Cina
«L’indipendenza di Taiwan significa guerra»: l’avvertimendo di un funzionario del governo cinese
L’ultimo forte avvertimento delle autorità cinesi sulla questione cruciale dell’indipendenza di Taiwan è stato lanciato da Chen Binhua, un nuovo portavoce dell’Ufficio per gli affari di Taiwan del Consiglio di Stato cinese, in un commento ai media il 28 novembre.
Il Chen ha risposto alle notizie dei media secondo cui Lai Ching-te e Hsiao Bi-khim, entrambi del Partito Democratico Progressista al governo di Taiwan, avevano recentemente affermato che l’isola continua a essere minacciata da un attacco dalla terraferma.
Lai si definisce un «lavoratore per l’indipendenza di Taiwan» e sta facendo campagna per una carica nelle elezioni presidenziali di gennaio. Ha scelto Hsiao, ex inviato negli Stati Uniti, come suo compagno di corsa.
«Voglio sottolineare che l’indipendenza di Taiwan significa guerra», ha affermato Chen condannando Lai e Hsiao come separatisti.
L’invasione di Taiwan non è un mistero, avendo Xi parlato della riannessione nella solennità del centenario del Partito Comunista Cinese, indossando, per l’occasione, l’irresistibile giacchetta alla Mao Zedong.
Ieri tuttavia il presidente taiwanese Tsai Ing-wen ha gettato acqua sul fuoco, dicendo che il governo di Pechino è troppo «sopraffatto» dalle questioni interne per lanciare un attacco su Formosa, suggerendo che la Repubblica popolare non ha piani immediati di invasione.
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Intervenendo giovedì a un evento ospitato dal New York Times, la Tsai ha affermato che le possibilità di una guerra rimangono basse, citando sia il forte sostegno internazionale a Taiwan sia la riluttanza di Pechino, date le sue «sfide economiche e finanziarie, nonché politiche».
«Penso che la leadership cinese in questo frangente sia sopraffatta dalle sfide interne. E il mio pensiero è che forse questo non è il momento per loro di prendere in considerazione una grande invasione di Taiwan», ha detto, aggiungendo che «la comunità internazionale ha reso forte e chiaro che la guerra non è un’opzione, e che la pace e la stabilità sono al servizio degli interessi di tutti».
La presidente taipeiana ha poi salutato il continuo sostegno degli Stati Uniti all’isola, «in particolare sul fronte della sicurezza», e ha affermato che anche il sostegno internazionale è «solido come non lo è mai stato, se non più forte». Per quanto riguarda la possibilità di un conflitto con Pechino, ha osservato che Taipei e Washington hanno «gestito il rischio congiuntamente».
«Penso che stiamo bene a questo proposito» ha affermato la Tsai.
Sebbene Taiwan sia da tempo autogovernata, Pechino considera l’isola come parte del suo territorio nell’ambito della politica della Cina unica, riservandosi il diritto alla riunificazione con la forza nel caso in cui dichiarasse formalmente l’indipendenza.
Poche nazioni riconoscono ufficialmente Taiwan come Stato sovrano, sebbene Washington mantenga relazioni informali con Taipei e abbia approvato numerose vendite di armi nel corso degli anni.
In un incontro con il presidente degli Stati Uniti Joe Biden in California all’inizio di questo mese, il presidente cinese Xi Jinping ha avvertito che Taiwan rimane la questione più pericolosa per le relazioni USA-Cina, esortando Washington a fermare le vendite di armi all’isola.
L’esercito cinese ha lanciato molteplici cicli di giochi di guerra a seguito di incontri ad alto livello tra funzionari statunitensi e taiwanesi nel corso dell’ultimo anno, incluso un massiccio blocco simulato dopo che l’allora presidente della Camera Nancy Pelosi aveva visitato Taipei nel 2022.
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Una manifestazione simile si era tenuta lo scorso aprile a seguito di un incontro tra il successore di Pelosi, il deputato Kevin McCarthy, e Tsai.
Negli scorsi mesi sono avute manovre congiunte delle marine russa e cinese nel Mar della Cina orientale, così come, con grande preoccupazione americana, in direzione dell’Alaska. Le esercitazioni americane nei riguardi dell’invasione continuano, così come le simulazioni cinesi, che vanno avanti da anni.
Le centinaia di sconfinamenti di caccia cinesi hanno portato il noto analista e giornalista cinese Hu Xijin a scrivere ai taiwanesi «abituatevi»; lo stesso tono goliardico lo aveva l’allora portavoce degli Esteri Zhao Lijian, capo dei cosiddetti wolf warrior (linguacciuti, scontrosi diplomatici cinesi ultranazionalisti) ai tempi del disastroso ritiro degli USA da Kabul: indicando la catastrofe americana in Afghanistan, i cinesi ammonivano che presto sarebbe venuto anche il turno di Taipei.
Anche le visite di droni di consumo, presi a spari e sassate dai soldati taiwanesi, rientrano nelle schermaglie semiserie tra le due Cine.
Più serio, invece, lo strano caso della trasmissione della TV taiwanese che annunciava l’avvenuta invasione. Ad oggi, non si è ancora capito cosa sia successo, un po’ come nel caso dell’SMS che nel 2018 gli hawaiani ricevettero: sono in arrivo missili nordcoreani, trovate un rifugio, non è un’esercitazione.
Come riportato da Renovatio 21, le tensioni in Ucraina potrebbero compromettere la produzione di chip anche senza attacchi cinesi: la carenza di materiali come neon e palladio, utilizzati dall’industria dei semiconduttori, potrebbe far saltare il banco, togliendo lo scudo di silicone dei taiwanesi. La Russia è tra i principali produttori di questi materiali.
Secondo taluni analisti, la Cina potrebbe invadere Taiwan nei prossimi 5 anni. Secondo altri, l’invasione potrebbe avvenire già entro il 2025. Vi sono tuttavia vertici militari USA che sostengono che Pechino non abbia in questo momento le capacità e neppure l’intenzione per invadere l’isola.
Come scritto da Renovatio 21, Taiwan è sicuramente una faglia dell’imminente Terza Guerra Mondiale.
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Immagine di Palazzo presidenziale Taiwan via Flickr pubblica su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
Cina
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Cina
Pechino respinge le accuse di Trump di interferenze elettorali
La Cina ha respinto l’affermazione del presidente statunitense Donald Trump secondo cui Pechino avrebbe orchestrato il furto di 220 milioni di schede elettorali americane per interferire nelle elezioni del 2020. Le dichiarazioni esplosive di Trump sono giunte alla vigilia della visita a Washington del presidente cinese Xi Jinping, prevista per la fine di settembre, e nel contesto di una tregua commerciale provvisoria tra i due Paesi.
In un discorso alla nazione trasmesso in prima serata giovedì, Trump ha accusato i servizi segreti cinesi di aver acquisito illegalmente 220 milioni di file di elettori contenenti nomi, indirizzi, numeri di telefono e affiliazioni politiche, affermando che Pechino ha incaricato un’unità specifica di sfruttare tali dati.
Il presidente americano definito la presunta violazione «un incubo senza precedenti per la sicurezza elettorale» e la «più grande violazione» dei dati elettorali nella storia degli Stati Uniti.
Il presidente ha anche sostenuto che le agenzie di Intelligence statunitensi avrebbero rilevato la presunta raccolta di dati da parte della Cina nel 2020, ma l’avrebbero intenzionalmente nascosta a lui e al Congresso. Non ha tuttavia annunciato alcun piano di ritorsione contro Pechino.
Liu Chang, portavoce dell’ambasciata cinese a Washington, ha respinto le accuse, dichiarando: «La Cina non ha mai interferito e non interferirà mai nelle elezioni presidenziali degli Stati Uniti».
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Secondo il New York Times, gli sforzi della Cina per raccogliere dati sugli elettori sono «ampiamente noti da anni». Le informazioni sugli elettori, in molti casi, possono essere scaricate o acquistate gratuitamente, ha affermato il giornale, aggiungendo che il possesso di tali dati potrebbe fornire informazioni sugli elettori americani, ma non consentirebbe di per sé a nessuno di manipolare i voti.
I dati declassificati dalla Casa Bianca contengono anche una serie di promemoria del funzionario di alto livello dell’Intelligence informatica Chris Porter, il quale sosteneva che la Cina avesse intrapreso «almeno alcune iniziative esplorative di basso livello» per minare le possibilità di Trump contro l’allora candidato democratico Joe Biden. Nonostante ciò, Porter concordava con la conclusione generale dell’intelligence secondo cui «non vi erano informazioni che suggerissero un tentativo da parte della Cina di interferire con i processi elettorali».
La clamorosa accusa di Trump arriva poche settimane prima della visita a Washington del presidente cinese Xi Jinping, prevista intorno al 24 settembre. Secondo il South China Morning Post, Pechino invierà la prossima settimana a Washington il viceministro degli Esteri Ma Zhaoxu per contribuire a preparare il terreno per il viaggio.
L’agenzia Reuters ha avvertito che le accuse di Trump potrebbero incrinare i rapporti tra Stati Uniti e Cina e destabilizzare la fragile tregua commerciale. Denis Simon del Quincy Institute, un think tank di Washington, ha dichiarato al South China Morning Post che il discorso era significativo perché elevava la presunta interferenza cinese nelle elezioni a «una narrazione centrale per la sicurezza nazionale», aggiungendo tuttavia che sebbene le osservazioni di Trump possano gettare dubbi sulla visita di Xi, «una retorica aspra non impedisce automaticamente la diplomazia del vertice», e la questione chiave è se «i due governi possano continuare a compartimentalizzare, mantenendo i canali di negoziazione e allo stesso tempo accusandosi reciprocamente di minacce alla sicurezza sempre più gravi».
Trump si è recato in Cina a maggio, ma i colloqui di alto livello con Xi non hanno portato a una svolta sul fronte commerciale. La Cina si è impegnata ad aumentare gli acquisti di soia statunitense e ad acquistare 200 aerei Boeing, anche se il numero effettivo si è rivelato molto inferiore alle aspettative.
Trump ha anche affermato di aver discusso con Xi della vendita di armi a Taiwano. La sua amministrazione ha poi dichiarato che le spedizioni verso l’isola, che Pechino considera territorio sovrano, erano state sospese.
Come riportato da Renovatio 21, nel 2022 era emerso che il presidente Biden aveva venduto 1 milione di barili dalla riserva di petrolio strategica USA all’azienda cinese in cui ha investito suo figlio Hunter.
Ora alcuni osservatori sostengono che, con la guerra iraniana, ad essere colpito gravemente è proprio l’approvigionamento del petrolio da parte della Cina – e quindi sarebbe Pechino, e non Teheran, il vero fine della guerra scatenata da Trump.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
Cina
Trump accusa la Cina di «interferenze elettorali» nel voto 2020
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