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La violenza del digitale sulla scuola, tra Intelligenza Artificiale e distruzione della parola. Intervento di Elisabetta Frezza

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Renovatio 21 pubblica l’intervento di Elisabetta Frezza al convegno «Deportazione digitale. Scuola e società tra iperconnessione, virtualità e controllo» tenutosi sabato 11 maggio alla Spezia. 

 

 

Stiamo assistendo a un’invasione capillare e violenta del digitale in tutti gli spazi delle nostre vite, sin dentro gli anfratti più intimi e privati. Dico violenta non perché utilizzi la forza, anzi, ma perché subdolamente si impone senza lasciare alternative o vie di fuga – provate voi a iscrivere un figlio a scuola, a prenotare una visita, a rinnovare un documento, senza un dispositivo informatico. 

 

Sempre di più la macchina, coi suoi algoritmi, condiziona l’uomo, costringendolo a cederle pacchi di informazioni personali e pezzi della propria sfera di libertà. 

 

Il ramo della scienza che si occupa dello studio e della fabbricazione di questi strumenti capaci di compiere meraviglie, fino a simulare (a scimmiottare) alcune funzioni del cervello umano, si chiama «cibernetica».

 

Il kybernètes in greco è il timoniere. La kybernetichè (sott: tèchne) è l’arte di governare la nave. 

 

L’immagine della navigazione come metafora della vita corre lungo tutta la storia del pensiero, della letteratura e della poesia, a partire dai poemi omerici – poemi di navi e di eroi – passando per Platone (che si sofferma sulla prima e la seconda navigazione, cioè sul passaggio dalle vele ai remi quando cadono i venti); per Virgilio (rari nantes in gurgite vasto, primo libro dell’Eneide), per sant’Agostino (che nelle prime pagine del suo commento al Vangelo secondo Giovanni riprende l’immagine del Fedone e la sublima alla luce della fede, e parla con parole stupende del legno della croce a cui aggrapparsi per attraversare il mare della vita e arrivare alla meta).

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La metafora nautica sarà ripresa poi dai poeti del medioevo: da Petrarca, da Dante, col suo Ulisse: «Ma misi me per l’alto mare aperto» (Inferno, XXVI)

 

È dalla notte dei tempi che il timoniere assennato sa che deve preoccuparsi «dell’anno e delle stagioni, del cielo e degli astri», che deve guardare in alto, alle stelle sopra di sé, per trovare l’orientamento. 

 

Oggi invece il timone della nostra nave è serenamente consegnato a una guida aliena, meccanica, che provvede per noi e, così, erode la nostra libertà di decidere la rotta, il libero arbitrio (che è la cifra dell’umano), nella logica del controllo totale. 

 

Ancora una volta i greci ci dicono cos’è che abita le parole. Perché, nel processo in atto di sostituzione dell’uomo (perché di questo alla fine si tratta), nulla è nascosto, tutto è svelato a chi possieda la chiave per leggere le parole e per capire ciò che esse custodiscono. Il tema del linguaggio e delle sue radici lo riprenderemo più avanti.

 

Cerchiamo ora di vedere come siamo arrivati fino qui. Fino a subire questa penetrazione tanto aggressiva, totalizzante e prevaricatrice, della tecnologia.

 

Essa ha potuto avanzare incontrastata in groppa a molti miti: al mito seducente della efficienza, del risparmio di tempo, della comodità, della presunta oggettività delle prestazioni algoritmiche. Al mito della innovazione (il nuovo è sempre bello e buono, per definizione) e dell’eccezionalismo tecnologico, insieme a quello della presunta ineluttabilità del progresso inteso come moto lineare, inarrestabile, trionfale.

 

La sua parte l’ha avuta anche il fascino del volto anarchico e libertario della rete, che ha fatto da volano per l’esplosione delle piattaforme sociali, ma che ha messo in ombra il carattere intrinsecamente autoritario della rete stessa, legata per sua natura alla logica del controllo e del dominio. 

 

Noi siamo facile preda di questa costellazione di miti farlocchi – che sarebbe meglio chiamare superstizioni – soprattutto perché siamo immemori del nostro passato e dei traguardi speculativi raggiunti dagli antichi e da chi, dopo di loro, ha saputo raccoglierne il testimone. Abbiamo perduto le chiavi di accesso a quel patrimonio, un bagaglio di esperienza, sapienza e bellezza accumulato lungo millenni di storia, lasciando campo libero alla conquista.

 

Quante volte sentiamo dire: la tecnologia non si può fermare, è qui per rimanere e, anzi, per guadagnare sempre più terreno. È uno dei ritornelli che la gente ha fatto propri contribuendo, con entusiasmo o con rassegnazione a seconda dei casi, a farlo risuonare dappertutto come un mantra ipnotizzante. Ci siamo autoesentati – sempre per via della famosa comodità – dall’onere del ragionamento, e quindi dalla capacità di formulare qualsiasi giudizio di valore che non vada al di là della ripetizione pappagallesca di quel repertorio fisso di slogan servitici pronti per l’uso.

 

Per spianare la strada a questa cavalcata sono stati usati, poi, vari espedienti pratici. Per esempio, è stata sfruttata la fretta, che è una fretta pretestuosa, ma utile per azzerare il tempo della riflessione. Lo stiamo ora sperimentando con il famigerato PNRR, che ci rovescia addosso valanghe di denaro – denaro sottratto alle nostre tasche e restituitoci a titolo oneroso – ordinandoci come dobbiamo spenderlo entro termini perentori stabiliti da una tabella di marcia implacabile, incalzante.

 

Così, con queste copiose elargizioni, si crea una sorta di dovere di accaparramento in capo ai destinatari, frenetico, garantito dalla pressione sociale: mica puoi permetterti tu di rifiutare un malloppo che ti piove addosso, chi sei tu per rispedirlo al mittente; e pazienza se questo vuol dire cedere il timone al pilota automatico e non sapere dove questo ti condurrà (oppure saperlo benissimo, ma fare come la famosa scimmietta). Ci si conforma, e basta.

 

Tutta questa operazione è intessuta di una sottile perversione onomastica. A partire dalla trovata retorica, per nulla casuale né innocente, della antropomorfizzazione della macchina: la formula «Intelligenza Artificiale» è un termine di marketing che assimila due entità ontologicamente incompatibili: intelligenza e macchina. Ma si porta dietro l’idea di fare della macchina uno di noi, attribuendole vizi e virtù, e nel contempo contribuisce a nutrire in noi un complesso di inferiorità e a farci accettare la colonizzazione del nostro cervello (e della nostra stessa anima) da parte dell’algoritmo incorporeo. In una sorta di grottesca parodia della metafisica. 

 

In realtà tutta questa tecnologia, anche la cosiddetta IA, è fatta a mano (sull’argomento consiglio di leggere e ascoltare ciò che scrive e dice la bravissima Daniela Tafani). È un manufatto dietro il cui funzionamento c’è, invisibile, una quantità sterminata di individui in carne ed ossa, disposti gerarchicamente in una struttura piramidale di stampo feudale: per lo più sono schiavi sottopagati che, con il loro lavoro, contribuiscono a innalzare la macchina a una dignità che non le appartiene, a renderla agli occhi del mondo «intelligente», smart, affidabile, persino infallibile.

 

La gente si lascia convincere che le macchine capiscono, e possono diventare amici sintetici, consulenti virtuali, assistenti fedeli e iperefficienti. Che per esempio possono individuare un delinquente da arrestare, o un bravo lavoratore da assumere; che possono desumere da una serie di crocette se un ragazzino è un bravo studente e avrà successo nella vita, oppure se è destinato al fallimento. INVALSI è precisamente questa roba qua: è la nuova Pizia che, dal suo impenetrabile onfalòs, predice i destini e preimposta le vite, in modo peraltro incontrollabile e insindacabile da parte umana. E così ingabbia ciascuno, fin da piccolo, nella propria stia. Algoritmicamente. 

 

A scopo egemonico, hanno ideato un meccanismo di cattura che attinge alla magia, alla superstizione: le nostre attitudini naturali, in via di veloce atrofizzazione, noi le proiettiamo sulla macchina, in una specie di transfert.

 

Attenzione però che, quando si antropomorfizzano gli oggetti, succede fatalmente che, correlativamente, si de-umanizzino le persone, che vengono reificate, cosificate.

 

Se uso l’algoritmo per decidere se sarai un bravo studente e poi un lavoratore di successo, o un asino per sempre, io nego che tu sia capace di scegliere, di capire, di migliorare, ti tratto come una cosa. Se dico che il tuo futuro sarà così o colà, di nuovo, ti nego di esserne artefice. Ti rendo, di fatto, un mio schiavo, perché ti tolgo il timone della tua nave.

 

I sistemi di valutazione e classificazione predittiva, che poggiano su basi statistiche, sono un colossale imbroglio: funzionano come funziona una lotteria. È evidente infatti che non è possibile predire il futuro di una persona: il processo di crescita non è mai lineare, ed è imprevedibile. Il guaio qual è? È che, in virtù di un meccanismo noto fin dalla notte dei tempi, le profezie tendono ad autoavverarsi, sono fatte per influenzare le sorti (vedere effetto pigmalione, di cui parla bene Stefano Longagnani).

 

L’IA, in realtà, dicevamo, è fatta a mano: c’è un numero sterminato di omini nel backstage. A parte la manovalanza che provvede materialmente ad assemblare la macchina e a farla funzionare – con uno spaventoso consumo di energia, ed enormi danni ambientali di cui stranamente nessuno parla: e questo fa vedere quanto grande sia l’inganno nel film che ci stanno proiettando davanti –, la materia prima che consente alla macchina di svolgere prestazioni tali da farla sembrare addirittura intelligente, qual è? (perché, come dice Daniela Tafani, non ci è mai venuto in mente di pensare che la lavatrice o la calcolatrice, che pure sono più brave e veloci di noi umani a sbrigare incombenze come fare il bucato o fare i conti, siano intelligenti).

 

La millantata «intelligenza» di certi strumenti dipende dalle informazioni di cui noi li rimpinziamo e che loro ingurgitano e poi risputano fuori sotto forma di eco sintetica di ciò che viaggia nell’etere. In pratica realizzano un’immensa operazione di plagio. Siamo noi ad addestrarli, e a perfezionare sempre più le loro prestazioni. Poi ci inchiniamo a loro e ci lasciamo mettere nel sacco.

 

L’IA insomma è un derivato della sorveglianza, si fonda su un’attività di spionaggio condotta su larga scala. Ma qual è il suo obiettivo ultimo e, quindi, anche il suo movente? Il premio, riservato a pochi, non sono solo ricavi fantasmagorici, ma è l’acquisizione di un potere immenso, perché staccato da ogni responsabilità.

 

Chi controlla «i fili elettrici» su cui transitano questi strumenti detiene il potere di decidere chi può passare e chi no, chi può parlare e chi deve tacere, chi può vivere e chi deve morire.

 

Da questa transumanza di massa nell’universo virtuale gli unici a trarre un vantaggio effettivo sono i monopolisti della tecnologia, ché è innegabile che ci sia uno strettissimo monopolio in capo a una manciata di soggetti attrezzati con le infrastrutture di calcolo e con un apparato di sorveglianza che surclassa tutti i concorrenti. 

 

Durante la pandemia questi si sono procurati un bottino mai visto, entrando dentro le nostre case a saccheggiare dati, informazioni, immagini. 

 

Ma la pandemia ha sortito un effetto catapulta anche in un altro senso. Ricordiamo tutti il distanziamento sociale, gli arresti domiciliari, l’isolamento protratto: hanno creato la tempesta perfetta per giustificare un salto mostruoso, di qualità e di quantità (e lo hanno dichiarato, questo piano). A quel punto, infatti, lo strumento elettronico era l’unico medium che permetteva di stare al mondo e di comunicare con l’altro da sé, o almeno con un suo ectoplasma.

 

L’esperimento è servito per moltiplicare a dismisura, per normalizzare e legittimare la dipendenza (in senso proprio) dal mezzo telematico, sancendo l’imprescindibilità del suo utilizzo per gli scolari. I ragazzini hanno guadagnato una investitura istituzionale per stare attaccati allo smartphone, e chi se ne importa se questo funziona anche da idrovora di informazioni personali, da braccialetto elettronico, da profilatore, da spacciatore di spazzatura. Sono effetti collaterali evidentemente trascurabili, o disconosciuti.

 

Ora, non occorrono studi scientifici particolari (per quanto ce ne siano a bizzeffe, e siano dirimenti) per capire ciò che è autoevidente: cosa provoca la consuetudine con questi strumenti fin dalla più tenera età. Il cucciolo d’uomo semplicemente smette di fare molte cose, e di apprenderne molte altre, perché al posto suo le farà un algoritmo: è chiaro che le corrispondenti funzioni, fisiche e cerebrali, appaltate alla protesi, sono inibite sul nascere o si atrofizzano. Peccato che si tratti di attitudini non marginali, ma essenziali, letteralmente fondanti. 

 

La pandemia è stata il trampolino di lancio per la scuola 4.0, in via di rapidissimo allestimento (dicevamo della fretta, appunto…), che non è altro che una immensa sala giochi in cui la tempesta di immagini sostituisce lo studio delle leggi della realtà.

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Da tempo i libri di testo (ciò che ne rimane) sono sempre più zeppi di immagini e vuoti di parole, e le poche parole, appunto, sono ridotte a slogan: specchio impressionante del degrado didattico e cognitivo dilagante. 

 

I quaderni sono, sempre più, sostituiti dai tablet, la penna dalla tastiera. E così si perde l’abilità, l’arte dello scrivere a mano – in particolare della scrittura corsiva – oltre che del disegnare. Si inibisce l’esercizio della manualità fine e tutte le attitudini che si sviluppano col praticarla, a partire dalla memoria (c’è un detto russo che dice «la mano ricorda, ruka pomnit»: la mente si appropria del concetto anche attraverso il corpo, la memoria muscolare che passa per la mano). Senza contare poi che la grafia è una proprietà esclusiva del suo autore, è un connotato distintivo, e il toglierla di mezzo è una via maestra per l’omologazione e la spersonalizzazione. 

 

Ma a ben vedere, è proprio nella lingua, con particolare riguardo alla scrittura (ai gràmmata) che si radica la distinzione tra uomo e animale. Anche l’animale infatti possiede un linguaggio. Ma il linguaggio dell’uomo non è un mero flusso di suoni. Questo è un argomento approfondito in modo mirabile dal prof. Agamben (nel suo saggio La voce umana). Già gli antichi avevano ben capito come il linguaggio umano consti di due piani distinti: il piano del lessico, cioè il sistema di segni (gli ònoma), e il piano del discorso (il logos).

 

I grammata (le lettere, letteralmente: ciò che è scritto) sono la struttura elementare, l’elemento indivisibile, atomico, della lingua: stanno dentro la voce (en té foné) e rendono la voce significante, intellegibile, in quanto scrivibile. Questo è un passaggio fondamentale: la grafia sposta il linguaggio da un piano sensoriale a un altro, cioè dall’orecchio allo sguardo (dal binomio voce-orecchio, a quello mano-occhio) ed è ciò che permette di vedere la voce, di leggerla. Ma non solo: permette di oggettivare la lingua, di articolarla e, quindi, di dominarla. L’uomo, separando da sé la sua lingua, fa diventare il linguaggio uno straordinario, potentissimo strumento di conoscenza. Il linguaggio animale manca di questo fondamentale momento costitutivo. 

 

Alla luce di queste pur sommarie osservazioni, pensiamo dunque a quali ricadute abbia il togliere di mezzo a scuola il magistero e l’esperienza della scrittura, la consuetudine col segno e con il processo di astrazione che vi è collegato, l’esercizio della parola: visto che, appunto, è attraverso questi elementi che l’uomo lascia traccia di sé, perché può fissare il suo messaggio e, fissandolo, lo tramanda.

 

Allora nel diluvio di scemenze di cui la scuola è divenuta teatro, vale la pena ribadire una ovvietà di cui però si sta perdendo contezza. Qual è la funzione della scuola? Alla scuola spetta l’esclusiva di un compito specifico e indispensabile in una compagine sociale, che altrimenti nessun altro svolge: quello innanzitutto di alfabetizzare e, quindi, di trasmettere la conoscenza (con particolare riguardo agli invarianti e alle conoscenze che hanno resistito alla prova del tempo); di iniziare al sapere teoretico, che vuol dire afferrare le cause, elevarsi alle leggi, agli universali, che sono strumenti di comprensione della realtà. Ma è la parola la chiave di accesso al deposito di scienza, arte, letteratura, che non va certo ascritto semplicisticamente alla categoria del passato, ma a quella del durevole, dell’essenziale, dell’eterno. Dell’irrinunciabile.

 

Il danno che si causa negando questi insegnamenti fondamentali si misura anche se si considera come sia per l’apprendimento della lingua materna, sia per quello del linguaggio matematico (i due sono strettamente apparentati), esiste una finestra temporale di opportunità, un periodo dentro il quale la natura ha posto una particolare sensibilità a fissare le parole e la musicalità della lingua, a stamparla nella memoria in modo indelebile. Passata questa fase, diventa difficile recuperare il terreno perduto.

 

Ecco perché il primo dei servizi che la scuola dovrebbe onorare è proprio quello di coltivare il linguaggio affinché tutti siano in grado di esprimersi, e siano in grado di ascoltare e di comprendere gli altri, e così di uscire dal proprio guscio autoreferenziale superando la limitatezza e l’istintività della propria esperienza contingente attraverso la conoscenza delle leggi che la regolano. È solo così che la scuola può essere davvero vivaio e palestra di libertà, e può restituire ai più giovani, insieme alla cognizione della realtà e insieme al senso delle dimensioni che servono a prendere le misure della realtà – vale a dire l’altezza, la profondità, la distanza – anche una solidità interiore andata quasi completamente distrutta. 

 

Senza la parola, infatti, non c’è comunicazione, col suo valore catartico. Prima ancora, senza la parola non c’è ragionamento. Nello sforzo di parlare, di leggere, di scrivere, cova il seme della libertà – dove libertà è il sapersi emancipare da visioni settarie, parziali, ideologiche, imposte dall’esterno, per imparare a interpretare autonomamente la realtà, sulla scorta delle scoperte di chi ci ha preceduto. 

 

Tutto questo è contrario esatto di ciò che fa oggi la scuola: la scuola oggi serve pacchetti ideologici pronti, preconfezionati e prescrittivi. Non insegna, fa propaganda; fa da ripetitore dei media e si appropria dei suoi stessi slogan, dei suoi codici corrivi.

 

Nel giugno 2023 Giorgio Agamben pubblicava uno dei suoi interventi brevi che ci hanno accompagnato in questi ultimi anni di delirio, dal titolo «Virgole e fiamme».

 

«A un amico che gli parlava del bombardamento di Shanghai da parte dei giapponesi, Karl Kraus rispose: “So che niente ha senso se la casa brucia. Ma finché possibile, io mi occupo delle virgole, perché se la gente che doveva farlo avesse badato a che tutte le virgole fossero nel punto giusto, Shangay non sarebbe bruciata”. Come sempre, lo scherzo nasconde qui una verità che vale la pena di ricordare. Gli uomini hanno nel linguaggio la loro dimora vitale e se pensano e agiscono male, è perché è innanzitutto viziato il rapporto con la loro lingua».

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«Noi viviamo da tempo in una lingua impoverita e devastata (…) la nostra lingua si è ridotta a un piccolo numero di frasi fatte, il vocabolario non è mai stato così stretto e consunto, il frasario dei media impone ovunque la sua miserabile norma, nelle aule universitarie si tengono lezioni in cattivo inglese su Dante: come pretendere in simili condizioni che qualcuno riesca a formulare un pensiero corretto e ad agire in conseguenza con probità e avvedutezza? Nemmeno stupisce che chi maneggia una simile lingua abbia perso ogni consapevolezza del rapporto tra lingua e verità e creda pertanto di poter usare secondo il suo tristo profitto parole che non corrispondono più ad alcuna realtà, fino al punto di non rendersi più conto di star mentendo»

 

«La verità di cui qui parliamo non è solo la corrispondenza tra discorso e fatti, ma, ancor prima di questa, la memoria dell’apostrofe che il linguaggio rivolge al bambino che proferisce commosso le sue prime parole. Uomini che hanno smarrito ogni ricordo di questo sommesso, esigente, amoroso richiamo sono letteralmente capaci, come abbiamo visto in questi ultimi anni, di qualsiasi scelleratezza. Continuiamo, pertanto, a occuparci delle virgole anche se la casa brucia, parliamo tra noi con cura senz’alcuna retorica, prestando ascolto non soltanto a quello che diciamo, ma anche a quello che ci dice la lingua, a quel piccolo soffio che si chiamava un tempo ispirazione e che resta il dono più prezioso che, a volte, il linguaggio – che sia canone letterario o dialetto – può farci».

 

La parola ha un valore fondante. C’è un legame inscindibile tra lingua e pensiero, tra categorie grammaticali e categorie logico-filosofiche. Tanto che è difficile per il pensiero sfuggire alla struttura grammaticale in cui si esprime. E le nostre categorie grammaticali riprendono la terminologia aristotelica: per noi, cioè, l’alfabeto del pensiero sono le categorie della lingua greca – non è certo un caso che da tempo cerchino di uccidere il liceo classico, che possiede l’esclusiva dello studio della lingua greca: e ce la faranno grazie all’orientamento vincolante, che non vi orienterà più nessuno, così morirà per asfissia. 

 

Ma il rapporto tra lingua e pensiero è biunivoco, cioè: se è vero che la lingua determina il pensiero, è d’altra parte vero che il pensiero a sua volta plasma la lingua nella quale si esprime. E il luogo privilegiato in cui si manifesta questa tensione, questo scambio, è la poesia, regno dei mille significati: i poeti infatti creano la lingua travalicando le sue strutture. Essi attingono al momento sorgivo, pregrammaticale, della lingua e arrivano ad esprimere l’indicibile, «quel piccolo soffio che si chiamava un tempo ispirazione e che resta il dono più prezioso che, a volte, il linguaggio…può farci».

 

Sta di fatto che l’uso della parola vera (non adulterata o corrotta), della parola che mantiene la presa sulla realtà che designa, della parola nel suo nitore sorgivo, è il contrario esatto della barbarie degli slogan coniati a fini di propaganda. 

 

La parola è simbolo. Simbolo significa unione (syn-ballo), e una parola che rappresenti carnalmente la realtà è capace di unire gli uomini con le cose, con gli altri uomini, e con il Creatore. La parola, in quanto simbolo assoluto, universale, è un ponte tra le creature; intimità con il mistero del visibile e dell’invisibile. 

 

È ovvio che l’artificio nulla ha a che fare con tutto ciò, recide questo nesso con lo spirito, spegne questa magia, toglie alla parola la sua anima.

 

Concludo con il prologo del Vangelo di san Giovanni, che comincia così: «Ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος, καὶ ὁ λόγος ἦν πρὸς τὸν θεόν, καὶ θεὸς ἦν ὁ λόγος». «In principio era il Verbo, ed il Verbo era presso Dio, ed il Verbo era Dio». E prosegue più avanti: «Καὶ ὁ λόγος σὰρξ ἐγένετο καὶ ἐσκήνωσεν ἐν ἡμῖν». «…E il Verbo si fece carne, e venne ad abitare (lett: piantò la sua tenda) tra noi…». 

 

Da sempre l’uomo vive la tentazione di mettersi al posto di Dio, autoattribuendosi i tratti divini di onniscienza e onnipotenza. È così che imbocca la via dell’autodistruzione. Lo sapevano bene anche gli antichi, che hanno cantato la hybris (la tracotanza, il superamento dei limiti) come causa della rovina delle stirpi.

 

Oggi le frontiere della tecnica, sfruttando la fascinazione del progresso, nell’inseguire l’obiettivo del controllo totale degli individui e delle comunità, arrivano a dis-umanizzare l’uomo. Ad aspirare ciò che gli è proprio, ad ammutolirlo (a togliergli la voce). Nel tentativo di reificarlo, standardizzarlo, manipolarlo –sono giunti a manomettere il suo codice fondamentale, la sua struttura più profonda: il genoma.

 

Per riprogrammarlo (in lingua barbara si dice «resettare»: il reset, appunto). Quindi da un lato lo si vuole despiritualizzare, dall’altro però disincarnare, smaterializzare. Si potrebbe dire, in una parola, de-creare. In una specie di creazione rovesciata. C’è insomma, in tutto ciò, il tratto diabolico, perverso, dell’inversione. 

 

La profondità di quanto sta accadendo con la deportazione digitale è tale da intaccare il nucleo duro dell’umana natura, la cifra stessa dell’umano. Ecco perché non possiamo permetterci di lasciare che il contagio corra incontrastato, di rassegnarci alla sostituzione in atto, ma dobbiamo attrezzarci, e attrezzare chi ci succede, per custodire il fuoco: che è il logos, la parola, il simbolo. Ciò che ci consente di stabilire un legame con i nostri simili, coi quali abbiamo in comune qualcosa che risiede nel profondo del cuore e che, allo stesso tempo, ci trascende e ci sovrasta – e che ha a che fare con la legge naturale. 

 

È l’unico modo, questo, che ciascuno di noi ha per onorare la propria sacra libertà (che è tale perché riconosce il limite), tenere il timone della propria nave, essere ciberneta di se stesso in quanto capace di guardare il cielo.

 

Elisabetta Frezza

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Ossitocina contro il divorzio, una proposta

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Palmer Luckey è con certezza una delle figure più interessanti del nostro tempo. Giovanissimo, la sua carriera è piena di ottenimenti straordinari – e di invenzioni che segnano punti nella storia del mondo.   Luckey è conosciuto come il fondatore di Oculus, l’azienda che creò il primo visore di Realtà Virtuale davvero sostenibile: in precedenza i caschi VR facevano, letteralmente, vomitare, quello inventato dal neanche ventenne praticamente nel garage di casa con amici conosciuti online risolveva il problema della motion sickness, aprendo definitivamente la via del mercato di massa per il VR. Dopo aver sconvolto il settore con la sua tecnologia (Sony fece una proposta, il genio videoludico John Carmack, creatore degli sparatutto 3D come Doom, chiese di lavorare per lui) Luckey vendette Oculus a Facebook per circa 2 miliardi di dollari. Mark Zuckerberg è talmente eccitato dalle possibilità del visore virtuale che si tuffa nel concetto di «metaverso» e cambia pure il nome della mega-società in Meta.   La storia prosegue in modo intrigante: Zuckerberg, anche se non lo può ammettere pubblicamente, caccia Luckey da Meta perché diviene noto il suo sostegno a Trump nel 2016. In realtà, Luckey ha affermato di aver scritto lettere a Trump anni prima che calasse in politica per chiedergli di correre come presidente.

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Dopo il licenziamento, Luckey, frustrato dalla situazione degli Stati Uniti e del mondo, di cui sembra avere incredibile contezza, crea Anduril (nome tolkieniano: è il segno che ci investe Peter Thiel), una startup di tecnologia militare che costruisce droni aerei e marittimi (uno è stato catturato dagli iraniani giorni fa) e sistemi di difesa che paiono al limite della fantascienza: missili intercettori AI, sottomarini autonomi, caschi che forniscono ai soldati una consapevolezza situazionale totale. Di fatto, conoscendo la sua passione per film, romanzi e videogiochi del genere (al punto che è ripreso a fare cosplay a Tokyo nel tempo libero), è possibile dire che si tratta di un personaggio che riesce a trasporre – caso notevole di vita che imita l’arte – la fantascienza in realtà.   Ascoltarlo nei vari podcast cui va ospite è sempre un’esperienza densa: che parli di geopolitica (è filoucraino, e dice di essere bandito dalla Cina per le forniture a Taiwano), di tecnologia, di letteratura, di politica o anche solo di retrogaming (sua altra grande passione, per la quale ha una startup che produce repliche attualizzate del Nintendo Game Boy) è sempre un’esperienza densa. Le sue idee sono non solo innovative, ma profondamente meditate – anche quando sembrano molto provocatorie.   Va sentito quello che dice anche quando parla di famiglia. Racconta dell’homeschooling impartito dai suoi genitori, che quindi gli hanno fatto iniziare i corsi universitari a 14 anni. Dice di aver sposato la compagna del liceo che aveva fatto piangere durante un dibattito. Divenuto padre, intima che chi fa meno di tre figli va considerato come un traditore. Luckey, ma questo non lo dice mai, è il cognato dell’ex deputato floridiano Matt Gaetz, molto inviso ad Israele, la cui candidatura ad Attorney General, guardasigilli americano, fu silurata ad inizio mandato Trump. C’è da dire che il Gaetz e la bellissima Ginger Luckey costituiscono una coppia che non è sgradevole guardare.   Ora Luckey ha alzato il tiro, ad un evento, ha rivelato il tipo di startup che creerebbe oggi: costruirebbe un’azienda di doping a base di ossitocina per porre fine al divorzio.   «Cercherei di porre fine alla tragedia del divorzio con il doping con ossitocina per la terapia di coppia» ha dichiarato il giovanissimo tecnologo miliardario. «Conosciamo piuttosto bene il legame di coppia nei mammiferi. Ci sono molte persone che vogliono stare insieme. La maggior parte delle persone che non vogliono stare insieme dovrebbero farlo, soprattutto per i loro figli».   L’ossitocina è un neuropeptide prodotto dall’ipotalamo e rilasciato sia nel sangue, tramite l’ipofisi posteriore, sia direttamente nel cervello. Nei mammiferi è nota per il ruolo nel parto e nell’allattamento, ma agisce anche su circuiti legati alla socialità e all’attaccamento. Gli studi più celebri riguardano le arvicole della prateria, specie monogama in cui il legame di coppia dipende dall’azione dell’ossitocina e della vasopressina in aree cerebrali del sistema di ricompensa, mentre nelle specie affini non monogame questi recettori sono distribuiti diversamente.   Nelle pecore l’ossitocina favorisce il riconoscimento e l’accettazione dell’agnello subito dopo il parto, e nei roditori incentiva le cure materne.   Luckey non si pone problemi bioetici riguardo la creazione del doping ossitocinico. «Possiamo farlo, se la gente pensa che gli SSRI vadano bene, cosa che non è, ma se lo fossero, allora il doping con ossitocina per restare insieme sarebbe sicuramente accettabile». La stoccatina agli psicofarmaci inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina gli fa guadagnare, nel computo di Renovatio 21, altri mille punti.   «È la sostanza chimica che lega le coppie nei mammiferi» continua Luckey. «Ci sono cose che si possono fare per aumentarne l’assorbimento, ed è ben compresa. Inoltre, è totalmente non regolamentata, il che è fantastico. Gli spazi non regolamentati sono molto più facili da gestire. Puoi andare a comprare un chilo di ossitocina su Sigma Aldrich Chemical Supply proprio ora, e se lo fai, forse non morirai da solo».    

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«È pura biologia. Viene utilizzato per le donne che non riescono a instaurare un legame con i propri figli, e ora anche per le donne che non riescono a creare un legame con i propri mariti. Viene utilizzato anche per i bambini con vari problemi neurologici, e per alcuni bambini autistici che faticano a creare legami».   «La cosa interessante è che si tratta di un circolo virtuoso. Lo sappiamo benissimo. A differenza della maggior parte dei farmaci, non crea dipendenza chimica. Anzi, libera dalla dipendenza chimica».   Le parole del giovane imprenditore sono di precisione assoluta. Non solo per la considerazione dell’ossitocina, sostanza che in passato ha suscitato qualche polemica. Ricordiamo come a luglio 2018 un epistemologo del CNR proponeva di «combattere il razzismo» potenziando i circuiti biologici dell’altruismo tramite l’ossitocina. In pratica, «ormone dell’amore» per accettare l’invasione calergista del Terzo Mondo. Parimenti, la reporter Annie Jacobsen nel suo libro The Pentagon Brain raccontava di aver appreso che il reparto tecnologico dell’esercito USA stava considerando l’uso dell’ossitocina per aiutare in futuro soldati umani ad accettare la presenza di commilitoni androidi.   Questi sono, tuttavia, obiettivi innaturali, se non malvagi. Luckey parla di qualcosa di diverso: è la prima voce che sentiamo, da anni ed anni, a scagliarsi contro il divorzio, considerando il danno immane che esso cagione a tutta la società e all’umanità tutta.   Sappiamo quali effetti ha avuto il divorzio: bambini feriti (che spesso si colpevolizzano per la separazione dei genitori) divengono adulti instabili, che ripetono gli errori che hanno subito, e creano altre famiglie devastate. È il ciclo che abbiamo visto spiegato perfettamente dal poeta Robert Bly e da storie come quella di Fight Club, l’interruzione della figura paterna, e dell’iniziazione che da essa è impartita al ragazzo, crea una Società di eterni adolescenti che cura la sua percepita incompletezza con dipendenze drogastiche e sessuali, creando caos, crimine e disagio sociale, e soprattutto replicando, più o meno involontariamente, quanto subito alla generazione successiva di bambini abbandonati – via divorzio, se per caso vi è stato il matrimonio.   Nessuno lo fa, ma Renovatio 21 non esclude la questione omosessuale: più divorzi significano più madri sole, e quindi meno figure paterne, e quindi secondo lo schema psicologico noto, più omosessuali.   Qui è possibile capire dunque come il divorzio abbia agito come vera catastrofe nella società mondiale, creando disordine ed infelicità per miliardi di individui. Come ciò non sia compreso dalle menti illuminate di politici ed intellettuali, è un mistero, o forse no: tutta l’élite ha un divorzio alle spalle, o uno in canna, o la brama di potersene avvantaggiare.

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Il divorzio è un dogma, una vacca sacra: nessuno osa parlarne, nemmeno coloro che, timidamente, accennano all’ingiustizia dell’aborto: come se la legge sul divorzio non avesse preparato giuridicamente (la cancellazione della morale cristiana dalla legge pubblica) e spiritualmente (la distruzione della famiglia nucleare, la disintegrazione del potere paterno) il Paese all’assassinio figlicida legalizzato.   Il divorzio fu introdotto in Italia, ma guarda, dai democristiani. Sì, i sedicenti cattolici furono coloro che introdussero nel 1974 la legge che distruggeva le famiglie, e quindi la società italiana. Lo stesso accadde quattro anni dopo con la legge sull’aborto. Il primo ministro del divorzio era il doroteo vicentino Mariano Rumor, la legge sul feticidio di massa di Stato la firmò Giulio Andreotti.   La società da allora ci ha dato milioni di individui compromessi da questo immane errore. Persone che soffrono, finite in un ciclo del dolore che ha devastato tutto il consorzio umano transgenerazionalmente.   Crediamo che aiuti psicochimici per risolvere questa catastrofe debbano essere presi in seria considerazione. Bravo Palmer.   Roberto Dal Bosco  

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Essere genitori

Nuovi studi mettono in dubbio i videogiochi terapeutici per bambini

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Renovatio 21 traduce questo articolo per gentile concessione di Children’s Health Defense.

 

Una serie di nuovi studi suggerisce che i videogiochi e le app ludicizzate potrebbero aiutare i bambini con ansia, depressione e problemi di attenzione. Tuttavia, i ricercatori stanno anche riscontrando importanti limitazioni, tra cui l’incertezza sul fatto che i miglioramenti misurati su uno schermo si traducano in cambiamenti significativi nella vita dei bambini.

 

Un videogioco progettato per aiutare i bambini a gestire l’ansia ha ridotto i sintomi in uno studio clinico pubblicato questo mese, a conferma delle crescenti prove che i giochi potrebbero diventare strumenti per il trattamento della salute mentale e comportamentale infantile.

 

Ma un altro studio, pubblicato appena tre giorni dopo, illustra uno dei problemi centrali che affliggono questo campo emergente: i bambini possono migliorare nelle misurazioni computerizzate dell’attenzione senza necessariamente mostrare miglioramenti comparabili in classe.

 

I risultati si inseriscono in una nuova ondata di ricerche che esplorano un ambito insolito della sanità pediatrica : l’utilizzo delle qualità immersive e gratificanti dei videogiochi per affrontare patologie che vanno dall’ansia e dalla depressione al disturbo da deficit di attenzione/iperattività (ADHD).

 

Cosa succede quando lo schermo stesso diventa parte integrante del trattamento?

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«Dipende da come vuoi usarlo»

Una serie di studi recenti delinea un quadro complesso di come si presenta la gamification in pediatria.

 

«Qualsiasi intervento può essere utile o dannoso; dipende da come lo si vuole impiegare e utilizzare», ha affermato Megan Connell, Psy.D., in una recente analisi dei videogiochi terapeutici pubblicata sul Journal of Medical Internet Research.

 

L’avvertimento giunge in un momento in cui si moltiplicano le nuove ricerche sul gioco come strumento terapeutico.

 

In uno studio clinico randomizzato e controllato, pubblicato il 12 settembre sulla rivista Child Psychiatry & Human Development, i ricercatori hanno testato un intervento digitale ludico per la salute mentale su 118 bambini di età compresa tra i 6 e gli 11 anni con ansia da lieve a moderata.

 

I bambini e i loro genitori sono stati assegnati in modo casuale a utilizzare «Anchors Away», un intervento ludico, oppure a far parte di un gruppo di controllo in lista d’attesa, le cui famiglie inizialmente non hanno ricevuto alcun trattamento.

 

L’app Anchors Away, a tema nautico, utilizza i principi della terapia cognitivo-comportamentale. I bambini completano attività, praticano abilità terapeutiche, guadagnano punti e li scambiano con premi.

 

Dopo sei settimane, i gruppi che hanno partecipato al gioco hanno mostrato una significativa riduzione dell’ansia infantile, secondo quanto riportato dai genitori, rispetto al gruppo di controllo in lista d’attesa. Lo studio ha inoltre evidenziato una riduzione dei livelli di ansia nell’arco delle 12 settimane di durata della sperimentazione, rispetto al gruppo di controllo in lista d’attesa.

 

I ricercatori hanno concluso che lo studio «dimostra l’efficacia di questo intervento digitale per la salute mentale (DMHI) gamificato per i bambini con sintomi di ansia da lievi a moderati e offre spunti sui potenziali meccanismi di cambiamento alla base del miglioramento terapeutico derivante dagli interventi digitali».

 

Gli autori hanno inoltre affermato che le future sperimentazioni dovrebbero avvalersi di clinici indipendenti per valutare l’ansia dei bambini, anziché basarsi eccessivamente sui resoconti di genitori e figli.

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I bambini hanno migliorato la capacità di attenzione, ma non necessariamente i risultati scolastici.

Uno studio pubblicato tre giorni dopo ha dimostrato che un programma di allenamento basato sui videogiochi migliorava l’attenzione nei bambini di 8 e 9 anni, ma non potenziava le loro capacità di lettura o di matematica, secondo uno studio randomizzato pubblicato su NPJ Digital Medicine.

 

I ricercatori hanno assegnato a 158 bambini un gruppo di 30 bambini da sottoporre a un programma di allenamento della durata di 10 settimane.

 

I bambini che hanno partecipato al gioco hanno ottenuto risultati migliori nei test oggettivi di attenzione rispetto ai bambini di un gruppo di controllo attivo. I miglioramenti si sono manifestati nei compiti di attenzione basati sulle prestazioni e nelle misurazioni del tracciamento oculare.

 

Tuttavia, il gioco non ha migliorato la fluidità nella lettura o nel calcolo matematico rispetto al gruppo di controllo.

 

I ricercatori hanno affermato che i risultati supportano l’allenamento cognitivo digitale per migliorare le misure oggettive dell’attenzione, pur sottolineando la necessità di una «cauta interpretazione» dei risultati accademici.

 

È troppo presto per trarre conclusioni sull’efficacia dei videogiochi.

Gli esperti medici hanno valutato i pro e i contro dei videogiochi in ambito pediatrico.

 

Il dottor Mayank Gupta, direttore medico presso Family Psychological Associates, ha affermato che è «troppo presto per concludere» che i videogiochi in ambito pediatrico siano «trasformativi».

 

Gupta ha evidenziato gli effetti a lungo termine, i rischi, i probabili aumenti dei costi e altre problematiche, tra cui l’«ipergamificazione», ovvero ciò che accade quando le persone applicano meccaniche di gioco intense e basate sui dati, come il tracciamento in tempo reale, le micro-ricompense e l’iper-personalizzazione, ad ambienti non ludici.

 

Gupta ha fatto riferimento a EndeavorRx , un videogioco terapeutico autorizzato dalla Food and Drug Administration (FDA) statunitense per migliorare la funzione attentiva nei bambini con ADHD. Lo sviluppo del gioco è iniziato nel 2013 e la FDA ha approvato il prodotto nel 2020.

 

«Sebbene il videogioco EndeavorRx, autorizzato dalla FDA, migliori i punteggi nei test computerizzati di attenzione negli studi clinici, i critici osservano che ha un impatto limitato sull’iperattività o sui cambiamenti comportamentali nel mondo reale», ha affermato Gupta.

 

Altri ricercatori in campo medico ritengono che i videogiochi possano essere utilizzati in diversi modi nell’assistenza pediatrica.

 

Zach Wigal, fondatore di Gamers Outreach, un’organizzazione no-profit che fornisce videogiochi, tecnologia e attività ricreative ai bambini ricoverati in ospedale per aiutarli ad affrontare le cure mediche a lungo termine, ha affermato che i bambini nelle strutture sanitarie potrebbero trarne beneficio.

 

Wigal ha dichiarato a The Defender che gli ospedali spesso «faticano a fornire ai pazienti attività significative oltre alle cure mediche» e che i videogiochi possono essere d’aiuto.

 

«Questo può contribuire alla solitudine, alla noia e a un generale peggioramento della qualità della vita del bambino durante il ricovero», ha affermato. «I videogiochi possono offrire un’attività familiare, un senso di controllo e l’opportunità di rimanere in contatto con amici e familiari al di fuori dell’ospedale».

 

 

Tom Baranowski, Ph.D., illustre professore emerito di pediatria presso il Baylor College of Medicine di Houston, in Texas, ha contribuito allo sviluppo di diversi videogiochi per bambini e crede che abbiano un grande potenziale.

 

Uno di questi era Squire’s Quest!, un videogioco educativo progettato per aiutare gli alunni di quarta e quinta elementare a mangiare più frutta e verdura. In una sperimentazione clinica, il gioco ha dimostrato «il potenziale per modificare sostanzialmente le abitudini alimentari».

 

Baranowski ha affermato che i videogiochi possono essere istruttivi se combinati con altre terapie.

 

«Credo che gli effetti dei giochi siano promettenti, ma principalmente come supporto ad altri tipi di programmi di modifica del comportamento», ha dichiarato a The Defender. «Spero che in futuro i risultati dimostrino che i giochi offrono un’esperienza “divertente” che spinge i ragazzi a tornare e a partecipare all’attività educativa».

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Il paradosso: i videogiochi possono migliorare la salute dei bambini se il «disturbo da gioco» è reale?

La crescita dei giochi terapeutici si verifica mentre i ricercatori continuano a esaminare gli effetti dei media digitali stessi sullo sviluppo dei bambini.

 

Una revisione sistematica e metanalisi del 2026, pubblicata su JAMA Pediatrics, ha analizzato 153 studi longitudinali che esaminavano l’uso dei media digitali e la salute e lo sviluppo dei bambini.

 

L’utilizzo dei videogiochi è risultato associato a una maggiore aggressività e a comportamenti esternalizzanti. Tuttavia, è stato anche associato a un livello leggermente superiore di attenzione e funzioni esecutive.

 

Le stesse qualità che i ricercatori mirano a sfruttare a scopo terapeutico potrebbero quindi coesistere con potenziali rischi nelle esperienze di gioco più ampie dei bambini.

 

Il 4 settembre, JAMA Network Open ha pubblicato uno studio clinico randomizzato che ha coinvolto 1.793 adolescenti. Lo studio ha esaminato i metodi per prevenire la dipendenza dai videogiochi e altri comportamenti problematici legati all’uso di Internet.

 

Tra i 205 adolescenti considerati ad alto rischio, quelli che hanno ricevuto un intervento basato sulla terapia cognitivo-comportamentale hanno mostrato, dopo 12 mesi, una riduzione significativa dei sintomi legati al gioco online e all’uso problematico di Internet rispetto agli adolescenti che hanno ricevuto un’educazione all’alfabetizzazione mediatica, che insegnava le capacità di pensiero critico necessarie per accedere e utilizzare responsabilmente tutte le forme di comunicazione.

 

L’Organizzazione Mondiale della Sanità riconosce il disturbo da gioco d’azzardo nell’undicesima revisione della Classificazione Internazionale delle Malattie.

 

Ciò non significa che un bambino a cui viene prescritto un gioco terapeutico attentamente progettato corra il rischio di sviluppare un disturbo da gioco d’azzardo. I prodotti terapeutici possono limitare il tempo di gioco, eliminare molte meccaniche dei giochi commerciali ed essere utilizzati sotto supervisione medica.

 

Questo esempio illustra il singolare paradosso dei videogiochi in medicina: i ricercatori stanno cercando di utilizzare i videogiochi per migliorare la salute dei bambini , mentre altri stanno sviluppando interventi per proteggere alcuni bambini dai problemi legati ai videogiochi stessi.

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Cosa succede quando la partita finisce?

Nel loro insieme, gli studi più recenti presentano un quadro più sfumato di quanto vorrebbero sia i sostenitori che i critici dell’uso degli schermi da parte dei bambini.

 

Gli interventi basati sul gioco hanno prodotto miglioramenti misurabili nell’ansia infantile, nella depressione adolescenziale e nei sintomi dell’ADHD.

 

Tuttavia, restano da considerare diversi aspetti. I ricercatori che studiano il nuovo intervento per l’infanzia lo hanno riconosciuto.

 

«Le prove sull’efficacia dei giochi sono frammentarie», ha dichiarato Baranowski a The Defender. «Non credo che sappiamo quali tecniche di gioco siano più efficaci, con chi e in quali circostanze. “Servono ulteriori ricerche”».

 

Henrick Karoliszyn, DSW

 

© 23 settembre 2026, Children’s Health Defense, Inc. Questo articolo è riprodotto e distribuito con il permesso di Children’s Health Defense, Inc. Vuoi saperne di più dalla Difesa della salute dei bambini? Iscriviti per ricevere gratuitamente notizie e aggiornamenti da Robert F. Kennedy, Jr. e la Difesa della salute dei bambini. La tua donazione ci aiuterà a supportare gli sforzi di CHD.

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

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Essere genitori

Botte da orbi tra adulti alla partita dei «pulcini». Drammatico quanto naturale?

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Nello Stato statunitense della Pennsylvania una violenta rissa tra due allenatori di football giovanile è scoppiata proprio davanti a bambini di terza e quarta elementare. L’intera scena è stata ripresa in video, finendo quindi sui mezzi di informazioni del Paese e tracimando, tramite l’internetto, nell’interomondo.   La caotica vicenda si è svolta durante il quarto quarto della partita di sabato tra Carlynton e Keystone Oaks a Carnegie. Il filmato, registrato da Ryan Crux, un genitore mostra la situazione degenerare dopo un’interruzione del gioco, con Keystone Oaks in vantaggio per 7-0.   Il 24enne allenatore del Carlynton è stato ripreso mentre urlava aggressivamente prima di scagliarsi contro membri della panchina avversaria. Indossando una maglietta verde, Canton si è diretto verso l’allenatore rivale, il coach dei Keystone Oaks.   Da lì è scoppiato il caos, con l’arbitro impegnato a fare tutto il possibile per proteggere i bambini dalla confusione.  

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Il video ci permette di parlare di un fenomeno misconosciuto ma molto presente anche in Italia: quello delle risse tra genitori alle partite dei figli sportivi. Si tratta di violenze che spesse volte si incentrano sull’arbitro.   I dati dell’Associazione Italiana Arbitri sono sconvolgenti: nelle stagioni 2022-2023 e 2023-2024 sono stati registrati complessivamente 870 episodi di violenza ai danni dei direttori di gara, per 978 giorni di prognosi, e nella stagione 2024-2025, al 20 novembre, se ne contavano già 195, 15 dei quali gravi. Un altro dettaglio interessante: nell’85-90% dei casi gli autori sono tesserati — calciatori, dirigenti, allenatori, quindi non sempre «solo» genitori sugli spalti, ma il fenomeno dei genitori resta una fetta consistente e particolarmente odiosa perché colpisce bambini e arbitri giovanissimi.   I casi di cronaca si sprecano. A Lodi, nel novembre 2025, durante una partita di Pulcini tra Montanaso e Usom Melegnano, un padre ha reagito a una decisione arbitrale lanciando un sasso in campo e brandendo un pezzo di ferro. È quindi dovuta intervenire la polizia.   A Collegno, nel settembre dell’anno passato, durante un torneo giovanile, un genitore avrebbe scavalcato la recinzione colpendo con pugni e calci un portiere avversario tredicenne, causandogli una frattura al malleolo.     A Desio, in una partita di Pulcini del 2019, una madre ha rivolto insulti razzisti a un bambino avversario.   Il capo degli arbitri di Reggio Emilia citava già anni fa il caso di Juventus-Torino, con i genitori dei pulcini che si sono picchiati, come episodio limite noto a livello nazionale.

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Durante una partita di pulcini al campo di Santa Lucia, a Verona nel 2019, un litigio tra due padri è degenerato: uno ha rimproverato il figlio ed è stato colpito al volto (labbra e denti feriti) dall’altro genitore, che poi ha tirato fuori un coltello minacciando di morte. È stato disposto un Daspo per entrambi.   A Padova, nel 2015, un banale fallo di gioco tra pulcini di 9 anni è degenerato in insulti, schiaffi e pugni tra genitori, fermati solo dai carabinieri.   Nel 2023 a Cremona, ecco la vicenda della nonna 71enne che ha schiaffeggiato un bambino della squadra avversaria; ne è nata una rissa tra i genitori sugli spalti, sedata dai carabinieri. Tre mesi dopo il questore ha emesso sei Daspo.   A Dubino, in provincia di Sondrio, nel 2016 vi è stata la tissa sugli spalti tra genitori tifosi durante una partita di Pulcini classe 2006: i bambini in campo, alcuni in lacrime, hanno smesso di giocare da soli e si sono abbracciati con gli avversari, dicendo «basta, noi non giochiamo più» — un episodio diventato quasi simbolico in senso opposto, di reazione dei ragazzini alla violenza degli adulti.   A Seregno, in provincia di Monza e della Brianza, si è avuto il caso più grave in assoluto: durante una partita tra pulcini di 8 anni, una rissa tra genitori è scoppiata sugli spalti dopo insulti reciproci rivolti ai bambini avversari. Un dirigente 44enne, intervenuto per calmare gli animi, è stato colpito con un calcio alla schiena: gli si è spappolato un rene, che i medici hanno dovuto asportare, ed è finito in terapia intensiva. L’aggressore, un 47enne, è stato indagato per lesioni personali gravissime con perdita dell’uso di un organo — si è parlato anche di possibile tentato omicidio.   Il fenomeno, va detto, non riguarda solo il calcio: anche in basket e rugby il problema dei genitori aggressivi sta crescendo. Nessuno sport è veramente immune dalla follia sportivo-genitoriale: in un video di commento alle recenti Olimpiadi Milano-Cortina, una pattinatrice russa (proveniente dal Paese purtroppo estromesso dalle competizione) ha raccontato che uno dei suggerimenti che si è sentita dare quando era ancora bambina era tenere i pattini sempre con sé: il rischio è quello che i genitori o gli allenatori delle atlete avversarie allentino furtivamente le viti che tengono le lame, così da inficiare la performanza o generare un vero e proprio incidente traumatico sul ghiaccio.   Vi è, purtutavia, una lettura non disforica di questi eventi: i genitori vivono la partita del figlio come fosse la propria, perché vedono nel piccolo la loro stessa continuazione.

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Si tratta quindi della scaturigine di un istinto umano e giustissimo, quello di proteggere la propria discendenza, quello di difendere chi si ama, ciò che si ha di più caro.   Un filo comune in molti di questi casi è che spesso non è nemmeno la partita in sé a scatenare la violenza, ma un rimprovero di un genitore al proprio figlio, o un fallo minimo, che innesca reazioni completamente sproporzionate — segno che il vero detonatore è la tensione accumulata dagli adulti, cioè l’energia che il loro animo mette a disposizione per la protezione dei figli.   Ciò detto, non è non ci siano tanti che ci marciano, e si sfogano con ancora più voluttà di quanto non sia possibile fare nelle curve degli ultrà, traendone godimento che solo la boria uligana può offrire.   Il fenomeno era stato inquadrato stupendamente nel 2005 in un episodio (S09E05) del cartone satirico South Park che raccontava come, in ultima analisi, ai genitori le partite interessavano di più che ai figli, soprattutto per la possibilità di berciare e, sperabilmente, fare a botte.      

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Immagine screenshot da Twitter  
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