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La violenza del digitale sulla scuola, tra Intelligenza Artificiale e distruzione della parola. Intervento di Elisabetta Frezza

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Renovatio 21 pubblica l’intervento di Elisabetta Frezza al convegno «Deportazione digitale. Scuola e società tra iperconnessione, virtualità e controllo» tenutosi sabato 11 maggio alla Spezia. 

 

 

Stiamo assistendo a un’invasione capillare e violenta del digitale in tutti gli spazi delle nostre vite, sin dentro gli anfratti più intimi e privati. Dico violenta non perché utilizzi la forza, anzi, ma perché subdolamente si impone senza lasciare alternative o vie di fuga – provate voi a iscrivere un figlio a scuola, a prenotare una visita, a rinnovare un documento, senza un dispositivo informatico. 

 

Sempre di più la macchina, coi suoi algoritmi, condiziona l’uomo, costringendolo a cederle pacchi di informazioni personali e pezzi della propria sfera di libertà. 

 

Il ramo della scienza che si occupa dello studio e della fabbricazione di questi strumenti capaci di compiere meraviglie, fino a simulare (a scimmiottare) alcune funzioni del cervello umano, si chiama «cibernetica».

 

Il kybernètes in greco è il timoniere. La kybernetichè (sott: tèchne) è l’arte di governare la nave. 

 

L’immagine della navigazione come metafora della vita corre lungo tutta la storia del pensiero, della letteratura e della poesia, a partire dai poemi omerici – poemi di navi e di eroi – passando per Platone (che si sofferma sulla prima e la seconda navigazione, cioè sul passaggio dalle vele ai remi quando cadono i venti); per Virgilio (rari nantes in gurgite vasto, primo libro dell’Eneide), per sant’Agostino (che nelle prime pagine del suo commento al Vangelo secondo Giovanni riprende l’immagine del Fedone e la sublima alla luce della fede, e parla con parole stupende del legno della croce a cui aggrapparsi per attraversare il mare della vita e arrivare alla meta).

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La metafora nautica sarà ripresa poi dai poeti del medioevo: da Petrarca, da Dante, col suo Ulisse: «Ma misi me per l’alto mare aperto» (Inferno, XXVI)

 

È dalla notte dei tempi che il timoniere assennato sa che deve preoccuparsi «dell’anno e delle stagioni, del cielo e degli astri», che deve guardare in alto, alle stelle sopra di sé, per trovare l’orientamento. 

 

Oggi invece il timone della nostra nave è serenamente consegnato a una guida aliena, meccanica, che provvede per noi e, così, erode la nostra libertà di decidere la rotta, il libero arbitrio (che è la cifra dell’umano), nella logica del controllo totale. 

 

Ancora una volta i greci ci dicono cos’è che abita le parole. Perché, nel processo in atto di sostituzione dell’uomo (perché di questo alla fine si tratta), nulla è nascosto, tutto è svelato a chi possieda la chiave per leggere le parole e per capire ciò che esse custodiscono. Il tema del linguaggio e delle sue radici lo riprenderemo più avanti.

 

Cerchiamo ora di vedere come siamo arrivati fino qui. Fino a subire questa penetrazione tanto aggressiva, totalizzante e prevaricatrice, della tecnologia.

 

Essa ha potuto avanzare incontrastata in groppa a molti miti: al mito seducente della efficienza, del risparmio di tempo, della comodità, della presunta oggettività delle prestazioni algoritmiche. Al mito della innovazione (il nuovo è sempre bello e buono, per definizione) e dell’eccezionalismo tecnologico, insieme a quello della presunta ineluttabilità del progresso inteso come moto lineare, inarrestabile, trionfale.

 

La sua parte l’ha avuta anche il fascino del volto anarchico e libertario della rete, che ha fatto da volano per l’esplosione delle piattaforme sociali, ma che ha messo in ombra il carattere intrinsecamente autoritario della rete stessa, legata per sua natura alla logica del controllo e del dominio. 

 

Noi siamo facile preda di questa costellazione di miti farlocchi – che sarebbe meglio chiamare superstizioni – soprattutto perché siamo immemori del nostro passato e dei traguardi speculativi raggiunti dagli antichi e da chi, dopo di loro, ha saputo raccoglierne il testimone. Abbiamo perduto le chiavi di accesso a quel patrimonio, un bagaglio di esperienza, sapienza e bellezza accumulato lungo millenni di storia, lasciando campo libero alla conquista.

 

Quante volte sentiamo dire: la tecnologia non si può fermare, è qui per rimanere e, anzi, per guadagnare sempre più terreno. È uno dei ritornelli che la gente ha fatto propri contribuendo, con entusiasmo o con rassegnazione a seconda dei casi, a farlo risuonare dappertutto come un mantra ipnotizzante. Ci siamo autoesentati – sempre per via della famosa comodità – dall’onere del ragionamento, e quindi dalla capacità di formulare qualsiasi giudizio di valore che non vada al di là della ripetizione pappagallesca di quel repertorio fisso di slogan servitici pronti per l’uso.

 

Per spianare la strada a questa cavalcata sono stati usati, poi, vari espedienti pratici. Per esempio, è stata sfruttata la fretta, che è una fretta pretestuosa, ma utile per azzerare il tempo della riflessione. Lo stiamo ora sperimentando con il famigerato PNRR, che ci rovescia addosso valanghe di denaro – denaro sottratto alle nostre tasche e restituitoci a titolo oneroso – ordinandoci come dobbiamo spenderlo entro termini perentori stabiliti da una tabella di marcia implacabile, incalzante.

 

Così, con queste copiose elargizioni, si crea una sorta di dovere di accaparramento in capo ai destinatari, frenetico, garantito dalla pressione sociale: mica puoi permetterti tu di rifiutare un malloppo che ti piove addosso, chi sei tu per rispedirlo al mittente; e pazienza se questo vuol dire cedere il timone al pilota automatico e non sapere dove questo ti condurrà (oppure saperlo benissimo, ma fare come la famosa scimmietta). Ci si conforma, e basta.

 

Tutta questa operazione è intessuta di una sottile perversione onomastica. A partire dalla trovata retorica, per nulla casuale né innocente, della antropomorfizzazione della macchina: la formula «Intelligenza Artificiale» è un termine di marketing che assimila due entità ontologicamente incompatibili: intelligenza e macchina. Ma si porta dietro l’idea di fare della macchina uno di noi, attribuendole vizi e virtù, e nel contempo contribuisce a nutrire in noi un complesso di inferiorità e a farci accettare la colonizzazione del nostro cervello (e della nostra stessa anima) da parte dell’algoritmo incorporeo. In una sorta di grottesca parodia della metafisica. 

 

In realtà tutta questa tecnologia, anche la cosiddetta IA, è fatta a mano (sull’argomento consiglio di leggere e ascoltare ciò che scrive e dice la bravissima Daniela Tafani). È un manufatto dietro il cui funzionamento c’è, invisibile, una quantità sterminata di individui in carne ed ossa, disposti gerarchicamente in una struttura piramidale di stampo feudale: per lo più sono schiavi sottopagati che, con il loro lavoro, contribuiscono a innalzare la macchina a una dignità che non le appartiene, a renderla agli occhi del mondo «intelligente», smart, affidabile, persino infallibile.

 

La gente si lascia convincere che le macchine capiscono, e possono diventare amici sintetici, consulenti virtuali, assistenti fedeli e iperefficienti. Che per esempio possono individuare un delinquente da arrestare, o un bravo lavoratore da assumere; che possono desumere da una serie di crocette se un ragazzino è un bravo studente e avrà successo nella vita, oppure se è destinato al fallimento. INVALSI è precisamente questa roba qua: è la nuova Pizia che, dal suo impenetrabile onfalòs, predice i destini e preimposta le vite, in modo peraltro incontrollabile e insindacabile da parte umana. E così ingabbia ciascuno, fin da piccolo, nella propria stia. Algoritmicamente. 

 

A scopo egemonico, hanno ideato un meccanismo di cattura che attinge alla magia, alla superstizione: le nostre attitudini naturali, in via di veloce atrofizzazione, noi le proiettiamo sulla macchina, in una specie di transfert.

 

Attenzione però che, quando si antropomorfizzano gli oggetti, succede fatalmente che, correlativamente, si de-umanizzino le persone, che vengono reificate, cosificate.

 

Se uso l’algoritmo per decidere se sarai un bravo studente e poi un lavoratore di successo, o un asino per sempre, io nego che tu sia capace di scegliere, di capire, di migliorare, ti tratto come una cosa. Se dico che il tuo futuro sarà così o colà, di nuovo, ti nego di esserne artefice. Ti rendo, di fatto, un mio schiavo, perché ti tolgo il timone della tua nave.

 

I sistemi di valutazione e classificazione predittiva, che poggiano su basi statistiche, sono un colossale imbroglio: funzionano come funziona una lotteria. È evidente infatti che non è possibile predire il futuro di una persona: il processo di crescita non è mai lineare, ed è imprevedibile. Il guaio qual è? È che, in virtù di un meccanismo noto fin dalla notte dei tempi, le profezie tendono ad autoavverarsi, sono fatte per influenzare le sorti (vedere effetto pigmalione, di cui parla bene Stefano Longagnani).

 

L’IA, in realtà, dicevamo, è fatta a mano: c’è un numero sterminato di omini nel backstage. A parte la manovalanza che provvede materialmente ad assemblare la macchina e a farla funzionare – con uno spaventoso consumo di energia, ed enormi danni ambientali di cui stranamente nessuno parla: e questo fa vedere quanto grande sia l’inganno nel film che ci stanno proiettando davanti –, la materia prima che consente alla macchina di svolgere prestazioni tali da farla sembrare addirittura intelligente, qual è? (perché, come dice Daniela Tafani, non ci è mai venuto in mente di pensare che la lavatrice o la calcolatrice, che pure sono più brave e veloci di noi umani a sbrigare incombenze come fare il bucato o fare i conti, siano intelligenti).

 

La millantata «intelligenza» di certi strumenti dipende dalle informazioni di cui noi li rimpinziamo e che loro ingurgitano e poi risputano fuori sotto forma di eco sintetica di ciò che viaggia nell’etere. In pratica realizzano un’immensa operazione di plagio. Siamo noi ad addestrarli, e a perfezionare sempre più le loro prestazioni. Poi ci inchiniamo a loro e ci lasciamo mettere nel sacco.

 

L’IA insomma è un derivato della sorveglianza, si fonda su un’attività di spionaggio condotta su larga scala. Ma qual è il suo obiettivo ultimo e, quindi, anche il suo movente? Il premio, riservato a pochi, non sono solo ricavi fantasmagorici, ma è l’acquisizione di un potere immenso, perché staccato da ogni responsabilità.

 

Chi controlla «i fili elettrici» su cui transitano questi strumenti detiene il potere di decidere chi può passare e chi no, chi può parlare e chi deve tacere, chi può vivere e chi deve morire.

 

Da questa transumanza di massa nell’universo virtuale gli unici a trarre un vantaggio effettivo sono i monopolisti della tecnologia, ché è innegabile che ci sia uno strettissimo monopolio in capo a una manciata di soggetti attrezzati con le infrastrutture di calcolo e con un apparato di sorveglianza che surclassa tutti i concorrenti. 

 

Durante la pandemia questi si sono procurati un bottino mai visto, entrando dentro le nostre case a saccheggiare dati, informazioni, immagini. 

 

Ma la pandemia ha sortito un effetto catapulta anche in un altro senso. Ricordiamo tutti il distanziamento sociale, gli arresti domiciliari, l’isolamento protratto: hanno creato la tempesta perfetta per giustificare un salto mostruoso, di qualità e di quantità (e lo hanno dichiarato, questo piano). A quel punto, infatti, lo strumento elettronico era l’unico medium che permetteva di stare al mondo e di comunicare con l’altro da sé, o almeno con un suo ectoplasma.

 

L’esperimento è servito per moltiplicare a dismisura, per normalizzare e legittimare la dipendenza (in senso proprio) dal mezzo telematico, sancendo l’imprescindibilità del suo utilizzo per gli scolari. I ragazzini hanno guadagnato una investitura istituzionale per stare attaccati allo smartphone, e chi se ne importa se questo funziona anche da idrovora di informazioni personali, da braccialetto elettronico, da profilatore, da spacciatore di spazzatura. Sono effetti collaterali evidentemente trascurabili, o disconosciuti.

 

Ora, non occorrono studi scientifici particolari (per quanto ce ne siano a bizzeffe, e siano dirimenti) per capire ciò che è autoevidente: cosa provoca la consuetudine con questi strumenti fin dalla più tenera età. Il cucciolo d’uomo semplicemente smette di fare molte cose, e di apprenderne molte altre, perché al posto suo le farà un algoritmo: è chiaro che le corrispondenti funzioni, fisiche e cerebrali, appaltate alla protesi, sono inibite sul nascere o si atrofizzano. Peccato che si tratti di attitudini non marginali, ma essenziali, letteralmente fondanti. 

 

La pandemia è stata il trampolino di lancio per la scuola 4.0, in via di rapidissimo allestimento (dicevamo della fretta, appunto…), che non è altro che una immensa sala giochi in cui la tempesta di immagini sostituisce lo studio delle leggi della realtà.

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Da tempo i libri di testo (ciò che ne rimane) sono sempre più zeppi di immagini e vuoti di parole, e le poche parole, appunto, sono ridotte a slogan: specchio impressionante del degrado didattico e cognitivo dilagante. 

 

I quaderni sono, sempre più, sostituiti dai tablet, la penna dalla tastiera. E così si perde l’abilità, l’arte dello scrivere a mano – in particolare della scrittura corsiva – oltre che del disegnare. Si inibisce l’esercizio della manualità fine e tutte le attitudini che si sviluppano col praticarla, a partire dalla memoria (c’è un detto russo che dice «la mano ricorda, ruka pomnit»: la mente si appropria del concetto anche attraverso il corpo, la memoria muscolare che passa per la mano). Senza contare poi che la grafia è una proprietà esclusiva del suo autore, è un connotato distintivo, e il toglierla di mezzo è una via maestra per l’omologazione e la spersonalizzazione. 

 

Ma a ben vedere, è proprio nella lingua, con particolare riguardo alla scrittura (ai gràmmata) che si radica la distinzione tra uomo e animale. Anche l’animale infatti possiede un linguaggio. Ma il linguaggio dell’uomo non è un mero flusso di suoni. Questo è un argomento approfondito in modo mirabile dal prof. Agamben (nel suo saggio La voce umana). Già gli antichi avevano ben capito come il linguaggio umano consti di due piani distinti: il piano del lessico, cioè il sistema di segni (gli ònoma), e il piano del discorso (il logos).

 

I grammata (le lettere, letteralmente: ciò che è scritto) sono la struttura elementare, l’elemento indivisibile, atomico, della lingua: stanno dentro la voce (en té foné) e rendono la voce significante, intellegibile, in quanto scrivibile. Questo è un passaggio fondamentale: la grafia sposta il linguaggio da un piano sensoriale a un altro, cioè dall’orecchio allo sguardo (dal binomio voce-orecchio, a quello mano-occhio) ed è ciò che permette di vedere la voce, di leggerla. Ma non solo: permette di oggettivare la lingua, di articolarla e, quindi, di dominarla. L’uomo, separando da sé la sua lingua, fa diventare il linguaggio uno straordinario, potentissimo strumento di conoscenza. Il linguaggio animale manca di questo fondamentale momento costitutivo. 

 

Alla luce di queste pur sommarie osservazioni, pensiamo dunque a quali ricadute abbia il togliere di mezzo a scuola il magistero e l’esperienza della scrittura, la consuetudine col segno e con il processo di astrazione che vi è collegato, l’esercizio della parola: visto che, appunto, è attraverso questi elementi che l’uomo lascia traccia di sé, perché può fissare il suo messaggio e, fissandolo, lo tramanda.

 

Allora nel diluvio di scemenze di cui la scuola è divenuta teatro, vale la pena ribadire una ovvietà di cui però si sta perdendo contezza. Qual è la funzione della scuola? Alla scuola spetta l’esclusiva di un compito specifico e indispensabile in una compagine sociale, che altrimenti nessun altro svolge: quello innanzitutto di alfabetizzare e, quindi, di trasmettere la conoscenza (con particolare riguardo agli invarianti e alle conoscenze che hanno resistito alla prova del tempo); di iniziare al sapere teoretico, che vuol dire afferrare le cause, elevarsi alle leggi, agli universali, che sono strumenti di comprensione della realtà. Ma è la parola la chiave di accesso al deposito di scienza, arte, letteratura, che non va certo ascritto semplicisticamente alla categoria del passato, ma a quella del durevole, dell’essenziale, dell’eterno. Dell’irrinunciabile.

 

Il danno che si causa negando questi insegnamenti fondamentali si misura anche se si considera come sia per l’apprendimento della lingua materna, sia per quello del linguaggio matematico (i due sono strettamente apparentati), esiste una finestra temporale di opportunità, un periodo dentro il quale la natura ha posto una particolare sensibilità a fissare le parole e la musicalità della lingua, a stamparla nella memoria in modo indelebile. Passata questa fase, diventa difficile recuperare il terreno perduto.

 

Ecco perché il primo dei servizi che la scuola dovrebbe onorare è proprio quello di coltivare il linguaggio affinché tutti siano in grado di esprimersi, e siano in grado di ascoltare e di comprendere gli altri, e così di uscire dal proprio guscio autoreferenziale superando la limitatezza e l’istintività della propria esperienza contingente attraverso la conoscenza delle leggi che la regolano. È solo così che la scuola può essere davvero vivaio e palestra di libertà, e può restituire ai più giovani, insieme alla cognizione della realtà e insieme al senso delle dimensioni che servono a prendere le misure della realtà – vale a dire l’altezza, la profondità, la distanza – anche una solidità interiore andata quasi completamente distrutta. 

 

Senza la parola, infatti, non c’è comunicazione, col suo valore catartico. Prima ancora, senza la parola non c’è ragionamento. Nello sforzo di parlare, di leggere, di scrivere, cova il seme della libertà – dove libertà è il sapersi emancipare da visioni settarie, parziali, ideologiche, imposte dall’esterno, per imparare a interpretare autonomamente la realtà, sulla scorta delle scoperte di chi ci ha preceduto. 

 

Tutto questo è contrario esatto di ciò che fa oggi la scuola: la scuola oggi serve pacchetti ideologici pronti, preconfezionati e prescrittivi. Non insegna, fa propaganda; fa da ripetitore dei media e si appropria dei suoi stessi slogan, dei suoi codici corrivi.

 

Nel giugno 2023 Giorgio Agamben pubblicava uno dei suoi interventi brevi che ci hanno accompagnato in questi ultimi anni di delirio, dal titolo «Virgole e fiamme».

 

«A un amico che gli parlava del bombardamento di Shanghai da parte dei giapponesi, Karl Kraus rispose: “So che niente ha senso se la casa brucia. Ma finché possibile, io mi occupo delle virgole, perché se la gente che doveva farlo avesse badato a che tutte le virgole fossero nel punto giusto, Shangay non sarebbe bruciata”. Come sempre, lo scherzo nasconde qui una verità che vale la pena di ricordare. Gli uomini hanno nel linguaggio la loro dimora vitale e se pensano e agiscono male, è perché è innanzitutto viziato il rapporto con la loro lingua».

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«Noi viviamo da tempo in una lingua impoverita e devastata (…) la nostra lingua si è ridotta a un piccolo numero di frasi fatte, il vocabolario non è mai stato così stretto e consunto, il frasario dei media impone ovunque la sua miserabile norma, nelle aule universitarie si tengono lezioni in cattivo inglese su Dante: come pretendere in simili condizioni che qualcuno riesca a formulare un pensiero corretto e ad agire in conseguenza con probità e avvedutezza? Nemmeno stupisce che chi maneggia una simile lingua abbia perso ogni consapevolezza del rapporto tra lingua e verità e creda pertanto di poter usare secondo il suo tristo profitto parole che non corrispondono più ad alcuna realtà, fino al punto di non rendersi più conto di star mentendo»

 

«La verità di cui qui parliamo non è solo la corrispondenza tra discorso e fatti, ma, ancor prima di questa, la memoria dell’apostrofe che il linguaggio rivolge al bambino che proferisce commosso le sue prime parole. Uomini che hanno smarrito ogni ricordo di questo sommesso, esigente, amoroso richiamo sono letteralmente capaci, come abbiamo visto in questi ultimi anni, di qualsiasi scelleratezza. Continuiamo, pertanto, a occuparci delle virgole anche se la casa brucia, parliamo tra noi con cura senz’alcuna retorica, prestando ascolto non soltanto a quello che diciamo, ma anche a quello che ci dice la lingua, a quel piccolo soffio che si chiamava un tempo ispirazione e che resta il dono più prezioso che, a volte, il linguaggio – che sia canone letterario o dialetto – può farci».

 

La parola ha un valore fondante. C’è un legame inscindibile tra lingua e pensiero, tra categorie grammaticali e categorie logico-filosofiche. Tanto che è difficile per il pensiero sfuggire alla struttura grammaticale in cui si esprime. E le nostre categorie grammaticali riprendono la terminologia aristotelica: per noi, cioè, l’alfabeto del pensiero sono le categorie della lingua greca – non è certo un caso che da tempo cerchino di uccidere il liceo classico, che possiede l’esclusiva dello studio della lingua greca: e ce la faranno grazie all’orientamento vincolante, che non vi orienterà più nessuno, così morirà per asfissia. 

 

Ma il rapporto tra lingua e pensiero è biunivoco, cioè: se è vero che la lingua determina il pensiero, è d’altra parte vero che il pensiero a sua volta plasma la lingua nella quale si esprime. E il luogo privilegiato in cui si manifesta questa tensione, questo scambio, è la poesia, regno dei mille significati: i poeti infatti creano la lingua travalicando le sue strutture. Essi attingono al momento sorgivo, pregrammaticale, della lingua e arrivano ad esprimere l’indicibile, «quel piccolo soffio che si chiamava un tempo ispirazione e che resta il dono più prezioso che, a volte, il linguaggio…può farci».

 

Sta di fatto che l’uso della parola vera (non adulterata o corrotta), della parola che mantiene la presa sulla realtà che designa, della parola nel suo nitore sorgivo, è il contrario esatto della barbarie degli slogan coniati a fini di propaganda. 

 

La parola è simbolo. Simbolo significa unione (syn-ballo), e una parola che rappresenti carnalmente la realtà è capace di unire gli uomini con le cose, con gli altri uomini, e con il Creatore. La parola, in quanto simbolo assoluto, universale, è un ponte tra le creature; intimità con il mistero del visibile e dell’invisibile. 

 

È ovvio che l’artificio nulla ha a che fare con tutto ciò, recide questo nesso con lo spirito, spegne questa magia, toglie alla parola la sua anima.

 

Concludo con il prologo del Vangelo di san Giovanni, che comincia così: «Ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ λόγος, κα λόγος ν πρς τν θεόν, κα θες ν λόγος». «In principio era il Verbo, ed il Verbo era presso Dio, ed il Verbo era Dio». E prosegue più avanti: «Κα λόγος σρξ γένετο κα ἐσκήνωσεν ν μν». «…E il Verbo si fece carne, e venne ad abitare (lett: piantò la sua tenda) tra noi…»

 

Da sempre l’uomo vive la tentazione di mettersi al posto di Dio, autoattribuendosi i tratti divini di onniscienza e onnipotenza. È così che imbocca la via dell’autodistruzione. Lo sapevano bene anche gli antichi, che hanno cantato la hybris (la tracotanza, il superamento dei limiti) come causa della rovina delle stirpi.

 

Oggi le frontiere della tecnica, sfruttando la fascinazione del progresso, nell’inseguire l’obiettivo del controllo totale degli individui e delle comunità, arrivano a dis-umanizzare l’uomo. Ad aspirare ciò che gli è proprio, ad ammutolirlo (a togliergli la voce). Nel tentativo di reificarlo, standardizzarlo, manipolarlo –sono giunti a manomettere il suo codice fondamentale, la sua struttura più profonda: il genoma.

 

Per riprogrammarlo (in lingua barbara si dice «resettare»: il reset, appunto). Quindi da un lato lo si vuole despiritualizzare, dall’altro però disincarnare, smaterializzare. Si potrebbe dire, in una parola, de-creare. In una specie di creazione rovesciata. C’è insomma, in tutto ciò, il tratto diabolico, perverso, dell’inversione. 

 

La profondità di quanto sta accadendo con la deportazione digitale è tale da intaccare il nucleo duro dell’umana natura, la cifra stessa dell’umano. Ecco perché non possiamo permetterci di lasciare che il contagio corra incontrastato, di rassegnarci alla sostituzione in atto, ma dobbiamo attrezzarci, e attrezzare chi ci succede, per custodire il fuoco: che è il logos, la parola, il simbolo. Ciò che ci consente di stabilire un legame con i nostri simili, coi quali abbiamo in comune qualcosa che risiede nel profondo del cuore e che, allo stesso tempo, ci trascende e ci sovrasta – e che ha a che fare con la legge naturale. 

 

È l’unico modo, questo, che ciascuno di noi ha per onorare la propria sacra libertà (che è tale perché riconosce il limite), tenere il timone della propria nave, essere ciberneta di se stesso in quanto capace di guardare il cielo.

 

Elisabetta Frezza

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Bambina traumatizzata si butta dalla finestra. L’assistente sociale ha tatuaggi sul viso e corna da diavolo

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Una bambina traumatizzata in Austria si è buttata da una finestra dopo essere stata prelevata da un assistente sociale dal look inquietante. Lo riporta LifeSite.   La precedente casa famiglia per bambini con problemi comportamentali, dove viveva la dodicenne, è stata chiusa dall’Agenzia per la tutela dell’infanzia e della gioventù di Vienna (MA 11) a seguito di alcune segnalazioni. I bambini di questa struttura avrebbero dovuto essere trasferiti in una nuova casa famiglia gestita da un organizzazione privata senza scopo di lucro il cui direttore era uno degli assistenti sociali che sono andati a prendere la ragazza.   Il caso si è trasformato in uno scandalo politico quando la ragazza è saltata da una finestra e si è rotta diverse ossa poco dopo aver incontrato l’uomo. La dodicenne tirolese è considerata traumatizzata a causa di sospetti gravi abusi. Secondo Pro Child Vienna, l’organizzazione che gestiva la sua precedente casa famiglia, la ragazza reagisce in modo molto negativo agli uomini e pertanto non dovrebbe essere affidata alle cure di assistenti sociali di sesso maschile.   Tuttavia, le linee guida non sono state rispettate quando la ragazza doveva essere prelevata da lì e portata in una nuova sistemazione condivisa, ha criticato Sabine Keri, portavoce dei giovani del Partito Popolare Austriaco (ÖVP) a Vienna. Alla Keri è stato fornito un resoconto scritto dell’incidente e ha affermato: «Era stato chiarito in modo inequivocabile che la ragazza non doveva essere prelevata da un uomo. E poi si presenta un uomo che esercita pressioni».    

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I giornali viennesi sostengono che l’aspetto fisico dell’assistente sociale abbia spaventato la ragazza, poiché ha diversi tatuaggi sul viso, tra cui un pentagramma sulla fronte. L’uomo indosserebbe anche spesso delle piccole corna nere sulla testa che si possono avvitare e svitare, come si può vedere nel suo ritratto sul sito web ufficiale dell’organizzazione.   «Per me, quello è uno sguardo satanico. E non posso certo permettere a una persona con quell’aspetto di lavorare con bambini gravemente traumatizzati», ha detto la Keri.   L’uomo ha risposto alle accuse definendole diffamatorie e insistendo sul fatto di non essere un satanista, affermando di non indossare le piccole corna sulla testa quando è andato a prendere i bambini.   La dodicenne è saltata fuori dalla finestra non chiusa a chiave quando nessuno la guardava. La consigliera comunale Bettina Emmerling ha avviato un’indagine sull’accaduto. Tuttavia, sostiene che finora non ci siano prove che la ragazza si sia buttata per paura dell’assistente sociale. Secondo la Emmerling, l’uomo dall’aspetto satanico e la badante donna avevano già parlato con la bambina il giorno prima dell’incidente. La consigliera ha sostenuto che la paura per il suo aspetto non fosse la ragione del gesto, bensì la riluttanza della bambina a cambiare residenza o la persona a cui era affidata. Inoltre, ha affermato Emmerling in un’intervista, la bambina era stata anche con un badante uomo nell’appartamento condiviso prima dell’incidente.   «Il fatto che questa finestra non fosse chiusa a chiave non è consentito in un alloggio condiviso», ha affermato. «La finestra può essere lasciata leggermente aperta, ma in linea di principio, quando un bambino è solo in una stanza», le finestre devono essere chiuse a chiave.   Secondo Emmerling, la consigliera comunale non ha ancora ben chiaro se – e con quanta chiarezza – sia stato effettivamente comunicato che la ragazza non doveva essere prelevata da un uomo. Secondo quanto riferito, la ragazza si è ripresa dalla caduta e ora si trova in una nuova casa famiglia a Vienna. Le notizie non specificano se si tratti di una struttura della precedente organizzazione o di un’altra.

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Un altro elemento di dibattito politico in questo caso è il fatto che il responsabile dell’azienda che ha prelevato la ragazza, sia il figlio di un alto funzionario del MA 11. L’ÖVP e il FPO hanno criticato aspramente la cosa. La consigliera Emmerlinga ha difeso l’accordo: «il fatto che esistesse questo legame familiare è stato reso noto fin dall’inizio», ha dichiarato in un’intervista. Il padre del direttore (…) non aveva alcuna autorità né alcun ruolo nel processo decisionale relativo all’assegnazione degli appalti da parte dell’agenzia, ha aggiunto.   Anche il pubblico italiano ricorda prelievi traumatici eseguiti da assistenti sociali e forze istituzionali ai danni di famiglie, con azioni stile commando che tagliano la luce e ingannano i genitori per procedere al prelievo del minore. Il caso più noto degli ultimi anni, quello di un paesino emiliano, è finito con l’assoluzione dei principali accusati.   Nella dinamica di questi eventi è evidente come entri in giuoco uno scontro – metapolitico, metafisico – tra la sovranità della famiglia e la volontà dello Stato, con immani conseguenze filosofiche ed antropologiche: da una parte chi considera la famiglia come l’unita primigenia ed indivisibile del consorzio umano, dall’altra chi crede che lo Stato rappresenti una forza superiore che possa permettersi di scinderla e riformularla.   Da un punto di vista di filosofia del diritto, si deve parlare della primazia del diritto positivo dello Stato moderno contro la legge naturale che è base dell’esistenza della famiglia: da una parte chi crede che oltre lo Stato non vi sia nulla, e quindi che esso goda di un potere assoluto, dall’altra chi crede che lo Stato sia invece un’entità inferiore che si deve conformare a qualcosa di superiore – appunto, la legge naturale, o Dio… – e che non possa quindi infrangerne i principi.   In teoria, la Costituzione repubblicana italiana considera la famiglia come il nucleo fondamentale della società, definendola espressamente una «società naturale fondata sul matrimonio». I principi costituzionali che regolano la famiglia sono contenuti principalmente negli articoli 29, 30 e 31.   All’articolo 29, che tratta della società naturale, lo Stato riconosce la famiglia come un’istituzione che esiste prima dello Stato stesso, dotata di propri diritti originari che la legge non crea, ma si limita a proteggere.   All’articolo 31 è detto che la La Repubblica deve agevolare la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi con misure economiche, con particolare riguardo alle famiglie numerose, e proteggere la maternità, l’infanzia e la gioventù.   Quanto la Costituzione Italiana che pure non riteniamo proprio essere un documento perfetto, sia presa sul serio dallo Stato repubblicano (con la Corte Costizionale che per allargare le maglie della morte parla di «Costituzione materiale»), lo lasciamo decidere al lettore di Renovatio 21 che ci segue sin da prima della devastazione pandemica.  

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 Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia  
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Epidemie

I bambini nati durante il lockdown mostrano una ridotta funzione esecutiva all’età di 4 anni: studio

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Secondo un nuovo studio, i bambini nati durante il primo lockdown dovuto alla pandemia mostrano una ridotta funzione esecutiva, un indicatore chiave del controllo comportamentale, all’età di 4 anni.

 

La funzione esecutiva può essere concettualizzata come una sorta di «sistema di gestione» del cervello che consente all’individuo di svolgere compiti cognitivi di livello superiore come la pianificazione, la concentrazione, la memoria, il controllo degli impulsi e l’adattamento di piani e comportamenti in risposta al mutare delle circostanze.

 

Le funzioni esecutive sono principalmente associate alla regione della corteccia prefrontale del cervello. Le difficoltà nelle funzioni esecutive sono solitamente associate a condizioni come il disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD), l’invecchiamento e le lesioni cerebrali. Possono verificarsi anche riduzioni transitorie a seguito di stress e privazione del sonno.

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I ricercatori hanno analizzato i dati relativi a 205 bambini nati in Gran Bretagna tra il 23 marzo e il 23 giugno 2020. I bambini sono stati sottoposti a valutazioni standardizzate all’età di quattro anni per una varietà di tratti dello sviluppo, tra cui il linguaggio espressivo e ricettivo, il vocabolario espressivo e ricettivo e il ragionamento non verbale. Gli scienziati hanno quindi confrontato le valutazioni con quelle di un altro gruppo nato e valutato prima della pandemia.

 

Lo studio ha dimostrato che, sebbene alcuni parametri relativi alla coorte pandemica fossero nella norma, come la struttura delle frasi, il vocabolario espressivo e ricettivo e il ragionamento non verbale, un numero significativamente maggiore di bambini ha mostrato una ridotta funzione esecutiva. Anche i punteggi molto bassi relativi alla struttura delle parole sono risultati più frequenti.

 

Lo studio si aggiunge a un crescente numero di prove che dimostrano come le restrizioni sociali imposte dalla pandemia abbiano avuto gravi effetti negativi sullo sviluppo infantile. Uno studio condotto su bambini scozzesi, ad esempio, ha mostrato un aumento del 6,6% nella percentuale di bambini piccoli con almeno un problema di sviluppo durante le 72 settimane di misure di distanziamento sociale.

 

Un altro studio ha dimostrato che i lockdown hanno interrotto lo sviluppo di un’abilità sociale fondamentale nei bambini piccoli: lo sviluppo della teoria della mente, che permette ai bambini di assumere la prospettiva di un’altra persona.

 

Come riportato da Renovatio 21, un anno fa uno studio pubblicato sulla rivista Scientific Reports suggerisce che i lockdown e le altre misure adottate per prevenire la diffusione del COVID-19 hanno causato danni gravi e potenzialmente irreversibili ai bambini in età prescolare.

 

Anche il maggiore quotidiano del pianeta, il New York Times, già quattro anni fa ammise il danno procurato dai lockdown ai bambini. L’articolo, pubblicato a metà novembre, si intitola «Ecco le prove sorprendenti della perdita di apprendimento».

 

La lista dei danni dei lockdown sui bambini studiati dall’accademia è oramai imponenti. Il danno è autoevidente, a partire dal chiaro ritardo nell’apprendimento di alcuni a certi disegni disturbanti emersi.

 

Uno studio britannico aveva rilevato che molti bambini che iniziano la scuola elementare hanno abilità verbali gravemente sottosviluppate, e molti non sono nemmeno in grado di pronunciare il proprio nome.

 

La canadese York University ha rilevato in uno studio che i bambini ora «hanno difficoltà di riconoscere i volti a causa della mascherina».

 

Come riportato da Renovatio 21, una logopedista statunitense ha asserito di aver osservato un aumento del 364% delle segnalazioni di pazienti neonati e bambini piccoli che abbisognano di aiuto per il linguaggio non sviluppato.

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Un altro studio ha rivelato come i punteggi medi di quoziente intellettivo tra bambini nati durante la pandemia siano crollati di ben 22 punti mentre le prestazioni verbali, motorie e cognitive hanno tutte sofferto a causa del lockdown. La dannosità delle mascherine a livello respiratorio è stata sottolineata anche dall’agenzia tedesca per la protezione dei consumatori.

 

Secondo un rapporto di Ofsted, istituzione governativa britannica, la mascherina ha creato una generazione di bambini con problemi nel linguaggio e nelle relazioni.

 

Vi sarebbero poi problemi al sistema immunitario dei piccoli costretti alla clausura. Pochi mesi fa è emerso come bambini venivano colpiti, fuori stagione, da tre virus contemporaneamente – qualcosa di assolutamente raro, prima.

 

Qualcuno così propone una connessione tra l’inusuale aumento delle epatiti fra i bambini e le restrizioni pandemiche.

 

Inoltre, secondo uno studio pubblicato sulla rivista Royal Society Open Science, i lockdown hanno portato 60.000 bambini britannici alla depressione clinica. Un’analogo aumento della depressione giovanile è stata rilevata in Italia dall’ISS.

 

In Italia si sta assistendo anche al fluire di un’aneddotica significativa sull’aumento della violenza fra i giovani.

 

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Il Canada propone il divieto di utilizzo dei social media per i minori di 16 anni

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Il governo canadese ha avanzato una proposta di legge che proibirebbe l’accesso ai social media per i ragazzi sotto i 16 anni, prevedendo possibili deroghe per le piattaforme in grado di dimostrare l’adozione di «adeguate misure di sicurezza».   Mercoledì, Ottawa ha reso nota tramite un comunicato stampa questa iniziativa normativa, denominata Safe Social Media Act (Legge sulla sicurezza dei social media).   Una volta approvata, la norma costringerebbe i gestori delle piattaforme social a introdurre sistemi di verifica dell’età e a limitare l’esposizione dei minori a contenuti pericolosi, tra cui lo sfruttamento sessuale dei minori, immagini intime non consensuali, incitamento all’autolesionismo, bullismo, incitamento all’odio, violenza e materiale terroristico o estremista.   Il provvedimento regolamenterebbe altresì i chatbot basati sull’IA, obbligandoli a «mitigare il rischio» di esiti nocivi, e imporrebbe alle piattaforme un sistema più efficace di segnalazione nelle situazioni di crisi, per esempio quando gli utenti manifestano l’intenzione di fare del male a se stessi o ad altri.   Verrà inoltre creato un nuovo ente di regolamentazione della sicurezza digitale incaricato di vigilare sull’applicazione e sul rispetto delle regole.

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«Abbiamo visto le gravissime conseguenze che i danni online possono avere. Con l’evoluzione delle tecnologie, dobbiamo garantire che le nostre leggi si adeguino, perché i genitori non possono affrontare queste sfide da soli», ha dichiarato il ministro della Cultura canadese Marc Miller nel comunicato stampa del governo.   La proposta giunge in un contesto di crescente impegno internazionale per disciplinare l’attività online dei minori.   Alla fine dello scorso anno, l’Australia è diventata il primo Paese a vietare ai minori di 16 anni l’accesso alle principali piattaforme di social media, tra cui Facebook, Instagram, TikTok e YouTube. Brasile e Indonesia hanno introdotto limitazioni analoghe a maggio.   Come riportato da Renovatio 21, la Francia ha avviato un iter legislativo per proibire l’uso dei social media ai minori di 15 anni, benché la misura non abbia ancora completato il percorso parlamentare. Anche altri Stati, tra cui Regno Unito, Austria e Danimarca, stanno elaborando restrizioni simili.   Negli ultimi mesi, i giganti dei social media come Meta Platforms, TikTok e YouTube sono stati al centro di critiche sempre più aspre, anche in seguito a una rilevante causa per responsabilità da prodotto intentata a Los Angeles, basata sull’accusa di aver progettato intenzionalmente le proprie piattaforme per generare dipendenza nei bambini.   Nei documenti depositati in tribunale si sostiene inoltre che Facebook non abbia sorvegliato in modo adeguato gli account coinvolti nello sfruttamento sessuale e nel traffico di minori, con alcuni contenuti illeciti che sarebbero rimasti online nonostante fossero state segnalate 16 violazioni.

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