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Ricordo di un vero maestro della Boxe italiana

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Renovatio 21 ripubblica su gentile concessione dell’autore l’ultima intervista al pugile ed allenatore di boxe Maurizio Zennoni (1958-2017). Si tratta probabilmente dell’ultima intervista concessa dall’uomo che già aveva accompagnato il campione del mondo dei pesi leggeri Giacobbe Fragomeni, che si trasferì nel parmense proprio per seguire Zennoni, che diceva «Sono un maestro, non un allenatore. Prima bisogna curare l’uomo e poi l’atleta». Il maestro si è spento nel novembre di sette anni fa dopo una lunga malattia. Questo articolo ha conservato negli anni un piccolo spaccato insuperabile del mondo della boxe – fatto di palestre, sudore, ed esseri umani, con le loro storie di dolore e dedizione, di gioia e sacrificio.

 

Uno spiazzo di confine, non saprei dire se in centro o in periferia, le macchine passano rapide e così anche il loro fruscio, mentre calano le luci sembra non esserci anima viva, invece basta guardarsi intorno per accorgersi che è tutto il contrario. Proprio stamattina ne parlava in radio Bernardo Bertolucci, i suoi primi ricordi sono qui, dalle parti dell’Ospedale di Parma, aveva sei anni e vide sua madre con un bambino in braccio: «È nato Giuseppe!».

 

I suoni di questo spiazzo non sono cambiati, negli anni Settanta ci hanno costruito il Palasport, una cattedrale in cemento armato che ospita le discipline più disparate. C’è anche la mia preferita ed è il motivo che mi porta qui, c’è un cartello rosso con scritto Boxe Parma 1933 e due bandiere sullo scivolo d’ingresso. Italia e Moldavia, perché nel pugilato non importa da dove vieni, ma come ti muovi sul ring.

 

Sposto il portone e sono in mezzo a una sessione di ripetute. La stanza è grande, con le colonne quadrate e una fila di sacchi ben allineati. Le pareti sono coperte di cimeli, non è decorazione ma storia, in questi giorni hanno appeso 25 cinture, sono i titoli vinti dagli allievi di Maurizio Zennoni, il maestro che sono venuto a trovare.

 

Sento la sua voce dall’ufficio e già m’immagino quanto sarà dura riprendere a boxare dopo un mese di vacanza e licenze d’ogni tipo. «Se non ti alleni tre volte a settimana, meglio lasciar perdere. Piuttosto vai a farti una bella passeggiata».

 

 

L’ufficio è un cumulo di trofei. Non faccio in tempo a sedermi e già Maurizio inizia a raccontare la sua vita. Una storia che inizia, come ogni pugile che si rispetti, dal primo giorno di boxe. L’arrivo in città da Corniglio, sull’Appennino Parmense, alla fine degli anni Sessanta. Era timido.

 

Cercava di dare un senso ai suoi quindici anni. Entrò in palestra per caso. «Ho guardato dentro e volevo scappare. Faceva un freddo cane, si allenavano con i maglioni di lana. Odino Baraldi mi vide e fece segno di entrare. Dopo tre mesi ero sul ring, a Sarzana». A quel tempo la palestra era sul fiume Parma, dove oggi c’è il Teatro Due, con l’arena estiva, la prosa, i concerti e tutto il resto. La storia di Maurizio comincia lì. Sotto c’era una mensa dei poveri e in quei giorni capì, con l’odore di cibo nell’aria, che per fare la boxe devi avere fame. Altrimenti non potrai mai farcela.

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Partito come superwelter, Zennoni ha finito la sua carriera nei mediomassimi, 72 incontri con buoni risultati, ma di quel passato parla in termini sbrigativi, come se non gli interessasse affatto. Lo osservo con attenzione solo stasera, eppure vengo qui da molti anni. Ha gli occhi rapidi di un furetto. Mi colpisce la sua umanità e l’idea che questo sport sia fatto per educare. Il pugilato è una scuola di vita. La riassume un vecchio manifesto all’ingresso della palestra che elenca i doveri del pugilatore, tutti da condividere, soprattutto l’ultimo: «Coltivare e propagandare sempre il Pugilato, Sport agonistico per eccellenza». Una lettera mancante ed è subito poesia.

 

Sulla parete lunga, alcune foto in bianco e nero trasudano imprese e tecniche antiche, scomparse nella notte dei tempi. La palestra negli anni Trenta, un allenamento estivo tra i ciottoli del fiume e poi le immagini di un incontro al Teatro Reinach, quello bombardato durante la guerra e mai ricostruito, il ring era in mezzo alla platea, palchi e galleria erano pieni zeppi, a quei tempi agli incontri di pugilato si andava, c’era partecipazione, mica si passavano le serate sui social, c’era fame di vita, di sudore, di competizione.

 

Ci sono le foto della squadra degli anni Quaranta, i campioni erano Primo Fariselli, Odino Baraldi, Ugo Scaccaglia, sono nomi che hanno fatto la storia e poi c’è la foto di Marcello Padovani, peso leggero, baricentro basso e occhio rapido, aveva l’età di mio padre, un vero guerriero. Campione d’Italia nel 1950. È stato lui il primo maestro di Zennoni, quello che gli ha fatto capire che la forza di volontà serve anche fuori dal ring, altrimenti non diventerai mai un buon pugile. Tantomeno un bravo maestro.

 

«Avevo le mani deboli, mi sono rotto la destra e la sinistra un sacco di volte. Ho perso tre titoli italiani, tutti in finale, uno dopo l’altro. La mia carriera è finita presto. La mandibola era fragile, ma ho capito subito che non potevo stare lontano dalla boxe». Così, dopo quattordici fratture, Zennoni si è rifatto dalle delusioni del ring con una formidabile carriera da tecnico.

 

Alla Boxe Parma erano gli anni di Damiano Lauretta, Campione d’Italia nel 1980, peso mosca, gran tecnico e picchiatore. Velocissimo. In quel periodo, Maurizio è diventato una presenza fissa all’angolo e ha capito che il suo futuro sarebbe stato legato ai suoi allievi. È un elenco lunghissimo, a partire da Marino Notarnicola, mediomassimo degli anni Ottanta e Massimiliano Saiani, il primo capolavoro di Zennoni. Vinse il titolo italiano dopo nove tentativi, a Toscolano nel 2003, alla prima ripresa, mettendo al tappeto Leonardo Turchi al primo attacco.

 

«Leonardo ha grande rispetto per me. Quella sconfitta la ricorda ancora. Ne abbiamo parlato molte volte. Però di Turchi devo dirti una cosa importante: suo figlio Fabio è la vera promessa della nostra boxe. Il pugile su cui puntare».

 

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Se lo dice Maurizio Zennoni c’è da fidarsi, nella sua storia ci sono 25 titoli in diverse categorie, più tutte le difese, nove titoli italiani professionisti, cinque europei e il mondiale con Giacobbe Fragomeni. Ogni titolo è una storia, una vita, un mondo di sogni e fatiche. Ottavio Barone, superleggero e grande atleta, «davvero uno stakanovista, in qualche modo come Giacobbe». Christian Orsi, campione italiano dilettanti pesi medi e poi Antonio Di Feto, grande talento, irripetibile, e suo fratello Alfredo, meno forte ma con un grande carattere, 110 incontri da dilettante e 52 da professionista, compreso il titolo internazionale IBF con Giuseppe Truono, un capolavoro di psicologia sportiva.

 

 

I migliori maestri si vedono dalla capacità di risollevare un pugile sconfitto. È quella l’impresa più difficile. Sono tanti i campioni che hanno scelto Zennoni in momenti particolari della loro vita.

 

«Vedi quella foto? Stavo raddrizzando il naso a Paolo Vidoz nel bel mezzo di un incontro. Non gli ho lasciato nemmeno il tempo di reagire. In quei mesi sono andato ad allenarlo anche in Germania. Era sceso a 105 kg. Leggero e veloce. Abbiamo vinto il titolo europeo».

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Sulla parete lunga della palestra c’è un grande disegno con i profili di Maurizio e di Giacobbe Fragomeni. Si guardano negli occhi, come a darsi grinta l’un l’altro.

 

 

«Grande personaggio, atleta immenso, fin troppo buono, un vero puro. Giacobbe ha una forza di volontà che non ho visto in nessun altro. Dovevo dirgli: smettila di allenarti!». Allora mi tornano in mente tutte le storie della vita di Fragomeni e vorrei rileggere «C’era una volta il buio», il libro che racconta la sua vita, l’infanzia alla Stadera, i guai di famiglia, il padre che lo aveva portato a un passo dall’inferno, la sorella morta per overdose, i tatuaggi, la notte che sembrava non finire mai e poi la rinascita in palestra, la fatica e i grandi successi, l’oro a Minsk e poi le trentaquattro vittorie da professionista, fino al mondiale WBC nei massimi leggeri contro Rudolf Kraj.

 

 

Ricordo ancora la mia prima volta in questa palestra, otto anni fa, ero venuto a cercare Fragomeni e l’avevo trovato al sacco, si stava allenando come se non ci fosse un domani. Non avevo fatto in tempo a emozionarmi per quell’incontro, mi aveva messo subito a fare i piegamenti, come tutti gli altri, dopo mezz’ora ero distrutto e lui ancora a saltare e fare esercizi dopo che la mattina era stato a correre in montagna, aveva fatto dieci round col maestro e un’ora di corda. Non ho mai visto nulla del genere.

 

Tra le invenzioni di Zennoni, ci sono gli ultimi due campioni italiani dei pesi massimi, Matteo Modugno e Gianluca Mandras. Ricordo bene Matteo al suo arrivo in palestra, mi aveva raccontato del suo lavoro in una società del settore agroalimentare, i dubbi sul futuro e forse un nuovo lavoro. Era obeso e di certo non pensava di diventare un professionista.

 

«Pesava 164 kg ma aveva grandi qualità. Un massimo velocissimo, ha subito imparato a boxare. Mi ha dato grandi gioie, è venuto fuori dal nulla. Quando ha vinto il Campionato Italiano è stato fantastico. Se avesse più fame, potrebbe fare grandi cose». Pare che rientri tra qualche tempo, avrebbe superato un problema alla spalla, ora si sta allenando in Inghilterra, è stato anche con Wladimir Klitschko. Riuscirà a vincere l’Europeo? Sarebbe bello, soprattutto se accadesse ancora con Maurizio all’angolo.

 

Gianluca Mandras ha vinto lo stesso titolo nel 2016, quando Modugno era fermo per infortunio. Un altro pugile fortissimo, creato dal nulla. Taglia forte, grande potenziale e una storia che forse è ancora tutta da scrivere. Il tempo ce lo dirà.

 

Entra Stefano Failla, mediomassimo, promessa della Boxe Parma, che secondo Maurizio può diventare una realtà. Bel fisico, grande potenziale. Al solito, serve uno scatto di volontà e convinzione. La palestra quest’anno ha 9 pugili professionisti e 21 dilettanti. «Ma nessuna donna, noi vogliamo troppo bene alle donne…», una battuta che in realtà nasconde ammirazione per il pugilato italiano al femminile, che negli ultimi anni, in giro per il mondo, ha vinto più titoli di quello maschile.

 

Questione di impegno, perché nella boxe non esistono segreti se non «lavorare a tempo pieno. Tutti sappiamo insegnare, non è quello il punto. Conta tutto il resto. A un pugile devi voler bene come a un figlio. Per i miei ragazzi sono disponibile 24 ore al giorno, anche per le cazzate. Il pugile è un animale sensibile, devi saperlo prendere, devi aiutarlo a scegliere la strada giusta».

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Alcuni fanno trecento chilometri per venire ad allenarsi a Parma, come Rodolfo Benini da Villafranca, «pugile dal cazzotto proibito» e Leonardo Damian Bruzzese che arriva dalla Romagna. Vengono qui a trovare nuove certezze, sanno che su Maurizio e la sua squadra si può contare. «All’angolo non pensiamo mai ai fatti nostri. Siamo seri. Sappiamo leggere un match e non ci facciamo problemi ad interromperlo se necessario. Le grandi punizioni non servono a nulla».

 

Alcuni sono venuti alla Boxe Parma per reinventarsi dopo le difficoltà, per Zennoni è questa la gioia più grande. Gianluca Frezza, sconfitto duramente da dilettante, lo davano per spacciato, voleva smettere ma poi con Maurizio è diventato Campione d’Italia e ha difeso per sei volte il titolo, con i più forti della sua categoria. Anche Bruzzese aveva subito due knock-out, ma soprattutto aveva un maestro, che lo aveva riempito di sensi di colpa. «Io gli ho dato fiducia ed è tornato a vincere».

 

La promessa della Boxe Parma si chiama Constantin Pancrat, di origine moldava ma ora cittadino italiano. «Con gli altri potrei avere dei colpi di culo ma su Constantin punto tutto: sarà lui la nostra prossima rivelazione».

 

La vita di Maurizio Zennoni è tutta tra queste mura, anche l’intonaco trasuda il suo entusiasmo e mi stupisce quando un lottatore come lui, a un certo punto si ferma, mi guarda dritto negli occhi e pensa a un futuro lontano, «voglio che tutto questo continui, anche senza di me», come se la vita potesse mai sconfiggerlo.

 

Eppure è bello che Maurizio guardi al futuro, ai collaboratori, ai nuovi maestri, al modello organizzativo, all’organigramma dove c’è un ruolo per tutti, a Pasquale che intanto sul divano fa i conti, «è un bravo speaker, non perde tempo e va dritto al punto» e poi a un modello economico in cui tutto viene reinvestito in palestra.

 

«La mia più grande soddisfazione è quando un pugile, a fine carriera, invece di finire sotto un ponte si costruisce una vita, in palestra o nella società civile». Come Massimiliano Saiani, che ora ha un’azienda di vernici con tredici dipendenti a Podenzano, vicino Piacenza, e poi ovviamente il suo idolo, Nino Benvenuti, un riferimento assoluto, che qualche anno fa ha premiato Zennoni con il Guanto d’Oro. «Una grande soddisfazione, il premio più importante per un maestro di boxe. Averlo proprio dalle sue mani è stato davvero speciale».

 

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Maurizio ricorda, accoglie, suggerisce e continua a raccontare, tra una telefonata e un’altra, parla del campo estivo in montagna e di una prossima riunione, dovrebbe farsi entro l’anno, con almeno un titolo in palio. Arriva Adriano Guareschi, presidente della Boxe Parma da quindici anni, alter ego di Maurizio e fratello di vita.

 

Parliamo del futuro del pugilato, della Federazione, dei sogni, degli amici. Poi Maurizio si ferma e richiama un ragazzo che è passato senza salutare. «Il compito del maestro è educare, mica solo insegnare la boxe».

 

Quando sono alla Boxe Parma, a volte mi incanto a guardare Maurizio che batte le mani per segnare il tempo delle ripetute. Gli chiedo chi gli sarebbe piaciuto allenare. Risponde subito Roberto Duràn. «Manos de Piedra», nessun dubbio, «era pazzo, ma un vero guerriero» e pensa ad altre sfide impossibili che avrebbe voluto affrontare, come stare all’angolo di Mike Tyson, «un uomo così fuori dalle righe. Sarebbe stata una sfida difficile ma entusiasmante. Un cavallo tranquillo non vincerà mai un gran premio. Tyson era tutto l’opposto».

 

Poi mi lascia secco con una di quelle frasi che potrebbe scrivere Joyce Carol Oates: «Il ring è la cosa più sincera della vita». Se non ci sei portato, meglio evitare. Resto zitto a riflettere, guardando il soffitto, finché Maurizio mi riprende. «Allora, ti alleni o vuoi stare seduto tutto il tempo?»

 

Mi cambio alla solita panca e comincio il riscaldamento, Maurizio arriva e mi guarda. Riprende la posizione. «Stringi i gomiti!». Ci vuole grande entusiasmo per mettersi a insegnare a uno come me. Sarà che non smetterei mai di ascoltarlo, anche nel bel mezzo della palestra. Chissà per quale motivo, comincia a raccontarmi di Vasyl’ Lomačenko, «anni fa ero all’angolo di un filippino durante le World Series. Lomačenko lo aveva atterrato subito. Mi ha fatto un cenno e ci siamo capiti. Ha tenuto in piedi il filippino per tutto il match, vincendo di misura, senza mai rischiare nulla. Devi essere l’eccellenza della boxe per decidere di portare l’avversario alla fine, senza bisogno di umiliarlo».

 

Ecco, per Maurizio il pugilato ha sempre a che fare con il sacrificio, con la gioia, con il futuro, mai con l’umiliazione.

 

Potremmo parlare di pugili fino a domattina ma forse è meglio che io mi alleni per davvero. Sono rimasti solo quaranta minuti. Prendo la corda, comincio a saltare e penso alla fatica di Giacobbe e di tutti gli altri che attorno a queste mura, seguendo l’esempio di Maurizio, sono diventati grandi pugili oppure, più semplicemente, degli uomini migliori perché hanno capito che attraverso il pugilato si possono superare, con il giusto spirito, i fatti buoni e brutti della vita.

 

Corrado Beldì

 

Articolo pubblicato su gentile concessione dell’autore, previamente apparso su Boxe Ring. Fotografie di Corrado Beldì.

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Sport e Marzialistica

Concluso il torneo autunnale di Sumo

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Il torneo autunnale di sumo si è concluso domenica 27 settembre e le immagini qua sotto riassumono perfettamente il tema principale al centro dell’attenzione del pubblico nel corso delle due settimane di incontri. Non capita tutti I giorni di vedere un colosso di 190 centimetri per 188 chili scoppiare in lacrime, ma questa è stata una vittoria davvero importante per il campione Onosato Daiki, il gigante buono di Kanazawa.   Il 75esimo yokozuna (ossia grande campione, condizione da cui non si può venire retrocessi ma solo invitati al ritiro definitivo) arrivava da cinque tornei consecutivi senza vittorie, con un infortunio alla spalla sinistra che sembrava potere mettere in dubbio la sua carriera.  

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Nel maggio 2025 aveva riportato il titolo di yokozuna al Giappone dopo quasi vent’anni di dominio mongolo (ironico che i mongoli siano finalmente riusciti a conquistare almeno in parte il Giappone 700 anni dopo che il vento degli dei, kamikaze, fermò l’espansione del loro impero alle porte dell’arcipelago), interrotto solo dalla meteora Kisenosato, costretto al ritiro appunto per un infortunio.   Tutto questo mentre il mondo del sumo ha gli occhi puntati sul ventiduenne ucraino Aonishiki, con già tre vittorie all’attivo e il potenziale per diventare uno dei grandi della storia di questo sport.   Con undici vittorie nei primi dodici incontri, Onosato sembrava tornato il dominatore degli anni scorsi: non è un lottatore particolarmente spettacolare o imprevedibile, ma quando è in forma semplicemente vince, vince fin dal primo istante dell’incontro.  

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Qui sotto lo si vede battere Yoshinofuji, che lo aveva sconfitto tre volte consecutive negli incontri precedenti. Col torneo che pareva ormai deciso, Onosato si è spento per due giorni, incassando due sconfitte e dando l’impressione di avere completamente perso fiducia in sé stesso.   Nel frattempo Aonishiki completava la rimonta con una vittoria sudata contro il forte rikishi mongolo Kirishima, che quest’anno ha sfiorato la promozione a Yokozuna.  

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L’incontro decisivo dell’ultimo giorno è arrivato quindi in un clima di sfiducia generale: il timore che Onosato avesse già perso la battaglia con sé stesso dentro la sua testa era forte.   E invece, eccolo tornato il campione che è e sbrigare la pratica in pochi secondi. Dodici vittorie e tre  sconfitte per Onosato, che vince così il basho di autunno.   Altri grandi momenti li ha offerti Ura, uno dei lottatori più amati dal pubblico. La sua carriera è stata funestata dagli infortuni, ma la sua fantasia e le sue tecniche imprevedibili sono roba da saltare in piedi dalla sedia. Qui sotto la sua vittoria contro Osho nel terzo giorno del torneo.  

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Per capire con che razza di personaggio abbiamo a che fare, qui sotto lo si vede vincere un incontro nel 2024 con una tecnica (lo zubuneri) che nessuno aveva usato negli ultimi 25 anni! Per lui 10 vittorie e 5 sconfitte, un ottimo risultato nelle sue condizioni.     Il lottatore che però può ritenersi il secondo vincitore del torneo è il nativo di Kyoto Fujikawa (177 cm per 125 kg, quindi non un gigante), che arriva a parità di vittorie con Aonishiki (11 vittorie e 4 sconfitte) ma si porta a casa anche il premio per lo «Spirito Combattivo» (敢闘賞, kantosho) assieme al veterano Asanoyama. Il 21enne ha dato veramente spettacolo e conferma il fatto che c’è una nuova generazione di lottatori giapponesi agguerritissimi in arrivo.   Qui sotto le vittorie contro Aonishiki e la montagna umana Atamifuji.

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Scendiamo alla seconda categoria, il juryo, per riferire che l’idolo di Renovatio 21, Enho, chiude con un bilancio negativo di sette vittorie e otto sconfitte. Il piccolo grande uomo però ha regalato grandi emozioni anche questa volta, come nel video qui sotto in cui sconfigge Kazuma che lo sopravanza di 18 centimetri e 95 chili.   Ci si rivede a novembre per il torneo di Fukuoka.   Hakkeyoi!   Taro Negishi

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Immagine di TSUBAME98 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International  
           
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Giocatore di Football americano celebra il touchdowno ma scopre di essersi rotto la caviglia

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Il wide receiver (ricevitore) della squadre di football americano dei Kansas City Chiefs, Tyquan Thornton, si è alzato per festeggiare quella che potrebbe essere stata la ricezione più bella della partita nella vittoria per 30-27 dei Chiefs sui Las Vegas Raiders domenica scorsa. Lo riporta il New York Times.

 

Tuttavia dopo la ricezione da 55 iarde (circa 50 metri), il giuocatore ha dovuto immediatamente tornare indietro perché si è accorto di un brutto infortunio alla caviglia sinistra.

 

Thornton ha concluso la giornata al primo posto tra i Chiefs con cinque ricezioni per 111 yard e la sua prima partita in carriera con due touchdowni. Tuttavia è uscito dallo stadio in stampelle.

 

Verso la fine del quarto quarto, i Chiefs erano sotto di un punto, 19-17, contro i Raiders e si trovavano ad affrontare un cruciale terzo down sulla propria linea delle 40 yard. Il quarterback Patrick Mahomes ha lanciato un lungo passaggio per Thornton. Il ricevitore è corso sotto il pallone, lo aha afferrato  e tentato  di raggiungere la end zone. Il safety dei Raiders, Treydan Stukes, era in copertura e ha placcato Thornton da dietro sulla linea delle 5 yard dei Raiders, impedendo la meta.

 

 

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Il Thornton non è sembrato rendersi conto subito della gravità del suo infortunio. Ha alzato il braccio in segno di esultanza e si è rialzato usando il piede destro. Quando tentò di appoggiare anche il sinistro, si accorse della direzione in cui puntava e ricadde a terra prima che il personale medico potesse raggiungerlo per soccorrerlo.

 

I Chiefs hanno immediatamente escluso Thornton dalla partita a causa di un infortunio alla caviglia.

 

Thornton è il giocatore dei Chiefs con il maggior numero di target a distanza di almeno 20 yard. Aveva guidato i Chiefs nella stessa categoria anche la scorsa stagione, con 23 target di questo tipo.

 

La storia sportiva è piena di casi di atleti che si infortunano gravemente durante la competizione ma continuano comunque.

 

Il caso più celebre è quello di Derek Redmond: ai Giochi di Barcellona 1992, durante la semifinale dei 400 metri, il velocista britannico si lesionò un muscolo della coscia, ma si rialzò e volle finire la gara saltellando su una gamba sola, finché il padre scese in pista e lo accompagnò fino alla linea d’arrivo.

 

 

Nel calcio resta leggendaria la finale di FA Cup del 1956, quando il portiere del Manchester City Bert Trautmann continuò a giocare dopo uno scontro: solo giorni dopo, per il dolore persistente, si scoprì che aveva il collo fratturato.

 

 

Nella ginnastica, ad Atlanta 1996, Kerri Strug eseguì il secondo salto del volteggio con una grave lesione ai legamenti della caviglia, atterrando su un piede solo, e le statunitensi conquistarono l’oro a squadre.

 

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Nel ciclismo, al Tour de France 2003, Tyler Hamilton si ruppe la clavicola già nella prima tappa, ma proseguì tra i dolori, vinse una tappa e chiuse quarto in classifica.

 

Un caso estremo è quello dell’ex Navy Seal David Goggins, ora sportivo e ospite di vari podcast, che ha completato una ultramaratona di 100 miglia (circa 160 chilometri) con fratture e ossa rotte nei piedi e insufficienza renale. Intorno al 70° miglio, San Diego One Day (una della durata 24 ore), Goggins ha subito la rottura di diverse ossa nei piedi e gravi danni fisici, arrivando a un passo dall’insufficienza renale e urinando sangue. Ha continuato a correre e camminare per gli ultimi 30 chilometri/miglia senza fermarsi, usando il dolore come carburante e affidandosi a una straordinaria forza mentale s descritta nel suo libro Niente può fermarti.

 

Un caso interessantissimo è invece quello di Félix Carvajal, postino cubano, partecipò alla maratona di St. Louis 1904 dopo un viaggio avventuroso. Arrivò alla gara in abiti normali, con i pantaloni tagliati all’altezza del ginocchio e scarpe pesanti, e durante il percorso si fermò a chiacchierare con il pubblico. Per la fame mangiò delle mele acerbe, che gli provocarono forti crampi, e si concesse anche un sonnellino. Nonostante tutto arrivò quarto. È una storia curiosa, ma non c’entra con gli infortuni.

 

Vi è poi la vicenda di  Shizo Kanakuri, ricordato come il «padre della maratona» in Giappone Durante la maratona della Olimpiadi di Stoccolma del 14 luglio 1912, corsa con un caldo soffocante a circa 32°C, l’atleta fu colto da una forte spossatezza. Arrivato attorno al trentesimo chilometro, si fermò nel giardino di una famiglia svedese che stava facendo un picnic. Chiese da bere, accettò un bicchiere di succo di lampone o mirtillo, si sdraiò per riposare e si addormentò profondamente, svegliandosi solo il giorno dopo. Preso da un forte senso di imbarazzo e vergogna per non aver terminato la gara, tornò in Giappone in segreto senza avvisare i giudici, risultando disperso per le autorità svedesi per decenni. Nel 1967 la televisione svedese lo rintracciò e lo invitò a Stoccolma per completare la corsa. Kanakuri tagliò il traguardo con il tempo record di 54 anni, 8 mesi, 6 giorni, 5 ore, 32 minuti e 20 secondi

 

La Svezia fu teatro di un’ulteriore prova atletica memorabile, quella dell’atleta locale Mikael Ekvall. Durante la mezza maratona di Göteborg del 2008, il diciannovenne Ekvall fu colto da un violento attacco di diarrea intestinale al secondo chilometro. Nonostante le condizioni fisiche evidenti, rifiutò di fermarsi per non perdere tempo prezioso. Corse per i successivi 19 chilometri con le gambe totalmente sporche, concludendo la gara al 21° posto con l’ottimo tempo di 1 ora, 6 minuti e 43 secondi. A un giornalista che nel post gara gli chiese perché non si fosse fermato, rispose: «se mi fossi fermato una volta, lo avrei fatto anche la seconda e la terza. Ormai ero sporco, tanto valeva continuare». Sulla crudele internet scandinava divenne celebre con il soprannome di «Bajsmannen» («uomo della cacca»).

 

Non si tratta affatto di un caso isolato. Il fenomeno medico è scientificamente noto come diarrea del corridore (runner’s diarrhea o runner’s trots) ed è causato dal ridotto afflusso di sangue all’apparato digerente durante lo sforzo estremo, unito al continuo movimento verticale.

 

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Sport e Marzialistica

I grandi maestri spadaccini del Giappone medievale dell’era samuraia

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Nello  sviluppo del kenjutsu, l’arte del combattimento con la spada spicca tra i primi protagonisti figura Nagahide Chujo, attivo intorno al 1380, fondatore della scuola Chujo-ryu e consigliere dello shogunato dopo il padre Yorishira; la sua abilità fu ammirata anche da Yoshimitsu Ashikaga, terzo shogun della dinastia omonima (1358-1408).ù   Un elemento distintivo delle scuole giapponesi riguardava l’uso dell’armatura, molto diversa da quella europea: se quella dei cavalieri occidentali era composta da piastre metalliche che coprivano l’intero corpo, privilegiando la protezione, i guerrieri giapponesi indossavano armature intrecciate di bambù e cuoio, più leggere e flessibili, pensate per garantire una protezione sufficiente senza compromettere la capacità di attacco.   Anche la tecnica di combattimento rifletteva questa differenza: mentre il cavaliere europeo, con una spada lunga anche un metro e mezzo, poteva mantenere le distanze dal nemico, il samuraio affrontava l’avversario a distanza ravvicinata, impugnando la katana con entrambe le mani e puntando generalmente la lama verso la gola dell’avversario.   Verso la fine del XIII secolo,  il leggendario samuraio Shibenogu Hayashizaki (1542-1621) introdusse una tecnica innovativa per estrarre rapidamente la spada dal fodero, alla quale diede il nome di Shinmei Muso-ryu: questo perfezionamento contribuì alla diffusione dello iai, l’esercizio che consisteva in una sequenza di attacchi e colpi di taglio, eseguiti sfoderando la spada e conclusi rinfoderandola. Per questo oggi lo Shigenobu è ritenuto fondatore dello iaido, dello iaijutsu e del battojutsu, discipline praticate oggi non solo in Giappone.   Tra i suoi allievi più promettenti vi fu Hisayasu Katayama (1575-1650), che in seguito fondò la scuola di spada Hoki-ryu. Nello stesso periodo, Kagehisa Ittosai Ito (1560-1653) si guadagnò la reputazione di spadaccino più forte del suo tempo, elaborando la teoria secondo cui tutte le innumerevoli tecniche di spada sarebbero riconducibili a un’unica tecnica di base originale, chiamata kiriotoshi; su questa idea fondò la scuola Itto-ryu, che fiorì durante tutto il periodo Tokugawa e che ancora oggi influenza il kendo moderno.     Nel XV secolo molti maestri fondarono proprie scuole per addestrare i vassalli dei clan: tra questi Bungoro Hikida (1537-1605), la cui tecnica diede origine alla scuola Hikida-kage, e Iko Aisu (1452-1538), che dopo essersi ritirato in una caverna presso il Tempio Udo trovò l’ispirazione per fondare la scuola Aisu-kage. Un altro importante fondatore fu Choisai Iizasa (1387-c. 1488), artefice della scuola Tenshin Seiden Shinto, che proseguì lo studio del kenjutsu presso i templi di Kashima e Katori, entrambi dedicati a divinità marziali.   Una figura particolarmente celebre fu Bokuden Tsukahara (1490-1572), che secondo la tradizione affrontò trentasette combattimenti senza mai essere sconfitto, grazie alla sua capacità di padroneggiare le tecniche e a una concentrazione fuori dal comune; con il passare degli anni, pur notando un calo della propria destrezza fisica, si ritirò in montagna per dedicarsi alla riflessione, sostenendo sempre la necessità di raggiungere la tranquillità interiore.  

Illustrazione della lotta Tsukahara Bokuden sul lago Biwa. Periodo Edo o Meiji. Immagine CCo via Wikimedia

  Dal villaggio di Yagyu emerse invece Muneyoshi Yagyu (1527-1606), fondatore della scuola Yagyu Shin-kage, che grazie al servizio prestato al daimyo e militare  Nobunaga Oda (1534-1582) e allo shogun Ieyasu Tokugawa (1543-1616) divenne maestro di spada dello shogun; suo figlio Munenori (1571-1646) proseguì la tradizione familiare come istruttore shogunale, ottenendo in seguito anche importanti cariche amministrative.   Tra le figure più note della storia feudale giapponese spicca ovviamente Musashi Miyamoto (1584-1645), reso celebre in Occidente anche attraverso il cinema e la letteratura. Secondo le cronache ingaggiò sessanta duelli nell’arco della sua vita senza mai essere sconfitto, sviluppando la tecnica Niten-ichi-ryu, basata sull’uso simultaneo di due spade, una lunga e una corta.   Il Miyamoto fu anche autore del Gorin no Sho, tradotto in Italia come il Libro dei cinque anelli, testo considerato fondamentale per l’addestramento mentale dei bushi. La sua storia è legata anche a quella del rivale Ganryu Sasaki (1585-1612), che sviluppò un proprio stile ispirandosi al volo delle rondini e che venne infine sconfitto e ucciso da Musashi in un celebre duello sulla spiaggia di Ganryujima.  

Statua che celebra il duello tra Musashi e Kojiro a Ganryujima. immafi Roninjapanwiki via Wikimedia CC BY-SA 4.0

  Ad affiancare questi nomi vi furono altri maestri di rilievo, come Mataemon Araki (1594-1637), fondatore della scuola Araki, e Mitsuyoshi Yagyu, detto Jubei (1607-1650), figlio di Munenori. Kurando Marume (1540-1540 ) fu invece annoverato, nel 1630, tra i quattro grandi spadaccini del periodo, insieme a Izu no Kami Jingo, Bungoro Hikida e Yagyu Tajima no Kami; dopo essersi affermato in un torneo tenuto alla presenza dello shogun Iemitsu Tokugawa (1604-1651), fondò la scuola Shinkan. Agli inizi del periodo Edo, tra le scuole più affermate figuravano anche la Ono Itto-ryu e la Arima Tessen.   Il periodo che va indicativamente dal XIV al XVII secolo, quello in cui fioriscono le grandi scuole di spada e si affermano i nomi più celebri della tradizione guerriera giapponese, coincide non a caso con l’epoca di massima instabilità politica del Giappone feudale: il cosiddetto periodo Sengoku, l’«epoca degli Stati combattenti» (all’incirca 1467-1615), segnato da guerre civili pressoché ininterrotte tra i grandi clan per il controllo del territorio.   È in questo clima di violenza endemica, paradossalmente, che l’arte della spada raggiunge il suo massimo sviluppo tecnico e la sua massima diffusione sociale: un maestro capace di elaborare uno stile efficace non solo garantiva la propria sopravvivenza, ma diventava una risorsa strategica per il signore che lo ingaggiava, al punto che i grandi daimyo si contendevano i migliori spadaccini per assicurarsi eserciti meglio addestrati.  

Stampa xilografica, oban tate-e (1845-1846). Araki Mataemon, il fondatore della linea Edo dell’arte marziale Yagyu Shingan-ryu, è ritratto mentre esamina la sua spada. British Museum, Londra. Immagine CC0 via Wikimedia

  La proliferazione delle ryu (traducibile come «scuola» o «stile») in questo periodo va letta anche come fenomeno di mercato, oltre che tecnico: ogni scuola rappresentava un marchio, un metodo trasmissibile e vendibile, spesso protetto da un rigido segreto (lo hiden, l’insegnamento segreto riservato solo agli allievi più fidati o ai membri della famiglia del fondatore). Non stupisce quindi che figure come Nagahide Chujo (morto nel 1348), al servizio dello shogunato per generazioni prima di fondare la propria scuola, o Yoshimitsu Ashikaga (1358-1408), che premiò pubblicamente l’abilità di un maestro con un titolo ufficiale, ci mostrino un sistema in cui l’eccellenza nella spada era anche un preciso strumento di ascesa sociale e di legittimazione politica.   Un capitolo a parte merita il rapporto tra questi maestri e l’estetica del combattimento. La differenza tra l’armatura giapponese, leggera e flessibile, fatta di bambù e cuoio intrecciati, e quella europea, pesante e completamente metallica, non è soltanto una scelta tecnica dettata da materiali disponibili: riflette due filosofie di guerra profondamente diverse.   Il cavaliere europeo, spesso a cavallo e armato di lance e spade lunghissime, costruiva la propria efficacia sulla protezione totale e sulla forza d’urto; il samuraio, che pure combatteva anche a cavallo, privilegiava la mobilità, la rapidità di esecuzione e la precisione del colpo, valori che richiedevano un’armatura capace di non limitare i movimenti. È significativo che questa scelta sopravviva concettualmente fino ad oggi nell’armatura da kendo, ancora oggi relativamente leggera.   Le tecniche di estrazione rapida della spada, come quella introdotta da Shibenogu Hayashizaki alla fine del XIII secolo e perfezionata nei secoli successivi da maestri come Hisayasu Katayama, meritano un approfondimento a sé: lo iaijutsu (poi evoluto nello iaido, oggi praticato anche in Italia) nasce dall’esigenza specificamente giapponese di rispondere a un attacco a sorpresa nel minor tempo possibile, un’esigenza acuita dal fatto che, contrariamente a quanto avveniva in Europa, il samuraio portava abitualmente la spada infilata nella cintura anziché sguainata o appesa al fianco in un fodero rigido.  

Torneo di Iaido, 2012. Immagine Mr.Takahashi via Wikimedia CC BY-SA 4.0

  Questa disciplina, che unisce l’estrazione (iai), il colpo e il rinfoderamento in un’unica sequenza fluida, è diventata nei secoli una vera e propria arte a sé stante, praticata ancora oggi parallelamente al kendo, e rappresenta forse l’esempio più puro di quella fusione tra efficacia marziale e ricerca estetica che caratterizza l’intera tradizione della spada giapponese.   La figura di Kagehisa Ittosai Ito merita un cenno ulteriore per l’influenza che la sua teoria del kiriotoshi — l’idea che tutte le tecniche di spada siano riconducibili a un unico principio originario — ha esercitato ben oltre la sua epoca. Questo approccio, che privilegia un principio universale rispetto all’accumulo di tecniche particolari, anticipa concettualmente un tema che si ritroverà, secoli dopo, anche nel pensiero di Musashi Miyamoto e nel suo Gorin no Sho: l’idea che la vera maestria non consista nel numero di tecniche apprese, ma nella comprensione di un principio semplice e universale applicabile a ogni situazione.   Non stupisce che la scuola Itto-ryu, fondata su questi presupposti, sia sopravvissuta per tutto il periodo Tokugawa e abbia influenzato pressoché tutte le scuole successive, Nakanishi Itto-ryu compresa — la stessa da cui, come si è visto, nascerà poi il kendo moderno.   Musashi Miyamoto merita, per la sua rilevanza, un approfondimento specifico. La sua fama nel mondo occidentale è in larga parte un fenomeno relativamente recente, legato soprattutto al romanzo in quattro volumi di Eiji Yoshikawa (pubblicato a puntate tra il 1935 e il 1939) e alle successive trasposizioni cinematografiche, tra cui quelle interpretate dall’indimenticabile attore giapponese Toshiro Mifune (1920-1997).  

Toshiro Mifune nel 1961. Immagine CC0 via Wikimedia

  È interessante notare come la figura storica di Musashi, per quanto straordinaria, sia stata in parte romanzata e mitizzata proprio da queste opere novecentesche, al punto che risulta oggi difficile distinguere con precisione i fatti storicamente documentati (i suoi natali, il numero esatto dei duelli, i dettagli del celebre scontro con Sasaki Kojiro sull’isola di Ganryujima) dalle elaborazioni narrative successive.   Ciò non toglie nulla al valore del Gorin no Sho, opera scritta dallo stesso Musashi negli ultimi anni della sua vita, che resta uno dei testi più studiati al mondo non solo negli ambienti marziali, ma anche in contesti manageriali e strategici, per la sua capacità di applicare principi di strategia e disciplina mentale a contesti anche molto lontani dal combattimento con la spada.   Anche il fenomeno delle vendette (adauchi), come quella che oppose Musashi a Sasaki per la morte del padre, o quella di Mataemon Araki, merita una contestualizzazione: la vendetta privata era, in una certa misura, socialmente e giuridicamente tollerata nel Giappone feudale, purché rispettasse determinate procedure formali (spesso richiedeva un’autorizzazione ufficiale dalle autorità del clan). Questo spiega perché tali episodi, lungi dall’essere percepiti come atti di violenza illegittima, siano stati celebrati nella tradizione popolare — nei kodan, i racconti feudali orali, nel teatro Kabuki, e più tardi nel cinema — come esempi di virtù, lealtà filiale e coraggio, in perfetta coerenza con i valori del Bushido descritti in precedenza.   Infine, va sottolineato come l’elenco di questi maestri riveli una differenza strutturale interessante nel modo in cui le due tradizioni, nipponicha ed europea, hanno concepito la guerra: mentre il cavaliere europeo si muoveva spesso in un contesto di guerra «esterna», tra nazioni o contro un nemico religioso lontano, il samurajo giapponese operava quasi sempre all’interno di un perenne conflitto civile, tra clan della stessa nazione — una condizione che forse spiega anche la particolare enfasi posta dal Bushido sulla lealtà personale verso il proprio signore diretto, più che verso un’entità astratta come la nazione o la fede, un vincolo che in un contesto di guerra fratricida costante rappresentava l’unico principio di ordine stabile a cui aggrapparsi.  

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Immagine: Yoshifusa Utagawa (attivo intorno al 1840-1860),  Il celebre duello tra il maestro di spada Miyamoto Musashi (a sinistra) e Sasaki Kojiro (Ganryu) sull’isola di Ganryu-jima (circa1843-1847). Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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