Bioetica
Medici e infermieri dovrebbero essere disciplinati per aver denunciato aborti illegali?
Renovatio 21 traduce questo articolo di Bioedge.
Tra il 1861 e il novembre 2022, solo tre donne britanniche sono state condannate per aver abortito illegalmente. Ma, scrive Zoe Williams su The Guardian, dal dicembre 2022 uno è stato condannato; sei sono in attesa di processo; e dozzine sono state indagate per aborti tardivi. Cosa sta succedendo?
L’aborto, sebbene facilmente disponibile nel Regno Unito, non è stato depenalizzato. È ancora possibile abortire illegalmente.
I medici dovrebbero denunciare le donne che hanno avuto un aborto illegale? Sembra una questione puramente ipotetica, ma il Royal College of Obstetricians and Gynecologists è intervenuto per chiarire che ciò non dovrebbe mai accadere. «Non è mai nell’interesse pubblico indagare su una paziente sospettata di aver interrotto la propria gravidanza, un punto di vista sostenuto da oltre 60 organizzazioni e professionisti».
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Scrivendo su The Conversation, Dominic Wilkinson, medico ed esperto di etica a Oxford, afferma che la questione chiave è la riservatezza, non la legalità dell’aborto.
«Poiché è così importante, i moderni codici di condotta per gli operatori sanitari consentono che la riservatezza venga violata solo in circostanze veramente eccezionali. Ciò potrebbe includere la notifica di una grave malattia infettiva o la prevenzione del terrorismo. Ma nella maggior parte dei casi non include la segnalazione che un paziente ha commesso un crimine».
Ma se nessun medico ha mai denunciato una donna per aver commesso un aborto illegale, perché tutta questa valanga di pratiche burocratiche? Forse Wilkinson e l’RCOG temono che alcuni medici pro-vita possano essere troppo zelanti. Forse è necessario rimetterli al loro posto.
Un medico che denuncia una donna potrebbe finire per essere punito severamente dal Consiglio medico generale. «Fornire informazioni, senza il suo permesso, sulla gravidanza e sulle scelte riproduttive di una donna è una grave minaccia per la fiducia dei pazienti e rischia di danneggiare gravemente i pazienti vulnerabili», afferma Wilkinson.
Tuttavia, il gruppo di lobby Right To Life UK dipinge un quadro diverso dell’aumento delle donne accusate di aborti illegali. La portavoce Catherine Robinson ha detto:
«La vera causa dell’aumento, anche se piccolo, del numero di procedimenti giudiziari a seguito di aborti illegali… è dovuta allo schema “pillole per posta” che ha portato ad un aumento degli aborti illegali a termine… Piuttosto che fare il situazione peggiore e rendendo le nostre leggi sull’aborto ancora più estreme, il Parlamento dovrebbe proteggere le donne chiedendo il ripristino dell’obbligo di visite mediche di persona per verificare l’età gestazionale e valutare la salute di una donna prima che possa essere prescritta la pillola abortiva».
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E che dire degli aborti forzati a seguito di traffico o abusi sessuali? Kevin Duffy, direttore esecutivo della Società per la protezione dei bambini non ancora nati nel Regno Unito, ha una prospettiva interessante al riguardo. Prima di cambiare schieramento, lavorava con MSI Reproductive Choices (MSI-RC), uno dei maggiori fornitori di aborti della Gran Bretagna. Dice che il problema di ulteriori procedimenti giudiziari potrebbe essere facilmente risolto invertendo la legislazione sulle pillole per posta.
Ha twittato: «RCOG sa che un piccolo numero di donne ottiene illegalmente pillole per posta da BPAS e MSI-RC e che almeno il 13% subirà successivamente un aborto incompleto e avrà bisogno di aiuto medico. Ora RCOG vuole assicurarsi che il personale del servizio sanitario nazionale non denunci l’aborto illegale. Vergognoso.»
Inoltre, potrebbe esserci un conflitto di interessi nelle nuove linee guida RCOG, sostiene Right to Life UK. Il dottor Jonathan Lord è il co-presidente della task force sull’aborto dell’RCOG che ha redatto le linee guida. Ma il dottor Lord è anche il Direttore Sanitario del MSI-RC.
Dr Lord, medical director at MSI-RC, warns NHS medics to NOT report illegal abortions.
His perceived 'problem' of an increasing number of prosecutions is one of his own making and could easily be resolved by rescinding the pills-by-post legislation.https://t.co/V15NntSxFi
— Kevin Duffy (@KevinDTweets) January 22, 2024
Michael Cook
Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.
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Bioetica
Aborto fino alla nascita. E dopo. Quale differenza?
As long as I’m Governor, abortion will remain safe, legal and accessible in Massachusetts.
You have my word. pic.twitter.com/0PKw1ufQF5 — Governor Maura Healey (@MassGovernor) August 10, 2026
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Former Virginia Governor Ralph Northam in 2024 when Democrats first tried to legalize abortion through birth: “The infant would be delivered. The infant would be kept comfortable… Then a discussion would ensue between the physician and the mother [about whether to end the… pic.twitter.com/3z4cwIumRl
— Wall Street Mav (@WallStreetMav) January 21, 2026
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Bioetica
Il corpo scomposto: quando l’uomo diventa mero contenitore di organi
Ci sono notizie che andrebbero lette lentamente, soffermandosi sulle parole, perché è proprio la loro apparente normalità a rivelare quanto profondamente sia cambiato il nostro modo di concepire l’essere umano.
Nei giorni scorsi una giovane di 23 anni, vittima di un grave incidente stradale, è stata ricoverata in terapia intensiva. Dopo nove giorni, ne è stata dichiarata la morte cerebrale e, durante la notte successiva, si è proceduto all’espianto degli organi. La cronaca riferisce che sono stati prelevati il cuore, i polmoni, i reni, l’utero e le cornee, mentre il fegato è stato diviso per essere destinato a due diversi riceventi; gli organi sono stati quindi trasferiti verso differenti centri trapianto italiani.
Letto così, senza il rivestimento emotivo che normalmente accompagna queste notizie, il freddo elenco assume improvvisamente un significato diverso: compare materialmente il corpo umano, scomposto nelle sue parti e distribuito verso destinazioni differenti.
Ma cosa resta dell’unità della persona quando il suo corpo viene considerato come un insieme di organi separabili, prelevabili e trasferibili?
Nella concezione classica e cristiana dell’uomo, il corpo non è un semplice contenitore della coscienza: l’essere umano costituisce un’unità vivente e il corpo appartiene alla sua stessa identità personale. Noi non possediamo un corpo nello stesso modo in cui possediamo un oggetto, né l’uomo può essere ridotto a un cervello che utilizza provvisoriamente una macchina biologica composta da parti intercambiabili.
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È precisamente questa unità che la modernità ha progressivamente disconosciuto. Prima la persona viene identificata essenzialmente con il cervello; una volta dichiarata la morte cerebrale, ciò che rimane sembra perdere il carattere di corpo di qualcuno per assumere quello di insieme di organi utilizzabili da qualcun altro. Il passaggio è enorme, eppure avviene quasi senza che ce ne accorgiamo.
Fino a un momento prima abbiamo davanti un essere umano gravemente ferito, ricoverato in terapia intensiva, bisognoso di assistenza continua; poi interviene la dichiarazione di morte cerebrale e lo sguardo cambia. Improvvisamente non si parla più dell’organismo nella sua totalità, ma del cuore, dei polmoni, dei reni, del fegato, delle cornee: ogni organo ha un destinatario, una destinazione, una propria utilità terapeutica.
La morte cerebrale rappresenta allora lo spartiacque che rende possibile considerare il corpo secondo una logica completamente diversa: l’organismo diventa una riserva di parti biologiche utilizzabili.
Il cuore può servire, così come i polmoni e i reni; il fegato può essere diviso affinché serva a più persone, le cornee possono servire, l’utero può servire. La persona scompare proprio mentre le sue parti acquistano il massimo valore.
È il paradosso estremo dell’antropologia utilitaristica: l’intero non serve più, le parti sì.
Tuttavia, quella giovane non poteva essere ridotta al suo cuore, al suo fegato, ai suoi reni, ai suoi polmoni, alle sue cornee o al suo utero, così come non poteva essere identificata semplicemente con il suo cervello: era una persona, un’unità vivente nella quale la dimensione corporea era inseparabile dalla sua stessa identità.
È tale verità che la parola «donazione» rischia di farci dimenticare, perché una volta definita l’intera procedura come un atto di generosità, ogni interrogativo sembra diventare superfluo, se non addirittura moralmente sospetto. Chi potrebbe opporsi a un dono o contestare un gesto capace di offrire ad altri una possibilità di sopravvivenza?
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La forza di questa rappresentazione consiste proprio nella sua capacità di eludere la questione antropologica. L’attenzione viene immediatamente spostata verso i riceventi, verso le vite salvate, verso il bene che quegli organi potranno produrre, mentre il corpo dal quale provengono passa sullo sfondo e, con esso, scompare progressivamente la domanda su ciò che quel corpo rappresenti.
Eppure è proprio questa la domanda che dovrebbe precedere tutte le altre, perché una civiltà non rivela la propria concezione dell’uomo soltanto attraverso solenni dichiarazioni sulla dignità della persona, ma soprattutto attraverso ciò che ritiene lecito fare del suo corpo.
Abbiamo imparato a leggere con assoluta normalità che da un unico essere umano vengono prelevati cuore, polmoni, reni, fegato, utero e cornee e che ciascuna di queste parti prende una strada diversa. Abbiamo costruito un linguaggio capace di rendere questa scomposizione non soltanto accettabile, ma persino luminosa.
Dovremmo togliere quel rivestimento linguistico per guardare la questione nella sua crudezza antropologica e affermare con forza che l’essere umano non è un contenitore di organi, né una somma di parti biologiche il cui valore dipende dall’utilità che possono avere per qualcun altro.
Perché se una società arriva a considerare naturale questa immagine dell’uomo, allora la domanda che dobbiamo porci non riguarda più soltanto la morte cerebrale o i trapianti, ma qualcosa di molto più radicale: che cosa pensiamo che sia l’uomo?
Alfredo De Matteo
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Bioetica
Il principe Luigi del Lichtenstein si oppone ancora alla legalizzazione dell’aborto
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