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Sport e Marzialistica

Il Bajiquan, da Mao all’ASMR

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Il Bajiquan (八極拳) – letteralmente «pugilato degli otto estremi» – è un’arte marziale tradizionale cinese caratterizzata da una potenza esplosiva a corto raggio per il combattimento ravvicinato, nota per i suoi rapidi colpi di gomito e spalla. Il suo nome completo è kaimen bajiquan (開門八極拳), che significa letteralmente «boxe con otto estremità a cancello aperto».

 

Il Bajiquan è anche conosciuto come «lo stile della guardia del corpo», poiché era la disciplina praticata dalle guardie del corpo personali di Mao Zedong, Chiang Kai-shek e Puyi, l’ultimo imperatore della dinastia Qing raccontato nel kolossal di Bernardo Bertolucci.

 

Attualmente, il Bajiquan è popolare nel nord della Cina e a Taiwan. Successivamente, è stato introdotto in Giappone, Corea del Sud e altri paesi come Stati Uniti, Canada, Gran Bretagna, Francia e Italia.

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Secondo l’etimologia più comune – ma non accettata da tutti – il Bajiquan era originariamente chiamato baziquan (耙子拳, cioè letteralmente «rastrello/pugilato») perché i pugni, tenuti sciolti e leggermente aperti, venivano usati per colpire verso il basso come un rastrello. Tuttavia, poiché il nome era considerato piuttosto rozzo, fu cambiato in bajiquan. Il termine baji deriva dal celeberrimo libro di divinazione I Ching e significa «estensione di tutte le direzioni». In questo contesto, significa quindi «comprendente tutto», cioè «l’universo».

 

Le origini della tecnica rimangono ancora piuttosto oscure. Le informazioni anteriori all’era repubblicana della Cina sono estremamente scarse, con documentazioni più chiare che iniziano solo intorno agli anni Venti e Trenta del XX secolo.

 

Il primo praticante chiaramente identificato nella storia scritta è stato un uomo di nome Wu Zhong (1712-1802), un membro della minoranza Hui – i cinesi musulmani – e del clan della famiglia Wu della regione di Mengcun, a Cangzhou, nella provincia di Hebei, dove la tecnica è tutt’oggi molto praticata.

 

Secondo i documenti genealogici della famiglia Wu, il bisnonno di Wu Zhong lasciò la roccaforte familiare per stabilirsi a circa 50 km di distanza, nel villaggio isolato di Houzhuangke, nella vicina provincia dello Shandong. Si dice che il Wu Zhong, nato a Houzhuangke, si stabilì quindi il ramo principale della sua famiglia nel villaggio di Mengcun, nella provincia di Hebei.

 

Del personaggio si sa poco, eccetto che raggiunse rapidamente un livello senza precedenti nella pratica delle arti marziali, tanto da ottenere il soprannome di «dio della lancia». L’uomo fu quindi reclutato come istruttore presso la corte imperiale sotto il principe Xun.

 

Intorno ai 60 anni, Wu Zhong ritornò a Mengcun, dove dedicò gli ultimi trent’anni della sua vita a trasmettere la sua arte di combattimento, facendo del villaggio la fonte dello sviluppo del Bajiquan.

 

Parimenti misteriose paiono essere le origini delle magistrali capacità acquisite dallo Wu Zhong, un tema che è attualmente oggetto di numerose controversie tra i diversi rami del Bajiquan.

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Secondo documenti storici, vi sarebbero due versioni principali possibili.

 

Secondo la «versione del monaco taoista Lai e il suo discepolo Pi», indicata dagli annali della contea di Cang, dal manuale baji della famiglia Wu e dall manoscritto Pobei, sarebbero stati un monaco taoista itinerante di nome Lai (癞, «il lebbroso») e il suo discepolo Pi (癖, «l’appassionato») ad insegnare il Bajiquan e l’uso della grande lancia a Wu Zhong a Mengcun. Tuttavia, la famiglia Wu di Mengcun ammette che questo riferimento è probabilmente da considerarsi come una pure leggenda.

 

Un’altra teoria sostiene che Zhang Yueshan, un monaco del tempio Yueshan nella provincia dell’Henan, avrebbe insegnato il metodo della grande lancia a Wu Zhong mentre tornava alla vita secolare e viaggiava».

 

Oltre a queste due teorie, si ipotizza anche che l’arte marziale abbia origine nel Tempio Shaolin nell’Henan, quindi non correlato a Zhang Yueshan.

 

In ogni caso, tutte le fonti concordano sul fatto che Wu Zhong viaggiò molto e che solo alla fine della sua vita si dedicò all’insegnamento del Bajiquan. La leggenda di Lai e Pi potrebbe simboleggiare la conoscenza marziale che Wu Zhong riuscì ad acquisire nel corso della sua vita, probabilmente dallo studio di altri stili della regione, e che cristallizzò sotto forma di Bajiquan.

 

Il primo riferimento storico al Bajiquan appare nel trattato militare chiamato Jixiao Xinshu, scritto dal generale Qi Jiguang (1528-1588). Ciò suggerisce che il Bajiquan potrebbe essere stata un’arte marziale ben consolidata durante il XVI secolo.

 

Wu Zhong ebbe una sola figlia, Wu Rong, la quale all’età di 30 anni sposò un esperto di Changquan e, dopo pochi anni, smise di praticare il Bajiquan. Per evitare di rimanere senza eredi e garantire la continuità della sua arte, Wu Zhong adottò Wu Ying, un lontano nipote della famiglia Wu di Mengcun. A lui Wu Zhong trasmise tutta la sua conoscenza, e lo stesso fece con Wu Zhongyu, un altro lontano nipote della famiglia Wu di Mengcun.

 

Nel 1790, su richiesta del suo maestro, Wu Ying introdusse ufficialmente il nome «Bajiquan» e scrisse il primo manuale marziale della famiglia Wu per garantire la trasmissione dell’arte tra le generazioni future. Pertanto, il Bajiquan fu trasmesso all’interno della famiglia Wu, che ne assicurò anche la diffusione ad altre famiglie a Mengcun e nei villaggi circostanti.

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Inizialmente, il Bajiquan fu trasmesso principalmente alla popolazione Hui del villaggio di Meng, ma venne anche insegnato a Luohan, un’area abitata prevalentemente da persone di etnia Han. Alla fine, si svilupparono due lignaggi distinti: il lignaggio Hui di Mengcun e il lignaggio Han di Luo.

 

Successivamente, Li Shuwen (1860-1934) fu considerato uno dei più importanti promotori del Bajiquan durante la dinastia Qing. Originario di Cangzhou, Hebei, acquisì il soprannome di «Li, dio della lancia». Wu Shen, un personaggio marziale maschile dell’opera di Pechino, era anche un esperto combattente. È conosciuto per la frase «non so cosa significhi colpire un uomo due volte».

 

Tra gli studenti di Li Shuwen figuravano Huo Dian Ge, guardia del corpo di Puyi, l’ultimo imperatore della Cina, Li Chenwu, guardia del corpo di Mao Zedong, e Liu Yunqiao, agente segreto della fazione nazionalista Kuomintang e istruttore delle guardie del corpo di Chiang Kai-shek. Grazie a tali connessioni, il Bajiquan acquisì la reputazione di «stile della guardia del corpo».

 

I maestri Ma Fengtu e Ma Yintu introdussero il Bajiquan nell’Istituto Centrale Guoshu – l’istituzione nazionale di arti marziali cinesi, con sede a Nanchino – dove divenne un requisito per tutti gli studenti.

L’evento che diede impulso alla diffusione del Bajiquan in tutta la Cina fu proprio l’inclusione di questa arte marziale nell’Istituto Centrale Guoshu come corso regolare, comune ai corsi di formazione «Cancello Shaolin» e «Cancello Wudang». Al Guoshu quindi vi fu la creazione dei «materiali didattici del Bajiquan per l’allenamento di gruppo», e con l’espansione delle filiali dell’Istituto marzialista di Stato, il Bajiquan divenne sempre più popolare e diffuso in tutta la Cina.

 

Rami e lignaggi importanti del Bajiquan sono sopravvissuti fino ai tempi moderni, tra cui lo stile Han, lo stile Huo, lo stile Ji, lo stile Li, lo stile Ma, lo stile Qiang, lo stile Wu (da Wu Xiefeng), lo stile Wutan e il Bajiquan in stile yin yang. Ognuno di questi lignaggi ha elementi unici pur condividendo le pratiche fondamentali. Alcuni lignaggi sono più comuni o esistono solo in Cina, mentre altri si sono diffusi nei Paesi occidentali.

 

La tattica del Bajiquan prevede l’apertura con forza le braccia dell’avversario (qiang kai men) e lo sferrare attacchi ai livelli alto, medio e basso del corpo (san pan lian ji).

 

Il Bajiquan risulta particolarmente efficace nel combattimento ravvicinato, poiché si concentra sui colpi di gomito, ginocchio, spalla e fianco. Quando si blocca un attacco o ci si avvicina a un avversario, le tecniche del Bajiquan enfatizzano i principali punti di vulnerabilità, ossia il torace, le gambe e il collo.

 

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Nel Bajiquan, i «sei grandi modi di apertura» (liu da kai) – che non vanno considerate propriamente come tecniche, ma come «forze fondamentali» – sono:

 

  • Ding (頂): usare il pugno, il gomito o la spalla per spingere in avanti e verso l’alto.
  • Bao (抱): unire le braccia come se si stesse abbracciando qualcuno. Di solito è seguito dal pi (劈), che significa «scissione».
  • Ti (提): alzare il ginocchio per colpire la coscia dell’avversario, oppure alzare il piede per colpire lo stinco dell’avversario, ecc.
  • Dan (單): utilizzare una singola mossa.
  • Kua (胯): usare l’anca.
  • Chan (纏): intreccio con rotazione attorno al polso, gomito e spalla.

 

La tecnica prevede anche i cosiddetti «metodi del passo e del corpo».

 

  • Zhenjiao: uno specifico modo di posizionare e muovere i piedi.
  • Nianbu: movimenti dei passi con un particolare ritmo e cadenza.
  • Chuangbu: avanzamenti rapidi e incisivi.

 

Vi sono quindi le badazhao ossia le «otto grandi offese», cioè tecniche di attacco.

 

  • mani dei tre punti del re Yan (yan wang san dian shou).
  • la tigre feroce scala la montagna faticosamente (meng hu ying pa shan).
  • non prestare attenzione tre volte al saluto sulla porta (ying men san pu ku).
  • il tiranno rompe a fatica le briglie (pa wang ying tze chiang).
  • palmo del sorgere del sole e col vento (ying feng chao yang chang).
  • aprire la porta faticosamente a destra e a sinistra (zuo you ying kai men).
  • l’uccello giallo abbraccia con due artigli (huang niao shuang pao chao).
  • immediatamente tutta la forza del cannone (li di tong tian pao).

 

Tali tecniche sono legate alla medicina tradizionale cinese, che afferma che tutte le parti del corpo sono collegate, sia fisicamente che spiritualmente.

 

I taolu, cioè le «forme» (le kata giapponesi) del Baji sono suddivise in routine armate e disarmate. Ci sono venti forme di pugno, che includono dodici pugni Baji a piccola struttura, il pugno della Tigre Nera, Baji Danzhai, Baji Danda/Duida, Baji Luohan Gong e Baji Si Lang Kuan.

 

 

Ci sono anche otto forme di armi, tra cui la liuheda qiang (lancia), la chun yang jian (spada), la san yin dao (sciabola), la xing zhe bang (bastone), il pudao e la chun qiu dadao (una lunga lama pesante a due mani, usata dai generali seduti sui loro cavalli).

 

 

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La maggior parte delle scuole si concentra su un curriculum più ridotto. Standard in quasi tutti i gruppi sono lo Xiaobaji e il Dabaji, due forme di pugno, la sciabola e la lancia. Ina routine di allenamento per due persone chiamata Baji Duijie o Baji Duida e una serie di 8 brevi metodi di attacco chiamati «bashi» (otto posizioni), che derivano dall’arte Shaolin detta Jingang Bashi.

 

Le caratteristiche principali del Bajiquan includono colpi di gomito, pugni con il braccio/pugno, controlli dell’anca e colpi con la spalla. Tutte le tecniche vengono eseguite con una potenza breve, sviluppata attraverso l’allenamento; tra gli artisti marziali cinesi, il Bajiquan è noto per i suoi movimenti veloci. Si concentra sulle lotte ravvicinate, entrando da una distanza più lunga con un caratteristico passo di carica (zhenjiao).

 

 

L’essenza del Bajiquan risiede nei jin, o metodi di emissione di potere, in particolare nel fa jin (potere esplosivo). Lo stile contiene sei tipi di jin, otto modi diversi di colpire e diversi principi di utilizzo della potenza. La maggior parte delle mosse del Bajiquan utilizzano un metodo di spinta a colpo singolo da una distanza molto ravvicinata. La quantità più significativa del danno viene inflitto attraverso l’accelerazione momentanea che viaggia dalla vita all’arto e ulteriormente amplificato dalla fase di carica nota come zhenjiao.

 

 

La meccanica del jin è stata sviluppata attraverso molti anni di pratica e il Bajiquan è noto per il suo intenso allenamento della parte inferiore del corpo e per la sua enfasi sulla posizione del cavallo. La sua posizione del cavallo è più alta di quella dei tipici stili Changquan. Come altri stili, ci sono anche «la posizione dell’arco-freccia», «la posizione con una gamba sola», «la posizione vuota» (xubu), «la posizione di caduta» (pubu), e via dicendo.

Secondo quanto scrivono nel sito della famiglia Wu, la «forza esplosiva» (bao fa li) sarebbe ottenuta attraverso la respirazione, con l’emissione di suoni Heng (哼) ed Ha (哈).

 

Ci sono otto diverse pose delle mani, oltre a diversi tipi di respirazione e zhenjiao.

 

Il Bajiquan si concentra sull’essere diretto, culminando in colpi potenti e veloci che renderanno l’avversario incapace di continuare. Tuttavia, ci sono alcuni stili che derivano dai principi o concetti principali del Bajiquan su come colpire l’avversario:

 

  • Otto Posizioni (Bashi)
  • Metodo degli Otto Movimenti (Bashi Gong)
  • Metodo degli Otto Movimenti (Bashi Chui)
  • Doppie Otto Posture (Shuang Bashi)
  • Otto Posizioni dello Stile del Drago (Longxing Bashi)

 

Molte di queste forme sono anche basate o mescolate con il Luohanquan, uno stile Shaolin. Il termine «bashi» può anche riferirsi al Bajiquan e viene utilizzato anche nello Xingyiquan.

 

Secondo un famoso detto cinese «i colti hanno il Taiji [cioè il Taijiquan, ndr] per essere in pace sotto il cielo, i militari hanno il Baji per decidere il destino».

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Il Bajiquan ha incontrato imprevedibilmente anche l’interesse degli appassionati di ASMR, ossia di coloro che cercano video rilassanti su YouTube, magari per riuscire ad addormentarsi.

 

In un video esploso in rete qualche anno fa come esempio altissimo di cosiddetto ASMR volontario, si vede il maestro di Bajiquan Wu Lianzhi in un momento di un suo seminario in una palestra di Aix en Provence tenuto nel lontano 2010. Il maestro, prendendo di mira un praticante provenzale dai capelli rasati, procede a quella a quello che sembra un trattamento basato sulla medicina tradizionale cinese, con tanto di meridiani e punti di pressione cinese.

 

In moltissimi, per qualche ragione, trovano questo filmato incredibilmente calmante, distensivo, ipnotico. Nonostante i momenti di sofferenza del ragazzo, che tuttavia cerca di sdrammatizzare con il riso.

 

 

Come si può udire, uno dei partecipanti del seminario, vedendo la potente opera di digitopressione subita dall’amico nei suoi punti di pressione, si lascia scappare la frase «tu ne le sais pas mais tu es déjà mort» («tu non lo sai, ma sei già morto»), citazione diretta da Ken le survivant, che è come chiamano oltralpe la notissima serie giapponese Hokuto no Ken, conosciuta alle nostre latitudini come Ken il guerriero o meglio con il semplice nome, universalmente noto in Italia, di «Kenshiro».

 

Secondo quanto scritto in didascalia al video, «la vittima del massaggio è sopravvissuta, finora…»

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Immagine di MrHeiHu via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported; immagine modificata.

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Sport e Marzialistica

Concluso il torneo autunnale di Sumo

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Il torneo autunnale di sumo si è concluso domenica 27 settembre e le immagini qua sotto riassumono perfettamente il tema principale al centro dell’attenzione del pubblico nel corso delle due settimane di incontri. Non capita tutti I giorni di vedere un colosso di 190 centimetri per 188 chili scoppiare in lacrime, ma questa è stata una vittoria davvero importante per il campione Onosato Daiki, il gigante buono di Kanazawa.   Il 75esimo yokozuna (ossia grande campione, condizione da cui non si può venire retrocessi ma solo invitati al ritiro definitivo) arrivava da cinque tornei consecutivi senza vittorie, con un infortunio alla spalla sinistra che sembrava potere mettere in dubbio la sua carriera.  

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Nel maggio 2025 aveva riportato il titolo di yokozuna al Giappone dopo quasi vent’anni di dominio mongolo (ironico che i mongoli siano finalmente riusciti a conquistare almeno in parte il Giappone 700 anni dopo che il vento degli dei, kamikaze, fermò l’espansione del loro impero alle porte dell’arcipelago), interrotto solo dalla meteora Kisenosato, costretto al ritiro appunto per un infortunio.   Tutto questo mentre il mondo del sumo ha gli occhi puntati sul ventiduenne ucraino Aonishiki, con già tre vittorie all’attivo e il potenziale per diventare uno dei grandi della storia di questo sport.   Con undici vittorie nei primi dodici incontri, Onosato sembrava tornato il dominatore degli anni scorsi: non è un lottatore particolarmente spettacolare o imprevedibile, ma quando è in forma semplicemente vince, vince fin dal primo istante dell’incontro.  

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Qui sotto lo si vede battere Yoshinofuji, che lo aveva sconfitto tre volte consecutive negli incontri precedenti. Col torneo che pareva ormai deciso, Onosato si è spento per due giorni, incassando due sconfitte e dando l’impressione di avere completamente perso fiducia in sé stesso.   Nel frattempo Aonishiki completava la rimonta con una vittoria sudata contro il forte rikishi mongolo Kirishima, che quest’anno ha sfiorato la promozione a Yokozuna.  

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L’incontro decisivo dell’ultimo giorno è arrivato quindi in un clima di sfiducia generale: il timore che Onosato avesse già perso la battaglia con sé stesso dentro la sua testa era forte.   E invece, eccolo tornato il campione che è e sbrigare la pratica in pochi secondi. Dodici vittorie e tre  sconfitte per Onosato, che vince così il basho di autunno.   Altri grandi momenti li ha offerti Ura, uno dei lottatori più amati dal pubblico. La sua carriera è stata funestata dagli infortuni, ma la sua fantasia e le sue tecniche imprevedibili sono roba da saltare in piedi dalla sedia. Qui sotto la sua vittoria contro Osho nel terzo giorno del torneo.  

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Per capire con che razza di personaggio abbiamo a che fare, qui sotto lo si vede vincere un incontro nel 2024 con una tecnica (lo zubuneri) che nessuno aveva usato negli ultimi 25 anni! Per lui 10 vittorie e 5 sconfitte, un ottimo risultato nelle sue condizioni.     Il lottatore che però può ritenersi il secondo vincitore del torneo è il nativo di Kyoto Fujikawa (177 cm per 125 kg, quindi non un gigante), che arriva a parità di vittorie con Aonishiki (11 vittorie e 4 sconfitte) ma si porta a casa anche il premio per lo «Spirito Combattivo» (敢闘賞, kantosho) assieme al veterano Asanoyama. Il 21enne ha dato veramente spettacolo e conferma il fatto che c’è una nuova generazione di lottatori giapponesi agguerritissimi in arrivo.   Qui sotto le vittorie contro Aonishiki e la montagna umana Atamifuji.

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Scendiamo alla seconda categoria, il juryo, per riferire che l’idolo di Renovatio 21, Enho, chiude con un bilancio negativo di sette vittorie e otto sconfitte. Il piccolo grande uomo però ha regalato grandi emozioni anche questa volta, come nel video qui sotto in cui sconfigge Kazuma che lo sopravanza di 18 centimetri e 95 chili.   Ci si rivede a novembre per il torneo di Fukuoka.   Hakkeyoi!   Taro Negishi

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Immagine di TSUBAME98 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International  
           
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Giocatore di Football americano celebra il touchdowno ma scopre di essersi rotto la caviglia

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Il wide receiver (ricevitore) della squadre di football americano dei Kansas City Chiefs, Tyquan Thornton, si è alzato per festeggiare quella che potrebbe essere stata la ricezione più bella della partita nella vittoria per 30-27 dei Chiefs sui Las Vegas Raiders domenica scorsa. Lo riporta il New York Times.

 

Tuttavia dopo la ricezione da 55 iarde (circa 50 metri), il giuocatore ha dovuto immediatamente tornare indietro perché si è accorto di un brutto infortunio alla caviglia sinistra.

 

Thornton ha concluso la giornata al primo posto tra i Chiefs con cinque ricezioni per 111 yard e la sua prima partita in carriera con due touchdowni. Tuttavia è uscito dallo stadio in stampelle.

 

Verso la fine del quarto quarto, i Chiefs erano sotto di un punto, 19-17, contro i Raiders e si trovavano ad affrontare un cruciale terzo down sulla propria linea delle 40 yard. Il quarterback Patrick Mahomes ha lanciato un lungo passaggio per Thornton. Il ricevitore è corso sotto il pallone, lo aha afferrato  e tentato  di raggiungere la end zone. Il safety dei Raiders, Treydan Stukes, era in copertura e ha placcato Thornton da dietro sulla linea delle 5 yard dei Raiders, impedendo la meta.

 

 

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Il Thornton non è sembrato rendersi conto subito della gravità del suo infortunio. Ha alzato il braccio in segno di esultanza e si è rialzato usando il piede destro. Quando tentò di appoggiare anche il sinistro, si accorse della direzione in cui puntava e ricadde a terra prima che il personale medico potesse raggiungerlo per soccorrerlo.

 

I Chiefs hanno immediatamente escluso Thornton dalla partita a causa di un infortunio alla caviglia.

 

Thornton è il giocatore dei Chiefs con il maggior numero di target a distanza di almeno 20 yard. Aveva guidato i Chiefs nella stessa categoria anche la scorsa stagione, con 23 target di questo tipo.

 

La storia sportiva è piena di casi di atleti che si infortunano gravemente durante la competizione ma continuano comunque.

 

Il caso più celebre è quello di Derek Redmond: ai Giochi di Barcellona 1992, durante la semifinale dei 400 metri, il velocista britannico si lesionò un muscolo della coscia, ma si rialzò e volle finire la gara saltellando su una gamba sola, finché il padre scese in pista e lo accompagnò fino alla linea d’arrivo.

 

 

Nel calcio resta leggendaria la finale di FA Cup del 1956, quando il portiere del Manchester City Bert Trautmann continuò a giocare dopo uno scontro: solo giorni dopo, per il dolore persistente, si scoprì che aveva il collo fratturato.

 

 

Nella ginnastica, ad Atlanta 1996, Kerri Strug eseguì il secondo salto del volteggio con una grave lesione ai legamenti della caviglia, atterrando su un piede solo, e le statunitensi conquistarono l’oro a squadre.

 

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Nel ciclismo, al Tour de France 2003, Tyler Hamilton si ruppe la clavicola già nella prima tappa, ma proseguì tra i dolori, vinse una tappa e chiuse quarto in classifica.

 

Un caso estremo è quello dell’ex Navy Seal David Goggins, ora sportivo e ospite di vari podcast, che ha completato una ultramaratona di 100 miglia (circa 160 chilometri) con fratture e ossa rotte nei piedi e insufficienza renale. Intorno al 70° miglio, San Diego One Day (una della durata 24 ore), Goggins ha subito la rottura di diverse ossa nei piedi e gravi danni fisici, arrivando a un passo dall’insufficienza renale e urinando sangue. Ha continuato a correre e camminare per gli ultimi 30 chilometri/miglia senza fermarsi, usando il dolore come carburante e affidandosi a una straordinaria forza mentale s descritta nel suo libro Niente può fermarti.

 

Un caso interessantissimo è invece quello di Félix Carvajal, postino cubano, partecipò alla maratona di St. Louis 1904 dopo un viaggio avventuroso. Arrivò alla gara in abiti normali, con i pantaloni tagliati all’altezza del ginocchio e scarpe pesanti, e durante il percorso si fermò a chiacchierare con il pubblico. Per la fame mangiò delle mele acerbe, che gli provocarono forti crampi, e si concesse anche un sonnellino. Nonostante tutto arrivò quarto. È una storia curiosa, ma non c’entra con gli infortuni.

 

Vi è poi la vicenda di  Shizo Kanakuri, ricordato come il «padre della maratona» in Giappone Durante la maratona della Olimpiadi di Stoccolma del 14 luglio 1912, corsa con un caldo soffocante a circa 32°C, l’atleta fu colto da una forte spossatezza. Arrivato attorno al trentesimo chilometro, si fermò nel giardino di una famiglia svedese che stava facendo un picnic. Chiese da bere, accettò un bicchiere di succo di lampone o mirtillo, si sdraiò per riposare e si addormentò profondamente, svegliandosi solo il giorno dopo. Preso da un forte senso di imbarazzo e vergogna per non aver terminato la gara, tornò in Giappone in segreto senza avvisare i giudici, risultando disperso per le autorità svedesi per decenni. Nel 1967 la televisione svedese lo rintracciò e lo invitò a Stoccolma per completare la corsa. Kanakuri tagliò il traguardo con il tempo record di 54 anni, 8 mesi, 6 giorni, 5 ore, 32 minuti e 20 secondi

 

La Svezia fu teatro di un’ulteriore prova atletica memorabile, quella dell’atleta locale Mikael Ekvall. Durante la mezza maratona di Göteborg del 2008, il diciannovenne Ekvall fu colto da un violento attacco di diarrea intestinale al secondo chilometro. Nonostante le condizioni fisiche evidenti, rifiutò di fermarsi per non perdere tempo prezioso. Corse per i successivi 19 chilometri con le gambe totalmente sporche, concludendo la gara al 21° posto con l’ottimo tempo di 1 ora, 6 minuti e 43 secondi. A un giornalista che nel post gara gli chiese perché non si fosse fermato, rispose: «se mi fossi fermato una volta, lo avrei fatto anche la seconda e la terza. Ormai ero sporco, tanto valeva continuare». Sulla crudele internet scandinava divenne celebre con il soprannome di «Bajsmannen» («uomo della cacca»).

 

Non si tratta affatto di un caso isolato. Il fenomeno medico è scientificamente noto come diarrea del corridore (runner’s diarrhea o runner’s trots) ed è causato dal ridotto afflusso di sangue all’apparato digerente durante lo sforzo estremo, unito al continuo movimento verticale.

 

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I grandi maestri spadaccini del Giappone medievale dell’era samuraia

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Nello  sviluppo del kenjutsu, l’arte del combattimento con la spada spicca tra i primi protagonisti figura Nagahide Chujo, attivo intorno al 1380, fondatore della scuola Chujo-ryu e consigliere dello shogunato dopo il padre Yorishira; la sua abilità fu ammirata anche da Yoshimitsu Ashikaga, terzo shogun della dinastia omonima (1358-1408).ù   Un elemento distintivo delle scuole giapponesi riguardava l’uso dell’armatura, molto diversa da quella europea: se quella dei cavalieri occidentali era composta da piastre metalliche che coprivano l’intero corpo, privilegiando la protezione, i guerrieri giapponesi indossavano armature intrecciate di bambù e cuoio, più leggere e flessibili, pensate per garantire una protezione sufficiente senza compromettere la capacità di attacco.   Anche la tecnica di combattimento rifletteva questa differenza: mentre il cavaliere europeo, con una spada lunga anche un metro e mezzo, poteva mantenere le distanze dal nemico, il samuraio affrontava l’avversario a distanza ravvicinata, impugnando la katana con entrambe le mani e puntando generalmente la lama verso la gola dell’avversario.   Verso la fine del XIII secolo,  il leggendario samuraio Shibenogu Hayashizaki (1542-1621) introdusse una tecnica innovativa per estrarre rapidamente la spada dal fodero, alla quale diede il nome di Shinmei Muso-ryu: questo perfezionamento contribuì alla diffusione dello iai, l’esercizio che consisteva in una sequenza di attacchi e colpi di taglio, eseguiti sfoderando la spada e conclusi rinfoderandola. Per questo oggi lo Shigenobu è ritenuto fondatore dello iaido, dello iaijutsu e del battojutsu, discipline praticate oggi non solo in Giappone.   Tra i suoi allievi più promettenti vi fu Hisayasu Katayama (1575-1650), che in seguito fondò la scuola di spada Hoki-ryu. Nello stesso periodo, Kagehisa Ittosai Ito (1560-1653) si guadagnò la reputazione di spadaccino più forte del suo tempo, elaborando la teoria secondo cui tutte le innumerevoli tecniche di spada sarebbero riconducibili a un’unica tecnica di base originale, chiamata kiriotoshi; su questa idea fondò la scuola Itto-ryu, che fiorì durante tutto il periodo Tokugawa e che ancora oggi influenza il kendo moderno.     Nel XV secolo molti maestri fondarono proprie scuole per addestrare i vassalli dei clan: tra questi Bungoro Hikida (1537-1605), la cui tecnica diede origine alla scuola Hikida-kage, e Iko Aisu (1452-1538), che dopo essersi ritirato in una caverna presso il Tempio Udo trovò l’ispirazione per fondare la scuola Aisu-kage. Un altro importante fondatore fu Choisai Iizasa (1387-c. 1488), artefice della scuola Tenshin Seiden Shinto, che proseguì lo studio del kenjutsu presso i templi di Kashima e Katori, entrambi dedicati a divinità marziali.   Una figura particolarmente celebre fu Bokuden Tsukahara (1490-1572), che secondo la tradizione affrontò trentasette combattimenti senza mai essere sconfitto, grazie alla sua capacità di padroneggiare le tecniche e a una concentrazione fuori dal comune; con il passare degli anni, pur notando un calo della propria destrezza fisica, si ritirò in montagna per dedicarsi alla riflessione, sostenendo sempre la necessità di raggiungere la tranquillità interiore.  

Illustrazione della lotta Tsukahara Bokuden sul lago Biwa. Periodo Edo o Meiji. Immagine CCo via Wikimedia

  Dal villaggio di Yagyu emerse invece Muneyoshi Yagyu (1527-1606), fondatore della scuola Yagyu Shin-kage, che grazie al servizio prestato al daimyo e militare  Nobunaga Oda (1534-1582) e allo shogun Ieyasu Tokugawa (1543-1616) divenne maestro di spada dello shogun; suo figlio Munenori (1571-1646) proseguì la tradizione familiare come istruttore shogunale, ottenendo in seguito anche importanti cariche amministrative.   Tra le figure più note della storia feudale giapponese spicca ovviamente Musashi Miyamoto (1584-1645), reso celebre in Occidente anche attraverso il cinema e la letteratura. Secondo le cronache ingaggiò sessanta duelli nell’arco della sua vita senza mai essere sconfitto, sviluppando la tecnica Niten-ichi-ryu, basata sull’uso simultaneo di due spade, una lunga e una corta.   Il Miyamoto fu anche autore del Gorin no Sho, tradotto in Italia come il Libro dei cinque anelli, testo considerato fondamentale per l’addestramento mentale dei bushi. La sua storia è legata anche a quella del rivale Ganryu Sasaki (1585-1612), che sviluppò un proprio stile ispirandosi al volo delle rondini e che venne infine sconfitto e ucciso da Musashi in un celebre duello sulla spiaggia di Ganryujima.  

Statua che celebra il duello tra Musashi e Kojiro a Ganryujima. immafi Roninjapanwiki via Wikimedia CC BY-SA 4.0

  Ad affiancare questi nomi vi furono altri maestri di rilievo, come Mataemon Araki (1594-1637), fondatore della scuola Araki, e Mitsuyoshi Yagyu, detto Jubei (1607-1650), figlio di Munenori. Kurando Marume (1540-1540 ) fu invece annoverato, nel 1630, tra i quattro grandi spadaccini del periodo, insieme a Izu no Kami Jingo, Bungoro Hikida e Yagyu Tajima no Kami; dopo essersi affermato in un torneo tenuto alla presenza dello shogun Iemitsu Tokugawa (1604-1651), fondò la scuola Shinkan. Agli inizi del periodo Edo, tra le scuole più affermate figuravano anche la Ono Itto-ryu e la Arima Tessen.   Il periodo che va indicativamente dal XIV al XVII secolo, quello in cui fioriscono le grandi scuole di spada e si affermano i nomi più celebri della tradizione guerriera giapponese, coincide non a caso con l’epoca di massima instabilità politica del Giappone feudale: il cosiddetto periodo Sengoku, l’«epoca degli Stati combattenti» (all’incirca 1467-1615), segnato da guerre civili pressoché ininterrotte tra i grandi clan per il controllo del territorio.   È in questo clima di violenza endemica, paradossalmente, che l’arte della spada raggiunge il suo massimo sviluppo tecnico e la sua massima diffusione sociale: un maestro capace di elaborare uno stile efficace non solo garantiva la propria sopravvivenza, ma diventava una risorsa strategica per il signore che lo ingaggiava, al punto che i grandi daimyo si contendevano i migliori spadaccini per assicurarsi eserciti meglio addestrati.  

Stampa xilografica, oban tate-e (1845-1846). Araki Mataemon, il fondatore della linea Edo dell’arte marziale Yagyu Shingan-ryu, è ritratto mentre esamina la sua spada. British Museum, Londra. Immagine CC0 via Wikimedia

  La proliferazione delle ryu (traducibile come «scuola» o «stile») in questo periodo va letta anche come fenomeno di mercato, oltre che tecnico: ogni scuola rappresentava un marchio, un metodo trasmissibile e vendibile, spesso protetto da un rigido segreto (lo hiden, l’insegnamento segreto riservato solo agli allievi più fidati o ai membri della famiglia del fondatore). Non stupisce quindi che figure come Nagahide Chujo (morto nel 1348), al servizio dello shogunato per generazioni prima di fondare la propria scuola, o Yoshimitsu Ashikaga (1358-1408), che premiò pubblicamente l’abilità di un maestro con un titolo ufficiale, ci mostrino un sistema in cui l’eccellenza nella spada era anche un preciso strumento di ascesa sociale e di legittimazione politica.   Un capitolo a parte merita il rapporto tra questi maestri e l’estetica del combattimento. La differenza tra l’armatura giapponese, leggera e flessibile, fatta di bambù e cuoio intrecciati, e quella europea, pesante e completamente metallica, non è soltanto una scelta tecnica dettata da materiali disponibili: riflette due filosofie di guerra profondamente diverse.   Il cavaliere europeo, spesso a cavallo e armato di lance e spade lunghissime, costruiva la propria efficacia sulla protezione totale e sulla forza d’urto; il samuraio, che pure combatteva anche a cavallo, privilegiava la mobilità, la rapidità di esecuzione e la precisione del colpo, valori che richiedevano un’armatura capace di non limitare i movimenti. È significativo che questa scelta sopravviva concettualmente fino ad oggi nell’armatura da kendo, ancora oggi relativamente leggera.   Le tecniche di estrazione rapida della spada, come quella introdotta da Shibenogu Hayashizaki alla fine del XIII secolo e perfezionata nei secoli successivi da maestri come Hisayasu Katayama, meritano un approfondimento a sé: lo iaijutsu (poi evoluto nello iaido, oggi praticato anche in Italia) nasce dall’esigenza specificamente giapponese di rispondere a un attacco a sorpresa nel minor tempo possibile, un’esigenza acuita dal fatto che, contrariamente a quanto avveniva in Europa, il samuraio portava abitualmente la spada infilata nella cintura anziché sguainata o appesa al fianco in un fodero rigido.  

Torneo di Iaido, 2012. Immagine Mr.Takahashi via Wikimedia CC BY-SA 4.0

  Questa disciplina, che unisce l’estrazione (iai), il colpo e il rinfoderamento in un’unica sequenza fluida, è diventata nei secoli una vera e propria arte a sé stante, praticata ancora oggi parallelamente al kendo, e rappresenta forse l’esempio più puro di quella fusione tra efficacia marziale e ricerca estetica che caratterizza l’intera tradizione della spada giapponese.   La figura di Kagehisa Ittosai Ito merita un cenno ulteriore per l’influenza che la sua teoria del kiriotoshi — l’idea che tutte le tecniche di spada siano riconducibili a un unico principio originario — ha esercitato ben oltre la sua epoca. Questo approccio, che privilegia un principio universale rispetto all’accumulo di tecniche particolari, anticipa concettualmente un tema che si ritroverà, secoli dopo, anche nel pensiero di Musashi Miyamoto e nel suo Gorin no Sho: l’idea che la vera maestria non consista nel numero di tecniche apprese, ma nella comprensione di un principio semplice e universale applicabile a ogni situazione.   Non stupisce che la scuola Itto-ryu, fondata su questi presupposti, sia sopravvissuta per tutto il periodo Tokugawa e abbia influenzato pressoché tutte le scuole successive, Nakanishi Itto-ryu compresa — la stessa da cui, come si è visto, nascerà poi il kendo moderno.   Musashi Miyamoto merita, per la sua rilevanza, un approfondimento specifico. La sua fama nel mondo occidentale è in larga parte un fenomeno relativamente recente, legato soprattutto al romanzo in quattro volumi di Eiji Yoshikawa (pubblicato a puntate tra il 1935 e il 1939) e alle successive trasposizioni cinematografiche, tra cui quelle interpretate dall’indimenticabile attore giapponese Toshiro Mifune (1920-1997).  

Toshiro Mifune nel 1961. Immagine CC0 via Wikimedia

  È interessante notare come la figura storica di Musashi, per quanto straordinaria, sia stata in parte romanzata e mitizzata proprio da queste opere novecentesche, al punto che risulta oggi difficile distinguere con precisione i fatti storicamente documentati (i suoi natali, il numero esatto dei duelli, i dettagli del celebre scontro con Sasaki Kojiro sull’isola di Ganryujima) dalle elaborazioni narrative successive.   Ciò non toglie nulla al valore del Gorin no Sho, opera scritta dallo stesso Musashi negli ultimi anni della sua vita, che resta uno dei testi più studiati al mondo non solo negli ambienti marziali, ma anche in contesti manageriali e strategici, per la sua capacità di applicare principi di strategia e disciplina mentale a contesti anche molto lontani dal combattimento con la spada.   Anche il fenomeno delle vendette (adauchi), come quella che oppose Musashi a Sasaki per la morte del padre, o quella di Mataemon Araki, merita una contestualizzazione: la vendetta privata era, in una certa misura, socialmente e giuridicamente tollerata nel Giappone feudale, purché rispettasse determinate procedure formali (spesso richiedeva un’autorizzazione ufficiale dalle autorità del clan). Questo spiega perché tali episodi, lungi dall’essere percepiti come atti di violenza illegittima, siano stati celebrati nella tradizione popolare — nei kodan, i racconti feudali orali, nel teatro Kabuki, e più tardi nel cinema — come esempi di virtù, lealtà filiale e coraggio, in perfetta coerenza con i valori del Bushido descritti in precedenza.   Infine, va sottolineato come l’elenco di questi maestri riveli una differenza strutturale interessante nel modo in cui le due tradizioni, nipponicha ed europea, hanno concepito la guerra: mentre il cavaliere europeo si muoveva spesso in un contesto di guerra «esterna», tra nazioni o contro un nemico religioso lontano, il samurajo giapponese operava quasi sempre all’interno di un perenne conflitto civile, tra clan della stessa nazione — una condizione che forse spiega anche la particolare enfasi posta dal Bushido sulla lealtà personale verso il proprio signore diretto, più che verso un’entità astratta come la nazione o la fede, un vincolo che in un contesto di guerra fratricida costante rappresentava l’unico principio di ordine stabile a cui aggrapparsi.  

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Immagine: Yoshifusa Utagawa (attivo intorno al 1840-1860),  Il celebre duello tra il maestro di spada Miyamoto Musashi (a sinistra) e Sasaki Kojiro (Ganryu) sull’isola di Ganryu-jima (circa1843-1847). Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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