Connettiti con Renovato 21

Arte

Lo struggimento natalizio di «Carol of the Bells»

Pubblicato

il

 

 

Fra le canzoni di Natale, è impossibile non trovare struggente  Carol of the Bells.

 

Si tratta di un canto di natale molto conosciuto in America, ma quasi sconosciuto da noi in Europa.

 

Si tratta di un canto di natale molto conosciuto in America, ma quasi sconosciuto da noi in Europa.

È un lavoro corale: le quattro voci raccontano, in un ostinato sempre più rarefatto, la felicità degli attesi rintocchi delle campane che annunziano il Natale.

 

L’ha messa in circolazione compositore americano Peter Wilhousky (1902–1978) nel 1936, copiandola però dal compositore ucraino  Mikola Dmitrovič Leontovič (1877–1921) che nel 1914 aveva riadattato una canzone del folklore ucraino chiamandola Ščedryk («munifica»).

 

Nella musica originale, scritta per celebrare il capodanno celebrato in primavera nelle terre slave pre-cristiane (quelle viste nei giorni corruschi ed enigmatici di Andrej Rublev di Andrej Tarkovkij), una rondine appariva a casa di una famiglia contadina per segnalare l’arrivo un anno di prosperità nei raccolti.

Vi possiamo proiettare delle questioni di calendario umano: dicembre porta via l’anno che è sempre un anno di fatiche e dolori, seppellirle è necessario per far rinascere la vita, ma è giusto registrarle come tali

 

 

La polifonia spiraliforme di Carol of the Bells riecheggia potente in tantissime persone, che la hanno esperita per tramite dei prodotti audiovisivi americani (film, dischi, serie, etc.)

 

È forse perfino controintuitivo associarla al Natale perché ha un tono più meditativo, financo dolente, rispetto ad altri canti natalizi.

Essere al cospetto del Dio che nasce, il Dio che è la Vita, significa aver consumato le proprie energie, aver sacrificato. Bisogna riconoscerlo per poter vivere la gioia in modo autentico

 

Forse perché vi possiamo proiettare delle questioni di calendario umano: dicembre porta via l’anno che è sempre un anno di fatiche e dolori, seppellirle è necessario per far rinascere la vita, ma è giusto registrarle come tali.

 

Anche i Re Magi, anche Giuseppe, forse, arrivarono stanchi, dopo viaggi ed incertezze, alla mangiatoia.

 

Essere al cospetto del Dio che nasce, il Dio che è la Vita, significa aver consumato le proprie energie, aver sacrificato. Bisogna riconoscerlo per poter vivere la gioia in modo autentico.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

La versione di Carol of the Bells riprodotta in video è del gruppo This Ascension dall’album collettaneo Excelsis (1995)

Continua a leggere

Arte

Ezra Pound e i Cantos

Pubblicato

il

Da

Nello scorso novembre ricorreva il Cinquantesimo anniversario della morte di uno dei più grandi poeti del ‘900, Ezra Pound.

 

Un autore «maledetto», a causa delle sue scelte politiche, ma che resta un assoluto, indiscusso genio delle Lettere. L’anniversario è passato piuttosto in sordina, tra qualche convegno e alcune pubblicazioni, la più significativa una guida ai Cantos, il capolavoro poetico incompleto del poeta americano, scritta da uno dei suoi massimi conoscitori in Italia, il professor Luca Galles. (I Cantos, una guida. Editrice Ares).

 

E proprio dei Cantos vogliamo parlare. Si tratta dell’opera della vita dello scrittore, un poema ricchissimo di spunti, richiami, citazioni colte, cui Pound lavorò per quasi tutta la vita, iniziandolo negli anni della Prima Guerra Mondiale. Era un americano in Europa: non venuto per la guerra, ma per abbeverarsi alle fonti della cultura classica.

 

Era nato al tramonto del XIX secolo, nel 1885, in un’America profonda, quasi di frontiera, nell’Idaho. Fin dagli anni dell’università a Filadelfia aveva rivolto il suo sguardo alla vecchia Europa, inseguendo il sogno della grande cultura medievale.

 

Era affascinato dalla letteratura cortese e dal Dolce Stil Novo, ed era stato in Francia e in Italia. Poi la sua passione per la pittura Preraffaellita lo aveva portato a Londra, e qui si era fermato per un po’ di tempo, sposandosi, e diventando amico e maestro di grandi autori come Eliot e Yeats. Poi di nuovo il richiamo dell’Italia si fece prorompente, e Pound la scelse come patria d’elezione, trascorrendovi e gran parte della sua vita.

 

Nato nella tradizione protestante puritana degli Stati Uniti, Pound aveva avuto però modo di incontrare il cattolicesimo, in particolare nei tanti anni trascorsi in Italia.

 

Era proprio il cattolicesimo italiano ad affascinarlo, più che quello americano, portato dagli emigrati, o quello delle Isole Britanniche. Scherzando (ma forse non troppo) asseriva che nel cattolicesimo italiano c’erano degli elementi arcaici, pagani, che lo incuriosivano. E poi c’era la grande costruzione della Civitas Christiana medievale che suscitava la sua ammirazione, perfino la sua commozione.

 

Rimase sempre in lui tuttavia uno spirito sincretistico, che lo portò a interessarsi delle religioni dell’Oriente, in particolare il confucianesimo. Era il segno di un animo inquieto, curioso, mai sazio di conoscenza. Un vero cuore inquieto agostiniano. Un uomo pieno di nostalgia di Dio, Pound, che continuava a prediligere una ricerca curiosa a tutto campo in materia religiosa.

 

Una ricerca che prende forma nel capolavoro di Pound, i Cantos, ambizioso progetto di una nuova Epica, di una sintesi tra la cultura classica e le suggestioni della modernità. La composizione, cominciata nel 1916 e proseguita per tutta la sua vita, si rivelò un’epica rappresentazione del mondo moderno, che poteva sembrare uno zibaldone poetico senza soluzione o un soliloquio improvvisato, tra citazioni, traduzioni, trascrizioni da varie lingue.

 

L’intuizione di Pound è capire il presente guardando al passato, rivissuto nella poesia dell’antichità, patrimonio universale ed eterno dell’umanità. È la narrazione di come un poeta venuto dal Nuovo Mondo tentò di rifondare l’estetica, proponendo un nuovo modo di intendere e di fare poesia, fondato sullo spostamento dell’accento dall’io, epicentro della poesia romantica, alla realtà, dal soggetto all’oggetto. Un progetto che è rimasto un tentativo irrisolto, ma che rimane una potente testimonianza della ricerca del Bello, del Buono, del Vero.

 

Cantos dovevano essere per l’America e per la Modernità quello che era stata la Divina Commedia. Pound sentiva di essere chiamato a continuare l’opera di Dante e quando scriveva era pieno di speranza per le sorti americane.

 

Sentiva – come una vera e propria ossessione – che l’America aveva bisogno dei classici. E se per l’America desiderava questa scoperta, questo ricollegarsi alle proprie radici classiche europee, per l’Italia quello che sognava era un nuovo Rinascimento, un rifiorire delle Arti, dell’amore per il Bello.

 

Amante di Dante e ancor più di Guido Cavalcanti, sognava un ritorno alla grandezza medievale e rinascimentale. Forse era troppo ambizioso, o forse era un sognatore, ma Pound ci ha lasciato nella sua opera queste visioni, queste speranze. Non illusioni: sapeva bene che il nostro mondo è segnato dal male, dalla Caduta, che non può più essere un Paradiso Terrestre.

 

Proprio per questo aveva a cuore la realtà, la condizione concreta umana, e proprio per questo si dedicò a studiare attentamente i meccanismi della finanza e dell’economia che schiacciano l’uomo, quell’usura contro cui combatté a lungo, e che a livello spirituale nei Cantos viene identificato con l’orrendo peccato dell’avarizia. Una lettura indubbiamente non facile, quella di questo poema, ma di assoluto fascino che resiste al passare del tempo, come ogni classico che si rispetti.

 

 

Paolo Gulisano

 

 

 

Articolo previamente apparso su Ricognizioni

 

 

 

 

 

 

 

Continua a leggere

Arte

Emir Kusturica con i serbi del Kosovo

Pubblicato

il

Da

Il premiatissimo regista serbo bosniaco Emir Kusturica ha dichiarato lo scorso martedì il suo appoggio ai kosovari serbi nei momenti di tensione con le autorità albanesi.

 

«Chiunque abbia anche solo un briciolo di compassione non può mollare persone che erigono barricate per difendere il loro diritto a esistere», ha detto il cineasta al quotidiano di Belgrado Novosti. «Se potessi unirmi a loro, lo farei. Dato che mi è stato vietato di entrare in Kosovo, tuttavia, posso stare con loro solo attraverso le mie parole e le mie azioni».

 

Il regista, palma d’oro a Cannes in due occasioni, ha dichiarato anche che non è la comodità o l’arroganza a spingere le persone a un passo così drastico come quello di erigere delle barricate, ma il «grande guaio» in cui si trova.

 

I residenti di diversi comuni nel nord del Kosovo hanno organizzato posti di blocco all’inizio di questo mese, per protestare contro l’arresto di un poliziotto di etnia serba e una forte presenza di poliziotti di etnia albanese nelle loro comunità. Pristina chiede la rimozione delle barricate, per il bene della “libera circolazione di tutti i cittadini” e insiste che il suo obbligo si applichi ovunque nella provincia.

 

Il presidente serbo Aleksandar Vucic ha chiesto formalmente il ritorno in Kosovo di un massimo di 1.000 soldati e agenti di polizia serbi, come previsto dalla risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che autorizza anche la presenza della NATO nella provincia. Ha detto che gli è stato detto in privato dai leader occidentali che non intendono onorare la risoluzione o la sua richiesta.

 

Kusturica è un rinomato regista, attore, autore e musicista, vive nella Serbia occidentale, in un villaggio tradizionale a Drvengrad inizialmente costruito come set cinematografico nel 2004. Da allora ha vinto numerosi premi ai festival cinematografici di Cannes, Venezia e Berlino negli anni ’80 e ha ricevuto l’Ordine dell’Amicizia dalla Russia nel 2016.

 

Durante le tensioni con Milosevic a fine anni Novanta, create anche da fomentatori di «rivoluzioni colorate» (dove si fece sentire un’organizzazione chiamata Otpor, il cui simbolo, il pugno, fu poi visto in una quantità di altri moti in giro per il mondo, magari con lo zampino di enti USA e del finanziere Soros), il regista si era distinto per il suo supporto al presidente serbo.

 

La prima Palma d’oro la ricevette nel 1990 per il film Tempo di Gitani, dove, pur nel suo stile surreal-fellineggiante, mostrava il sistema dei campi nomadi tra bambini mandati a chiedere la carità e furti nelle case degli italiani. La seconda Palma d’oro la ebbe per Underground (1995) pellicola di attualità significativa: per alcuni può leggersi come metafora del potere mentitore all’opera anche durante la pandemia COVID.

 

 

 

Con ulteriori film manieristici, tipo Gatto nero, gatto bianco (1997) il Kusturica ha contribuito ad una fiammata di musica balcanica – sullo stile di un suo autore di colonne sonore, Goran Bregovic – che occupò lo spazio sonoro italiano con effetti allergici, ad un certo punto, incontrovertibili.

 

Il gruppo Elio e le Storie tese, nel loro capolavoro Complesso del Primo Maggio, dedicano al fenomeno dei versi immortali:

 

«La musica balcanica ci ha rotto i coglioni / è bella e tutto quanto / ma alla lunga rompe i coglioni»

 

 

 

 

 

Immagine di Odessa International Film Festival via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0)

 

 

 

Continua a leggere

Arte

Renovatio 21 recensisce Squid Game

Pubblicato

il

Da

Spinti da lettere di lettori che si interrogano sulla simbologia del calamaro – testé dichiarato da Renovatio 21 personaggio dell’anno – pubblichiamo, con colpevole ritardo una recensione di Squid Game, la serie più seguita del 2021. Di certo, Squid Game (tradotto, il «giuoco della seppia») non ha molto a che fare con il calamaro sanguigno e il suo attuale dominio occulto sul mondo, tuttavia nella serie sono enunciate molte cose interessanti, sempre riguardo al dominio del mondo, allo sterminio degli uomini, alle élite crudeli e mascherate, alla fine della dignità umana. 

 

 

Squid game, la serie Netflix coreana dove un manipolo di persone indebitate e irrisolte competono in gare mortali per un premio in denaro, è senza dubbio la serie dell’anno. Più di 110 milioni di visualizzazioni solo il primo mese di programmazione sono una cifra piuttosto importante, che indica che l’opera può aver toccato qualche corda sensibile negli spettatori di ogni Nazione terrestre.

 

La serie è riuscita a diventare un fenomeno planetario nonostante degli handicap specifici come la lingua – ancora più ostica all’orecchio dello spettatore globale di quella giapponese – e soprattutto la recitazione coreana, dove i personaggi sono sempre sopra o sotto le righe, o troppo verbosi e (apparentemente) monodimensionali, o troppo silenziosi e opachi.

 

Squid Game è già assurta allo status di fenomeno iconico. I «soldati» incappucciati vestiti di rosa con maschere minimali (sul volto solo un triangolo, o un quadrato, o un cerchio: un segno gerarchico e al contempo uno dei segni che i bambini di Corea tracciano a terra quando fanno il «gioco della seppia») sono diventati i più gettonati di questo secondo Halloween pandemico. Si sprecano in tutto il mondo le preoccupazioni di scuole e genitori per l’identificazione dei ragazzi con un mondo di violenza gratuita ed estrema.

 

 

Da Arancia Meccanica a Parasite a Squid Game, via Carlo Marx

Niente di nuovo sotto il sole: anche per Arancia Meccanica fu così: la crudeltà «ultraviolenta» dei drughi – anche lì, individui mascherati – era uno shock per lo spettatore appena emerso dagli anni Sessanta, il quale aveva addosso magari gli ancora più rassicuranti anni Cinquanta.

 

Tuttavia, nel capolavoro di Kubrick tratto dal romanzo di Anthony Burgess la violenza usciva dai figli nichilisti della piccola borghesia paraproletaria. In Squid Game, invece, la violenza è sì perpetrata (o anche: autoperpetrata) dalla classe inferiore della società, ma anche organizzata – con voluttà terrificante – dalla classe dominante.

 

A mascherarsi non sono i poveri teppisti. Sono i membri di un’élite transnazionale miliardaria, le cui origini (a parte i coreani, ci sono americani? C’è un britannico? Un russo? Un cinese?) e le cui perversioni possiamo solo cercare di inferire.

 

In molti, come l’opinionista conservatore americano Ben Shapiro, hanno tentato di dare una spiegazione marxista di Squid Game, che sarebbe quindi poco più che un granguignolesco promemoria della lotta di classe nel XXI secolo.

 

Molti saranno d’accordo: del resto, è stato detto da varie parti, si tratta di una mistura assai riuscita di due possibili ingredienti, il film di culto giapponese (con Takeshi Kitano) Battle Royale – dove si immaginava una società dove una classe di studenti si doveva combattere su di un’isola (Hunger Games ha, di fatto, copiato, sì) – e il film rivelazione del 2019, il coreano Parasite, premiato con vari Oscar più o meno meritati.

 

Parasite, venne notato, era una sorta di acidissima commedia horror sul concetto caro al nuovo politicamente corretto vigente in USA: l’equality. Cioè la parità, le eque opportunità tra le persone che sembrano essere scomparse tra gruppi e classi sociali.

 

Tuttavia, vorremmo qui parlare di tutt’altro. Fare un discorso più oscuro, meno intellettuale. Squid Game può possedere significati che vanno al di là di quelli che si hanno con la mera analisi sociologica.

 

E se ci fosse qualcosa di più reale, e di più spaventoso, di Carlo Marx e dei suoi epigoni dietro a questo successo mondiale?

 

I significati generali che si traggono dalla serie vanno ben oltre le questioni di classe. La popolazione è numerata, sottomessa, e ha rinunciato alla democrazia una volta per tutte.

 

In Squid Game, il popolo è infantilizzato, anche contro la sua volontà: i giuochi di morte sono giuochi per bambini, e l’oggetto agognato è questo enorme maialino salvadanaio che vale il ritiro per sempre dalla classe lavoratrice.

 

Il popolo è ingannato da una élite superiore con la promessa dell’arricchimento materiale.

 

Tutto il resto è sangue e barbarie. Potere, comando, sacrificio umano.

 

 

L’élite rivelata dai simboli di Squid Game

Lo schema di costruzione della società moderna è illustrato già nei primi secondi, quando vediamo dall’alto il campo del gioco della seppia. Il quadrato può rappresentare la massa della popolazione generica, il triangolo che lo sovrasta è l’élite.

 

I due cerchi segnano in alto il vertice della classe dirigente che si ritrova ad organizzare e a consumare lo spettacolo genocida e, chiralmente, la parte più bassa della società, quella dei disperati e degli indebitati oltre ogni possibilità di riscatto.

 

Notate come gli stessi segni, che sembrano pulsanti della Playstation, siano riprodotti nelle maschere dei guardiani armati. E ognuna di queste forme rappresenta, pare di capire, un segno nella gerarchia del piccolo esercito fucsia.

 

 

Sacrificio umano, per sport

Il fatto che l’élite sia coinvolta in sacrifici umani organizzati non è una novità per la storia umana: potete pensare alle civiltà precolombiane, magari ripassando Apocalypto, per capire come ciò fosse in realtà la norma, prima della fine delle uccisioni rituali sancita dal Cristianesimo (che in Squid Game è puntualmente sbeffeggiato).

 

Negli anni ‘20 vi fu un racconto, e un film, dal titolo Most Dangerous Game che narrava di un nobile russo che cacciava esseri umani per sport. Il tema è stato ripreso numerose volte nella cinematografia americana, sia in alto che in basso. Dal grande classicone zona Italia 1 American Ninja (1985) al John Woo di Senza Tregua (1993). Per finire con il capolavoro disgraziato (linciato a scatola chiusa, rilasciato in ritardo e fatto sparire subito), politicamente ultra-divisivo ma a modo suo perfetto, The Hunt (2020). Satira superba della polarizzazione sociopolitica cristallizzata ora in USA, dove un gruppo di liberali ultra politicamente corretti rapisce una dozzina di americani medi, tendenzialmente conservatori ed elettori di Trump – in una parola, anche usata nel film, «deplorables» – per cacciarli nel modo più belluino. Essi avevano osato far commenti inappropriati sui social media.

 

Solo finzione? No.

 

Austriaci e tedeschi ricordano sommessamente il cosiddetto Massacro di Rechnitz. Nella notte tra il 24 e il 25 marzo 1945, una domenica delle Palme, a Rechnitz, in Austria, si tenne una festa al castello di Margit von Batthyány, figlia di Heinrich Thyssen-Bornemisza, della famiglia delle acciaierie e delle crapulose megacollezioni d’arte. L’Armata Rossa era vicina, in dieci giorni avrebbe raggiunto il luogo, tutti lo sapevano. Così, al festone dove erano invitati vari dirigenti delle SS e della Gioventù hitleriana, verso la mezzanotte fu offerta una speciale iniziativa: l’uccisione di lavoratori forzati ebrei ungheresi, portati al castello per la bisogna.

 

Ne uccisero quasi due centinaia. Si distinsero un capo nazista e il direttore del castello, che forse era amante della contessa.

 

Squid Game non è fantascienza. Proprio no.

 

 

Squid Game e l’illusione della democrazia

I partecipanti del gioco sono deumanizzati, numerati, disorientati, tribalizzati. Tuttavia, un colpo di scena di non poco conto è quando si apprende che hanno una concreta possibilità di fuga: il voto democratico.

 

È una delle regole fondamentali che vengono declamate immediatamente, prima che si proceda al primo, sorprendente massacro. Se la maggioranza decide di smettere di giocare, tutti a casa. Bisogna aspettare l’ultimo episodio per capire che anche questa regola è, in fondo, truccata.

 

Così come è forte l’impatto della rivelazione del coinvolgimento nel gioco di forze di polizia, e quindi non solo dell’establishment finanziario internazionale.

 

Qui sta il pensiero più crudele inferto dalle élite al popolo: essi sulla carta hanno scelta, sono liberi. In realtà, tutto è preparato al fine di ottenere qualcosa di silenzioso e preziosissimo: la sottomissione, l’accettazione di qualsiasi privazione, qualsiasi comando, qualsiasi aberrazione, orrore, peccato, delitto.

 

L’illusione della democrazia è lo strumento con cui l’élite ottiene la piena adesione del cittadino alle sue architetture ingiuste e disfunzionali. La democrazia è la conditio sine qua non per il Teatro delle Crudeltà dell’élite perversa e inarrivabile. Senza democrazia, pare dire la serie, essi non avrebbero il potere di cui godono. Democrazia e oligarchia sono interrelate: la prima è solo la maschera, la crosta della seconda. Di mezzo, gente in divisa armata.

 

 

Infantilizzare e corrompere

Alcuni hanno notato che l’infantilizzazione dei partecipanti allo Squid Game, costretti a giocare ai giochi popolari tra i bambini coreani, rappresenta la volontà, più che di infantilizzare la popolazione, di corrompere l’idea stessa di infanzia.

 

Particolarmente disturbanti sono le bare a forma di regalo. Da una parte, esse portano verso l’idea orrenda della morte violenta come gioco d’infanzia.

 

Tale idea è anticipata nel primo episodio, quando il protagonista dà a sua figlia un regalo che contiene, per isbaglio, una pistola-accendino.

 

Dall’altra le bare-regalo sottolineano la dimensione dell’offerta religiosa – il sacrificio umano per compiacere gli dèi, che in questo caso sono i ricconi mascherati che si godono lo spettacolo tra champagne e gozzoviglie omoerotiche.

 

Non è priva di significato la menzione del traffico di organi di cadaveri operato di nascosto dagli stessi «secondini» del gioco. Con lo squartamento e il commercio di parti di essere umano ancora vivente si toccano abissi di corruzione della dignità umana che non sono sconosciuti dal mondo reale, dove il traffico di organi esiste eccome – ne è stato accusato il presidente di un Paese limitrofo, il kosovaro Hashim Thaci.

 

È lapidario, nella serie, il disprezzo delle élite per i morti: fatene quello che volete di quegli organi, dice ad un certo punto Front Man, il gestore del sistema di gioco. Potete anche mangiarveli per quanto mi riguarda… ma non turbate il disegno sottostante alla competizione. Non alterate il gioco dei potenti.

 

 

Il simbolismo massonico in Squid Game

Discutere di élite occulta e non parlare di massoneria sarebbe come parlare del caviale senza spendere una parola sul Beluga. I figli della vedova (li chiamano anche così), la «setta verde» (la chiamano anche così), nella serie coreana? Ebbene sì.

 

Nel penultimo episodio il riferimento è assai preciso: i sopravvissuti mangiano su un enorme tavolo triangolare (la piramide cara ai «liberi muratori» – si chiamano anche così) adagiato su un pavimento a scacchi (immancabile nelle logge dei grembiulisti – li chiamiamo noi così) con piazzate ben visibili due colonne: sono possibilmente Boaz e Yakin, le due colonne ricorrenti nell’architettura dei templi massonici, riconducibili alle colonne del Tempio di Salomone costruito dalla figura immaginaria Hiram Abif, un personaggio centrale del mito massonico.

 

Il lettore dirà: la massoneria in Corea? Machedaverodavero? Ebbene sì, anzi, diremo di più: la massoneria in Nord Corea pure. Si inseguono da anni dicerie sull’appartenenza del caro leader Kim Il-Sung al club squadra e compasso. Lo si accusò su giornali locali liguri, addirittura, di aver il simbolo della P2 inciso sul suo «trono» – per quanto vi possa sembrare allucinante, questa polemica è esistita veramente, perché le voci, nei circoli del PCI, giravano veloci.

 

Di certo, Kim e suo figlio vedevano con simpatia certi nostri connazionali molto chiacchierati, uniche figure al mondo che potevano dire di avere un pied-à-terre a Pyongyang. Non facciamo nomi.

 

 

Maschera e potere

Tuttavia, vi sono altri riferimenti visivi che connettono a cose già viste, o intraviste, dal pubblico occidentale. Su tutto, le maschere.

 

Maschere animali apparvero ad un party entrato nella leggenda, quello dato dalla famiglia Rothschild a Parigi nel dicembre 1972. Molti degli invitati sono ancora riconoscibili. Per esempio l’immancabile Salvador Dalì, per esempio la baronessa anglo-olandese Audrey Kathleen Ruston Hepburn – massì, quella di Colazione da Tiffany.

 

Questa cosa delle immagini dorate che si vedono in Squid Game, di fatto, ci ricordava qualcosa.

 

Tuttavia, è la questione delle maschere animali che può aver fatto fare clic nella mente di qualcuno che conosce l’episodio .In particolare, la più evidente, la maschera del cervo.

 

 

Il sito Vigilant Citizen ci piazza anche questa foto della vecchia Chiesa di Satana di Anton LaVey.

 

Come non ricordare, a questo punto, la profusione di maschere dell’élite ritualista di Eyes Wide Shut.

 

La maschera, anche nel capolavoro finale di Kubrick, rappresentava il potere definitivo dell’élite sul popolino. Il personaggio del dottor Harford (Tom Cruise), imbucato non iniziato, in una delle scene più disturbanti della pellicola viene obbligato a togliersi la maschera davanti a tutti gli iniziati mascherati.

 

La disuguaglianza tra chi può coprirsi il volto – magari con un’opera d’arte – e chi deve offrire alla luce il proprio volto è percepibile come la struttura stessa della società: chi comanda porta la maschera, perché chi comanda è invisibile.

 

Chi porta la maschera può umiliarti e perseguitarti, finanche ucciderti, o esigere comunque un tributo di sangue.

 

Perché il potere, ci dicono i potenti in maschera, è il potere di dare la morte – anche per giuoco, anche gratuitamente. E ancora più sommo, questo il pensiero più oscuro di Squid Game, è il potere di indurre nella vittima la scelta del suo stesso sacrifizio.

 

 

C’è un salto di qualità: l’élite mascherata di Kubrick non godeva, almeno durante le sue riunioni, della morte dei popolani, che anzi erano esclusi.

 

Il loro era, paradossalmente, la riformulazione di un arcano rito di fertilità – un’orgia da paganesimo antico (come quella descritta magnificamente da Andrej Tarkovksij nell’Andrej Rublev) dove però i volti noti della buona società possono conservare la propria reputazione; un’ammucchiata esoterica come quelle dei templi crowleyani visti in Strange Angel, serie di cui abbiamo parlato qui. Insomma, il Kubrick è un rito dell’Eros – mentre in Squid Game il rito è puro Thanatos, l’esercizio di una morte inferta anche solo per capriccio.

 

«Cumannari è megghiu ca futtiri» dice un famoso proverbio siciliano. L’élite mascherata di Kubrick fotteva, mentre il rito di Squid Game è un rito di morte come controllo assoluto. E di qui la questione dell’illusione democratica e dell’accettazione dell’orrore discussa sopra.

 

In realtà, Eyes Wide Shut doveva venirci in mente anche prima, perché la villa del rito orgiastico altro non è se non una casa di campagna del Barone Mayer de Rothschild. E mica vogliamo tirare in ballo questa povera famiglia come dei complottisti ossessi: non è colpa loro se finiscono ancora sui giornali per il Trattato del Quirinale appena firmato dal loro ex impiegato Emmanuel Macron e per la consulenza di loro advisor in dossier industriali e finanziari delicati tra Italia e Francia.

 

Vabbè, stiamo divagando.

 

 

«Ogni riferimento a cose o persone è puramente casuale»

Abbiamo perso di vista gli arredi del privé, dove ci sono tavolini e seggiole a forma di esseri umani. Anzi forse sono proprio esseri umani… donne piegate in modo innaturale… dove avevamo già visto questa cosa? Ah, sì, a casa dei Podesta, luogotenenti del potere clintoniano, appassionati di UFO e massimi lobbisti a Washington, dove curano, fra gli altri, gli interessi della famiglia reale saudita. I Podesta sono quelli che nelle mail trapelate nel 2016 venivano invitati alle riservatissime serate di «Spirit Cooking» dell’artista serba Marina Abramovic. Di cui ricordiamo ancora l’odoroso ammasso di ossa e di sangue nei sotterranei del Padiglione Italia della Biennale di Venezia 1997. L’opera si chiamava «Balcan Baroque», ma sul sangue e il suo aspetto «magico» la Abramovic ha lavorato anche nelle decadi successive. Coinvolgendo un grande numero di estimatori VIP.

 

Come dire, il materiale per dipingere un’élite oscura e perversa c’è tutto.

 

Come noto, i Podesta e la Abramovic giocarono un ruolo nella discreditata storia andata virale nel post-elezioni 2016, la leggenda metropolitana chiamata Pizzagate, dove si sospettava che una élite di potenti – quelli che alla fine pubblicano queste fotografie – compisse sacrifici di bambini nel seminterrato di una pizzeria della capitale USA. La storia accese gli animi ma dopo qualche mese perse quota. Emerse, di lì a poco, un’altra «serie» sull’élite assassina e cannibale, QAnon.

 

Un’idea, un movimento, una nuova religione «oracolare», una forma di intrattenimento seriale live di innovazione assoluta. Che ha mosso, per lo meno fino al gennaio 2021, decine di milioni di persone in tutto il mondo. (Di QAnon Mondoserie vi parlerà a breve per tramite di una irresistibile serie documentaria HBO uscita quest’anno, QAnon into the Labyrinth)

 

Non c’è da stupirsi se una serie come Squid Game finisca per valere, dati Netflix, qualcosa come 900 milioni di dollari.

 

È una storia che in tanti vogliamo sentirci raccontare. È una storia che, da qualche parte dentro di noi, possiamo perfino pensare che sia vera.

 

Avete presente la frase: «ogni riferimento a cose o persone è puramente casuale».

 

Vale anche per questo articolo.

 

 

 

 

Articolo previamente apparso su Mondoserie.it

 

 

 

Immagine screenshot da YouTube

Continua a leggere

Più popolari