Pensiero
Le fotografie di quando il Cattolicesimo era bellezza
È difficile identificare quali siano stati i più grandi danni sociali che hanno sconvolto l’epoca moderna.
Certamente sono tanti, troppi, e metterli in fila per ordine di grandezza sarebbe un lavoro non semplice. Putin crede che la caduta dell’URSS sia stato il più grande cataclisma geo-politico dello scorso secolo.
Noi crediamo invece che la più grande catastrofe geopolitica, sociale e spirituale degli ultimi secoli sia stato il Concilio Ecumenico Vaticano II.
Noi crediamo invece che la più grande catastrofe geopolitica, sociale e spirituale degli ultimi secoli sia stato il Concilio Ecumenico Vaticano II.
Da quel momento in poi, la Chiesa visibile ha smesso di essere qualcosa di bello, di Sacro, di raggiante. Il katéchon — dal greco antico τὸ κατέχον ovvero «ciò che trattiene» o «colui che trattiene» — che andava contro il mondo, discostandosi dalle idee e dalle brutture del mondo, è finito per andare con il mondo o, anzi, essere ancora peggio di esso.
Naturalmente ci riferiamo al connotato esteriore della Chiesa Cattolica, composta da un clero ed un episcopato che si è calato le braghe e si è tolto di dosso ogni paramento sacro, in ogni senso possibile.
Renovatio 21 vuole pubblicare le foto che seguono per offrire ai propri lettori una visione di ciò che era la Chiesa prima che arrivasse lo tsunami del Concilio il quale, come potrete vedere, non ha debellato solo la teologia, la spiritualità, la sacralità, la liturgia, ma ha reso mondano anche l’aspetto esteriore del sacerdozio, dell’ordine religioso e persino dei fanciulli.
Da quel momento in poi, la Chiesa visibile ha smesso di essere qualcosa di bello, di Sacro, di raggiante

Nelle foto che seguono si respira un senso di ordine, di gioia, di bellezza e di siderale separazione dalle logiche del mondo, dai costumi e dalle idee di ciò che esce fuori dal reticolato cristiano.
Nelle foto che seguono si respira un senso di ordine, di gioia, di bellezza e di siderale separazione dalle logiche del mondo, dai costumi e dalle idee di ciò che esce fuori dal reticolato cristiano.

Le suore che vedete, agghindate con enormi veli ed enormi cappelli erano per la maggior parte appartenenti all’Ordine delle Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli, dette anche «suore cappellone» per via della grossa «cornetta» che portavano in testa rassomigliante ad un cappello.

Il loro caritatevole servizio era a favore degli orfani e dei senzatetto, quando ancora l’assistenza sociale era cristiana poiché dal Cristianesimo stesso nasce l’idea della cura per i più deboli e i più indifesi. Dopo il Concilio, Papa Paolo VI ordinò che i loro abiti e i loro copricapi fossero semplificati ed ammodernati, quindi non più ispirati all’antico costume delle contadine di Piccardia, dove la congregazione nacque nel 1663.
Papa Paolo VI ordinò che i loro abiti e i loro copricapi fossero semplificati ed ammodernati

I primi grandi lazzaretti in cui venivano assistiti i moribondi erano gestiti da ordini di suore e da ordini di frati, molto spesso carmelitani o francescani
Non a caso, i primi grandi lazzaretti in cui venivano assistiti i moribondi erano gestiti da ordini di suore e da ordini di frati, molto spesso carmelitani o francescani. Nelle foto potrete vedere suore che si prendono cura degli anziani, con quella che è la più grande di tutte le medicine: la carità cristiana, la stessa che il Buon Samaritano utilizzò con il moribondo calpestato da tutti.

Si parla tanto di «cure palliative», senza però ricordare che il termine «palliativo» oggi tanto in voga deriva dall’episodio in cui San Martino si privò di un pezzo del suo mantello, del suo palio, appunto, per donarlo ad un poverello infreddolito
Oggi, aziendalizzato il sistema della cura sanitaria e dell’assistenza alla persona, estirpate le sue radici cristiane, il mondo della medicina avanza sempre di più, mentre le tecniche scientifiche si aggiornano ed evolvono continuamente, bypassando però il concetto del «prendersi cura» conosciuto ed iniziato dalle opere di carità cristiana e perseguendo, senza limiti di morale e di etica, il mito di Prometeo.
Si parla tanto di «cure palliative», senza però ricordare che il termine «palliativo» oggi tanto in voga deriva dall’episodio in cui San Martino si privò di un pezzo del suo mantello, del suo palio, appunto, per donarlo ad un poverello infreddolito riassumendo così la profondità della Cura in tutta la sua essenza.

Le scuole, gli asili e gli orfanotrofi venivano creati dalla Chiesa
Prima della «grande primavera» della Chiesa Cattolica le stesse scuole, gli asili e gli orfanotrofi venivano creati dalla Chiesa, che attraverso religiosi e religiosi si prendeva cura della crescita e dell’educazione dei bambini. Nelle foto sottostanti si possono infatti notare innumerevoli bambini e bambine, molti dei quali probabilmente orfani di guerra, accompagnati da frati o suore.

Potrete scorgere l’ordine e la bellezza di questi fanciulli, che di fatto sono i nostri nonni, quelli che hanno fatto la storia del nostro Paese. Notate le differenze nella cura dell’aspetto esteriore: i maschietti sono maschietti, e le femminucce sono femminucce, senza rischio di doversi confondere. Non vedrete bambine mezze nude o senza la gonna; non vedrete bambini in jeans o con la cresta ai capelli.
I maschietti sono maschietti, e le femminucce sono femminucce, senza rischio di doversi confondere

In una foto vediamo una suora che in un orfanotrofio insegna ai bambini a pregare prima di coricarsi a dormire.
Una suora che in un orfanotrofio insegna ai bambini a pregare prima di coricarsi a dormire

In un’altra vediamo una dozzina di bambine, tutte vestite di bianco con la veletta in testa (il «velo muliebre»), che hanno appena ricevuto la Prima Comunione.

Il sacerdote che prega in ginocchio insieme ad una famiglia, probabilmente per invocare la benedizione sopra di essa e sopra le mura domestiche
E ancora: il sacerdote che prega in ginocchio insieme ad una famiglia, probabilmente per invocare la benedizione sopra di essa e sopra le mura domestiche.

Vediamo le Processioni del Corpus Domini, dove Cristo veniva esposto e venerato dalle città più grandi ai paesini di montagna più piccoli, dal Papa al parroco di campagna, con i bambini e le bambine che lanciavano i petali per tutte le strade in cui veniva portato in Processione il Santissimo Sacramento.
Le Processioni del Corpus Domini, dove Cristo veniva esposto e venerato dalle città più grandi ai paesini di montagna più piccoli, dal Papa al parroco di campagna, con i bambini e le bambine che lanciavano i petali per tutte le strade in cui veniva portato in Processione il Santissimo Sacramento

Vediamo i bambini inginocchiati, con le mani giunte in preghiera (quello che da Bergoglio è considerato quasi gesto d’infamia, fino a chiedere ad un bambino chierichetto di non tenere le mani congiunte) intenti a ricevere la Santa Eucarestia: educati, composti, ben vestiti, ordinati, belli.

La Santa Messa, quella di sempre, preconciliare, ove Cristo — e non l’essere umano — era al centro del Culto, dove il sacerdote dava le spalle al popolo e non a Dio, per elevare il gregge verso il Sacrificio che solo chi è alter Christus può compiere, era la culla della cristiana società, dove i figli si nutrivano alle Grazie del Padre, che tutto educa e tutto risolve
La Santa Messa, quella di sempre, preconciliare, ove Cristo — e non l’essere umano — era al centro del Culto, dove il sacerdote dava le spalle al popolo e non a Dio, per elevare il gregge verso il Sacrificio che solo chi è alter Christus può compiere, era la culla della cristiana società, dove i figli si nutrivano alle Grazie del Padre, che tutto educa e tutto risolve.

Oggi non troverete più nulla (o quasi) di tutto questo.
La chiesa moderna ha distrutto tutto, ha cancellato tutto ciò che di sostanziale e di bello si poteva cancellare.
La chiesa moderna ha distrutto tutto, ha cancellato tutto ciò che di sostanziale e di bello si poteva cancellare.
La sostituzione dell’Acqua Benedetta dalle acquasantiere con gel igienizzante è il riassunto di tutta la decadenza alla quale siamo stati sottoposti: decadenza spirituale, decadenza sociale, decadenza financo umana.
Guardare queste foto, immedesimarsi nella società pre-conciliare ci servirà a capire quanto «antico» e «moderno» siano due concetti sostanzialmente deboli rispetto a quello che queste immagini realmente ci mostrano, ovverosia la necessità di instaurare ciò che sa di eterno, di immutabile e, quindi, di incommensurabilmente bello.
Cristiano Lugli
Guardare queste foto, immedesimarsi nella società pre-conciliare ci servirà a capire quanto «antico» e «moderno» siano due concetti sostanzialmente deboli rispetto a quello che queste immagini realmente ci mostrano, ovverosia la necessità di instaurare ciò che sa di eterno, di immutabile e, quindi, di incommensurabilmente bello










Pensiero
Arriva la «scomunica marinata»?
Nel momento in cui il Vaticano bombarda 600 mila e più persone con lo scomunicone anti-FSSPX, diviene naturale rifugiarsi nei sonetti di Giuseppe Gioacchino Belli (1791-1863), che da romano vero conoscitore della Città der papa non poteva non aver trattato il tema nella sua poesia in vernacolo romanesco.
Havvi, ad esempio, Er cedolone der vicario, sonetto scritto il 22 aprile 1834, che bene illustra la minaccia di scomunica e le pene per chi trattiene i beni ecclesiastici. Si parla di un «cedolone», cioè un manifesto pubblico, affisso a Roma. Il cedolone era un avviso ufficiale del vicario del papa che imponeva, pena la scomunica, la restituzione dei beni di un sacerdote defunto. La scomuniica è quindi qui intesa come strumento di pressione burocratica e poliziesca.
La scummunica è uguale ar marfrancese,
Che tte penetra l’osse a la sordina,
E tte manna a fà fotte in men d’un mese.
Chi ssarà ll’animaccia ggiacubbina
Che nnun ridìi le cose che ss’è pprese,
Doppo der cedolon de stammatina?
Notare come, con sprezzo totale, il Belli paragona la scomunica al «marfrancese» – cioè alla sifilide – una malattia che agisce «a la sordina» (di nascosto) consumando da dentro l’individuo: il poeta vuole qui parlarci della devastante azione dello Stato Pontificio sulla vita interiore dei cittadini posti sotto la minaccia di essere scomunicati. «Animaccia ggiacubbina», era l’etichetta usata per indicare chiunque si opponesse all’autorità ecclesiastica, che oggi che li giacobini sono al comando dello Stato pontificio, suona buffissima.
L’espressione «sta ffresco» evidenzia la rassegnazione del popolo di fronte alla potenza ecclesiastica dotata della superarma scomunicante, il cui effatto megatonico sull’animo umano è ancora brandito con sicumera dal (già) Sant’Uffizio.
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Evvi poi un ulteriore sonetto del Belli riguardo al tema della scomunica. Si tratta di quello intitolato, appunto, La scummunica, scritto il 25 agosto 1825.
La scummunica inzomma è una parola
Che ddisce er Papa, e appena Iddio l’ha intesa,
L’ubbidissce ar momento, e vve conzola
Cór cacciàvve dar gremmo de la Cchiesa.
Abbasta una scummunica, una sola,
Pe’ sbattezzavve; e gguai chi sse l’è ppresa!
Pò vvenì Ggesucristo co’ la stola
A bbenedillo, bbutta via la spesa.
Domenica er Curato l’ha spiegata,
E ha detto: “Iddio ne guardi, si pprennete
La scummunica nata e mmarinata.
Un libbro, un c…., un scappellotto a un prete,
Un sputo, una scorreggia, una pissciata
Ve pò scummunicà cquanno volete.„
Nelle prime quartine si satireggia sul paradosso teologico: le gerarchie universali sono invertite: il papa comanda e Dio esegue cecamente. La scomunica diventa una formula magica o un atto burocratico a cui persino Nostro Signore deve «ubbidire al momento». Nemmeno Gesù Cristo in persona, scendendo sulla terra con tanto di paramento liturgico, avrebbe il potere di annullare la scomunica del papa. La grazia divina viene così sottomessa alla burocrazia eclesiastica.
Interessante l’elenco, messo in bocca ad un parroco durante l’omelia domenicale, dei motivi per cui si può essere scomunicati: leggere un «libbro» proibito, aggredire un sacerdote («un scappellotto a un prete»), così come atti di volgarità corporale: uno sputo, un peto, una minzione («una pissciata»). La lista grottesca serve ad indicare come all’epoca (solo all’epoca?) la Chiesa utilizzasse l’arma della scomunica in modo indiscriminato: la scomunica serviva a punire sia il dissenso intellettuale sia, volendo, i comportamenti triviali, riducendo un grave provvedimento spirituale ad uno strumento di sottomissione politica continua.
Tra i peccati qui listati non vi è, curiosamente, la consacrazione dei vescovi senza mandato.
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Vi è poi da rivelare al lettore cosa il poeta intenda con «scummunica nata e marinata»: si tratta di come il popolano, soggetto enunciante della poesia bellica, capisce l’espressione «scomunica Maranathà», ossia la scomunica usque Dominus veniet (tradotto letteralmente: «fino a quando verrà il Signore»), la forma estrema e permanente di sanzione religiosa utilizzata storicamente dalla Chiesa cattolica, inflitta per colpe considerate talmente gravi da non poter essere perdonate da nessuna autorità umana terrena. La rimozione della scomunica veniva rimandata direttamente al Giudizio Universale, lasciando il verdetto finale a Dio, con il colpevole colpevole escluso in modo perpetuo dalla comunità dei fedeli e dai sacramenti – una scappatoia di perdonanza terrena, dicono dalla regia, da qualche parte c’era comunque.
La scomunica Maranathà veniva riservata a reati eccezionali, come le eresie ostinate, le profanazioni estreme o i gravi crimini contro la figura del papa. Si trattava di una scomunica che poteva prevedere anche un preciso cerimoniale di maledizione, sempre presente nel pontificale romano, benché caduto in disuso praticamente già nell’età moderna, con rare eccezioni.
Interessante pure ricordare come, in epoca pre-codiciale – cioè antecedente al Codice di Diritto Canonico (Codex Iuris Canonici), promulgato nel 1917 da Papa Benedetto XV – chi ordinava vescovi senza mandato pontificio veniva semplicemente sospeso fino a dispensa – di fatto, ‘na bazecola. Anzi, la scomunica per la consacrazione illecita di vescovi è perfino successiva, è stata introdotta da Pio XII in risposta alle ingerenze del regime comunista in Cina, che oggi invece, nella Chiesa invertita, ordina i vescovi che gli pare senza incorrere in scomunica e ricevendo poco dopo, dopo un mezzo silenzio di qualche ora, la ratifica del Sacro Palazzo.
A questo punto ci chiediamo quanto vescovi, sacerdoti e fedeli FSSPX siano andati vicini alla scomunica marinata. La quale, sì, è sparita con l’arrivo del Codice, ma col Fernandezzo non si sa mai, magari resuscita pure quella per far danno ai mostri tradizionalisti.
Il cardinale orgasmologo infatti, in punta di diritto positivo assoluto, potrebbe usare le parole del sonetto belliano Li soprani der monno vecchio (21 gennaio 1831), rese immortali dal Marchese del Grillo del democristiano Alberto Sordi.
C’era una vorta un Re cche ddar palazzo
Mannò ffora a li popoli st’editto:
“Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo,
Sori vassalli bbuggiaroni, e zzitto.”
Eccoci che torniamo alla grande saggezza del poeta vernacolare, che visse i suoi 72 anni sotto sei papi, descrivendo una città sordida e in abbandono, di plebi tra le più incolte d’Italia, dove il papa era anche temuto, ha scritto un critico, «come capo della fatiscente società del putrido Stato pontificio».
I tempi sono cambiati, o forse, nella Rroma eterna e nelle sue cloache umane, no.
Anvedi.
Roberto Dal Bosco
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Immagine di Dipietroff via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
Pensiero
Peter Thiel: Benedetto XVI «credeva di vivere negli ultimi tempi»
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Palantir Founder Peter Thiel makes his first appearance on South Park, mocking his recent lectures in San Fransisco on the Antichrist pic.twitter.com/8leMiG4IBV
— HOT SPOT (@HotSpotHotSpot) October 16, 2025
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Pensiero
Ecône e il vero ordine mondiale
Quando lo ho compreso, imbottigliato nel traffico, mi è scappata una risata. Sì, avevo finalmente visto l’Europa Unita. In Svizzera. In realtà, avrei capito poi, era persino qualcosa di più, era il mondo unito, o perfino oltre: era il vero ordine cosmico che si manifestava, tuonando e pregando, dinanzi a me e alla storia.
La mattina del primo luglio ero, ovviamente, ad Econe per le consacrazioni dei vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X, la realtà dentro la quale sto crescendo i miei figli.
Ecône è considerata la sede della FSSPX, perché vi, adagiato sulla montagna che scende con dolcezza verso la valle verde e calmissima, il seminario internazionale creato da monsignor Lefebvre. Vi è in pratica una sola superstrada che attraversa il Canton Vallese, e quel giorno, alle sei della mattina, era già intasata. Vi era una fila infinita di macchine con ogni sorta di targa: c’erano le station wagon francesi, c’erano i pulmini tedeschi, e ancora auto spagnole, svedesi, ceche, britanniche, olandesi, belghe, slovacche – e italiane, chiaro. Gli americani, si suppone, erano quelli che le corriere scaricavano in grande copia. Più tardi avrei veduto anche brasiliani, messicani e africani.
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Ho, senza rendermene conto, riso: eccotela l’unione europea, eccoti le nazioni unite. Solo basate sul contrario di quello su cui sono basate le istituzioni che portano questi nomi – basate cioè su Gesù Cristo. Ho sorriso pensandoci: i democristiani che azzardano con timidezza riguardo le radici cristiane dell’Europa, negate a Brusselle, dovrebbero vedere questo ingorgo fedele, dove ci sono non solo le radici, ma anche il tronco, i rami, le foglie, i fiori, i frutti.
Usciti dalla coda (dopo aver incontrato ad ogni rondò un giovane volontario FSSPX in pettorina fluorescente che dispensava direttive per il parcheggio), diretti a piedi verso il grande prato delle consacrazioni, l’effetto diventa ancora più evidente: l’albero della Fraternità, cioè di ciò che rimane della Chiesa vera, è fatto di famiglie, famiglie stupende.

Le famiglie felici, diceva Leone Tolstoj, si assomigliano tutte. È la verità: il maschio, spesso giovane, è in giacca e cravatta, magari con un elegante cappello di paglia in testa, mentre i figli – in genere quattro o più – gli corrono biondissimi innanzi, sotto lo sguardo attento della madre, che, fasciata in un tipo di mise che qualcuno chiama lefebvrian-hippy-chic (cioè vestito leggero lungo con stampa, apparentemente spensierato e al contempo estremamente femminile, materno. Va anche aggiunto: le persone in sovrappeso sono pochissime. Persone con sguardo triste praticamente non ci sono.
È una pianta viva, vitale, sana, rigogliosa. La sua energia, moltiplicata a migliaia, è travolgente.
Ho passato buona parte delle sei ore di cerimonia di consacrazione a pochi metri dall’altare, dove avevano messo, invisibile a tutti, un gabbiotto per la stampa. Se dico «gabbiotto» è perché in effetti era una vera prigione per i giornalisti – sì, una razza infida: conveniamo – accreditati. In pratica si era a poche file di suore di distanza dall’altare, ma non si poteva uscire: se beccavano un giornalista sul prato, i ragazzotti bénévoles, frutto dell’esercito elvetico dove militano almeno 20 giorni l’anno, lo rimandavano indietro scortato.
«On se sent controllés», mi ha sussurrato sardonica la vecchia inviata del giornale ultragoscista e rothschildiano Libération. Ho realizzato, tuttavia, che con questa precisione logistica e di sorveglianza, se volessero fare un golpe in Vaticano potrebbero compierlo in trenta minuti netti.
La cerimonia è durata più di cinque ore. La precisione liturgica, la ricchezza di paramenti sacri, la potenza del canto gregoriano che risuonava in tutta la valle, erano solo alcuni degli elementi che rendevano questa cerimonia come la più impressionante mai vista. Un sacerdote della Fraternità mi ha raccontato che, tra i riti perduti con il Concilio, c’è proprio quello della consacrazione dei vescovi, che ora nella Chiesa modernista è liturgicamente corrotto.

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C’è stato quindi un momento davvero metafisico, o meteocinetico, che ha colpito tantissimi – specie i non fedeli. A scriverne, paradossalmente, sono state solo testate «laiche» di fact-checker, che annusando quello che si scriveva in rete in diretta si sono buttati sul bizzarro caso.

Il celebrante, monsignor De Gallareta (il vescovo più anziano rimasto degli ordinati da monsignor Lefebvre) stava consacrando l’ostia. Il cielo da qualche minuto era divenuto nerissimo, e pareva di essere dentro una nuvola scura, e del resto siamo praticamente in montagna.
Ecco che quando il vescovo abbassa l’ostia dopo averla consacrata un tuono squarcia l’aria. Il fragore è potentissimo, scuote le ossa delle migliaia di persone. La portata simbolica della scena, con il cielo che urla nel momento più sacro di questa messa così importante, è innegabile, si innesta direttamente nella mente di chiunque.
Io stesso, che ero inginocchiato come altri giornalisti nel gabbiotto-stampa, ricordo di aver tremato. Cosa sta succedendo?
In verità c’era chi stava messo peggio di me. Il tizio di una celeberrima agenzia stampa internazionale, che se ne stava seduto lì a fianco a gambe incrociate, si gira e mi guarda sconvolto: era in cerca, anche da uno sconosciuto, di una spiegazione a ciò che aveva appena vedute. Io, sempre genuflesso, mi sono limitato ad assentire in silenzio, beffardo ed anche soddisfatto, guardandolo di sottecchi per un attimo: «caro mio, benvenuto laddove il Cielo è qualcosa di concreto, e il Cielo reagisce alla Terra. Il Cielo e la Terra sono legati. Il Cielo e la Terra sono ordinati. Benvenuto nella realtà». Era il sottotitolo invisibile che, spero, abbia recepito.
A quel punto si è scatenata una tempesta immane. Pioggia a catinelle, che rimbalzava sul tendone principale e scendeva a cascate sulla sala stampa, obbligando quanti avevano telecamere e macchine fotografiche a spostarsi di colpo. Qualche giornalista fedele resta inginocchiato in mezzo all’acqua, come l’inviata di LifeSite che si inzuppa il gonnellone in maniera irreparabile.

Consacrazione vescovi FSSPX, 1 luglio 2026 pic.twitter.com/9HLHEUHqhy
— Renovatio 21 (@21_renovatio) July 17, 2026
La cerimonia doveva quindi prevedere la comunione per i 17.000 fedeli partecipanti, ma, con quel tempo avverso, non era possibile. Si è deciso così di procedere con un rosario, che parte cantato da preti, suore e masse di fedeli. Monsignor De Gallareta sta seduto sul trono, irradiando un misto di concentrazione e forza, una gravitas, come mai ho visto prima.
«Ave Maria, grazia plena / dominus tecum…»
Consacrazione vescovi FSSPX, 1 luglio 2026 pic.twitter.com/xqKM7l2sEe
— Renovatio 21 (@21_renovatio) July 17, 2026
Mi affaccio a guardare le migliaia di fedeli sul prato. Pochissimi sono andati a rifugiarsi nei tendoni preparati per il pranzo. La totalità è rimasta ferma dov’era, inginocchiata nel fango. I fedeli FSSPX non mollano la barca nella tempesta. Questo è il primo significato, direttamente evangelico, che viene alla mente guardando la scena. Esso spiega tutto, illustra tutto, riassume tutto.
Dal Vangelo secondo Matteo (8, 23-27) «Entrato poi nella barca, lo seguirono i suoi discepoli. Ed ecco sollevarsi una tempesta tanto grande che la barca era coperta dalle onde; e siccome egli dormiva, i discepoli gli si accostarono e lo svegliarono, gridando: “Salvaci, o Signore, che siam perduti!”. Gesù disse loro: “Perchè temete, uomini di poca fede?”. E, alzatosi in piedi, comandò ai vènti e al mare, e subito si fece una gran calma. Del che meravigliati, tutti dicevano: “Chi è costui, al quale ubbidiscono anche i vènti e il mare?”».
I fedeli della Fraternità hanno fede nei comandi di Gesù, e nella sua potenza reale.
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Quando finisce il rosario, ecco che la bufera si placa completamente. Partono i sacerdoti per tutto il pratone per dare la comunione al popolo. Il terreno non sembra nemmeno troppo fangoso. Qualcuno, poi, mi ha detto: il Cielo ha voluto quel rosario per ricordarci della Santa Vergine. Che, in effetti, è diventato uno dei punti di contesa con la Chiesa di Fernandez, che l’ha privata, sulla strada della protestantizzazione slatentizzata, del titolo di «corredentrice».
Poco dopo, quando ancora i vescovi stanno eseguendo le ultime parti del rito, il bel tempo arriva. La burrasca è davvero finita. Quando i discendenti degli apostoli escono benedicenti fra la folla il tempo è sereno, è persino caldo.
A fine pomeriggio, durante i vespri, il neovescovo americano Michael Goldade fa una breve omelia. Il sole splende, e gli occhi di questo ragazzo del Kansas brillano pure, nello zelo e in quello che amo chiamare «sorriso lefebvriano» (guardatevi le foto del monsignore, e dei suoi vescovi: sorrisi più autentici non ne troverete).
Monsignor Goldade fa una breve omelia di lucidità assoluta.
New SSPX bishop +Michael Goldade preaching at Vespers:
If the Catholic Church in her Tradition brings forth life, the modernist church is a desert that kills everything that it touches
It kills the supernatural life, the sources of grace & has placed man in the place of God. pic.twitter.com/TaO9hKgEIq
— Michael Haynes 🇻🇦 (@MLJHaynes) July 1, 2026
«Quando si contemplano queste magnifiche cattedrali, si scorgono rappresentazioni artistiche della vita: viti, vegetazione, acqua che scorre. Non si tratta semplicemente di elementi naturali, ma di simboli della vita soprannaturale che ci giunge attraverso la Chiesa cattolica (…) Se la Chiesa cattolica, nella sua Tradizione, genera vita, la Chiesa modernista è un deserto. Uccide, uccide tutto ciò che tocca, uccide la vita soprannaturale, distrugge le fonti della grazia, fa appassire ogni cosa. Perché? Perché ha posto l’uomo al posto di Dio e si è così allontanato dalle fonti stesse della vita».
La potenza divina della vita mi è stata chiara guardando queste migliaia di famiglie stupende, da ogni parte del globo terracqueo, che perseverano nonostante possano piovere su di esse, e sulla propria progenie, tempeste e scomuniche.
Mi è subito evidente la valutazione politica da fare: lo Stato moderno non dispone, e non può disporre, di simili cittadini, e questa è esattamente la sua condanna, la ragione della sua inevitabile disintegrazione. E quindi, lo Stato del futuro, lo Stato che agisca come garante della continuazione della vita umana, non può che essere uno Stato cristiano.
In assenza di un simile popolo, ogni tentativo di creare consorzi nazionali ed internazionali è destinato a fallire nella miseria e nella morte.
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L’ulteriore considerazione da farsi è di carattere metafisico. Quello a cui ho assistito è, in orizzontale e in verticale, la vera religione. La parola, lo sapete, viene dal latino religare, «legare strettamente», cioè «rilegare». Per alcuni la religione rilega, sul piano terrestre, le genti, unendole. Altri, più mistici, ritengono che la parola esprima il vincolo di unione e dipendenza tra l’essere umano e il divino, tra Cielo e la Terra.
Ecco, le genti di tutta la Terra, unite fra loro, unite al Cielo, che parla loro, agisce nelle loro vite, dentro ad un rito, cioè, secondo la radice indoeuropea réi, al principio dell’ordine. Ecco la religione, l’unica vera.
Ecco il vero ordine mondiale. Ecco il vero ordine cosmico. Come in Cielo così in Terra.
E così sia.
Roberto Dal Bosco
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