Bioetica
Scarcerato He Jiankui, il primo creatore di bambini bioingegnerizzati
He Jiankui, il ricercatore biofisico cinese che è stato il primo a modificare geneticamente gli embrioni umani, è stato rilasciato dopo tre anni di prigione, la pena comminatagli dalla giustizia della Repubblica Popolare.
Lo He si è rifiutato di rilasciare dichiarazioni alla stampa.
Il pioniere dei bambini bioingegnerizzato era stato condannato al carcere dopo aver annunciato in una conferenza internazionale di genetica a Hong Kong di aver utilizzato il CRISPR per inserire un gene in tre embrioni per renderli resistenti all’HIV.
Si trattava, quantomeno a livello ufficiale, dei primi esseri umani con genoma alterato in laboratorio.
Inizialmente la cosa era stata salutata dai media cinesi come «una svolta storica». La Cina, come vediamo spesso in diplomazia, manca della sensibilità per comprendere l’Occidente, i suoi tabù e le sue ipocrisie: quando scienziati stranieri hanno espresso il loro sgomento per aver apparentemente ignorato le «garanzie etiche» (le stesse che gli stessi scienziati violano oggi stesso, violavano ieri e violeranno in futuro), il suo lavoro è stato rapidamente sospeso.
Successivamente He è stato accusato e ritenuto colpevole di aver «falsificato documenti di revisione etica e indotto in errore i medici a impiantare inconsapevolmente embrioni geneticamente modificati in due donne». Era stato quindi incarcerato per tre anni e multato di 500.000 RMB (74 mila euro circa).
Anche due suoi colleghi cinesi sono stati giudicati colpevoli ma hanno ricevuto punizioni meno severe. I suoi collaboratori internazionali non sono mai stati sanzionati o censurati per la loro partecipazione.
Secondo un articolo del MIT Technology Review, al momento «non è chiaro se abbia in programma di tornare alla ricerca scientifica in Cina o in un altro paese. Le persone che lo conoscono hanno descritto il biofisico, che si è formato alla Rice University e a Stanford, come idealista, ingenuo e ambizioso. Prima che il suo mondo crollasse intorno a lui, credeva di aver creato un nuovo modo per “controllare l’epidemia di HIV” che sarebbe stato considerato per un premio Nobel».
Il giornalista della rivista del politecnico bostoniano omette di dire (vuoi perché lo ignora, vuoi perché non vuole) che c’è più di un sospetto riguardo all’alterazione genetica indotta negli embrioni progettati e impiantati da He: per ottenere il risultato sbandierato al mondo – ovvero la immunità all’AIDS, con cui vincere il Nobel –, sia stata scelta la via della eliminazione di un particolare gene, chiamato CCR5. Ma secondo recenti scoperte – ci dice ancora la rivista – il taglio del CCR5 provocherebbe, quali «effetti collaterali», un incremento delle capacità di recupero del cervello colpito da ictus e, verosimilmente, anche delle potenzialità di successo scolastico.
In pratica, si tratta già di super-bambini: a livello immunitario e, sulla carta, cognitivo. Si trattava, cioè, di pura eugenetica.
Come riportato da Renovatio 21, la Cina è stata accusata ufficialmente dall’Intelligence USA di star procedendo ad un programma di supersoldati, militari creati in laboratorio per dare il massimo rendimento in guerra.
Torniamo a ripetere quanto sia oscena l’ipocrisia occidentale, fatta di scienziati che probabilmente sapevano da tempo cosa stava facendo He ma si sono dissociati solo a fatto compiuto. Alcune accuse sono state mosse in America anche verso alcune figure universitarie (gettando ombre sulle loro istituzioni) che, a giudicare dagli scambi avuti con l’ambizioso biofisico, come si dice talvolta nella giustizia nostrana, «non potevano non sapere».
Parimenti, è stomachevole ora l’atteggiamento della Cina che finge di star mettendo in piedi regolamenti bioetici per i bimbi cinesi geneticamente modificati con lo Stato che emana leggi cosmetiche sul caso: come riportato, il Partico comunista Cinese cinese era decisamente implicato nei progetti di He, usandolo poi come capro espiatorio.
Il CRISPR, la tecnica di editing genetico di precisione usato da He, ha portato le sue scopritrici principalmente accreditata (Jennifer Doudna e Jennifer Charpentier) a vincere il premio Nobel. La Doudna, nel suo libro Code Breakers e nella sua attuale carriera di ricercatrice e divulgatrice della sua tecnica, ha espresso dubbi sull’uso umano del CRISPR, anche se senza troppo convinzione, ci viene da dire.
È lo stesso tipo di diniego lieve che abbiamo sentito in Bill Gates, che ha investito milioni e milioni del CRISPR, e ce lo ha fatto sapere tramite un video in cui celebra il libro della Doudna e per estensione la bioingegneria, cercando, alla fine, di mettere un paletto riguardo la modifica genomica dell’essere umano, ma senza troppa enfasi.
Nel frattempo l’OMS ha dato un mezzo sì all’editing del genoma umano, mentre le cliniche di ripoduzione artificiale (con affitto di utero incluso) in Ucraina stavano cercando di iniziare a vendere bambini ingegnerizzati geneticamente (sì, l’Ucraina, proprio lei)
Il CRISPR si candida ad essere la porta attraverso cui tutta la vita del pianeta – dai vegetali, agli animali, agli umani – dovrà passare.
Si tratta di una rivoluzione immane, ancora sottaciuta, ma pronta per essere servita a tutta la Terra.
A meno che, qualcuno non faccia qualcosa per fermare il processo. Iniziando, magari, a prendere coscienza del fenomeno, del quale potete praticamente leggere solo su Renovatio 21 – e da anni.
Bioetica
Corpi senza testa per produrre organi: l’uomo ridotto a funzione, la medicina contro l’anima
Qualche tempo fa su Renovatio 21 avevamo parlato del «trapianto dell’uomo» il progetto visionario di un neurochirurgo italiano: non più sostituire singoli organi, ma arrivare a trasferire l’identità, a trattare il corpo umano come una piattaforma intercambiabile.
Una notizia rilanciata in questi giorni dalla stampa internazionale, e ripresa anche dal Corriere della Sera, che parla apertamente di «cloni senza cervello come banca degli organi», mostra che non si trattava di fantascienza. Startup biotech sostenute da capitali miliardari stanno esplorando la possibilità di creare organismi umani privi di attività cerebrale, sviluppati artificialmente proprio con l’obiettivo di fungere da riserva di organi.
Si parla di corpi «senza coscienza», mantenuti biologicamente attivi attraverso tecnologie avanzate, destinati a fornire tessuti perfettamente compatibili e sempre disponibili. In altri termini, si tratterebbe di produrre organismi progettati per funzionare biologicamente, ma privati intenzionalmente di ciò che li renderebbe soggetti. L’obiettivo dichiarato è semplice: evitare problemi etici. Niente attività cerebrale, niente coscienza, niente dolore.
La verità è che gli organi non bastano a soddisfare la richiesta del sistema trapiantologico e la risposta delle istituzioni è stata fin qui quella di tentare di ridurre il numero delle opposizioni, insistere sulla cosiddetta cultura del dono, forzare il consenso. La risposta tecnologica è molto più radicale: produrre direttamente ciò che serve, bypassando il consenso del donatore e finanche la dichiarazione di morte cerebrale.
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Tale deriva non nasce oggi, ma è il frutto di un’idea che abbiamo già accettato senza quasi accorgercene: ossia, l’idea che la persona coincida con il suo cervello. Se sussiste l’attività cerebrale sussiste anche la persona. È la stessa logica che ha reso possibile la morte cerebrale: un corpo ancora caldo, perfuso, biologicamente integrato, viene dichiarato morto perché ha perso determinate funzioni e da quel momento diventa disponibile.
Oggi si tenta di compiere un passo ulteriore: invece di dichiarare morto un vivente, si costruisce un vivente che non sarà mai considerato tale.
Ma è proprio qui che emerge il vuoto più profondo della concezione moderna dell’uomo: l’assenza totale dell’anima. Per la grande tradizione filosofica, da Aristotele a san Tommaso d’Aquino, l’uomo non è la somma di funzioni, né un cervello che governa un corpo, bensì un’unità sostanziale di anima e corpo.
L’anima è forma del corpo, principio vitale che rende quell’organismo un essere umano e non un semplice aggregato biologico.
Finché l’organismo vive come unità integrata, l’anima è presente. La modernità ha progressivamente espunto questa dimensione, dapprima facendo coincidere l’anima con la coscienza, poi la coscienza con la funzione cerebrale, infine la funzione con un dato misurabile.
Cosicché l’uomo è diventato un sistema, un insieme di processi, un dispositivo biologico. E un dispositivo, per definizione, può essere spento, smontato, ricostruito. I «corpi senza testa» sono semplicemente la conseguenza estrema, ma perfettamente coerente, di tale riduzione.
Da anni una certa bioetica sostiene che la dignità non appartiene all’essere umano in quanto tale, ma solo a chi possiede determinate capacità: autocoscienza, memoria, intenzione. Se queste mancano, non c’è persona. Il risultato è paradossale: per evitare di usare una persona, si costruisce un essere umano privato di tutto ciò che lo renderebbe tale. Non si risolve il problema, lo si elimina alla radice.
A questo punto la domanda diventa inevitabile: che differenza c’è tra questo modello e un allevamento? Corpi umani coltivati, mantenuti, utilizzati come riserva biologica. La differenza con l’allevamento animale, a questo punto, è solo culturale e col tempo tenderà a svanire.
Il punto è che questo distopico futuro non arriva all’improvviso: si ridefinisce la morte, si rende disponibile il corpo, si trasformano gli organi in risorse trasferibili. Infine, si passa alla produzione e all’allevamento.
Ogni passaggio, preso da solo, appare logico. Ma è l’insieme che rivela la direzione: quando si perde il concetto di anima, si perde anche il concetto di persona e quando la persona scompare, il corpo diventa inevitabilmente materia.
E ciò che resta è solo la tecnica.
Alfredo De Matteo
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Bioetica
L’infanticidio scandalizza. E l’aborto?
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Bioetica
Il Regno Unito apre le porte all’aborto fino al termine della gravidanza
Con una votazione che segna una svolta disastrosa nella tutela del nascituro, la Camera dei Lord britannica ha approvato un emendamento che, sotto la maschera di una falsa compassione, potrebbe spianare la strada all’aborto legale fino al termine della gravidanza.
Oltre la Manica, i difensori del diritto alla vita sono sconvolti: mentre la Chiesa universale celebrava San Giuseppe il 19 marzo 2026, la cui missione era proteggere il Bambino Gesù da tutti coloro che ne cercavano la distruzione, primo fra tutti Erode, la Camera dei Lord britannica ha votato 173 a 109 a favore di un emendamento cruciale al Criminal Justice Bill.
Una votazione epocale
Questo emendamento mira a depenalizzare completamente l’aborto per le donne che interrompono la gravidanza oltre l’attuale limite legale di 24 settimane. In pratica, ciò significa che una donna che pratica un aborto da sola all’ottavo o nono mese di gravidanza non rischierebbe più alcun procedimento penale.
Per i gruppi pro-vita, questa decisione è vista come l’introduzione, attraverso una porta secondaria, dell’«aborto fino al nono mese di gravidanza». Eliminando tutte le sanzioni, il legislatore sta inviando un segnale deplorevole: la vita di un bambino vitale non beneficerebbe più di alcuna tutela legale vincolante contro la scelta individuale.
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L’erosione del diritto alla vita
Il dibattito è stato alimentato da casi recenti, come quello di Carla Foster, condannata e poi rilasciata dopo aver utilizzato la pillola abortiva per interrompere la gravidanza tra la 32a e la 34a settimana. Sebbene la sofferenza di alcune donne sia reale, la Chiesa ci insegna che la misericordia non può essere esercitata ignorando la legge naturale e divina, né ignorando la giustizia dovuta ai più vulnerabili.
Sostenendo anche una clausola di «grazia» per le donne già condannate, i Lord non si limitano a riformare la legge; Stanno minando retroattivamente la tutela del nascituro. La baronessa Carr, il più alto magistrato di Inghilterra e Galles, ha espresso serie preoccupazioni, sottolineando che tali modifiche potrebbero interferire con l’indipendenza della magistratura.
Una sfida per le coscienze cattoliche: come può una società affermare di progredire mentre agevola la distruzione di vite umane capaci di sopravvivere al di fuori dell’utero materno? Il governo britannico inizialmente si era opposto a questo emendamento, ma le pressioni delle lobby pro-aborto hanno convinto la Camera alta. Il disegno di legge deve ora tornare alla Camera dei Comuni.
Ancora una volta, il diritto alla vita vacilla sotto il peso di un’ideologia che si rifiuta di vedere l’embrione e il feto come un essere umano creato a immagine di Dio, dimenticando che la vera carità e la genuina compassione iniziano con la difesa di chi non ha voce.
Le conseguenze non sono difficili da prevedere: la vita dei bambini già nati con qualsiasi tipo di anomalia è più che minacciata. La strage inizierà con le anomalie più gravi, per poi estendersi a malformazioni meno serie, persino a quelle benigne ma angoscianti, o a quelle che preannunciano una morte prematura. Quando vedremo una legge sull’eutanasia perinatale? Scommettiamo che da qualche parte è già stata redatta.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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