Connettiti con Renovato 21

Persecuzioni

Il papa si rifiuta di difendere cardinale Zen prima del processo e chiede il «dialogo» con la Cina comunista

Pubblicato

il

Papa Bergoglio ha descritto la Cina comunista come «non antidemocratica» e ha rifiutato di sostenere il cardinale di Hong Kong Joseph Zen mentre si prepara ad andare sotto processo nel Paese il 19 settembre. 

 

Parlando ai giornalisti a bordo dell’aereo papale dal Kazakistan in arrivo giovedì, Papa Francesco ha sollevato domande sulla Cina e sul rapporto del Vaticano con lo Stato comunista. 

 

«Per capire la Cina ci vuole un secolo e noi non viviamo per un secolo», ha assicurato il romano pontefice, descrivendo la mentalità cinese come «una mentalità ricca, e quando si ammala un po’ perde la sua ricchezza; è capace di fare degli sbagli. Per capire abbiamo scelto la via del dialogo, aperti al dialogo».

Riferendosi al controverso accordo del Vaticano con la Cina, Francesco ha detto che «sta andando bene, lentamente, perché il ritmo cinese è lento, hanno un’eternità per andare avanti: sono un popolo di una pazienza infinita».

 

Senza citare nessun dettaglio dell’accordo sinovaticano in gestazione, il Bergoglio ha aggiunto che «Non è facile capire la mentalità cinese, ma va rispettata, io rispetto sempre».

 

Francesco ha elogiato il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato vaticano, per il suo ruolo nel presiedere la «commissione di dialogo» con le autorità cinesi – un processo che «sta andando bene», ha affermato, lodandoil ruolo di Parolin, che «in questo momento è l’uomo che più conosce della Cina e il dialogo cinese».

 

«È una cosa lenta, ma sempre si fanno passi avanti» ha dichiarato il papa nella sua usuale conferenza stampa ad alta quota.

Alla domanda se considerasse il processo contro il cardinale Zen una «violazione della libertà religiosa», Francesco sembrava suggerire che il processo non fosse inaspettato.

 

«Qualificare la Cina come antidemocratica io non me la sento, perché è un Paese così complesso… si è vero che ci sono cose che a noi sembrano non essere democratiche, quello è vero. Il cardinale Zen andrà a giudizio in questi giorni, credo. E lui dice quello che sente, e si vede che ci sono delle limitazioni lì» ha detto un po’ confusamente il pontefice.

 

Il Francesco ha quindi perseverato nella confusione chiudendo il discorso con una frase non comprensibilissima.

 

«Più che qualificare, perché è difficile, e io non me la sento di qualificare, sono impressioni, cerco di appoggiare la via del dialogo».

 

Come noto, il cardinale di Hong Kong Joseph Zen Ze-kiun è stato arrestato per «collusione con forze straniere» quattro mesi fa e successivamente incriminato. Come riportato da Renovatio 21, in una situazione mai veduta prima, persino il laicissimo Parlamento Europeo ha superato il Vaticano in fatto di difesa del cardinale Zen, chiedendo al Sacro Palazzo di difendere il prelato dalla repressione cinese.

 

Nel flusso di parole con accento argentino, ad ogni modo, mai si è udita una parola di difesa del cardinale Zen, principe della chiesa che pare non interessare troppo al suo re.

 

L’accordo sino-vaticano è qualcosa di mostruoso ed imbarazzante, visto che le persecuzioni contro la chiesa cattolica non sembrano diminuite da quando è stato posto in essere. Si hanno casi di sacerdoti della chiesa sotterranea (cioè, pienamente cattolica) fatti sparire; ci sono notizie di preti torturati affinché aderiscano alla «Chiesa patriottica» ora in accordo con Roma; i seminari vegono smembrati; gli orfanotrofi cattolici vengono chiusi; le chiese vengono demolite; le suore vengono perseguitate; vi sono vescovi che spariscono, vescovi gettati in prigione, mentre in chiesa si celebra l’anniversario della nascita del Partito Comunista Cinese.

 

Come riportato da Renovatio 21, l’anno scorso si era arrivati alla situazione dolorosamente grottesca di un sacerdote torturato dalle autorità cinesi mentre un nuovo vescovo veniva consacrato. I cittadini cinesi, di fatto, sono invitati a denunciare «attività cristiane illegali» anche per mezzo di compensi.

 

sospetta che in certa parte la gerarchia cattolica potrebbe essere ricattata tramite Grindr, l’app per incontri gay dove si dice abbondino le presenze di consacrati anche in Italia. L’americana Grindr, con tutti i suoi dati, fu acquistata da una società cinese. Donald Trump ne chiese la restituzione, perché erano stati trasferiti troppi dati sensibili che potevano essere usati per ricattare quantità di impiegati del governo, agenti di polizia, militari, etc. Bizzarramente Pechino concesse agli americani di riprendersi Grindr, ma è facile supporre che forse i dati degli utenti siano ancora lì da qualche parte.

 

È da notare che nell’arco di decine di anni, l’uomo di collegamento fra la Cina e il Papato fu Theodore McCarrick, il cardinale accusato di sodomia con innumeri novizi e pure con ragazzini. McCarrick, travolto dallo scandalo, fu privato del titolo di cardinale dallo stesso Francesco, che tuttavia, secondo le accuse dell’ex Nunzio Apostolico in USA monsignor Carlo Maria Viganò, a inizio pontificato invece lo difendeva-

 

Grazie a Wikileaks (un cablo del 2006) sappiamo che in almeno due viaggi, McCarrick dormì in un seminario di Pechino della Chiesa Patriottica, cioè la copia della Chiesa cattolica, che non rispondeva a Roma ma al potere pechinese – la falsa chiesa che l’accordo sinovaticano ha premiato con il riconoscimento.

 

L’oceano di sozzura sul quale galleggia l’infame accordo cino-bergogliano, per il quale i fratelli cattolici continuano a subire persecuzione e  martirio, pare non avere limite.

 

E ai fiumi di sangue dei cristiani che sgorgano dalla Cina il Bergoglio risponde con fiumi di parole confuse. O meglio, non risponde affatto.

 

Sanguis Martyrum, semen christianorum. Il sangue dei martiri è il seme dei cristiani.

 

Considerate quindi che il papato Bergoglio lavora per la contraccezione, oltre che della vita umana tout court, anche del semen christianorum che ha creato la Cristianità e quindi la Civiltà così come la conosciamo.

 

Il papa filocinocomunista è, tecnicamente, un distruttore della Civiltà su tutto il pianeta.

 

 

 

Immagine di Jindřich Nosek (NoJin) via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0); immagine modificata

 

 

 

Continua a leggere

Persecuzioni

Pakistan, conversioni forzate: tentato avvelenamento di un cristiano di 13 anni

Pubblicato

il

Da

Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

Saim era uscito di casa per andare a tagliarsi i capelli, quando una guardia di sicurezza, che aveva notato addosso al ragazzo una collana con la croce, ha iniziato a chiedergli di recitare preghiere islamiche. Il giovane, dopo essersi rifiutato, è stato costretto a ingerire una sostanza nociva.

 

In Pakistan si è verificato l’ennesimo tentativo di conversione forzata nei confronti di un ragazzo cristiano di 13 anni, costretto a ingerire una sostanza tossica dopo essersi rifiutato di abbracciare l’Islam.

 

L’episodio è avvenuto nella città di Lahore il 13 aprile: Saim era uscito di casa per andare a tagliarsi i capelli, ma è stato fermato da una guardia di sicurezza musulmana che aveva notato che il ragazzo aveva al collo una croce.

 

La guardia, di nome Qadar Khan, ha strappato la collana e costretto Saim a recitare una preghiera islamica, ma il ragazzo si è rifiutato, dicendo di essere cristiano. L’uomo ha quindi costretto Saim a ingerire una sostanza tossica nel tentativo di avvelenarlo.

 

Sono stati i genitori del giovane a trovare il corpo del figlio senza conoscenza dopo diverse ore che Saim mancava da casa. Il padre, Liyaqat Randhava, si è rivolto alla polizia ma ha raccontato di aver ricevuto un trattamento iniquo.

 

Gli agenti hanno registrato la denuncia solo dopo diverse insistenze e una copia del documento non è stata rilasciata alla famiglia di Saim, che ha detto inoltre che diverse parti del racconto non sono state incluse nella denuncia (chiamata anche primo rapporto informativo o FIR).

 

Joseph Johnson, presidente di Voice for Justice, ha espresso profonda preoccupazione per i crescenti episodi di conversioni religiose forzate in Pakistan e ha condannato quanto successo a Saim, aggiungendo che la polizia sta mostrando estrema negligenza nel caso. «Evitando di includere i dettagli cruciali nel FIR, la polizia ha sottoposto Saim e la sua famiglia a ulteriori abusi», ha affermato Johnson, chiedendo l’intervento del governo per un’indagine.

 

Invitiamo i lettori di Renovatio 21 a sostenere con una donazione AsiaNews e le sue campagne.

Renovatio 21 offre questo articolo per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine di Guilhem Vellut via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic

Continua a leggere

Persecuzioni

La Pasqua è stata soppressa nella Repubblica Democratica del Congo

Pubblicato

il

Da

Nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo (RDC), ai cattolici è stato impedito di celebrare la Pasqua a causa dei raid mortali effettuati dal gruppo ribelle ugandese ADF – Forze Democratiche Alleate – affiliato all’organizzazione Stato Islamico (IS).   Nella provincia del Nord Kivu lo spirito è quello di non celebrare la Pasqua: «Sono cattolico. Prima i sacerdoti venivano tutte le domeniche e durante il triduo pasquale organizzavano il catechismo e le messe serali, ma ora questo è impossibile. Ci siamo riuniti nella nostra cappella, ma oggi tutti restano a casa; abbiamo paura che i ribelli ci attacchino lì durante la messa», confida Zahabu Kavira, residente a Maleki, un piccolo villaggio vicino a Oicha, nella parte orientale del Paese.   Nella notte tra il 2 e il 3 aprile 2024, in piena settimana di Pasqua, almeno dieci persone hanno perso la vita nella regione e diversi edifici sono stati dati alle fiamme in seguito ad un attacco attribuito agli islamisti dell’ADF.   Tra le strutture prese d’assalto dagli aggressori c’era il centro sanitario locale, parzialmente bruciato, oltre a una dozzina di abitazioni ed edifici commerciali. Da parte loro, gli abitanti del villaggio non capiscono come gli aggressori abbiano potuto agire così facilmente in una zona dove sono presenti soldati congolesi e ugandesi.   L’ADF è un gruppo ribelle ugandese da tempo stabilito nel Nord Kivu e nell’Ituri, che terrorizza le popolazioni locali. Nel 2019 il gruppo ha annunciato la sua affiliazione all’organizzazione dello Stato Islamico e ha preso il nome ISCAP (Provincia dell’Africa Centrale dello Stato Islamico).   Uno dei principali bersagli degli islamisti sono i giovani che vogliono essere tagliati fuori dall’ambiente educativo in cui la Chiesa è molto presente. Quasi trentamila studenti, tra cui undicimila ragazze, non possono più andare a scuola nel territorio di Irumu nell’Ituri e nel settore Eringeti nel Nord Kivu.

Sostieni Renovatio 21

Secondo una recente indagine condotta da un team di ispettori scolastici, 79 scuole primarie e secondarie di queste zone sono state chiuse a causa dell’insicurezza. Alcuni edifici scolastici furono bruciati dai ribelli.   Gli attacchi jihadisti contro i villaggi di Beni non hanno risparmiato le chiese. Attualmente le erbacce crescono attorno alle cappelle abbandonate. Frà Omer Sivendire è parroco della chiesa dello Spirito Santo di Oicha. Parla delle sue difficoltà nello svolgere il suo ministero in una regione sempre più afflitta dall’insicurezza.   Contrariamente alla sua abitudine, il sacerdote non ha potuto unirsi ai suoi parrocchiani per celebrare la Messa della Resurrezione: «in passato potevamo spostarci facilmente ovunque, ma oggi è impossibile, poiché i nostri cristiani vivono nell’insicurezza e anche noi. Abbiamo difficoltà ad arrivarci. Speriamo che l’anno prossimo potremo andare ovunque, ma quest’anno purtroppo no», lamenta il sacerdote cattolico.   Ma gli islamisti non sono gli unici a gettare la parte orientale della RDC in un caos spaventoso: da diversi mesi, altri ribelli conosciuti come M23 (Movimento 23 marzo) destabilizzano la regione con il sostegno attivo del vicino Ruanda che desidera esercitare controllo su una regione di transito per le risorse minerarie del Congo.   Un anno fa, il coordinatore del programma di disarmo, smobilitazione, recupero comunitario e stabilizzazione della RDC (P-DDRCS) identificò 266 gruppi armati presenti e attivi in ​​cinque province della parte orientale della RDC.   Le province di Ituri, Nord Kivu, Sud Kivu, Maniema e Tanganica ospitano 252 gruppi armati locali e 14 gruppi stranieri.   Articolo previamente apparso su FSSPX.news.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
Immagine di United Nations Photo via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.0 Generic
Continua a leggere

Persecuzioni

Cristiana palestinese arrestata e bendata senza mandato né capi di imputazione

Pubblicato

il

Da

Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

Layan Nasir, 23enne originaria di Birzeit, sottoposta al provvedimento di «detenzione amministrativa». Bendata e ammanettata nella notte da una pattuglia di militari senza mandato di arresto né capi di imputazione a suo carico. Leader luterano di Betlemme: Israele gode di «impunità» e si arroga il «diritto di distruggere la vita di milioni di persone».

 

«Non vi è alcuna motivazione, né vi sono altre ragioni se non il fatto che viviamo sotto un’occupazione coloniale e colonizzatrice che ha goduto per troppo tempo di impunità e si sente in diritto di distruggere la vita di milioni di persone». È quanto sottolinea ad AsiaNews il reverendo Munther Isaac, pastore della Chiesa Evangelica Luterana di Betlemme, commentando «la detenzione amministrativa» disposto da Israele a carico della giovane cristiana palestinese Layan Nasir, arrestata la scorsa settimana.

 

«Un provvedimento – prosegue il leader cristiano – che è applicato a carico di altri 4mila palestinesi circa. Un termine che gli israeliani usano per giustificare la detenzione di persone che non hanno alcuna accusa a loro carico».

 

La notte del 6 aprile scorso a Birzeit, cittadina palestinese, una pattuglia composta da una quindicina di soldati israeliani armati si è presentata alla porta di casa della famiglia Nasir in cerca della figlia 23enne, senza alcun mandato di arresto o accusa a suo carico.

 

Come raccontato dalla famiglia a The Guardian, che ha denunciato la vicenda, la madre Lulu Aranki e il padre Sami – coppia mista di cristiani, cattolici e anglicani – vengono bloccati con le pistole puntate al volto. Dopo una perquisizione durata diversi minuti, i militari prelevano Layan, non prima di averla bendata e ammanettata, disponendo a suo carico – unica cristiana ad oggi – il provvedimento di detenzione amministrativa.

 

«La detenzione di Layan – afferma il reverendo Isaac – ci ricorda la nostra vita di cristiani sotto l’occupazione israeliana. I cristiani palestinesi non sono solo parte integrante del popolo palestinese, ma hanno sofferto proprio come il resto della popolazione».

 

A carico della ragazza non vi sono accuse o capo di imputazione, ma è stata fermata in via «preventiva» e alla famiglia non è stato notificato alcun provvedimento. La sua vicenda, che rischiava di passare sotto silenzio come molte analoghe a carico dei palestinesi, ha avuto ampia eco grazie a un messaggio pubblicato su X (ex Twitter) dal primate anglicano Justin Welby, che ha manifestato profonda preoccupazione e lanciato un appello per la liberazione.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

«Dovremmo esercitare tutte le pressioni possibili – afferma il pastore luterano – non solo per liberare lei, ma tutto il nostro popolo dalle carceri dell’occupazione, per porre fine all’occupazione stessa e per ottenere e garantire giustizia per tutti».

 

Il reverendo Munther Isaac è pastore della Evangelical Lutheran Christmas Church a Betlemme e della Lutheran Church a Beit Sahour. Egli è anche un accademico del Bethlehem Bible College e direttore della celebre conferenza «Christ at the Checkpoint» quest’anno in programma dal 21 al 26 maggio, giunta alla settima edizione e incentrata sul tema «Do Justice, Love Mercy: Christian Witness in Contexts of Oppression».

 

In riferimento alla situazione dei cristiani in Palestina la definisce «critica: siamo al punto più basso dal 1948» ma al tempo stesso «non perdiamo la speranza e, soprattutto, crediamo nella giustizia della nostra causa».

 

«Vediamo – prosegue – come le nostre terre vengono rubate e il nostro popolo attaccato». Israele «gode di impunità e l’Occidente sembra non preoccuparsi molto di noi» aggiunge, ma «sappiamo che la nostra causa è giusta. Continueremo a esistere e a diffondere il nostro messaggio – conclude – non solo perché è un dovere come palestinesi, ma anche perché è un dovere come cristiani».

 

La detenzione amministrativa applicata da Israele permette di fermare un sospetto per lunghi periodi, anche senza accuse precise o processo. Tale misura, un tempo applicata solo verso militanti palestinesi, ora vale anche per gli israeliani sebbene i critici si mostrino scettici sulle modalità di applicazione. Questo strumento, fonte di polemiche e proteste per violazione dei diritti umani, viene solitamente usato quando le autorità dispongono di informazioni che collegano un sospetto a un crimine, ma non hanno prove sufficienti per sostenere le accuse in un tribunale.

 

Le detenzioni possono essere rinnovate in modo unilaterale da un tribunale militare ogni sei mesi e i prigionieri rimanere in carcere anni. Mentre alcuni palestinesi sono detenuti senza accuse note, i motivi più comuni vanno dagli appelli alla violenza online alle (presunte) attività terroristiche.

 

Layan è una delle migliaia di palestinesi in stato di detenzione senza accuse, fra i quali almeno 85 sono donne, ma è la sola di religione cristiana. Critici, attivisti e ONG pro-diritti umani sottolineano che la norma è parte del sistema di apartheid applicato dallo Stato ebraico nei confronti dei palestinesi.

 

«Israele – afferma il movimento Btselem – usa abitualmente la detenzione amministrativa. Nel corso degli anni, ha messo migliaia di palestinesi dietro le sbarre per periodi che vanno da diversi mesi a diversi anni, senza accusarli, senza dire loro di cosa sono accusati e senza rivelare le presunte prove a loro o ai loro avvocati».

 

Invitiamo i lettori di Renovatio 21 a sostenere con una donazione AsiaNews e le sue campagne.

Renovatio 21 offre questo articolo per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine da AsiaNews

Continua a leggere

Più popolari