Connettiti con Renovato 21

Sport e Marzialistica

Dalle corse clandestine al titolo mondiale. Renovatio 21 intervista il campione di rally Miki Biasion

Pubblicato

il

Miki Biasion (all’anagrafe Massimo Biasion) è considerato uno dei più grandi piloti italiani di rally di tutti i tempi. Nato a Bassano del Grappa nel 1958, Biasion ha iniziato a correre giovanissimo, mostrando fin da subito una passione travolgente per le auto e una sensibilità straordinaria al volante, affinata su neve, fango, sterrato e asfalto. La sua carriera decolla negli anni Ottanta, quando entra in Lancia, una scuderia simbolo del rally mondiale, diventando ben presto il punto di riferimento della squadra grazie al suo talento naturale, alla precisione nelle strategie di gara e a un istinto quasi matematico nel leggere i percorsi e le condizioni delle prove speciali.

 

Biasion è stato due volte campione del mondo, nel 1988 e nel 1989, dominando con i colori della Lancia Delta integrale Martini Racing in un’epoca d’oro del rally, tra sfide epiche e circuiti leggendari. Primo e unico italiano a vincere il rally Safari d’Africa e collezionando 17 vittorie nel mondiale rally. La sua abilità non si limitava alla velocità: la sua forza era anche la capacità di comprendere le macchine, di collaborare con ingegneri e navigatori e di sviluppare vetture più affidabili e competitive, anticipando spesso le strategie dei suoi avversari.

 

Oltre ai successi sportivi, Biasion si distingue per il carisma e per la capacità di trasmettere passione e competenza alle nuove generazioni, restando un punto di riferimento nel mondo del rally. Oggi continua a dare supporto al mondo del motorsport collaborando con Lancia in questo suo ritorno alle corse.

 

Tu vieni da una famiglia dove non c’era una tradizione legata ai motori. Spesso le passioni si ereditano in famiglia, ma non è il tuo caso. Ci racconti come nasce questa tua passione? 

Io sono nato con la fissazione per le automobili. Da bambino, per poter andare dal dentista o convincermi a fare un’iniezione, volevo che mi regalassero una macchinina. A cinque anni i miei genitori mi iscrissero a un corso di disegno e lo vinsi disegnando la Mini che aveva vinto il Rally di Montecarlo. Le automobili erano il sogno della mia vita.

 

Da giovanissimo ti sei fatto le ossa con le corse amatoriali o clandestine che organizzavate tra amici.

Clandestine [ride]! Dopo le macchinine giocattolo della Polistil, a dodici anni riuscii a farmi regalare un go-kart. I miei avevano un supermercato e, la domenica, essendo chiuso, potevo girare nel parcheggio. Con la complicità di mio cugino sostituimmo le gomme slick con quelle della Vespa e, per fare i traversi nei campi, finii addosso a un trattore: mi fu vietato di guidarlo. Così mi dedicai allo sci a livello agonistico. Tutti gli sport che ho praticato li ho sempre affrontati agonisticamente, non solo per divertimento. Dallo sci passai alle moto: fui pilota ufficiale di Aprilia e Ancillotti, vincendo un campionato italiano e un campionato Triveneto. Feci buoni risultati, ma il mio sogno era sostituire il manubrio con il volante.

 

Una volta presa la patente, un compagno di scuola organizzò un paio di rally «abusivi», perché qui in Veneto c’è una grande passione per le corse. In uno di questi rally, per evitare un concorrente che era finito di traverso sulla carreggiata, finii in un fossato. Quel concorrente era il capofficina dell’Opel di Bassano, che mi disse: «Tu non devi fare i rally abusivi, devi fare le cose serie. Vienimi a trovare in concessionaria». Ci andai e la concessionaria di Bassano decise di aiutarmi a correre: «Noi ti diamo i ricambi gratuiti se tu ci compri la macchina, così ci fai la pubblicità». Questo capofficina e la scuderia di Bassano mi aiutarono e mi seguirono nell’assistenza e nella messa a punto della vettura.

 

Questa è stata la tua introduzione ufficiale nel mondo del rally.

Sono entrato così. 

Sostieni Renovatio 21

In quel periodo c’era Tiziano Siviero – tuo futuro navigatore – che era tra i promotori di queste gare clandestine.

Era proprio lui il mio compagno di scuola!

 

Siviero è stato il tuo fedelissimo navigatore per quasi tutta la tua carriera. A parte qualche rara eccezione, hai avuto sempre lui al tuo fianco. Che rapporto avevate e quanto è importante la fiducia reciproca quando si corre?

Lui aveva questa passione per organizzare garette con le moto o rally semi abusivi. Eravamo il gatto e la volpe! Io amavo guidare e lui amava dettare le note. Lui aveva già fatto un’esperienza con la licenza e la patente di un altro ragazzino [ride]. La scuderia di Bassano ci disse: «Voi due siete l’ideale per fare strada assieme». Nel 1979, al nostro primo anno, abbiamo fatto undici gare e undici arrivi vincendo il campionato italiano esordienti. A fine anno decidemmo di andare a fare un paio di gare fuori dal Triveneto e in una di queste gare, il rally di Saluzzo, al parco assistenza mi venne incontro il mago dell’Opel Virgilio Conrero che mi disse: «Vienimi a trovare in officina».

 

Mai conosciuto il mondo del campionato italiano, ma mi ritrovai a lottare per la vittoria nel Gruppo 1, arrivando secondo e mettendo dietro piloti più navigati di me. Conrero mi disse che avrei dovuto fare i rally internazionali, perché, a detta sua, ero bravo. Sempre con l’aiuto dei miei genitori e della scuderia di Bassano, a soli ventuno anni ho comprato una Opel Ascona 2000, Gruppo 2, macchina molto impegnativa da guidare. Ai tempi non si cominciava come adesso a sedici anni a correre in macchina. Nel 1980 faccio il mio esordio alla Targa Florio e faccio quinto assoluto sempre nel Gruppo 2 e sempre con Tiziano al mio fianco. All’isola d’Elba facciamo quarti assoluti e a metà campionato eravamo in testa davanti alle vetture ufficiali. Vincemmo il titolo e Opel ci disse: «Ti diamo noi la macchina, non devi spendere più nemmeno mille lire, non ti paghiamo e ti diamo un’Ascona 400 per fare il campionato italiano».

 

Quanto è importante, per un pilota agli esordi, il budget a disposizione? Immagino che avere più risorse significhi affrontare le gare con maggiore tranquillità, senza la paura di non poter riparare la macchina in caso di incidente.

Purtroppo il budget è importantissimo. Un tempo si correva anche con le gomme usate: quando i piloti ufficiali dell’Opel cambiavano gli pneumatici, i miei meccanici controllavano se ce n’era qualcuna ancora buona e la montavano sulla mia macchina. E stavo pure davanti ai piloti ufficiali [ride]! Ero sempre un po’ impiccato, ma la fortuna è stata che ho speso soldi solo il primo anno nel Gruppo 1, grazie anche agli aiuti delle concessionarie. Il secondo anno fu più impegnativo, per l’acquisto della macchina da corsa, ma dopo tre gare, essendo in testa al Campionato Italiano, non pagai più né ricambi né gomme. Ho avuto la fortuna di fare una carriera fulminante grazie ai risultati, e di conseguenza i miei genitori non hanno dovuto vendere immobili per farmi correre [ride].

 

Correre in automobile è costosissimo. Se guardo intorno vedo genitori che spendono moltissimo per far correre i figli nei kart, perché il sogno di molti è arrivare in Formula Uno. Il mio, invece, era arrivare nei rally, quindi per me e la mia famiglia l’impegno economico è stato minore. All’epoca c’era il Trofeo Autobianchi A112, da cui sono usciti piloti come Attilio Bettega, Franco Cunico, Michele Cinotto e molti altri: una vera fucina di talenti.

 

Oggi, con la Lancia Y, stiamo cercando di riproporre lo stesso percorso. Un campionato Y costa meno di un campionato di karting e molti giovani si sono messi in luce: ad esempio Davide Pesavento, che farà il Campionato Europeo al posto di Gianandrea Pisani, che aveva vinto il trofeo ma ha dovuto rinunciare per motivi di tempo e budget. Pesavento ha dimostrato grandi capacità. Ha commesso qualche errore, ma di regola si impara di più dagli errori che dalle vittorie, anche se vincere resta l’obiettivo principale.

 

Il problema principale rimane trovare sponsor. Con questo trofeo, però, un giovane può davvero mettersi in evidenza a livello nazionale e poi ottenere un ingaggio in un team importante, non necessariamente Lancia. Ho cercato di far tornare la Lancia pensando prima al futuro dei giovani e, ovviamente, anche al ritorno di un marchio così glorioso e prestigioso. In diciotto mesi siamo passati dal nulla totale al Mondiale, passando per Europeo e Italiano: abbiamo fatto passi da gigante.

Miki Biason nel 2018, Immagine di morgado via Wikimedia CC BY 2.0

Questo ritorno di Lancia nei rally, dopo decenni di assenza, appare un progetto concreto che fa ben sperare. Cosa ci dici in merito?

Stiamo facendo le cose molto seriamente e dal 2027 ci saranno i nuovi regolamenti che permetteranno alla nostra Y WRC-2 di diventare competitiva a livello assoluto contro le nuove WRC-1 che saranno adeguate alle prestazioni delle WRC-2. Ci aspetta un campionato molto interessante, ma già da quest’anno abbiamo degli obiettivi ben chiari e dobbiamo dimostrare che l’anno scorso abbiamo lavorato bene.

 

In molti sperano che Lancia sia tornata nei rally per stare lì davanti e non per fare la comparsa. 

Lancia, per la tradizione che ha, deve essere un brand competitivo a livello assoluto. Purtroppo, sia per i giovani che devono iniziare a correre, sia per i grandi team, il momento economico della vendita delle automobili in Europa sta attraversando una fase molto difficile. Lancia è un piccolo costruttore e la Y non è partita bene nelle vendite, ma adesso sta recuperando alla grande grazie anche ai successi sportivi, anche se il nostro budget non può competere con quello di colossi come Toyota o Hyundai, che hanno disponibilità economiche cento volte superiori. Stiamo lavorando per trovare un piano finanziario che ci permetta di fare le cose in grande il prossimo anno. Nel WRC-2 siamo già arrivati e competitivi: vogliamo essere la Cenerentola del mondiale che torna a correre come una regina.

 

All’inizio degli Ottanta corri con la Lancia 037 della Jolly Club. Macchina a trazione posteriore quando tutte le altre avevano le quattro ruote motrici. Sembrava spacciata in partenza, mentre invece siete riusciti a trovare la quadra e mettere dietro le altre marche e vincere nel 1983 il Campionato Mondiale Rally costruttori.

Il progetto 037 era nato quando ancora non c’era questa convinzione che le quattro ruote motrici avrebbero dominato nelle competizioni e conseguentemente anche il mercato. Dopo l’esperienza della Lancia Stratos e della Fiat 131, la 037 era un progetto estremamente innovativo per una vettura a due ruote motrici e già nel 1982 dimostrò una grande competitività. Lancia vinceva non solo per la prestazione della vettura, ma per l’organizzazione e la strategia della squadra. C’è stata la scommessa nel 1983 con la 037 di poter battere l’Audi Quattro nel mondiale rally.

 

La scommessa è stata vinta da Cesare Fiorio con Walter Röhrl, Markku Alén e Attilio Bettega e nel campionato europeo e italiano con Miki Biasion. Abbiamo stravinto, però c’eravamo anche resi conto che in futuro avremmo dovuto cambiare strategia. Già nel 1984 era stata progettata una vettura a quattro ruote motrici. Logicamente le cose non si fanno dalla mattina alla sera e la tecnologia di allora per costruire una vettura era molto più complicata e molto più lenta. Oggi con l’elettronica, con i computer e con i simulatori si riescono a costruire e a mettere sulle ruote delle vetture spendendo meno della metà di una volta. Al tempo qualsiasi esperimento lo dovevi fare sulla strada mentre adesso con i simulatori si riesce a sviluppare una vettura fino all’ottanta per cento.

 

Ci volle un anno, ma già a metà del 1985 la macchina girava. Dopo pochi mesi che ero stato assunto mi hanno coinvolto come collaudatore e sviluppatore con la 037 e poi con la Delta S4. In quegli anni lì ho svolto un importante lavoro di sviluppo. Questo mi ha aiutato a conoscere le macchine. Non avevamo grande esperienza con le quattro ruote motrici e al tempo non c’erano i differenziali elettronici. Ogni volta che dovevi fare un esperimento sul centrale, sul posteriore o sull’anteriore, dovevi smontare pezzi e perderci del tempo. Era costosissimo e complicatissimo.

 

All’esordio al RAC Rally d’Inghilterra Henri Toivonen vinse con la S4 [novembre 1985, ndr] e pensammo di avere già una macchina estremamente competitiva. Vinse anche il Rally di Montecarlo e pensammo che il campionato fosse nostro, invece c’è stata quella disgrazia in Corsica con l’incidente mortale di Toivonen. Fu un colpo duro per Lancia.

 

L’anno prima, sempre in Corsica, perse la vita Attilio Bettega con la 037. Questo secondo incidente mortale sconvolse ancor più il gruppo. Eravamo rimasti Markku Alén e io che dovevamo tirar fuori la grinta e sostenere la squadra dal punto di vista morale. Dopo la Corsica non abbiamo mollato l’osso, perché io feci un secondo posto in Grecia e Markku Alén secondo in Nuova Zelanda. Vinsi il rally d’Argentina e tornò un po’ il sorriso alla Lancia.

 

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

Ci siamo accorti che la Delta S4 aveva un enorme potenziale solo che in federazione si era deciso di cambiare i regolamenti visti i gravi incidenti. Fu troppo brutale il passaggio dal Gruppo B al Gruppo A. A me dispiacque molto perché un pilota cerca sempre di avere più cavalli possibile sotto il sedere. Passare dai quasi 600 cv della S4 ai 200 cv della Delta 4WD al rally di Montecarlo con due quintali in più di peso fu deprimente, sono sincero. Era uguale per tutti, quindi andava bene.

 

Cesare Fiorio che persona era sul lavoro?

Fiorio ha vinto di tutto e di più. Un uomo estremamente carismatico e furbo: di notte se le sognava e di giorno le metteva in atto. È stato un grande condottiero e un direttore sportivo capace di mettere a proprio agio i piloti. Per lui i piloti erano numeri: se rendevi bene, ti supportava; altrimenti ti mandava a casa. Non si affezionava facilmente, anche se a volte si legava a qualche pilota, come fu con Toivonen. Però, se gli davi soddisfazione, sapevi che ti avrebbe messo a disposizione qualsiasi cosa pur di farti vincere. Se lo deludevi, ti scaricava subito.

 

Quando mi chiamò in Lancia a fine ’82 per ingaggiarmi l’anno successivo, se fossi rimasto in Opel avrei guadagnato dieci volte di più, ma lì mi offrirono la possibilità di correre fuori dall’Italia. Lui mi disse: «Fino a d’ora ti sei dimostrato un bravo pilota. In ogni caso è meglio averti in squadra che averti come avversario. Vediamo come ti comporti» [ride]. Ecco, questo era Cesare Fiorio.

 

La morte di Henri Toivonen e Sergio Cresto [1986, ndr] penso che abbia segnato profondamente quella stagione dando la mazzata definitiva al Gruppo B, peraltro già segnata da altri incidenti gravi. Quando succedono queste disgrazie, un pilota che rapporto ha con la morte?

Il pilota quando mette il casco e chiude la porta, il solo pensiero è quello di stare davanti agli altri. Nei rally non c’è la lotta corpo a corpo come le gare in pista e quindi il tuo avversario numero uno sono le curve. E come dice un grande pilota come Colin McRae, le macchine veloci vanno forte in rettilineo, ma i piloti bravi vanno forte in curva. Cerchi sempre di fare le curve più veloci possibile in base alle tue qualità di guida.

 

Poi c’è sempre il punto di domanda dell’uscita di strada: chi non è cosciente dei propri limiti e delle proprie capacità è portato a commettere degli errori. In un certo senso devi avere paura di superare i tuoi limiti. Quando viene il momento che devi superarli per poter vincere una gara, subentra la componente di rischio, ma il pilota pensa sempre che l’incidente grave succeda sempre agli altri e che non succeda mai a lui, sennò non farebbe il pilota.

 

Riguardando i rally degli anni Ottanta e Novanta, si vedono le strade stracolme di gente con le vetture che sfrecciano a pochi centimetri dal pubblico. La sicurezza delle auto non era quella di oggi: basti pensare al famigerato Gruppo B, dove l’obiettivo principale era sviluppare prestazioni estreme, mentre la sicurezza del pilota era poco considerata. Oggi, invece, sembra che siano stati fatti passi avanti notevoli, sia per proteggere il pubblico sia per tutelare i piloti.

Se guardiamo Nuvolari o Fangio sfrecciare alla parabolica di Monza a trecento all’ora in maniche corte, con il casco di cuoio, seduti su di un sedile di pelle senza cinture di sicurezza, possiamo dire che quei piloti erano fuori di testa. Noi del Gruppo B in Portogallo trovavamo i pezzi di jeans sui parafanghini perché davamo le scodate al pubblico [ride]. Rivedendo le immagini ti dico che eravamo fuori di testa anche noi. Era un altro modo di correre e di leggere la vita. Sulla sicurezza – in pista come nei rally – sono stati fatti dei passi enormi per quanto riguarda il pubblico e per noi piloti.

 

Le competizioni motoristiche, le traversate oceaniche, le scalate degli ottomila o altri sport estremi hanno dei rischi enormi, ma rendono l’uomo affascinate. Non dico che siamo sempre alla ricerca del pericolo, ma l’essere umano è sempre in sfida con sé stesso per migliorarsi e vedere quali sono i suoi limiti. Bisogna mettere in conto che la natura è più forte ed io questo l’ho imparato nei rally, ma in ispecie nella Dakar dove sfrecci alla cieca nel deserto a duecento all’ora e non sai cosa puoi trovare dietro una duna. Se c’è un baratro, se c’è una strada o un altro concorrente che ha cappottato. La Dakar da questo punto di vista mi ha fatto riflettere molto. 

Iscriviti al canale Telegram

Dopo aver lasciato i rally, hai partecipato a numerose Dakar.

Me la sono goduta da morire! Ne ho fatte dieci sia con le macchine che con i camion. Tornando ai rally, le vetture del Gruppo B erano costruite per la prestazione e non per la sicurezza. Il roll-bar «leggero» della 037 o i serbatoi posti sotto i sedili della S4 erano concepiti per non appesantire la macchina e per tenere il baricentro più basso. Non si pensava al rischio del pilota. C’erano molti incidenti con delle esplosioni delle vetture e non solo in Lancia, ma anche altre vetture come le Audi che a volte prendevano fuoco. Se i piloti erano rapidi a uscire dalla vettura si salvavano, sennò rimanevano all’interno. Il pilota era consapevole di questi rischi.

 

In Portogallo facemmo uno sciopero per il troppo pubblico a bordo strada, perché ci sentivamo responsabili se con le nostre vetture ferivamo qualche appassionato, ma spettava agli organizzatori gestire il tutto. Se un pilota per paura rinunciava a correre, ne aveva altri dieci pronti a sostituirlo gratuitamente, mi capisci? Visto che il nostro sogno era quello di correre, e guadagnavamo anche bene, dovevamo prenderci dei rischi. Il giorno che decidi che questo mestiere non fa più per te, va benissimo, arrivano altri affamati di corse e di vittorie che prendono tempestivamente il tuo posto. 

 

Rileggendo la storia, secondo te fu giusto chiudere il Gruppo B in quel modo affrettato o, col senno di poi, poteva essere gestito in maniera differente?

Rimasi molto perplesso da quella decisione. Secondo me era giusto ritornare a correre con delle vetture derivate dalla serie, perché le corse sono fatte sì per far divertire il pubblico e i piloti, ma sono fatte anche per vendere un prodotto. Correre con un modello di vettura che potevi acquistare in concessionaria era una finalità importante per i rally.

 

La Formula Uno è tutto un altro paio di maniche, è spettacolo allo stato puro e business. I rally invece sviluppano delle tecnologie che poi vengono trasferite nelle vetture di serie e aiutano il marketing a vendere automobili. Io sarei passato dal Gruppo B al Gruppo A, però non soffocando in quel modo le potenze dei motori. Il motore della Delta 4WD, con cui correvo nel Gruppo A, nel 1987 al Montecarlo aveva 195 cv

 

A fine stagione la stessa macchina, con lo stesso regolamento, ne aveva 260 di cavalli. L’anno dopo 310 cv e la Delta 16 valvole arrivò ad averne 380. Dai un’idea agli ingegneri e con un’interpretazione del regolamento e la qualità dei materiali, portano le macchine a determinate potenze. È stato deprimente, come dicevo prima, correre con auto da 200 cv. Io e il mio navigatore da curva a curva ci guardavamo dicendo: «Non si arriva più alla prossima curva!», quando con la S4 facevi da 0 a 100 km/h in due secondi e mezzo scarsi. Altri tempi.

 

Quanto è importante per un pilota comunicare bene al proprio team di meccanici le sensazioni che ha della vettura?

Ci sono piloti che ci riescono e piloti che non ci riescono. Ci sono dei piloti che non ne vogliono sapere di fare i test. Noi piloti latini sono più amanti della messa a punto della macchina. Piloti come Biasion e Carlos Sainz lavorano fino alle cinque del mattino per trovare soluzioni e rendere la vettura più veloce. C’è un esempio bellissimo di Juha Kankkunen, mio grande avversario e anche mio grande amico, che in una nostra intervista insieme ci chiesero come andasse con la nostra macchina. «La macchina va un po’ in sottosterzo, cerco di modificare le convergenze, ammorbidirla sull’anteriore e lavorare sui differenziali», risposi io. Mentre Kankkunen disse: «Se la macchina ha sottosterzo, io sterzo prima!» [ride].

 

Risposta eloquente e diretta di Juha Kankkunen!

Il concetto è che ci sono piloti che amano anche sviluppare la macchina e altri no, semplice. Vinsi il Rally di Sanremo nel 1989 e il giorno dopo ero già in Toscana a fare test. In gara avevo avuto un problema con una gomma in una curva, così tornai su quel tratto con la stessa macchina e le stesse gomme per ripetere tutto. I miei avversari diretti, invece, erano già in vacanza. [ride].

Aiuta Renovatio 21

Tu sei stato l’ultimo italiano a vincere il Campionato del Mondo di Rally. 

Prima di me Sandro Munari vinse la Coppa del mondo che era su cinque gare ed era un’altra cosa. Il vero mondiale è nato nel 1977. Ma di fatto era una già una specie di campionato del mondo. 

 

Dando uno sguardo all’albo d’oro del Mondiale Rally, emerge come molti campioni provengano dal Nord Europa, con la significativa eccezione del lungo dominio francese firmato da Sébastien Loeb e Sébastien Ogier. Possiamo immaginare, nel prossimo futuro, un altro italiano sul tetto del mondo?

Nel Nord Europa hanno un’altra tradizione. Premetto una cosa: sulla neve, sul fango e sullo sterrato il pilota sviluppa una sensibilità enorme, che poi lo aiuta anche a imparare presto a guidare sull’asfalto. Chi invece sa guidare molto bene sull’asfalto deve fare un percorso molto più lungo per imparare a farlo su altri tipi di terreno. Io ho fatto eccezione, perché sin da ragazzino desideravo diventare un pilota di rally, così andavo di notte sulle montagne qui vicino ad allenarmi quando nevicava. Oggi abbiamo giovani che hanno imparato questa sensibilità.

 

Abbiamo visto recentemente al Rally di Montecarlo Roberto Daprà e Matteo Fontana, che sulla neve hanno fatto tempi incredibili. Fontana, in questi giorni al Rally di Svezia, ha vinto nella sua categoria. Anche Giovanni Trentin va fortissimo e ha recentemente conquistato il Campionato Italiano Rally Terra. Credo che in Italia ci siano giovani talenti emergenti, ma molti si fossilizzano facendo per quindici anni solo il Campionato Italiano, perché magari si sentono più a loro agio.

 

Abbiamo grandissimi campioni in Italia, vincenti e competitivi da anni, ma in ambito nazionale, forse anche perché non hanno avuto le opportunità che ho avuto io di approdare subito al Campionato Europeo e poi a quello Mondiale. Vedere oggi giovani italiani correre gare del Mondiale o fare esperienze all’estero mi fa ben sperare per il futuro. Abbiamo talenti che, se messi nelle condizioni di allenarsi e di disporre di vetture competitive, potranno dire la loro molto più di quanto fosse possibile in passato.

 

La prima volta che andai in Corsica feci un secondo posto, al mio primo Montecarlo chiusi sesto e in Portogallo quarto. Il resto della mia carriera lo conosciamo, ma dietro di me c’era Alessandro Fiorio, che pure lui andò molto forte fino a quando non ebbe un brutto incidente al Montecarlo; tempo dopo si riprese alla grande. Molti altri, invece, non hanno mai vinto nemmeno una gara. Oggi sono convinto che i giovani che ti ho citato prima possano fare molto bene e che magari uno di loro possa emergere alla grande.

 

C’era più amore da parte del pubblico per i rally quando correvi tu, oppure oggi?

È tutto cambiato, ma la passione per i rally è sempre la stessa. Una volta non c’erano social: il pubblico seguiva le prove dal vivo, assiepato lungo le strade, come accadeva in Toscana per il Sanremo, dove gli appassionati formavano una fila continua per chilometri. Oggi invece, grazie allo streaming, chiunque può vedere le prove sul proprio smartphone senza muoversi. Ci sono ancora grandi manifestazioni come il Rally Legend o il Mondiale in Sardegna, con decine di migliaia di spettatori, ma non è più la stessa cosa. Anche il modo di correre è cambiato: tre prove, ripetute due volte, e poi di nuovo tutto da capo. Non mi piace molto.

 

Ti volevo chiedere proprio questo. Oggi le prove sono ridotte pesantemente di chilometraggi. È meglio o peggio secondo te?

Sono più che dimezzate rispetto a una volta. Ai miei tempi più chilometri facevo e più ero contento. C’era quel sano piacere di guidare che veniva abbondantemente soddisfatto. Oggi i piloti si lamentano perché vogliono dieci ore di riposo tra una tappa e l’altra. Noi avevamo due o tre ore e poi via andare! Le macchine di oggi sono velocissime e hanno una percorrenza di curva impressionante e i distacchi – date anche le gare più corte – sono limitatissimi. Noi guidavamo le vetture del Gruppo B che erano molto più impegnative a livello di concentrazione rispetto alle attuali WRC. Non dico che sia meglio o peggio, ma è certamente diverso. 

 

Nel 1988 diventi campione del mondo con la Lancia Delta. All’inizio di quella stagione eri consapevole delle tue potenzialità e di poter ambire al titolo?

Erano già due anni che rosicchiavo vittorie nelle gare del campionato del mondo. Ero affamato e motivato. Nel 1986 con la S4 al Montecarlo ero in lotta per la vittoria, ma poi ho avuto un problema elettronico che mi ha tagliato fuori dalla gara. In Portogallo ero in testa e purtroppo l’incidente di Joaquim Santos compromise tutto e noi piloti decidemmo di annullare perché era troppo pericoloso con tutto quel pubblico sul percorso.

 

Nel 1985 in Corsica ero in lotta per il podio e ci fu l’incidente di Bettega. In un rally di Grecia feci secondo nonostante una doppia foratura e in Nuova Zelanda terzo. Finalmente in Argentina arrivò la mia prima vittoria [1986, ndr]. Ero sempre lì. Il Sanremo ‘86 l’avrei vinto se non fosse che cedetti la vittoria a Markku Alén che era in lotta per il titolo piloti.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

Nel 1986 capii il mio potenziale a livello assoluto. Nel 1987 con la Delta 4WD sono stato in testa a tutte le gare, ma in tre gare ho avuto dei ritardi per dei banali problemi meccanici e persi il campionato per tre soli punti.

 

Nel 1987 mi sento moralmente campione del mondo, anche se nell’albo d’oro c’è scritto Juha Kankkunen ed è giusto così. Nel 1988 la stagione non era iniziata nel migliore dei modi perché al Montecarlo mi si ruppe la pompa dell’olio in una prova speciale, però poi ho stravinto in Portogallo e ho vinto finalmente il Safari. Lì avevo capito che poteva essere l’anno buono. Erano anni che ero in forma e se non ci fossero stati dei banali inconvenienti forse avrei vinto ancora più gare. 

 

Sei stato il primo italiano a vincere il Rally Safari nel 1988, per poi ripeterti l’anno successivo. Che sensazione ti ha dato vincere quel rally così prestigioso che per noi italiani è sempre stato una chimera?

Tanti grandi piloti italiani ci hanno provato a partire da Sandro Munari, ma senza arrivare sul gradino più alto del podio. Vincere il Safari è stata una doppia vittoria per me. La mia prima partecipazione fu con la Lancia 037. Nel Safari non c’erano prove speciali, ma solo trasferimenti in cui accumulare ritardo significava perdere tempo prezioso. Lancia pensava che macchine più veloci potessero accumulare meno ritardo, guadagnando così più tempo per l’assistenza.

 

Insieme al mio navigatore Tiziano – con il quale eravamo in perfetta sintonia nelle strategie di corsa – capimmo che forse conveniva puntare non sulla velocità pura, ma su vetture che necessitavano di meno assistenza. Con questa mentalità affrontammo lo sviluppo della Delta in Africa, cercando una macchina più lenta, ma più affidabile: meno tempo perso in assistenza, consumo ridotto delle ruote e cinquanta litri di benzina in più, per fermarsi una volta in meno a fare rifornimento. Fu l’arma vincente: dopo diciannove anni di tentativi, la Lancia vinse finalmente il Rally Safari, e oltretutto per due volte consecutive.

 

Aiuta Renovatio 21

È stato più bello vincere il primo o il secondo Safari?

Sicuramente il primo. Il secondo l’ho vinto perché il mio compagno di squadra, Jorge Recalde, aveva fatto uno sviluppo enorme della macchina, percorrendo migliaia di chilometri di test. Io, invece, ero impegnato in tutto il mondiale e avevo già lavorato nel 1988 allo sviluppo e così l’anno successivo lo fece Recalde. Questo gli permise di conoscere il percorso molto bene, ma in Africa non ci si deve mai fidare.

 

Partì a spron battuto, come fosse una gara di Formula Uno, e si trovava davanti di qualche minuto, ma dietro a un dosso incontrò degli animali. L’impatto fu lieve, ma causò una perdita d’acqua al radiatore. Invece di fermarsi ad aspettare l’assistenza, continuò e bruciò la guarnizione della testata. Così mi ritrovai al comando.

 

Fu in finale in scioltezza…

Beh, in scioltezza per modo di dire [ride]! Quattromila cinquecento chilometri! Recalde ci lavorò per mesi, si era concentrato per vincerlo e andò avanti dopo l’incidente anche se il radiatore stava perdendo, convinto di arrivare ugualmente. Non ha avuto la pazienza di aspettare e perdere qualche minuto per aggiustare al macchina. Quando sei in gara e vedi gli altri che ti superano ti dà sempre fastidio.

 

I colori della scuderia Martini Racing sono così belli e iconici. Indossare la tuta ufficiale che sensazione ti ha dato?

Per un ragazzino che corre con i kart il sogno è di guidare una Ferrari. Per me che vedevo sfrecciare al Rally di Montecarlo Sandro Munari con la Lancia Fulvia o con la Lancia Stratos, il sogno era guidare una Lancia. Mi vengono ancora le lacrime agli occhi se ci penso. Lancia iniziò la partnership con Martini a partire dalla 037. Quando arrivai in Lancia a guidare la 037 avevo lo stesso contratto dei miei colleghi, ma guidavo la vettura Jolly Club con la livrea Totip. Quando nel 1986 ho indossato anch’io la tuta Martini ho detto: «Ecco, ci sono arrivato!» [ride].

 

Nel 1989 vinci il Rally di Sanremo con la Delta 16v – prima uscita ufficiale con questa nuova motorizzazione – di colore rosso. Una vettura bellissima con quel colore, ma che durò solo in quell’occasione. 

L’unica volta che corremmo con una Delta rossa. Dopo quella gara il marketing Martini ha detto che si notava meno la sponsorizzazione e si ritornò subito al bianco. La «Rossa» del Sanremo è rimasta nel cuore di tutti. 

 

Sostieni Renovatio 21

Nel 1990 la Lancia Martini ha tre piloti importanti in scuderia: tu, Juha Kankkunen e Didier Auriol. Fu un anno difficile per te quello?

Facendo anche il collaudatore, avevo bisogno di respirare ogni tanto. Durante le ricognizioni del 1990 ebbi un incidente per evitare un frontale con un nostro furgone che aveva sbagliato strada e mi schiacciai due vertebre. Le due gare successive le corsi con delle infiltrazioni, cercando di evitare un intervento chirurgico alla schiena. Fu un anno un po’ complicato, ma ottenni comunque dei bei risultati, come il secondo posto al Montecarlo. Tutti abbiamo alti e bassi nella vita e quello fu un anno non ottimo per me. Lavorai molto, ma quell’infortunio mi condizionò parecchio, e poi si ripresentò nel 1991. Il 1991 è stata un’annata di transizione. Era dal 1983 che ci davo dentro di brutto sia come pilota, che come collaudatore.

 

A metà del ’91 l’ingegnere Lombardi – col quale avevo un rapporto di collaborazione impressionante – era stato mandato in Ferrari e il suo sostituto ci capiva poco meno di niente di corse. Lì cominciai a capire che c’era qualcosa che non andava più come prima. Lombardi mi chiama e mi dice: «Guarda Miki che la festa non continuerà ancora a lungo. Guardati in giro perché non so se la Lancia continuerà a correre. Tu hai lavorato sulla Delta Evoluzione, la macchina è pronta e competitiva, però ci sono tanti punti interrogativi». Mi son guardato intorno e sono a parlare con Toyota e con Ford.

 

Toyota mi offriva un anno mentre Ford me ne offriva tre con una nuova vettura da sviluppare. Tornai da Lombardi e gli chiesi: «Che cosa mi consigli di fare?». «Miki vai in Ford, perché se io dovessi rifare la Delta la farei come la Escort col motore longitudinale. Sappi che la Lancia il prossimo settembre deciderà di abbandonare ufficialmente le competizioni». Firmo con Ford e lo stesso Lombardi dopo la firma mi disse: «Miki hai fatto bene però c’è un piccolo cambiamento. La Martini si è impuntata, avendo un altro anno di contratto con l’Abarth e con Lancia stessa, vuole correre un altro anno. Le macchine gliele facciamo in Abarth e vengono date in gestione le gare al Jolly Club».

 

Io sapevo bene che il Deltone era ancora competitivo e se lo avessi saputo prima non sarei andato subito in Ford, però nel 1992, finito il campionato e vinto ancora una volta dalla Lancia, i piloti si sono ritrovati a piedi e si sono accasati dove potevano.

 

Da un punto di vista prettamente lavorativo ti è convenuto andare in Ford.

Col senno di poi nel 1992 forse avrei potuto lottare per il mondiale, ma avevo già l’obiettivo del 1993 e del 1994. La storia Ford non andò come io auspicavo. Avevo delle idee e dei progetti che sono stati completamente cambiati. Nel 1993 sono stato anche in lotta per il mondiale piloti e non ero andato in Ford, come disse qualcuno, per avere una pensione d’oro, ho cercato di dare il massimo. In tante gare dove ero al comando ho avuto problemi meccanici.

 

C’era una notevole differenza di mentalità tra Lancia e Ford. Lancia col fil di ferro ti faceva vincere e ti faceva arrivare in fondo. Ford invece diceva: «Costa troppo, meglio arrivare secondi e risparmiare».

 

Umanamente ti è dispiaciuto lasciare Lancia?

Tantissimo! Oltretutto io avevo tre concessionarie Lancia a quei tempi. Correre in Ford e vendere Delta poteva anche sembrare un controsenso, ma ognuno investe i soldi come vuole. Lancia mi ha dato tutto: la mia carriera e la mia storia parlano chiaro. I piloti cambiano macchine e scuderie e io alla fine non ho fatto eccezione. Un pilota va dove pensa che quel team gli possa dare le maggiori garanzie e possibilità di vincere e di emergere. 

 

Secondo te, come mai Lancia lasciò le corse all’inizio degli anni Novanta?

È stata una scelta veramente scellerata [ride]. Un ingegnere di allora disse che Lancia faceva più notizia quando perdeva che quando vinceva. Quando uno ragiona così, cosa vuoi aggiungere? Quello che più mi dispiaceva è che l’Abarth aveva qualche centinaio di dipendenti con una preparazione ingegneristica e tecnologica impressionante, invidiata da tutto il mondo.

 

Buttare via questo patrimonio, chiudere il reparto corse e mettere l’ingegnere responsabile dello sviluppo e dei test delle vetture in un ufficio a leggere cosa dicevano le riviste straniere sui prodotti italiani… è stato uno sperpero incredibile di un vero tesoro intellettuale. Tutto buttato al vento. Poi lasciamo perdere il crollo che ha avuto nel corso degli anni il marchio Lancia. Io da concessionario ho sofferto tant’è che anni fa ebbi l’opportunità di diventare socio con un altro e vendere anche altri marchi. Il marchio Lancia è stato un po’ abbandonato.

 

Quando uscì la «nuova Delta» nel 1993 fu veramente un insulto alla storia di quel modello e della Lancia stessa. Con Lancia come concessionario fummo fortunati con la Y che ebbe un grande successo di vendite. 

 

Due parole sui tuoi colleghi e rivali: il più forte, l’amico e quello più ostico.

A parte Sandro Munari che è stato un innamoramento sin da ragazzino, il pilota che stimavo maggiormente per le sue capacità e per la sua concentrazione era Walter Röhrl. Era un pilota estremamente competitivo su qualsiasi fondo, sempre molto educato e pacato, non sbraitava mai. Il più simpatico è sempre stato Markku Alén e andava fortissimo. Avrebbe meritato molto di più.

 

Il più ostico era Juha Kankkunen perché era sempre molto veloce, ma anche molto fortunato. Vincevi tutte le prove speciali e poi vedevi che Kankkunen era lì incollato a tre secondi! Questi tre grandi campioni sono i pilastri, assieme a me, dell’epopea Lancia. Se poi guardiamo nel mondiale da metà anni Ottanta fino a metà anni Novanta i tre piloti che si sono divisi i contratti migliori sono stati Sainz, Kankkunen e Biasion. 

 

Carlos Sainz che pilota era?

Un grandissimo lavoratore e un grande collaudatore. Correva non per guadagnare, perché è ricchissimo, ma perché gli piaceva fare questo mestiere. Lo vediamo ancora oggi che si fa la Dakar perché gli piace correre. 

 

In questi più di quarant’anni della tua esperienza nel mondo dei rally – da pilota prima e oggi da consulente – quali sono secondo te i cambiamenti più significativi che ci sono stati? 

La sicurezza è cresciuta moltissimo, come ti accennavo prima. Oggi, anche se una macchina può sempre perdere una ruota che va verso uno spettatore – può succedere nei rally e in qualsiasi altra corsa – la facilità di guida delle automobili permette ai piloti di prendersi molte più ‘licenze’ rispetto a una volta. Certo, ogni tanto qualcuno va fuori strada perché pensa di essere onnipotente, ma una volta, se sbagliavi una traiettoria, era molto più difficile recuperare. Adesso puoi spingere di più, perché la macchina aiuta parecchio.

 

Questo cosa ha comportato? Le differenze di prestazione si sono ridotte tantissimo. C’è stata l’era di Loeb e Ogier, che hanno dominato a lungo; dopo di loro si sono alternati altri piloti, ma ogni volta che Loeb o Ogier decidono di provarci, restano competitivi. Le macchine si sono molto livellate in termini prestazionali e le gare sono diventate più corte, rendendo ancora più affascinanti i distacchi minimi tra un pilota e l’altro. Anche io ho vinto un Rally d’Argentina per tre secondi e un Sanremo per quattro. I rally, credo, restano ancora oggi incredibilmente affascinanti.

 

L’aiuto dell’elettronica in queste nuove vetture quanto incide?

Ne hanno tolta molta, perché negli anni Novanta e Duemila c’era stata un’esagerazione con i differenziali elettronici. Oggi tutte le macchine hanno la leva del cambio, anche se sequenziale, il freno e la frizione… e forse proprio per questo sono molto più belle e divertenti da guidare. Le ho provate, e il lavoro che fanno oggi le sospensioni è impressionante: hanno fatto un salto di qualità enorme. C’è stata anche l’evoluzione degli pneumatici e di tutto il resto. Il livello prestazionale delle vetture è aumentato molto, soprattutto grazie all’assetto e alle sospensioni.

 

Che consiglio daresti ai ragazzi che prendono la patente? La scuola guida insegna le regole, ma spesso i genitori non trasmettono esperienza diretta. Come pilota esperto, cosa diresti ai neopatentati per aiutarli davvero a guidare in sicurezza?

Io ho quattro figli patentati: guidano bene, ma nessuno ha il pallino di correre [ride]! C’è un grosso problema, molto italiano, su cui mi sto battendo: l’autoscuola ti insegna a superare l’esame, non a guidare davvero. Io toglierei il cinquanta per cento dei quiz e delle domande teoriche, che non servono a nulla, e ridurrei la metà dei cartelli stradali, perché spesso sono un business. Se guardi tutti i cartelli, poi non guardi la strada.

 

Obbligherei i ragazzi a fare molte più ore di guida pratica e corsi di guida sicura, dove impari a evitare ostacoli, a frenare sul bagnato, a controllare la macchina se sbandi. Oggi, se un ragazzino entra in sottosterzo frena e peggiora la situazione; se va in sovrasterzo, lascia il gas e finisce in testacoda. Bisognerebbe lavorare molto su questo aspetto: meno teoria, più pratica.

 

Consiglierei a tutti i genitori di far fare ai propri figli un corso di guida una volta presa la patente. Costa un po’, ma magari gli salvi la vita.

 

Francesco Rondolini

 

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine di Jim Culp via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC 2.0

Continua a leggere

Sport e Marzialistica

Renovatio 21 intervista Gian Carlo Minardi

Pubblicato

il

Da

Gian Carlo Minardi ha impresso un segno indelebile nella storia del motorsport, in particolare in quella Formula 1 dove la sua scuderia è stata protagonista per oltre due decenni. Partendo dalla provincia romagnola, Gian Carlo ha portato negli autodromi di tutto il mondo un mix raro di sapienza artigianale, schiettezza ed eleganza nei modi. In un’epoca di crescente complessità tecnologica, Minardi ha saputo imporre la propria visione in un mondo dominato dai colossi industriali, trasformando la sua factory di Faenza in una fucina di eccellenze e guadagnandosi il rispetto incondizionato di tutto il paddock. La sua sagacia e quell’innato talento nel leggere negli occhi dei giovani i campioni di domani — nomi che avrebbero poi scritto la storia delle corse — rimangono, ancora oggi, un patrimonio inestimabile riconosciuto e stimato dall’intero Circus. Lo abbiamo incontrato nella sua sede faentina dove ci ha concesso una lunga e intensa chiacchierata.   Ho appena sentito che sta girando un docufilm sulla sua vita. Non lo volevo fare. Ho visto quello su Senna e su Ferrari. Son momenti che io ho vissuto e che non sono realistici come dovrebbe essere la storia di uno che ha fatto quello sport. Allora ho detto: piuttosto che poi lo facciano dopo che son morto, preferisco farlo io da vivo!   So che attualmente lei è impegnato su più fronti nel mondo dei motori. Chi è Gian Carlo Minardi oggi? Gian Carlo Minardi è ancora un appassionato di automobilismo. Sono il presidente dell’Automobile Club di Ravenna, presidente della Commissione Velocità in Circuito e supervisore della Scuola Federale che è quella che ci sta dando più soddisfazioni in quest’ultimo periodo. Il presidente ACI, Geronimo La Russa, mi ha chiesto – essendo finito a dicembre il lavoro dell’ex direttore generale – se potessi ricoprire questo ruolo in attesa del nuovo bando ufficiale. È un impegno gravoso perché devo andare a Roma molto spesso ed essere sempre presente, perché ci sono problemi e riunioni tutti i giorni. È un periodo movimentato. Beh, lo era anche prima eh! [ride]   Rimane sempre nel suo habitat naturale. È il mio mondo da una vita, ma io compio settantanove anni tra qualche mese. Incomincio ad avere dei recuperi lenti.   Come nasce in lei la passione e l’amore per il motorsport e come approda in Formula 1 con la scuderia che porta il suo nome? Sono nato in mezzo alle macchine: la mia famiglia ha gestito una concessionaria FIAT dal 1926 fino al 2000. Nel 1947, l’anno della mia nascita, mio padre costruì una «Junior» — per intenderci, l’equivalente dell’odierna Formula 3. In quell’epoca i piccoli costruttori pullulavano, e lui realizzò persino un motore 750 a sei cilindri in linea.   Non appena ebbi l’età della ragione, in officina mi costruirono una macchinina a scoppio per sfrecciare nel parco di fronte alla concessionaria, dove un tempo correvano i cavalli. Il mio sogno era di fare il pilota. Ho preso la licenza e fatto delle gare in salita, ma ho visto subito che non era lo sport adatto a me o perlomeno che non avrei fatto chissà quale carriera. Mi sono buttato sulle auto storiche, altra passione di famiglia.   Nel 1972 sono stato chiamato da Alteo Dolcini – segretario generale del comune di Faenza e contemporaneamente presidente dell’ente tutela vini, oggi Consorzio vini di Romagna – che avevano come Passatore, marchio del suddetto Consorzio, sponsorizzato un team nascente di vicino Lugo e mi disse: «Gian Carlo ho bisogno di te, perché abbiamo fatto un importante investimento e vorremmo raggiungere dei buoni risultati».   Da lì in poi è stato un continuo. Abbiamo subito vinto in Formula Italia e con i soldi ottenuti da questa vittoria abbiamo fatto un anno in Formula 3. Contemporaneamente siamo saltati in Formula 2 e dal 1974 al 1979 sono stato un ottimo cliente per i vari team inglesi che a seconda dell’anno, cambiavamo telaio. Nel 1978 vennero a lavorare con me due ingegneri che erano appena usciti da Ferrari e decidemmo così di non modificare più macchine di altri, ma di farne una nostra.   Nel 1980 è nato il Minardi Team debuttando in Formula 2 e rimanendoci fino al 1984. In quella stagione constatammo che eravamo diventati grandi per fare la Formula 2, ma al contempo eravamo piccoli per entrare in Formula 1. Decidemmo comunque di fare questo grande salto – forse fu l’ultimo momento per poter montare su quel carro – anche perché l’ingegner Massaccesi, presidente dell’Alfa Romeo, ci promise un motore che non ci ha mai dato. Ce lo diede nel 1984 quando facemmo le prove con la prima vettura. Quando ci fu da concretizzare il contratto purtroppo l’accordo non andò in porto. Di conseguenza si era liberato l’ingegner Chiti e insieme a uno dei miei soci di allora, Piero Mancini, costruirono il motore.   Fu una bella esperienza, ma eravamo un team privato con pochi soldi contro i grandi marchi come Ferrari, Toyota e via dicendo. È stata una grande pazzia che ci ha permesso di fare esperienze incredibili. Nel 1988, quando finì l’era dei motori turbo, siamo tornati all’aspirato. Mi rincresce ammetterlo, ma purtroppo non abbiamo mai avuto un motore ufficiale. 

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

Quando parla della sua lunga permanenza in Formula 1 sottolinea che i suoi motori avevano molti cavalli in meno rispetto a quelli che montavano i grandi marchi e questo rendeva tutto più difficile. Un gap tecnico importante. Questo è il rammarico più grande che ho avuto nella mia storia, dove mi sono divertito, mi hanno dato e mi son tolto delle soddisfazioni. Non sono riuscito mai a dare ai miei ingegneri quello che oggi dà la Formula 1: chi ti noleggia un motore è obbligato a depositare i motori in FIA e deve essere uguale al motore della vettura ufficiale e di conseguenza le differenze sono minime.   Credo che in alcune occasioni avevamo un telaio veramente al top. In realtà, molti di quei ragazzi che han progettato quelle macchine hanno fatto poi una grande carriera e il rammarico è ancora più grande. Negli ultimi anni c’era un gap di oltre 100 cavalli tra noi e gli altri, quindi era impossibile.   Quel divario di potenza era difficilmente colmabile lavorando solo sugli altri aspetti della vettura. I regolamenti in Formula 1 cambiano tant’è che siete passati dai motori turbo ai motori aspirati. Qual è stata la motorizzazione più affascinate? Il motore più affascinante e competitivo per noi, è stato il motore Ferrari nel 1991 che purtroppo mi son potuto permettere solo per un anno per i costi troppo elevati. In quell’anno arrivammo settimi nel Mondiale Costruttori, dove c’erano diciassette o diciotto team, non come adesso che ce ne sono undici.   In due o tre occasioni siamo stati veramente competitivi, però comunque avevamo un motore che era dell’anno precedente e la differenza di cavalli si avvertiva. Non era solo un discorso di hp, ma c’erano le benzine particolari e noi utilizzavamo una benzina dell’anno precedente. Quelli erano cavalli veri. Come assistenza, come qualità, il miglior motore che abbiamo avuto è stato il 12 cilindri Ferrari.   Si ricorda l’amozione al vostro primo Gran Premio in Brasile nel 1985? Il 5 aprile in Brasile per me è una data storica. Il 5 aprile è il giorno che è morto mio padre, il 5 aprile ho firmato il contratto per i motori Ferrari e il 5 aprile ho debuttato il Formula 1. Al tempo si facevano le prove libere e poi quelle ufficiali. Devo dire che l’emozione più grande è stato quando alle 9:30 si è acceso il semaforo verde e il nostro pilota Pierluigi Martini è partito dai box. In quel momento mi son reso conto che eravamo veramente in Formula 1. C’era un parterre di campioni incredibile che fino ad allora avevo visto solo in televisione. In quegli attimi ho avuto una percezione della realtà molto forte e intensa.   Una bella sensazione. Bellissima e che ricordo con tanto affetto.

Sostieni Renovatio 21

Che rapporto ha avuto con Enzo Ferrari? Avete avuto mai l’idea concreta di diventare un team B di Ferrari? Probabilmente se l’ingegner Ferrari avesse avuto dieci anni di meno o vissuto dieci anni di più, si sarebbe potuto fare. Io l’ho conosciuto nel 1974. Mi mandò a chiamare da Luca Cordero di Montezemolo. Mi diede la 312T per allevare i giovani piloti italiani e nel 1976 mi fece fare due Gran Premi con i miei meccanici. Sull’altra vettura correva Lauda. Erano due GP che non erano inseriti nel Mondiale. Feci poi l’esperienza in Formula 2 con il loro motore 6 cilindri.   Enzo Ferrari mi ha sempre voluto bene e abbiamo avuto un rapporto fantastico. Credo di essere stato l’ultimo a vederlo in fabbrica nel maggio del 1988. Facemmo una Formula 1 Commission a Maranello e dopo la riunione andammo tutti a salutare l’ingegnere. Lui riconobbe solo me e dal giorno dopo non andò più in fabbrica. Morì nell’agosto di quell’anno. Devo dire che inconsapevolmente e inconsciamente molte cose le ho fatte un po’ perché me le ha suggerite, un po’ perché mi ha convinto a farle.   È stata un’esperienza bellissima conoscerlo per me che sono malato di motorsport e sono un tifoso Ferrari. Quando avevo bisogno mi ha sempre ricevuto e non ho mai fatto anticamera. Mi ha dato sempre dei consigli che si sono rivelati efficaci.   Enzo Ferrari aveva una personalità molto forte. Eh sì.    Oggi in Formula 1 c’è stato l’ennesimo cambio di regolamento che prevede motorizzazioni ibride che hanno sollevato qualche dubbio tra gli esperti del settore. Gli interrogativi sono molti perché abbiamo visto queste nuove motorizzazioni in pochi gran premi. Qual è il suo punto di vista in merito? Ogni volta che cambia un regolamento è un problema. Lo abbiamo visto cinque anni fa con l’aerodinamica, ancor prima dal turbo al motore aspirato, da 3000 di cilindrata a 1500… Davanti a ogni cambiamento è difficile dare giudizi immediati. Questo nuovo regolamento è molto complicato e ci stanno studiando sopra sia chi l’ha inventato, sia chi l’ha attuato.   Probabilmente l’hanno sottovalutato quando hanno preso questa direzione, ma penso che a breve troveranno il bandolo della matassa e poi, come in tutte le cose, ci abitueremo. Criticare per il gusto di criticare non è nel mio dna e faccio parte dei tanti che ancora non hanno ben compreso il suo funzionamento fino in fondo.      L’aerodinamica è un aspetto essenziale per le vetture di Formula 1. Voi trovaste una soluzione – non avendo disponibilità per usare la galleria del vento – in acqua per capire e sviluppare questo aspetto. Ci può raccontare questa esperienza?  Era il 1984 e la galleria del vento non tutti i team l’avevano. In collaborazione con un’università svedese che faceva delle prove in acqua con dei sottomarini in una piscina enorme, ci diedero la possibilità di andare con una nostra vettura a fare delle prove in questa vasca. Siamo stati gli unici a fare una pazzia del genere e devo dire che tutto sommato la macchina non era male, anche se, come detto, avevamo un motore non all’altezza dei grandi team. A pensarci oggi era follia pura, una pazzia!   Questo intuito, questa artigianalità di cercare e trovare comunque una soluzione a prescindere dal budget, credo sia stato un vostro punto di forza. È una cosa che oggi è quasi impossibile fare.    Avevate dei bravi ingegneri. C’era Aldo Costa e Gabriele Tredozi che debuttò con me nel 1988. Simone Resta nel 1999 debuttò con me per poi passare ai top team. Laurent Mekies, oggi team principal di Red Bull, ha iniziato con me. Massimo Rivola, oggi in Aprilia, stesso discorso. E tanti altri. Ho sempre prediletto i giovani anche nelle formule minori. Non avendo i mezzi per prendere campioni già affermati, ho investito sui giovani. A volte mi è andata bena, altre volte meno bene.   Molti hanno fatto strada e hanno contribuito a non far fare brutte figure alla Minardi pur avendo pochi mezzi. A fine stagione venivo saccheggiato dagli altri team, ma ho avuto sempre al mio fianco Gabriele Tredozi che formava sempre ingegneri nuovi. L’unico ingegnare già formato e preparato che ho ingaggiato è stato Gustav Brunner. Fu un’esperienza positiva soprattutto per la squadra giovane di cui disponevo. Quando ho ceduto il mio team eravamo in centotrenta a lavorarci.

Aiuta Renovatio 21

All’inizio della vostra avventura la sua squadra contava undici collaboratori, dico bene? Esattamente! Oggi il team più piccolo conta circa ottocento dipendenti. Prendiamo la Racing Bull, ex Minardi: nella sede di Faenza contiamo settecentocinquanta dipendenti, dove oltre duecentocinquanta sono ingegneri. Tornando un attimo alla domanda di prima, credo che questa nuova formula che hanno istituito da quest’anno sia il futuro. La Formula 1 generalmente anticipa quello che poi saranno le macchine di serie nella sicurezza, nelle innovazioni tecnologiche e quant’altro.   Il budget per un team credo sia determinante. Una volta non c’era il budget cap, tanto per essere chiari. Un piccolo team come il nostro è stato sempre nei dieci team più importanti e grazie a Dio abbiamo sempre avuto i diritti televisivi e una parte dei trasporti gratuiti. Rimanere nei dieci è stata la nostra sopravvivenza. Il budget più grosso che ho avuto era pari a sessantacinque miliardi di lire circa. Considera che i top team viaggiavano abbondantemente oltre il nostro budget.   Ha parlato di giovani talenti, sia ingegneri che piloti. Come si fa a scoprire un talento? Ci sono delle regole non scritte per poterlo fare? Non esistono delle regole. Credo che siano delle doti naturali che ho avuto io e che ha avuto anche mio figlio. Non lo so spiegare. Ci sono tante considerazioni che faccio quando osservo un pilota correre. Ti faccio l’esempio di Giancarlo Fisichella. Quando correva in Formula 3 vado a Imola in uno dei pochi fine settimana che non ero in giro per il mondo e vedo questa macchina bianca con sopra solo il numero. Non so chi la guida, quindi non ho idea di chi ci fosse dentro, se fosse bravo o meno, se fosse un top driver o meno. Vado a vederlo in due curve per poi entrare nel box. Vedo che è Fisichella e osservo come si comporta con i meccanici e con gli ingegneri, perché è un aspetto fondamentale secondo me. Lo invito a Faenza il lunedì successivo lo metto sotto contratto.   È chiaro che il cronometro è determinante, però non conta esclusivamente quello. Ci sono tanti aspetti che ti fanno capire se un pilota può avere quel qualcosa in più rispetto a un buon pilota. E questo è successo parecchie volte nella storia della Minardi. A volte uno è rimasto un buon pilota e basta.    Vent’anni fa mio padre è stato per oltre un decennio capo meccanico di una scuderia del Ferrari Challenge e mi diceva sempre che un bravo pilota, quando rientra ai box, dovrebbe saper spiegare bene ai tecnici gli aspetti della vettura che secondo lui non vanno. Eh sì, ma anche qui son cambiate moltissime cose. Oggi il pilota deve saper guidare, avere un buon rapporto con la squadra, con il suo ingegnere capo e con gli ingegneri che lavorano per lui. Bisogna tener presente che adesso ogni macchina ha dieci ingegneri di contorno, ci sono cinque o sei centraline… sanno tutto in tempo reale. È chiaro che il pilota ti riferisce le migliorie o i peggioramenti della macchina, ma oramai è monitorato ogni singolo dettaglio. Il pilota deve essere un abile interpretatore della telemetria, avere un dialogo schietto con il proprio team e poi ci deve mettere del suo.   Pierluigi Martini è stato il pilota che ha collezionato più gare con voi della Minardi. Centonove gran premi, di cui centosei è partito. È senza dubbio il pilota che ancora oggi è più vicino a me sia per logistica, perché abita a quattordici chilometri da casa mia, sia perché ci vediamo spesso, sia perché adesso è diventato un collezionista di macchine e un animatore del Minardi Day. Lo conosco sin da quando era bambino, perché suo zio ha corso con me. È uno di famiglia. Con tutti gli altri piloti ho avuto un rapporto di lavoro, con lui è stato anche altro, perché quando veniva fuori una bandiera rossa, un po’ di tensione ce l’avevo, che non ho avuto con altri piloti.    Michele Alboreto, altro bravo e importante pilota italiano, ha corso con lei. Proprio sabato scorso abbiamo ricordato i venticinque anni dalla sua morte. Alboreto ha fatto il suo primo anno da professionista in Formula 2 con Minardi nel 1981, e l’ultimo anno, nel 1994, in Formula 1 con Minardi. Con lui ho mantenuto un buon rapporto anche dopo, tanto che stavamo progettando di fare la famosa Scuola Federale. È nata nel 2000, dopo la sua morte, e porta il suo nome. Dopo la Formula 1 è andato a Le Mans e quando decise di correre la sua ultima gara ebbe quel tragico incidente che gli costò la vita.   Un altro pilota che lei ha avuto è Alessandro Nannini. Un campione sanguigno e diretto. Anche troppo [ride]! Il Nanno ha vinto subito in Formula Italia di allora, iniziando a correre tardi rispetto agli standard di oggi. Dopo quell’exploit l’ho portato in Formula 2. Ha fatto ottimi piazzamenti senza mai vincere, ma era un pilota fantastico. Mi dispiace che abbia avuto quell’incidente con l’elicottero [12 ottobre 1990, ndr], perché era al suo secondo anno in Benetton [Formula 1, ndr] e stava crescendo enormemente. Probabilmente non aveva ancora dato tutto quello che poteva dare. Era genio e sregolatezza. Il mio rammarico è che non abbiamo visto il massimo di Alessandro Nannini.    Era un pilota che sapeva scaldare il cuore dei tifosi con delle performance al limite del regolamento e rimaste nell’immaginario collettivo. Lui aveva una sensibilità enorme ed è una dote che la natura ti dà, ma poi devi essere bravo tu a gestirle. Senna, ad esempio, era baciato da tutto, ma lui ci metteva del suo nella preparazione fisica, con mentalità e la concentrazione. Quelli che vincono oggi sono piloti che oltre essere baciati dalla bravura, sanno fare una vita particolare e finalizzata a quello che è, di fatto, il loro mestiere. 

Iscriviti al canale Telegram

La preparazione fisica di un pilota di Formula 1 negli anni Ottanta e Novanta era curata come oggi? Noi siamo stati tra i primi ad avere un preparatore atletico e ad avere un’equipe medica. Io venivo dall’esperienza contemporanea del calcio, dove una squadra ha queste figure medico/professionali e questa cosa l’ho traslata in Formula 1. Il dott. Ceccarelli ha iniziato la sua avventura con me e oggi è diventato un punto di riferimento per molti team. Poi è arrivato Michael Schumacher che era un malato della preparazione fisica.   I miei piloti, salvo Nannini [ride], han sempre fatto una buona preparazione. Oggi c’è un fattore in più che è lo psicologo, che noi lo abbiamo introdotto come Scuola Federale molto tempo fa. Ci sono da fare delle considerazioni; oggi a dodici anni cominciano a correre con i kart, a quindici anni e un giorno possono correre in Formula 4. Sei un bambino e hai bisogno di supporto sia perché lo faccia per passione, sia perché è stato indotto dal nonno, dal babbo, dallo zio che aveva corso in macchina, sia per dargli la responsabilità.   Prendiamo Andrea Kimi Antonelli; ha diciannove anni ma ha la testa di uno di trenta. È chiaro che dovrà ancora maturare quell’esperienza in pista che non si compra al supermercato. Lui è uno di quelli che è cresciuto in mezzo alle macchine, si è concentrato sulla sua personalità che non è stata scalfita neanche nei momenti peggiori, perché era preparato.    I piloti sono degli atleti e in tanti sport abbiamo visto negli ultimi anni una crescita, di pari passo con la tecnologia, della preparazione fisica e mentale con una cura sempre maggiore al corpo e alla mente.  In una gara di oltre trecento chilometri oggi la concentrazione è una cosa importantissima tanto più con i computer che hanno al posto del volante. Per tenere la concentrazione sotto sforzo per trecento chilometri, si deve essere mentalmente e fisicamente a posto. Fino all’inizio degli anni Novanta le macchine non avevano servosterzo e avevano il cambio manuale. È cambiato il mondo in questi anni.   Altri due italiani che ha avuto in scuderia sono stati Luca Badoer e Jarno Trulli. Luca Badoer lo avevo in prestito d’uso, nel senso che era il terzo pilota della Ferrari e per tenerlo allenato me lo avevano dato. Non l’ho scoperto io. Trulli veniva dalla Formula 3. Fece sette o otto gran premi con me.   Secondo lei un pilota come Jarno Trulli ha vinto meno di quello che effettivamente avrebbe potuto? Non saprei dirti, ma ha fatto delle scelte opinabili secondo il mio modesto punto di vista. Se fosse rimasto in Benetton avrebbe potuto vincere qualcosa di più, ma ha scelto Toyota. Era un buon pilota.   Fernando Alonso è un campione che ancora oggi, nonostante l’età non più giovanissima, è ancora nel circus della Formula 1. Ad agosto compie quarantacinque anni. È diventato babbo. Vedendolo oggi in tv, nel suo volto ci leggo ancora la grinta e la qualità di una volta. È un altro di quelli che si è mantenuto al top fisicamente. Aveva un preparatore che ha trovato in Minardi, che purtroppo ci ha lasciato l’anno scorso, e se lo è portato dietro per tutta la carriera. Fernando, secondo me, è un altro che ha fatto delle scelte sbagliate, sennò avrebbe potuto vincere sette o otto campionati del mondo. È stato anche sfortunato perché ne ha persi due per uno o due punti.   

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

È stato scoperto da lei che poi lo suggerì a Flavio Briatore, giusto? Ero attaccato dalla Ferrari tanto che disse ad Alonso: «Vatti a liberare da Minardi, perché ti prendiamo noi». Io gli dissi: «Stai sereno, ti trovo il posto io. Tu a piedi non ci rimani». Ciò stava accadendo quando tutti pensavano che il mio team stesse per chiudere i battenti da un momento all’altro. Lo individuai nel 1999 e l’anno dopo fece il terzo pilota con me. Già si vedeva che andava forte. Flavio Briatore sostiene che Alonso lo ha scoperto lui ma non è vero e non me ne frega un cazzo. A fine 2000 si ammalò il mio socio, Gabriele Rumi, ed ero in grosse difficoltà.   Chiamai il buon Flavio Briatore per offrirgli Alonso e devo dire che quella è stata la prima e unica volta che ho preso i soldi per la cessione di un pilota. Avevo un contratto fino al 2006 con Fernando e l’ho ceduto a Flavio per un milione. Per farti un esempio, la McLaren pagò ventidue milioni per Kimi Räikkönen nello stesso periodo. Diversamente dagli altri, perché l’esperienza insegna, misi nel contratto che finché non avesse corso in Benetton, lui poteva correre per me. Nel 2001 ha corso per me. Nel 2002 Flavio fece vedere che non lo faceva correre, ma che gli faceva un programma di cinquantamila chilometri di prove e allora io lo lasciai andare. Nel 2005 e 2006 è diventato campione del mondo.    Abbiamo citato Ayrton Senna. Un personaggio che ha segnato in maniera indelebile la Formula 1.  A trentun anni dalla sua morte ancora la gente va alle celebrazioni per il suo compleanno e per il primo maggio – giorno della sua morte [1994, ndr] – lo si commemora alla curva del Tamburello del circuito di Imola dove viene fatta la benedizione. Ci sono tantissimi giovani che portano colori e casco di Ayrton Senna. È una di quelle cose, come dico sempre, che andrebbe studiata all’università, perché è un fenomeno irripetibile. Altri piloti famosi e importanti non hanno avuto il ritorno che Senna ha ancora oggi dopo trent’anni dalla sua scomparsa.    Lei aveva un bel rapporto sia con Ayrton che con suo babbo Milton. Ho conosciuto Ayrton agli albori degli anni Ottanta, quando correva a Thruxton con la Formula 2. Con me correva Paolo Barilla – attuale vicepresidente del gruppo Barilla – che mi disse: «Gian Carlo vai a vedere che c’è un fenomeno che viene dai kart che corre in Formula Ford. Vedrai che ti impressionerà». Andai a vederlo e sul bagnato fece delle robe incredibili. Siccome una rondine non fa primavera, qualche giorno dopo tornai a vederlo a Hockenheim. Andai a trovarlo nel paddock e lo invitai a cena.   Parlammo del più e del meno e io gli proposi un contratto affiancandolo a Nannini. Lui mi rispose: «Io ti ringrazio, sei il primo che mi offre un sedile da professionista» – gli offrii anche dei soldi che se solo mi avesse detto di sì non avrei saputo dove prenderli – «però io ho già il mio programma: Formula 3, Inghilterra, Formula 1 in un piccolo team e nel 1988 voglio diventare campione del mondo di Formula 1». Era molto consapevole delle sue potenzialità.     Da lì è nato un rapporto di reciproca stima e fiducia tra noi. Al tempo non era nessuno e io gli avevo offerto un contratto quando gli inglesi gli chiedevano dei soldi per correre. Alla fine lui mi disse: «Questo me lo ricorderò per tutta la vita». Gli piaceva la pasta e veniva sempre a mangiare da noi in Minardi. Suo padre stava spesso nel nostro motorhome, più che in McLaren. Un giorno eravamo a tavola in quattro: papà Milton, Ayrton, Angelo Orsi, che era la sua ombra, e il sottoscritto. Senna dichiarò: «Divento cinque volte campione del mondo» – che significava eguagliare Fangio – «e poi vengo a far grande la Minardi».   Nel 1993, che fu il suo anno peggiore, quando Prost gli aveva portato via il posto in Williams, prima di iniziare la stagione voleva smettere o fare un anno sabbatico con me. Io, nelle tante telefonate soprattutto serali, lo convinsi a fare un certo tipo di contratto con Ron Dennis e di correre con lui. Lui vinse cinque gran premi lo stesso, fece una stagione della Madonna e guadagnò più soldi di quelli che gli offrì al principio Ron Dennis [ride]. 

Sostieni Renovatio 21

Primo maggio 1994. Un giorno buio per la Formula 1 all’interno di un tragico week end. La peggiore data per il motorsport e mia personale, perché noi perdemmo una ruota nei box con Alboreto. Lo ricordavo sabato scorso quando abbiamo commemorato Michele, perché tutti pensavano al passato mentre io gli ho detto: «No, Alboreto è ancora vivo sia come Scuola Federale che mi onoro di essere il supervisore, e perché se ci sono i limiti di velocità nella corsia box è merito suo». Al tempo se ne parlava già e Alboreto nel contratto che siglammo nel 1994 mi mise una postilla che lui all’entrata dei box gestiva a sua discrezione la velocità. Considera che noi eravamo il primo box in corsia e il pilota quando riparte dopo il cambio gomme a fine corsia è già sopra i duecento all’ora. E se perde una ruota?   In quell’occasione stendemmo sei meccanici della Tyrrell e quattro della Ferrari. Potevamo fare una strage. Il venerdì abbiamo avuto il tremendo incidente di Barrichello, il sabato muore Roland Ratzenberger, sabato sera riunione per la sicurezza facendo molta pressione verso noi costruttori.   Devo dire che con quel nefasto primo maggio è cambiata decisamente la Formula 1 e la FIA ci ha imposto un cambio di regolamento ogni cinque anni e interventi immediati quando c’è bisogno di aumentare la sicurezza. Negli ultimi trent’anni abbiamo avuto un morto in Formula 1, Jules Bianchi [Suzuka 2015, ndr], ma in quel caso non c’entrava la sicurezza.   Cito uno dei più validi giornalisti del motorsport, Giorgio Terruzzi, che abbiamo intervistato su Renovatio 21: quando succede una disgrazia in pista, per un mero calcolo statistico, in quel fine settimana non ne succedono più. Invece quel maledetto weekend imolese pareva avesse una sceneggiatura da film tragico. Una concomitanza di eventi con l’epilogo finale dove muore il più bravo di tutti: Ayrton Senna. Bisogna fare una grossa considerazione. Le macchine al tempo pesavano quattrocento ottanta chili, oggi settecento novantacinque, e cercavamo di estremizzare tutto. Al tempo andavano di moda i piloti piccoli come Prost, Martini, Fisichella. Piloti magri, perché dovevi restringere al massimo tutto il possibile nella vettura. Quel fine settimana è stato devastante perché il sabato è morto Ratzenberger e tutti sottolinearono il fatto che la macchina era di seconda fascia, si è sbriciolata dopo l’impatto e la guidava un pilota che era al suo quarto gran premio. La domenica si è ammazzato il numero uno.   Devo anche dire che se non fosse stato Senna non sarebbe successo secondo me. Chiese una modifica al volante che, se solo mi avesse accennato il sabato sera, gli avrei proibito categoricamente; gli avrei quasi dato delle botte pur di non fargliela fare. Non è stato tanto l’impatto contro il muro, perché lui fisicamente non aveva niente, ma una leva gli si è infilata tra casco e visiera. Detto questo, è morto. Lì tutti facemmo un attimo di riflessione. In primis la FIA, che c’ha obbligato subito a fare due modifiche che per un team piccolo come il nostro voleva dire uno sforzo economico non indifferente. Mi pare che spendemmo due miliardi di lire. Però da lì in poi la sicurezza fu messa ancor più in primo piano con dei crash test sempre più impegnativi. Molte cose sperimentati in Formula 1 sono poi state traslate nel mondo automobilistico. Quel primo maggio ci ha fatto rendere conto che, forse, ci eravamo spinti troppo in là.   Abbiamo discusso di sicurezza nelle vetture da corsa con Miki Biasion, campione del mondo di rally. Il famigerato gruppo B di rally era votato solo ed esclusivamente alla prestazione senza badare troppo alla sicurezza, tant’è che dopo che persero la vita diversi piloti, fu soppressa quella categoria. Erano anni in cui si guardava di più alla performance che alla sicurezza. Sia nel turismo, sia nella pista, il peso è determinante ancora oggi. Al tempo si giocava molto sul peso. Se tu zavorravi una macchina avevi delle prestazioni migliori rispetto a una macchina che era sovrappeso, perché la zavorra la posizionavi dove meglio credevi. Non parliamo delle macchine di serie che ce l’avevano in mezzo ai piedi, pericolosissimo in caso di cappottamento. Macchine estreme nei pesi, ma fortunatamente oggi hanno delle robustezze che allora non avevano.   Ayrton era molto credente e non nascondeva la sua fede. Lui non ha mai nascosto nulla, né pregi, né difetti.   Come veniva percepito il rapporto con la morte da parte dei piloti? Il pilota non ci pensa, ma dopo quel primo di maggio forse hanno iniziato a pensarci. Ognuno di loro si sente inattaccabile, invulnerabile. L’errore è sempre dietro l’angolo. È anche vero che il pilota che si avvicinava al motorsport in quegli anni sapeva che nell’arco di una stagione qualcuno poteva morire. Oggi la percezione del rischio ce l’hanno molto meno, che non è un aspetto così positivo eh. Hanno questa percezione grazie agli standard di sicurezza delle vetture.    Quest’anno il Gran Premio di Imola non è nel calendario del Campionato del Mondo di Formula 1.  In questi giorni ha fatto il record con l’Hypercar. 92.175 spettatori in nei tre giorni. Imola piena. È stato uno spettacolo incredibile. Peccato solo che la Ferrari sia arrivata seconda.   Mi ricordo, tre anni or sono, una conversazione con un mio ex collega, Danilo Zuffi, recentemente scomparso, il quale mi illustrava i lavori intorno e all’interno dell’autodromo per aumentare gli standard di sicurezza imposti dalla FIA, in ispecie dopo le alluvioni che scossero la Romagna pochi anni fa. Lavori per altro molto costosi. Me lo ricordo Danilo, era una persona squisita. Oggi la Formula 1 ha dei costi che un circuito come Imola fa fatica a coprire. Ci vogliono degli aiuti, come abbiamo avuto nei due anni senza il pubblico, salvando la Formula 1. Il Governo e le istituzioni ci aiutarono. Senza quello non vai da nessuna parte. I costi aumentano e noi non possiamo aumentare la capienza più di tanto.

Iscriviti al canale Telegram

Oggi in calendario ci sono ventiquattro GP.  Sono tanti. Ricordo le battaglie quando passammo a quindici gran premi, perché ci sembravano già tanti. Da appassionato comincio a pensare che siano troppi. Anche per i fan più accaniti che per ventiquattro weekend devono stare incollati alla tv non è facile. I giovani non so quanto sono attratti da un impegno così lungo. È vero anche che sta cambiando il mondo, per cui i giovani si documentano con i loro device mobili e il giro di soldi per chi gestisce il circus è enorme.   Il danaro gestisce sempre tutto. Oggi il team più sfigato si porta a casa dai diritti televisivi circa sessanta milioni di dollari. Considera che il budget cap fino all’anno scorso era di centotrentacinque milioni. Il cinquanta per cento del budget te lo porti a casa con i premi, cosa che ai miei tempi era un quinto o un sento. Al di là del numero elevato di gran premi, qualcuno lamenta che alcuni circuiti costruiti recentemente siano meno affascinanti di quelli storici. Lei cosa ne pensa? Anche in questo aspetto la sicurezza ha inciso pesantemente. Circuiti come Imola, Suzuka, Monza hanno fatto delle modifiche migliorative per la sicurezza, ma sono rimasti più o meno antichi. I circuiti nuovi sono stati già concepiti e costruiti con delle vie di fuga impressionanti con asfalto e ghiaia di ultima generazione – peraltro ogni anno cambiano e ricambiano e fanno tutto il contrario di tutto. È chiaro che quel fascino che avevano una volta può venir meno. Prendi ad esempio Monte Carlo. Il Gran Premio di Monaco è noioso, ma ha delle variabili tali che ti tiene incollato al teleschermo fino alla fine. Il circuito di Spa-Francorchamps è stato migliorato come sicurezza, però è rimasto nella sua storicità. È ovvio che poi è il pilota che fa la differenza.   Il nostro giovane Andrea Kimi Antonelli sembra un predestinato. Sono più di settant’anni che un italiano – l’ultimo è stato Alberto Ascari – non vince un mondiale di Formula 1. Perché secondo lei gli italiani in tanti anni non hanno più lottato – eccezion fatta per Michele Alboreto e Riccardo Patrese che arrivarono secondi – per il titolo? L’ottanta per cento dei team hanno sede in Inghilterra. In Italia c’è la Ferrari. Quando c’era la Minardi son cresciuti dei piloti, ma poi è mancato il top team che gli ha dato fiducia. Hanno vinto qualche gran premio, ma non hanno lottato per il mondiale. Antonelli ha fatto un contratto a dodici anni con Mercedes di dieci anni, che ha rinnovato con la maggiore età e dopo si è guadagnato il rinnovo in pista. Non te li regalano i contratti, te li devi guadagnare. Ha avuto la fortuna e l’abilità di debuttare in un top team, cosa che i Fisichella, i Trulli, i Nannini, Alonso stesso, hanno iniziato con Minardi. Capisci da solo la differenza. Poi hanno fatto strada, ma hanno dovuto fare una serie di step, mentre Antonelli è arrivato con l’ascensore direttamente al primo piano.    Andrea Antonelli sta meritandosi la fiducia di un top team quale Mercedes. Direi proprio di sì e non avevo nessun dubbio in merito. L’anno scorso la stampa italiana lo ha ingiustamente criticato, perché probabilmente sta portando via visibilità al team italiano per eccellenza che è Ferrari. Quando passa sotto le tribune anche i tifosi con il cappellino e la maglia rossa lo applaudono. È un segnale che a loro darà fastidio. Io godo nel sentire l’inno di Mameli sul podio. Se me lo suonano per la Ferrai godo, se me lo suonano per Antonelli godo ancor più perché è un ragazzo giovane. Lo ritengo maturo e preparato e spero che si contorni di persone che non lo condizionino. Quella che fino a oggi è stata uno dei suoi punti di forza, la famiglia, deve ora fare un passo indietro. Adesso lui è a tutti gli effetti un pilota di Formula 1, un pilota vincente: non è più quel ragazzino di diciotto anni e deve iniziare a decidere da solo.

Aiuta Renovatio 21

Quando è importante la famiglia per un pilota? Dico sempre che il miglior pilota è quello orfano con una buona eredità. La famiglia è pericolosa, perché sono pochi i genitori che non condizionano la carriera di un pilota. Molti perché hanno una tradizione familiare, molti perché c’han messo dei soldi, molti perché credono di avere il miglior pilota in assoluto.   Quanti piloti ha sedotto con le prelibatezze della cucina romagnola? Ho avuto piloti giapponesi che si sono subito adattati alla nostra cucina. Abbiamo avuto sempre degli ottimi cuochi, anche dall’alberghiero vicino Faenza. All’inizio della nostra avventura nel motorsport cucinava il nostro autista. Poi ci siamo evoluti e siamo stati i primi a fare da mangiare anche per altri.    L’amicizia esiste nel vostro ambiente? Adesso siamo al decimo Minardi Day e mi accorgo che c’è un rapporto coi vecchi che al tempo non c’era o non ce ne accorgevamo. È chiaro che quando un pilota scende in pista e tira giù la visiera, il primo avversario è il suo compagno di squadra e poi tutti gli altri. È vero anche che c’è stato un periodo della storia dove c’era più convivialità. Oggi tutto è cambiato. Se si incontrano per la strada senza casco c’è anche il rischio che nemmeno si riconoscano [ride].   I suoi rapporti con gli altri team manager come Ron Dennis o Frank Williams, com’erano? Con Ron Dennis non avevo un buon rapporto. Litigai con lui quando eravamo ancora in Formula 2. Successivamente lui c’ha messo del suo. Devo dire che ha cambiato atteggiamento con me quando nel 2007 ho fatto un anno con Sky e in quel periodo, stranamente, si è comportato da inglese, prima no. Ai tempi gli son corso dietro con un martello, mi han fermato i meccanici [ride]!   Mi viene da sorridere pensando alla scena! Come mai?  Avevo il pilota argentino Miguel Ángel Guerra che durante una gara di Formula 2, nonostante il box e la bandiera, fece un giro in più. Ron Dennis corse da me dicendomi: «I soliti italiani spaghetti!». Io che già l’avevo già sui coglioni gli corsi dietro. Ma la goccia che fece traboccare il vaso è stata che all’inizio i box venivano sorteggiati e lui per tre volte capitò vicino al mio. Il nostro non era un box faraonico come il suo e così, per non avere vicino il mio team impose a Bernie Ecclestone di assegnare i box in ordine di classifica.    Non la voleva vicino insomma. Assolutamente. Da lì ho chiuso proprio con lui.    Frank Williams invece? Frank Williams è stato uno dei quei personaggi che ho modestamente copiato, perché era colui che dal niente, da una piccola scuderia, da una macchina comprata è passato a essere costruttore. Gli ho ceduto Marc Gené a gratis – come al solito – e gli ho raccomandato la mia addetta stampa, Silvia Hoffer Frangipane, che adesso è in Ferrari. Avevo un buon rapporto con lui nelle riunioni che facevamo con gli altri team.   Mi sedevo spesso vicino a lui perché parlava molto bene l’italiano in quanto io l’inglese non lo parlo quasi per niente, per cui o lui o Flavio [Briatore, ndr] mi davano una mano. In molte occasioni la vedevamo allo stesso modo e anche se lui era diventato più volte campione del mondo, è rimasto sempre quello che era all’inizio e capiva le mie esigenze.   Una persona rimasta vera e autentica. La fama e il successo non hanno scalfito il suo essere. Il problema è che oggi in Formula 1 non c’è nessun proprietario di team, son tutti manager. Quando c’ero io ce ne erano diversi. 

Sostieni Renovatio 21

Che rapporto aveva con Flavio Briatore?  Lui è un personaggio che va al di là dello sport. A lui non gli frega niente di vincere o di perdere, a lui interessa fare soldi. Nel 1996/1997 è stato mio socio e avevamo un buon rapporto, sanando anche il bilancio. Abbiamo litigato nel 1993 perché lui era l’esclusivista dei motori Ford e mi fece un bello scherzetto – diciamo così – ma alla fine ho vinto io. Ci fu una transazione amichevole che accontentò ambedue e poi facemmo la pace. Oggi quando lo vedo mi dice: «Oh, ma ce l’hai un pilotino da portarmi?!» [ride].   Lui arrivò in Formula 1 non perché era un appassionato di motori, ma perché era un bravo manager. Di motori non ci capiva un cazzo. Nel 1988 si sedeva vicino a me per aiutarmi con l’inglese e perché voleva capire quel mondo. Approdò nel motorsposrt per volere di Benetton. Briatore veniva dal mondo della moda. Ha gestito negozi per il Benetton in mezzo mondo e poi fu mandato alle corse per sostituire Davide Paolini – anche lui non un esperto dei motori. Flavio è stato molto bravo nell’imbonirsi Ecclestone. È stato scaltro a imparare. Ribadisco che il suo problema principale sono i soldi e li ha messi sempre davanti a tutto. Gliene hanno dati tanti e lui è stato bravo metterli insieme.    Un altro campionissimo è Michael Schumacher che per uno strano incidente con gli sci oggi è gravemente malato. I piloti, a volte, si sentono immortali. Lui ha fatto una leggerezza clamorosa: ha fissato con dei rivetti la telecamera sul casco da sci e quando è caduto si è ferito alla testa.    Lei quando lo vide correre le prime volte intuì che aveva un grande talento? Non vorrei essere frainteso, ma lui è stato fortunato. Un buon pilota. Il primo che ha creduto nella preparazione fisica fatta a dovere. Ha avuto la fortuna di andare in Ferrari contribuendo alla crescita e allo sviluppo, perché si portò con sé diversi ingegneri che erano con lui in Benetton. Onestamente in squadra non ha mai avuto un rivale, con tutto il rispetto per Felipe Massa e Rubens Barrichello, ma la realtà è quella. Anche se Massa è stato sfigato perché ha perso all’ultima curva un mondiale [2008, ndr].   Schumacher ha vissuto un periodo fortunato perché non aveva grandi rivali. In seconda fila avevano circa un secondo di differenza. Oggi in un secondo ci stanno quasi venti piloti! Non ha avuto un parterre di piloti come c’è adesso. Lui ha cominciato a vincere in Ferrai quando ha smesso Mika Häkkinen e ha cominciato a perdere quando è arrivato Fernando Alonso. Oggi ci sono quattro o cinque piloti che a parità di macchine stanno in un decimo. Con questo mio giudizio non vorrei essere interpretato male, anche perché ha vinto sette titoli mondiali di cui cinque con la Ferrari e due con la Benetton. Nulla da aggiungere direi.    Nel 1999 Eddie Irvine, compagno di squadra di Schumacher in Ferrari, sta lottando per il mondiale e in un gran premio, durante una sosta ai box, c’è una ruota che si perde compromettendo la sua corsa al titolo.  Io credo molto a un errore umano nel box. È inutile fare delle fantasie. 

Sostieni Renovatio 21

Come descriverebbe Bernie Ecclestone? Unico!   In che rapporti eravate? Direi buoni, ma non parlando bene l’inglese ho avuto sempre dei rapporti con un tramite e quasi mai diretti con lui. In più occasioni mi ha dimostrato credibilità e affetto e mi è stato vicino. È un personaggio che ha fatto la storia della Formula 1 e sapeva bene come barcamenarsi nell’aiutare chi aveva bisogno.   Credo che lui abbia un’ottima impressione nei miei confronti. Fui invitato, pochi anni fa, a una sua festa in Inghilterra. C’era un tavolo lungo cinquanta o sessanta metri dove c’era lui e la compagna a capotavola e io ero il primo al suo fianco. E tra me e il primo uomo della Formula 1 c’erano cinque o sei persone amici suoi estranei a quel mondo. Fu una grande soddisfazione e anche perché avrà detto: «Questo almeno non mi rompe i coglioni!» [ride]. Quando ci incontriamo lui viene sempre incontro a darmi la mano.   Quanto ha dato Gian Carlo Minardi alla Formula 1?  Mi vogliono un gran bene. Giorni fa a Imola sono stato fermato da un sacco di persone per un selfie o un autografo e molti di loro non erano nemmeno nati quando correva la Minardi. Evidentemente il mio carattere, il mio modo di pensare, la mia energia, hanno lasciato un segno. Ancora oggi cerco di essere il più semplice, chiaro e imparziale possibile. A qualcuno può dar fastidio, ma alla massa fa piacere. Evidentemente riesco a trasmettere la mia passione anche agli altri. Gli ho dato ventuno anni e trecentoquaranta gran premi. Due decenni molto intensi, ventiquattro ore al giorno, perché anche quando andavo a dormire dovevo pensare cosa inventarmi per il giorno dopo.   Ho avuto momenti belli e momenti meno belli, come tutti, però sono contento. Ho tanti amici e sono sereno perché quando sono uscito non ho lasciato un euro di debito, ed è raro in Formula 1. Oggi guardo le gare in televisione e mi diverto nel portare la mia esperienza in Federazione.    Che rapporto aveva con i suoi dipendenti? Se ho fatto trecentoquaranta gran premi lo devo ai miei dipendenti, con i quali sono ancora in ottimi rapporti.    Ha qualche situazione divertente che le è successa nel paddock che vuole raccontarci? Eravamo al GP di Phoenix. Si presentò un signore con i capelli bianchi con due occhi azzurri che mettevano soggezione e mi chiese: «Mi ospita nel suo box che io corro con una Porsche?». «Certo!». Era Paul Newman! Ho avuto la fortuna di conoscere tanta altra gente, ma quell’incontro mi è rimasto bene in mente.   Il Minardi Day è oramai un appuntamento imprescindibile. È un bell’impegno per tutta la famiglia Minardi!    Grazie, Gian Carlo! Grazie a voi!   Francesco Rondolini  

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Continua a leggere

Gender

Le squadre di Hockey NHL scelgono la Quaresima e la Pasqua per celebrare le «serate dell’orgoglio» LGBT

Pubblicato

il

Da

Ancora propaganda LGBT presso la National Hockey League (NHL), la massima divisione hockeyistica americana, considerata la più combattuta e prestigiosa del mondo. Lo sport più maschio – e, di fatto, più bianco – del panorama americano è oramai da anni oggetto di un tentativo mordace di omotransessualizzazione.

 

Verso la fine dello scorso anno, la NHL ha promosso una serie pornografica omosessuale del canale televisivo HBO, Heated Rivalry, che descrive la relazione tra due giocatori di hockey canadesi immaginari di squadre avversarie, scrive LifeSite. Il trailer della serie, che includeva brevi sequenze di attori maschi nudi impegnati in simulazioni di sesso anale, è stato proiettato sui maxischermi di diverse piste di pattinaggio, permettendo così ai tifosi della NHL, compresi bambini e adolescenti, di vederlo. Sebbene la serie eviti la nudità maschile integrale, durante le scene di sesso si vedono molte parti del corpo nudo che non lasciano praticamente nulla all’immaginazione. Le scene, facilmente reperibili sui social media, sono esplicite.

 

Sostieni Renovatio 21

La rivista di sinistra Salon ha ammesso che «l’oscenità è il punto focale» dello show. «Gli incontri di Heated Rivalry sono un’interazione tra una coreografia meticolosa e inquadrature che mostrano la nudità degli attori quel tanto che basta senza essere considerate pornografia a tutti gli effetti». Pertanto, materiale pornografico omosessuale veniva promosso a ragazzini e adolescenti che speravano di guardare una partita di hockey, non due uomini che si abusavano sessualmente l’uno dell’altro.

 

La maggior parte della serie è andata in onda durante il periodo dell’Avvento. Ora che la Quaresima volge al termine e l’attenzione si concentra sulla Passione e la Resurrezione di Gesù Cristo, le squadre della NHL hanno scelto di organizzare delle «Serate dell’Orgoglio» LGBT.

 

«Non è un caso che lo facciano tutti intorno a Pasqua», ha detto l’utente X Caleb Newsom, che ha ripubblicato le immagini orgogliose dei Florida Panthers con le loro nuove «maglie della Notte dell’Orgoglio».

 

La scorsa settimana, durante la serata dedicata al Pride della squadra di hockey su ghiaccio di Nashville, i Cowgays, una band country queer che si prende gioco di Nostro Signore , ha cantato l’inno nazionale. CatholicVote ha definito l’evento «vergognoso».

 

I Nashville Predators si sono subito attirati una valanga di critiche, sottolineando l’ironia del nome della squadra. I commentatori si sono riversati sui social media per ribattezzare la squadra di Nashville «Gay Predators», i «predatori omosessuali». Curiosamente, i Nashville «Predators» hanno perso contro i New Jersey «Devils» nella serata del Pride.

 

Aiuta Renovatio 21

Ora i due periodi più sacri dell’anno per i cristiani sono saturi di riferimenti LGBT, che si infiltrano e contaminano passatempi un tempo sani per ragazzi e giovani uomini.

 

L’attenzione omotransessualista posta sul mondo dell’Hockey è probabilmente dovuta al fatto che tale sport rappresenta uno degli ultimi «baluardi» di un certo tipo di cultura maschile e patriottica, e questo sito ha parlato dello straordinario incipit del «derby» della nazionale USA col Canada lo scorso anno, quando, dopo i fischi all’inno, i giocatori statunitensi scatenarono tre risse in nove secondi netti. Di fatto, vi sono battute di comici sul fatto che durante le trasmissioni TV delle partite mancano gli spot con persone di colore (che preferiscono, per lo più, il basket, il football americano e in misura minore il baseball).

 

Come riportato da Renovatio 21, in varie occasioni giocatori (spesso di nazionalità russa) si sono rifiutati di vestire particolari maglie o nastri pro-omotransessualisti imposte dalla squadra.

 

Nel 2023 anche il portiere dei San Jose Sharks James Reimer si rifiutò ad indossare la maglia della «Pride Night» citando le sue convinzioni cristiane. Durante l’episodio emerse qualcosa di più: l’account Twitter ufficiale dei San Jose Sharks pubblicò dei post informativi per educare i fan sulle tematiche LGBT. Tra questi, citarono la cultura degli Zapotechi (una civiltà precolombiana del Messico), menzionando i Muxe, individui che storicamente occupano un «terzo genere» e sono venerati o rispettati in quella cultura.

 

Insomma, oltre all’omotransesuallizzazione del più maschio degli sport – dove, di fatto, sono ancora ammessi i duelli… – si ha qui una chiara prova di paganizzazione. Davanti a questo episodio, Tucker Carlson ha sostenuto che la NHL stesse promuovendo il «sacrificio umano» o «riti di civiltà morte» per giustificare l’inclusione delle persone transgender.

 

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine di Ryan Tanner via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International

Continua a leggere

Spirito

La Stella Rossa di Belgrado multata perché i tifosi hanno mostrato allo stadio un’immagine sacra

Pubblicato

il

Da

La Stella Rossa di Belgrado, arcinota squadra che ha fatto la storia del calcio serbo ed europeo, è stata multata di 40.000 euro dalla UEFA dopo che i tifosi sugli spalti hanno creato un’enorme icona cristiana di San Simeone con il messaggio «Che la nostra fede ti conduca alla vittoria».   La sanzione inflitta alla Stella Rossa, riportata nelle decisioni del 25 marzo dell’Organo di Controllo, Etica e Disciplina, è stata comminata per «aver trasmesso un messaggio non adatto a un evento sportivo» e per «aver screditato il calcio e la UEFA».     L’«incidente» è avvenuto il 26 febbraio 2026, durante la partita tra la nazionale serba e il Lille.   Commentatori in rete hanno subito fatto notare sui social media che la UAEF applica «le regole in modo selettivo» e ha «un evidente doppio standard», per cui le immagini demoniache sono permesse, quelle sante no.     «Perché è accettabile realizzare un’immagine con letteralmente Satana, un pentagramma e una frase in latino che chiede al diavolo di prendersi le loro anime, mentre non lo è quella di un santo cristiano?», ha chiesto un utente Twitter.  

Sostieni Renovatio 21

«La stessa UEFA ha promosso per anni il culto di Black Lives Matter e la propaganda LGBTQ+ senza problemi. Ma ha inflitto una multa salatissima alla squadra serba della Stella Rossa per un semplice messaggio di un tifoso cristiano: “Che la nostra fede vi conduca alla vittoria!”» ha osservato un altro utente, citando il politico tedesco Tomasz Froelich.   Fragkos Ammanouil Fragkoulis, membro ortodosso del Parlamento europeo greco , ha dichiarato di aver «presentato formalmente una lettera al Commissario europeo per lo sport in merito alla multa inflitta dopo l’incidente della Stella Rossa di Belgrado, esprimendo serie preoccupazioni sulla posizione della UEFA in materia di espressione cristiana ortodossa».   «L’applicazione selettiva delle regole rivela un evidente doppio standard», ha affermato Fragkoulis. «Non si può parlare di neutralità quando la fede viene trattata in modo diseguale».   «L’UEFA dichiara di essere neutrale, eppure la sua applicazione appare selettiva», ha scritto Fragkoulis nella sua lettera. «Il caso rafforza la percezione che le espressioni culturali e religiose vengano giudicate più severamente rispetto ad altre forme di comunicazione, anche quando sono positive e non violente».   Il Fragkoulis ha citato alcuni esempi significativi che mettono in luce i doppi standard della UEFA:    
  • Violazione della neutralità (bandiere politiche): Celtic FC vs Hapoel Be’er Sheva, UEFA Champions League, 17 agosto 2016: bandiere palestinesi; nessuna sanzione.
 
  • Violazione della neutralità (gesto militare): nazionale di calcio turca contro nazionale di calcio francese, qualificazioni a UEFA Euro 2020, 14 ottobre 2019: saluto militare; nessuna sanzione.
 
  • Violazione della neutralità (simbolismo territoriale/politico): nazionale di calcio ucraina contro nazionale di calcio olandese, UEFA Euro 2020, 13 giugno 2021: mappa della maglia che include la Crimea; nessuna sanzione.
 
  • Violazione della neutralità (valori/espressione politica): nazionale di calcio tedesca contro nazionale di calcio ungherese, UEFA Euro 2020, 23 giugno 2021: fasce arcobaleno al braccio; nessuna sanzione.
 
  • Violazione della neutralità (simboli politici – nessuna sanzione): Real Madrid CF vs FC Barcelona, ​​La Lifa, 2021-2023 – ripetuta esposizione di bandiere e striscioni indipendentisti catalani da parte dei tifosi; nessuna azione disciplinare da parte della UEFA nonostante il chiaro contenuto politico.

Aiuta Renovatio 21

Come riportato da Renovatio 21, i tifosi del Kaiserslautern l’anno passato avevano messo in scena allo stadio un’immane coreografia a base di satanismo, con tanto di pentagramma, preghiera diabolica in latino e immagine del demonio che emergeva dalla massa ultras.   Due anni fa ultras tedeschi del Bayer leverkusen erano stati invece multati per lo striscione «ci sono solo due sessi».   Va ricordato come la Stella Rossa, nata nel 1945 agli albori della Yugoslavia comunista, fosse una squadra che richiamava il socialismo ateo sin dal suo nome. Ora invece la sua tifoseria riproduce icone sacre con immense coreografie.   Insomma, anche in curva: ex oriente lux.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
Immagine screenshot da YouTube
 
Continua a leggere

Più popolari