di impegno, perché nella boxe non esistono segreti se non «lavorare a tempo pieno. Tutti sappiamo insegnare, non è quello il punto. Conta tutto il resto. A un pugile devi voler bene come a un figlio. Per i miei ragazzi sono disponibile 24 ore al giorno, anche per le cazzate. Il pugile è un animale sensibile, devi saperlo prendere, devi aiutarlo a scegliere la strada giusta».
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Alcuni fanno trecento chilometri per venire ad allenarsi a Parma, come Rodolfo Benini da Villafranca, «pugile dal cazzotto proibito» e Leonardo Damian Bruzzese che arriva dalla Romagna. Vengono qui a trovare nuove certezze, sanno che su Maurizio e la sua squadra si può contare. «All’angolo non pensiamo mai ai fatti nostri. Siamo seri. Sappiamo leggere un match e non ci facciamo problemi ad interromperlo se necessario. Le grandi punizioni non servono a nulla».
Alcuni sono venuti alla Boxe Parma per reinventarsi dopo le difficoltà, per Zennoni è questa la gioia più grande. Gianluca Frezza, sconfitto duramente da dilettante, lo davano per spacciato, voleva smettere ma poi con Maurizio è diventato Campione d’Italia e ha difeso per sei volte il titolo, con i più forti della sua categoria. Anche Bruzzese aveva subito due knock-out, ma soprattutto aveva un maestro, che lo aveva riempito di sensi di colpa. «Io gli ho dato fiducia ed è tornato a vincere».
La promessa della Boxe Parma si chiama Constantin Pancrat, di origine moldava ma ora cittadino italiano. «Con gli altri potrei avere dei colpi di culo ma su Constantin punto tutto: sarà lui la nostra prossima rivelazione».
La vita di Maurizio Zennoni è tutta tra queste mura, anche l’intonaco trasuda il suo entusiasmo e mi stupisce quando un lottatore come lui, a un certo punto si ferma, mi guarda dritto negli occhi e pensa a un futuro lontano, «voglio che tutto questo continui, anche senza di me», come se la vita potesse mai sconfiggerlo.
Eppure è bello che Maurizio guardi al futuro, ai collaboratori, ai nuovi maestri, al modello organizzativo, all’organigramma dove c’è un ruolo per tutti, a Pasquale che intanto sul divano fa i conti, «è un bravo speaker, non perde tempo e va dritto al punto» e poi a un modello economico in cui tutto viene reinvestito in palestra.
«La mia più grande soddisfazione è quando un pugile, a fine carriera, invece di finire sotto un ponte si costruisce una vita, in palestra o nella società civile». Come Massimiliano Saiani, che ora ha un’azienda di vernici con tredici dipendenti a Podenzano, vicino Piacenza, e poi ovviamente il suo idolo, Nino Benvenuti, un riferimento assoluto, che qualche anno fa ha premiato Zennoni con il Guanto d’Oro. «Una grande soddisfazione, il premio più importante per un maestro di boxe. Averlo proprio dalle sue mani è stato davvero speciale».
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Maurizio ricorda, accoglie, suggerisce e continua a raccontare, tra una telefonata e un’altra, parla del campo estivo in montagna e di una prossima riunione, dovrebbe farsi entro l’anno, con almeno un titolo in palio. Arriva Adriano Guareschi, presidente della Boxe Parma da quindici anni, alter ego di Maurizio e fratello di vita.
Parliamo del futuro del pugilato, della Federazione, dei sogni, degli amici. Poi Maurizio si ferma e richiama un ragazzo che è passato senza salutare. «Il compito del maestro è educare, mica solo insegnare la boxe».
Quando sono alla Boxe Parma, a volte mi incanto a guardare Maurizio che batte le mani per segnare il tempo delle ripetute. Gli chiedo chi gli sarebbe piaciuto allenare. Risponde subito Roberto Duràn. «Manos de Piedra», nessun dubbio, «era pazzo, ma un vero guerriero» e pensa ad altre sfide impossibili che avrebbe voluto affrontare, come stare all’angolo di Mike Tyson, «un uomo così fuori dalle righe. Sarebbe stata una sfida difficile ma entusiasmante. Un cavallo tranquillo non vincerà mai un gran premio. Tyson era tutto l’opposto».
Poi mi lascia secco con una di quelle frasi che potrebbe scrivere Joyce Carol Oates: «Il ring è la cosa più sincera della vita». Se non ci sei portato, meglio evitare. Resto zitto a riflettere, guardando il soffitto, finché Maurizio mi riprende. «Allora, ti alleni o vuoi stare seduto tutto il tempo?»
Mi cambio alla solita panca e comincio il riscaldamento, Maurizio arriva e mi guarda. Riprende la posizione. «Stringi i gomiti!». Ci vuole grande entusiasmo per mettersi a insegnare a uno come me. Sarà che non smetterei mai di ascoltarlo, anche nel bel mezzo della palestra. Chissà per quale motivo, comincia a raccontarmi di Vasyl’ Lomačenko, «anni fa ero all’angolo di un filippino durante le World Series. Lomačenko lo aveva atterrato subito. Mi ha fatto un cenno e ci siamo capiti. Ha tenuto in piedi il filippino per tutto il match, vincendo di misura, senza mai rischiare nulla. Devi essere l’eccellenza della boxe per decidere di portare l’avversario alla fine, senza bisogno di umiliarlo».
Ecco, per Maurizio il pugilato ha sempre a che fare con il sacrificio, con la gioia, con il futuro, mai con l’umiliazione.
Potremmo parlare di pugili fino a domattina ma forse è meglio che io mi alleni per davvero. Sono rimasti solo quaranta minuti. Prendo la corda, comincio a saltare e penso alla fatica di Giacobbe e di tutti gli altri che attorno a queste mura, seguendo l’esempio di Maurizio, sono diventati grandi pugili oppure, più semplicemente, degli uomini migliori perché hanno capito che attraverso il pugilato si possono superare, con il giusto spirito, i fatti buoni e brutti della vita.
Corrado Beldì
Articolo pubblicato su gentile concessione dell’autore, previamente apparso su Boxe Ring. Fotografie di Corrado Beldì.
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Sport e Marzialistica
Renovatio 21 intervista Gian Carlo Minardi
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Gender
Le squadre di Hockey NHL scelgono la Quaresima e la Pasqua per celebrare le «serate dell’orgoglio» LGBT
Ancora propaganda LGBT presso la National Hockey League (NHL), la massima divisione hockeyistica americana, considerata la più combattuta e prestigiosa del mondo. Lo sport più maschio – e, di fatto, più bianco – del panorama americano è oramai da anni oggetto di un tentativo mordace di omotransessualizzazione.
Verso la fine dello scorso anno, la NHL ha promosso una serie pornografica omosessuale del canale televisivo HBO, Heated Rivalry, che descrive la relazione tra due giocatori di hockey canadesi immaginari di squadre avversarie, scrive LifeSite. Il trailer della serie, che includeva brevi sequenze di attori maschi nudi impegnati in simulazioni di sesso anale, è stato proiettato sui maxischermi di diverse piste di pattinaggio, permettendo così ai tifosi della NHL, compresi bambini e adolescenti, di vederlo. Sebbene la serie eviti la nudità maschile integrale, durante le scene di sesso si vedono molte parti del corpo nudo che non lasciano praticamente nulla all’immaginazione. Le scene, facilmente reperibili sui social media, sono esplicite.
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La rivista di sinistra Salon ha ammesso che «l’oscenità è il punto focale» dello show. «Gli incontri di Heated Rivalry sono un’interazione tra una coreografia meticolosa e inquadrature che mostrano la nudità degli attori quel tanto che basta senza essere considerate pornografia a tutti gli effetti». Pertanto, materiale pornografico omosessuale veniva promosso a ragazzini e adolescenti che speravano di guardare una partita di hockey, non due uomini che si abusavano sessualmente l’uno dell’altro.
La maggior parte della serie è andata in onda durante il periodo dell’Avvento. Ora che la Quaresima volge al termine e l’attenzione si concentra sulla Passione e la Resurrezione di Gesù Cristo, le squadre della NHL hanno scelto di organizzare delle «Serate dell’Orgoglio» LGBT.
«Non è un caso che lo facciano tutti intorno a Pasqua», ha detto l’utente X Caleb Newsom, che ha ripubblicato le immagini orgogliose dei Florida Panthers con le loro nuove «maglie della Notte dell’Orgoglio».
La scorsa settimana, durante la serata dedicata al Pride della squadra di hockey su ghiaccio di Nashville, i Cowgays, una band country queer che si prende gioco di Nostro Signore , ha cantato l’inno nazionale. CatholicVote ha definito l’evento «vergognoso».
I Nashville Predators si sono subito attirati una valanga di critiche, sottolineando l’ironia del nome della squadra. I commentatori si sono riversati sui social media per ribattezzare la squadra di Nashville «Gay Predators», i «predatori omosessuali». Curiosamente, i Nashville «Predators» hanno perso contro i New Jersey «Devils» nella serata del Pride.
Nashville predators hockey team has gone gay.
Are they now the prideful predators…or the gay predators?
What does any of this have to do with hockey? 😆 pic.twitter.com/Lry0Q2Bqh5
— Clerpatriot (@clerpatriot) March 28, 2026
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Ora i due periodi più sacri dell’anno per i cristiani sono saturi di riferimenti LGBT, che si infiltrano e contaminano passatempi un tempo sani per ragazzi e giovani uomini.
L’attenzione omotransessualista posta sul mondo dell’Hockey è probabilmente dovuta al fatto che tale sport rappresenta uno degli ultimi «baluardi» di un certo tipo di cultura maschile e patriottica, e questo sito ha parlato dello straordinario incipit del «derby» della nazionale USA col Canada lo scorso anno, quando, dopo i fischi all’inno, i giocatori statunitensi scatenarono tre risse in nove secondi netti. Di fatto, vi sono battute di comici sul fatto che durante le trasmissioni TV delle partite mancano gli spot con persone di colore (che preferiscono, per lo più, il basket, il football americano e in misura minore il baseball).
Come riportato da Renovatio 21, in varie occasioni giocatori (spesso di nazionalità russa) si sono rifiutati di vestire particolari maglie o nastri pro-omotransessualisti imposte dalla squadra.
Nel 2023 anche il portiere dei San Jose Sharks James Reimer si rifiutò ad indossare la maglia della «Pride Night» citando le sue convinzioni cristiane. Durante l’episodio emerse qualcosa di più: l’account Twitter ufficiale dei San Jose Sharks pubblicò dei post informativi per educare i fan sulle tematiche LGBT. Tra questi, citarono la cultura degli Zapotechi (una civiltà precolombiana del Messico), menzionando i Muxe, individui che storicamente occupano un «terzo genere» e sono venerati o rispettati in quella cultura.
Insomma, oltre all’omotransesuallizzazione del più maschio degli sport – dove, di fatto, sono ancora ammessi i duelli… – si ha qui una chiara prova di paganizzazione. Davanti a questo episodio, Tucker Carlson ha sostenuto che la NHL stesse promuovendo il «sacrificio umano» o «riti di civiltà morte» per giustificare l’inclusione delle persone transgender.
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Immagine di Ryan Tanner via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
Spirito
La Stella Rossa di Belgrado multata perché i tifosi hanno mostrato allo stadio un’immagine sacra
L’«incidente» è avvenuto il 26 febbraio 2026, durante la partita tra la nazionale serba e il Lille. Commentatori in rete hanno subito fatto notare sui social media che la UAEF applica «le regole in modo selettivo» e ha «un evidente doppio standard», per cui le immagini demoniache sono permesse, quelle sante no.🇷🇸The UEFA fined the Serbian club “Red Star” €95,500 because fans unfurled an image of the Orthodox saint St. Simeon the Wonderworker and a banner saying “Let our faith lead you to victory”. pic.twitter.com/CsBp6Og3EO
— Lord Bebo (@MyLordBebo) March 28, 2026
«Perché è accettabile realizzare un’immagine con letteralmente Satana, un pentagramma e una frase in latino che chiede al diavolo di prendersi le loro anime, mentre non lo è quella di un santo cristiano?», ha chiesto un utente Twitter.Kaiserslautern fans displaying satanic imagery in their tifo. Versus Red Star Belgrade’s Delije displaying St. Simeon Nemanja, a 12th century Serbian king who gave up his throne to become a monk and eventually a Saint.
One group chose satan. The other chose a Christian Saint. W… pic.twitter.com/WZIBWvDAn1 — sacredchad (@sacredchad_ig) March 5, 2026
Why is doing one with literally Satan a pentagram and a phrase in latin asking the devil to take their souls okay but a Christian Saint isn’t? pic.twitter.com/uabDZzkLZo
— Trad West (@trad_west_) March 27, 2026
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🚨 We have formally submitted a letter to the European Commissioner for Sport regarding the fine imposed after the Red Star Belgrade incident, raising serious concerns about UEFA’s stance on Orthodox Christian expression. Selective enforcement of rules exposes clear double… pic.twitter.com/GUpyleb3v8
— FRAGKOS EMMANOUIL FRAGKOULIS MEP🇬🇷 (@e_fragkos) March 27, 2026
- Violazione della neutralità (bandiere politiche): Celtic FC vs Hapoel Be’er Sheva, UEFA Champions League, 17 agosto 2016: bandiere palestinesi; nessuna sanzione.
- Violazione della neutralità (gesto militare): nazionale di calcio turca contro nazionale di calcio francese, qualificazioni a UEFA Euro 2020, 14 ottobre 2019: saluto militare; nessuna sanzione.
- Violazione della neutralità (simbolismo territoriale/politico): nazionale di calcio ucraina contro nazionale di calcio olandese, UEFA Euro 2020, 13 giugno 2021: mappa della maglia che include la Crimea; nessuna sanzione.
- Violazione della neutralità (valori/espressione politica): nazionale di calcio tedesca contro nazionale di calcio ungherese, UEFA Euro 2020, 23 giugno 2021: fasce arcobaleno al braccio; nessuna sanzione.
- Violazione della neutralità (simboli politici – nessuna sanzione): Real Madrid CF vs FC Barcelona, La Lifa, 2021-2023 – ripetuta esposizione di bandiere e striscioni indipendentisti catalani da parte dei tifosi; nessuna azione disciplinare da parte della UEFA nonostante il chiaro contenuto politico.
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