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Politica

Obama prende in giro Trump perché suonano «Ave Maria» e «YMCA» ai comizi. Cosa rode a Barack?

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L’ex presidente Barack Hussein Obama ha ridicolizzato l’ex presidente e candidato repubblicano Donald Trump per aver suonato «Ave Maria», inno sacro in onore della Beata Vergine Maria, durante i recenti comizi della campagna elettorale.

 

Obama ha ipotizzato che Trump abbia deciso di smettere di rispondere alle domande durante un’assemblea cittadina, scegliendo invece di «suonare musica per mezz’ora».

 

«Quindi è lì in piedi, che ondeggia al ritmo di Ave Maria e YMCA», ha detto Obama, mentre si muoveva avanti e indietro e gesticolava con le mani, deliziando il suo pubblico di sinistra. Ha descritto la scena come «strana».

 

«Riuscite a immaginare cosa sarebbe successo se Tim [Walz] avesse fatto la stessa cosa, o se l’avesse fatto Kamala, o se l’avessi fatto io?», ha ironizzato Obama prima di suggerire che le «playlist» del trio di politici democratici sarebbero state migliori.

 


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I commentatori online più attenti si sono subito affrettati a criticare Obama per le sue dichiarazioni offensive.

 

«Non dimenticate che quella “strana mezz’ora di musica” in cui erano in piedi sul palco era dovuta a un’emergenza medica tra la folla e Trump voleva interrompere il discorso per non distrarre i paramedici», ha sottolineato Charles J. Svestka.

 

«L’altra volta che è stata suonata l’Ave Maria è stato per un “Momento di silenzio ‘ in memoria di Corey, morto al raduno di Butler, colpito dall’assassino», ha aggiunto Svestka, riferendosi a Corey Comperatore, il pompiere morto mentre faceva da scudo umano alla propria famiglia durante l’attentato a Trump in Pennsylvania.

 

Il commentatore cattolico Michael Knowles ha definito l’esecuzione dell’Ave Maria al suo secondo comizio a Butler, in Pennsylvania, «uno dei momenti più straordinari non solo nella politica americana moderna, ma nella politica americana nel suo complesso».

 

Un altro utente X ha scritto in maiuscolo: «DISINFORMAZIONE», in risposta alle osservazioni sarcastiche di Obama.

 

«L’Ave Maria è stata eseguita durante il raduno in onore di Corey Comperatore dal tenore Christopher Macchio», ha osservato TexanClint. «Perché prenderla in giro?»

 

Renovatio 21 si vuole soffermare sulla scelta dei due pezzi criticati da Obama. L’attacco all’Ave Maria certamente riflette il clima oramai apertamente anticristiano del Partito Democratico, come è capitato di vedere ad un recente comizio della Harris, dove ad un giovane che aveva urlato «Cristo è il Signore» la candidata presidente ha risposto che probabilmente aveva sbagliato comizio.

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Tuttavia, vale la pena di dire due parole anche sulla menzione da parte di Obama di YMCA, grande classico dei Village People ritenuto, volenti o nolenti, una sorta di motivetto rasserenante molto caro ai gay – una parte della popolazione a quanto sembra molto vicina al cuore dell’ex presidente hawaiano-kenyota.

 

 

È noto che sotto Barack Obama si ebbe infine la legalizzazione del matrimonio omosessuato, così come è noto che, una volta eletto presidente, proibì le terapie di conversione.

 

Come riportato da Renovatio 21, negli ultimi mesi, per coincidenza, è stato discusso a più riprese come l’Obama potrebbe aver avuto tendenze omosessuali.

 

Tucker Carlson, una delle figure di punta delle attuali forze trumpiane, arrivò ad intervistare un uomo che asseriva di aver avuto rapporti sessuali e drogastici con Obama ai tempi in cui stava a Chicago.

 

Riguardo gli anni chicaghesi, vi sono tuttavia voci ancora più allarmanti.

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Immagine di West Point 0 The U.S. Military Academy via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-ND 2.0

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Politica

Politici israeliani furiosi per l’accordo di Trump chiedono le dimissioni di Netanyahu e un vero «cambio di regime» in Iran

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Praticamente la politica israeliana tutta, dall’opposizione alle stesse fazioni sioniste presenti nel governo Netanyahu, attacca l’accordo di Trump con l’Iran e promette di rovesciare la Repubblica Islamica.   L’ex primo ministro Naftali Bennett ha dichiarato che il conto alla rovescia per il cambio di regime in Iran inizia nel momento in cui Israele avrà un nuovo governo. Intervenendo alla Knesset, Bennett ha criticato duramente la leadership del premier Benjamin Netanyahu, dichiarando che il suo mandato «è iniziato con una guerra civile, è proseguito con il massacro del 7 ottobre e si conclude con uno storico fallimento contro l’Iran», qualsiasi qualsiasi serio tentativo di rovesciare il regime iraniano direttamente a un cambiamento politico nello Stato Ebraico.   Bennett ha promesso che, sotto la nuova leadership, avrebbe rilanciato la «Dottrina del Polpo» – colpendo l’Iran con ogni mezzo disponibile e bloccando il suo programma nucleare – e risolto la crisi di personale delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) ponendo fine alle esenzioni dalla leva per gli ultraortodossi. «Quando non ci sono soldati, bisogna riconquistare sempre lo stesso punto, e in questo modo non si può vincere», ha affermato. «Possiamo ripristinare la sicurezza in Israele».   Come il Bennett, falchi e gli intransigenti criticano aspramente l’accordo. Diverse voci del radicalismo sionista hanno inveito furiosamente contro il presunto accordo di cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran mediato da Trump, definendolo un’ancora di salvezza per gli ayatollah che lascia in gran parte intatte le infrastrutture nucleari, i missili balistici e i gruppi alleati dell’Iran.

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«L’accordo di Trump non ci vincola. Israele non è soggetto agli Stati Uniti e siamo una nazione indipendente e sovrana!» ha dichiarato su X il ministro della Sicurezza Itamar Ben-Gvir, leader di Otzma Yehudit, partito sionista secolarista. «Non siamo partner di questo accordo che non garantisce la nostra sicurezza… Non dobbiamo scendere a compromessi su nulla che non sia lo smantellamento di Hezbollah, non dobbiamo ritirarci da nessun territorio che i nostri combattenti abbiano conquistato e ripulito dalle infrastrutture terroristiche» .   «L’accordo con l’Iran è un male per Israele e per tutto il mondo libero. Punto e basta» ha scritto su X il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, leader del partito sionista religioso. «Dovremo continuare la campagna per rovesciare il regime da soli e con metodi creativi, e garantire che l’Iran non possieda mai armi nucleari».   Yair Golan, leader di HaDemokratim («i Democratici), si è spinto oltre, definendo l’accordo un disastro strategico orchestrato mentre Netanyahu era «debole, malato, isolato e privo di influenza». Per il democratico, Netanyahu di essere «buono per Hamas… buono per l’Iran… buono per Hezbollah Sostituirlo non è solo una necessità politica, ma un imperativo di sicurezza esistenziale».   L’ex capo di stato maggiore delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), Gadi Eisenkot, ha descritto un «abisso» tra le vuote promesse di «vittoria totale» del governo e la realtà di una leadership fallimentare che ha abbandonato i residenti israeliani. Il centrista Benny Gantz ha avvertito che qualsiasi restrizione alla libertà d’azione di Israele in Libano o ritiro che metta in pericolo il nord sarebbe inaccettabile.   Da queste dichiarazioni emerge un filo conduttore chiaro: l’attuale governo è troppo debole, troppo vincolato dalle pressioni americane e troppo compromesso per sferrare il colpo decisivo contro l’Iran e Hezbollah. Bennett e Golan inquadrano esplicitamente la reale pressione per un cambio di regime come qualcosa che potrà avvenire solo dopo la partenza di Netanyahu. Ben-Gvir e Smotrich, ancora nella coalizione, stanno già segnalando che non si sentiranno vincolati dall’accordo e che perseguiranno comunque obiettivi massimalisti.   Il ministro della Difesa Israel Katz ha cercato di adottare una linea più dura promettendo che l’IDF rimarrà nelle zone di sicurezza in Libano, Siria e Gaza «a tempo indeterminato». Tuttavia il coro più forte, proveniente da Bennett, dall’ala più conservatrice e da parte dell’opposizione, è che solo una nuova leadership – o almeno una rottura completa con l’approccio di Netanyahu – possa realizzare la campagna aggressiva su più fronti che ritengono necessaria.

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Immagine di Kobi Gideon / Government Press Office of Israel via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported
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Politica

«Erratico»: il candidato del partito della Le Pen contro Trump

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Jordan Bardella, leader del principale partito di opposizione francese, il Rassemblement National (RN), ha escluso la possibilità di chiedere l’appoggio del presidente statunitense Donald Trump per le elezioni presidenziali del 2027, definendolo imprevedibile e sempre più difficile da decifrare.

 

Il trentenne euroscettico e anti-immigrazione è ampiamente considerato il favorito per sostituire Marine Le Pen qualora quest’ultima venisse esclusa dalla corsa elettorale. La leader di lunga data del partito RN è stata condannata lo scorso anno per appropriazione indebita di fondi europei e interdetta dalle cariche pubbliche per cinque anni. Lei nega ogni addebito e la corte dovrebbe pronunciarsi sul suo ricorso a luglio.

 

In un’intervista a Politico pubblicata lunedì, il Bardella ha descritto il comportamento di Trump come «non solo erratico, ma anche estremamente instabile e in continuo cambiamento» («erratique, mouvant et changeant»). Alla domanda su come vedesse il presidente degli Stati Uniti, Bardella lo ha definito incoerente, scherzando: «C’è il suo atteggiamento del lunedì, l’atteggiamento del martedì, l’atteggiamento del mercoledì».

 

«Donald Trump n’est pas mon modèle» ha dichiarato il vertice del partito della destra francese. «Trump non è un modello»

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Il Bardella ha respinto qualsiasi ipotesi di voler cercare l’appoggio di Trump, nonostante quest’ultimo abbia in passato sostenuto politici affini all’estero, tra cui il polacco Karol Nawrocki e l’ungherese Viktor Orban.

 

«L’unico sostegno che io e Marine Le Pen cerchiamo è quello del popolo francese e degli elettori francesi», ha affermato, aggiungendo di non aver bisogno di «alcun appoggio esterno» e di non avere alcuna intenzione di aprire la porta a «qualsiasi forma di interferenza straniera».

 

Queste dichiarazioni segnano un cambiamento rispetto alle precedenti lodi di Bardella nei confronti di Trump, che ammirava pubblicamente per la sua energia e il suo successo politico. Secondo il politico francese, il secondo mandato di Trump si è discostato nettamente dal primo, non dando più priorità agli interessi interni, ma essendo invece plasmato da una visione degli Stati Uniti come «un impero con un’influenza dominante sull’emisfero occidentale».

 

Ciò rende Trump «più pericoloso» e crea incertezza in tutta Europa, che non può più fare affidamento su Washington senza riserve. Bardella ha fatto riferimento alle minacce tariffarie di Trump, che hanno portato all’accordo commerciale tra Stati Uniti e UE dello scorso anno, un accordo che ha descritto come «vassallaggio economico, finanziario e industriale».

 

Le relazioni tra Washington e i suoi alleati europei sono tese da quando Trump è tornato alla Casa Bianca nel 2025, con ricorrenti dispute su commercio, spese per la difesa, regolamentazione digitale e Ucraina. Trump ha ripetutamente accusato i membri europei della NATO di approfittarsi delle garanzie di sicurezza statunitensi, minacciando al contempo nuove tariffe sul blocco. Lunedì, ha dichiarato al New York Post che avrebbe imposto dazi del 100% sul vino francese se Parigi non avesse abolito la sua tassa sui servizi digitali, che colpisce i ricavi generati dai giganti tecnologici statunitensi.

 

La Strategia di Sicurezza Nazionale 2026 di Trump, che descrive l’UE come strategicamente inaffidabile, ha ulteriormente ampliato la frattura, così come la sua spinta ad acquisire la Groenlandia dalla Danimarca. La guerra israelo-americana contro l’Iran ha acuito le tensioni dopo che Washington ha annunciato il ritiro di 5.000 soldati dalla Germania e ha minacciato ulteriori tagli in Spagna e Italia a seguito delle critiche al conflitto.

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Immagine di European Parliament via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic

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Immigrazione

La Svizzera respinge il limite di 10 milioni di abitanti

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Gli elettori svizzeri hanno bocciato una proposta volta a imporre un tetto alla popolazione, dal momento che le preoccupazioni per i possibili danni economici hanno superato i timori legati all’immigrazione, in quello che alcuni hanno definito il «momento Brexit» del Paese.   La proposta, sottoposta a referendum domenica, puntava a limitare la popolazione svizzera a 10 milioni entro il 2050. Secondo i dati governativi, il 55% dei votanti l’ha respinta, mentre il 45% si è espresso a favore.   Il partito di centrodestra Unione Popolare Svizzera (UDC), da tempo critico verso l’immigrazione di massa e i legami stretti con l’UE, ha promosso il referendum. In caso di approvazione, il governo avrebbe dovuto assicurare che il numero di residenti permanenti – attualmente intorno ai 9,1 milioni – restasse al di sotto della soglia stabilita. Il raggiungimento di tale limite avrebbe obbligato Berna a rinunciare all’accordo di libera circolazione con l’UE. Pur non essendo membro dell’Unione Europea, la Svizzera ha in vigore dal 2002 un accordo di libera circolazione con il blocco.   Il voto ha chiuso mesi di campagna in cui le forze di destra hanno sostenuto che la rapida crescita demografica migratoria sta provocando sovraffollamento e sta mettendo sotto pressione le risorse del Paese. L’UDC insiste sulla necessità di misure drastiche, imputando all’«immigrazione di massa» la responsabilità della scarsità di alloggi, dell’aumento degli affitti, dei treni sovraffollati e degli ingorghi stradali.

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«La Svizzera è un piccolo Paese, non si può espandere», ha sostenuto il deputato dell’UDC Yvan Pahud prima del voto. «Non vogliamo accollarci tutta l’Europa o tutti i problemi del mondo».   Secondo i dati del think tank liberale Avenir Suisse, gli stranieri costituiscono ormai circa il 27% della popolazione svizzera, che due anni fa aveva superato i 9 milioni, a causa di un’immigrazione che ha compensato il calo dei tassi di natalità.   Prima del voto, importanti manager di aziende come Nestlé, Roche e UBS avevano messo in guardia sul fatto che fissare un limite massimo rigido ai residenti – una misura senza precedenti in un’economia moderna – avrebbe ridotto l’accesso alla manodopera straniera e danneggiato imprese e investimenti. Anche il governo e la maggioranza dei parlamentari si sono opposti alla proposta.   Questo esito arriva mentre l’UE porta avanti la sua più ampia riforma migratoria degli ultimi anni, che prevede controlli obbligatori alle frontiere, procedure di asilo accelerate, registrazione biometrica estesa e rimpatri più rapidi per i richiedenti asilo respinti. Un recente studio indica che la popolazione migrante del blocco ha raggiunto la cifra record di 64,2 milioni nel 2025, di cui 46,7 milioni di persone nate al di fuori dell’UE.  

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Immagine di Dmitry A. Mottl via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
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