Pensiero
La Scienza era una cosa seria. («Sciur dutúr a g’ho un dulúr!»)
Da quando 2 anni fa è stato dichiarato lo stato di emergenza – stato che ogni giorno di più converge verso uno stato di eccezione – abbiamo assistito alla nascita di una nuova retorica da parte del potere. Anzi, più che di una novità, si tratta di un ritorno alla concezione della Scienza pre-illuminisitico.
Il potere politico giustifica la limitazione delle normali libertà costituzionali, facendo sponda sul parere di presunti gruppi di «esperti» e «scienziati».
Con l’aiuto della stampa mainstream – che ha il compito di non porre mai le domande giuste al momento giusto – è stata ricostruita una vecchia immagine della Scienza: la concezione della Scienza che viene spacciata dal nuovo regime orwelliano è un ritorno all’antica reverenza dell’auctoritas da parte della cultura contadina.
La concezione della Scienza che viene spacciata dal nuovo regime orwelliano è un ritorno all’antica reverenza dell’auctoritas da parte della cultura contadina
Già, perché quando ogni giorno sentiamo usare sui media l’argomento che suona come «io sono un laureato in materie scientifiche, tu no» constatiamo che questi presunti «scienziati» pretendono di farci subire tale prospettiva pre-scientifica, una prospettiva contadina, appunto, dove le persone in condizioni di minorità non dovevano fare altro che fidarsi del figlio del mugnaio che aveva studiato in città.
Ce lo dicono tutti i giorni: noi saremmo in uno stato di minorità, che secondo la definizione di Kant consiste nell’incapacità di servirsi della propria intelligenza senza la guida di un altro (quello che, a differenza dei sorci di campagna, ha preso una laurea cittadina).
Questo è ormai l’argomento retorico preferito delle virostar; chiunque segua occasionalmente i talk show se ne sarà certamente accorto.
In questo preciso copione stucchevole i giornalisti mainstream hanno il compito di fare da spalla al laureato di turno – improvvisatosi premio Nobel de’ noantri – che dà del coglione a chiunque dissenta. Non di rado si tratta anche di colleghi parimenti titolati, anche se la stampa di regime preferisce tendenzialmente organizzare il contraddittorio con casalinghe raccattate a Roswell.
È allora opportuno ricordare in che cosa consiste il metodo scientifico e vedere la pessima formazione che dimostrano ogni giorno la maggior pate di questi presunti «esperti».
Noi saremmo in uno stato di minorità, che secondo la definizione di Kant consiste nell’incapacità di servirsi della propria intelligenza senza la guida di un altro (quello che, a differenza dei sorci di campagna, ha preso una laurea cittadina)
Il metodo scientifico consiste nella capacità di formulare ipotesi che non siano falsificate dai fatti. Se un’ipotesi o un modello esplicativo entra in contraddizione coi fatti (falsificazione) o genericamente in contraddizione con se stesso, allora significa che quel modello è falso, e va corretto o scartato.
Dunque, in sostanza, possiamo dire che la bravura di uno scienziato consiste nella capacità di costruire sistemi per spiegare la realtà che siano immuni da contraddizione. Questa è la base (falsificazionismo) di tutta l’epistemologia contemporanea, di cui tralasciamo ora tutti gli sviluppi.
Per tale motivo qualsiasi scienziato con due rudimenti di epistemologia (la scienza che studia il metodo scientifico stesso) sa che ben prima dell’autorità derivante dal titolo di studio vi sono la logica e la matematica.
Uno scienziato come Max Planck, queste cose le sapeva benissimo. Così come le sapevano benissimo tipetti piuttosto svegli come Karl Heisenberg, Kurt Gödel, Erwin Schrödinger etc.
Ma, constatiamo, non le sanno gli scienziati improvvisati che pontificano in televisione.
Qualsiasi scienziato con due rudimenti di epistemologia (la scienza che studia il metodo scientifico stesso) sa che ben prima dell’autorità derivante dal titolo di studio vi sono la logica e la matematica
Un’affermazione di un laureato in Medicina è scientificamente vera a condizione che rispetti la logica e la matematica; quindi – se proprio volessimo essere pedanti – ciò che viene affermato da un medico dovrebbe essere vagliato da qualche esperto in logica e matematica. Anche quando questi parlasse di statistiche circa l’efficacia di molecole per curare la dissenteria, magari quella provocata dalle interviste che rilascia alla stampa.
Non ci risulta che nei talk show abbiano di abitudine convocato matematici. E non è un caso, perché un matematico non potrebbe far finta di non capire le statistiche del Ministero della Salute, nemmeno se venisse pagato in lingotti d’oro.
Per sfortuna dei «sciur dutúr» (come li chiamavano i contadini lombardi) che dispensano perle di saggezza sui media sotto direttiva della politica – l’uso della logica e della matematica non è appannaggio esclusivo dei professori della Facoltà di Filosofia o di Matematica, ma è intrinseco al funzionamento della mente umana (anche di quella divina, argomenterebbero alcune scuole di pensiero).
Dunque, quando un cittadino comune dichiara di trovare una contraddizione in quanto affermano un medico o mille medici, quella contraddizione va smontata oppure si deve correggere quanto affermato.
Lo slogan che sentiamo ripetere senza sosta «mi fido della Scienza» (e su cui il Partito Democratico ha fatto anche dei manifesti compiaciuti) denota una disarmante ignoranza del metodo scientific
Lo slogan che sentiamo ripetere senza sosta «mi fido della Scienza» (e su cui il Partito Democratico ha fatto anche dei manifesti compiaciuti) denota una disarmante ignoranza del metodo scientifico. Della Scienza non «ci si fida»; alla Scienza si chiede ragione, cioè da una comunità scientifica si deve pretendere che non sussistano contraddizioni logico-matematiche in quanto afferma e in quanto dispone a livello prassistico.
Il metodo scientifico –come si nota – non può essere democratico: se la maggioranza degli scienziati di una comunità scientifica si contraddicono, questo non evita alle loro posizioni di essere false. Anche quando ad accorgersene fosse una sparuta minoranza.
Del resto che non basti una laurea in medicina per padroneggiare il principio di non contraddizione lo si capisce dall’adesione di migliaia di medici all’obbligo vaccinale contro il COVID e, a breve, al terzo richiamo.
Perché i medici si sono fatti obbligare a fare il vaccino anti-COVID quando questo obbligo non sussiste per i panettieri?
Per proteggere i pazienti degli ospedali, è la motivazione ripetuta dai medici stessi. Insomma, un medico avrebbe subito l’obbligo di vaccinarsi contro il COVID ( e a breve dovrà subire anche la terza dose) perché deve evitare di contagiare i suoi pazienti.
La vaccinazione dei medici non solo è in contraddizione con lo scopo dichiarato ( non contagiare i pazienti), ma è talmente in contraddizione da essere peggiorativa per raggiungere lo scopo
Ecco, questo è un esempio di mancato uso della logica, cioè del principio di non contraddizione. Uno scenario demenziale.
Essendo infatti risaputo – anzi, essendo, oggi, certo – che un vaccinato rimane contagiabile e contagioso, usando la razionalità scientifica, ai medici avrebbero dovuto imporre l’obbligo di effettuare tamponi frequenti per escludere di essere portatori asintomatici del COVID ai loro pazienti.
In altre parole, la vaccinazione dei medici non solo è in contraddizione con lo scopo dichiarato ( non contagiare i pazienti), ma è talmente in contraddizione da essere peggiorativa per raggiungere lo scopo: infatti un medico vaccinato sarà percentualmente più asintomatico, quindi –se prende il COVID – non se ne accorgerà nemmeno prima di andare in corsia.
Pertanto, dalle premesse dichiarate (non contagiare i pazienti), non seguono le conclusioni (vaccinarsi anziché tamponarsi). Siamo di fronte ad una palese contraddizione, appunto.
E abbiamo che i parenti dei pazienti per entrare all’ospedale o al pronto soccorso devono sostenere un tampone seduta stante, mentre il personale sanitario che lavora all’ospedale deve sostenere tamponi con una frequenza ben inferiore.
Un medico che scelga di vaccinarsi può dire di farlo per interesse personale, ma non per il bene del paziente. Poiché, in base alla premesse, per tutelare il paziente egli dovrebbe innanzitutto sottoporsi a frequenti tamponi. Di queste contraddizioni nella gestione della pandemia ce ne sono a centinaia
Come si vede da questo esempio, avere conseguito una laurea in medicina non esclude di essere un «idiota».
«Idiota» è l’espressione più calzante; come altro si potrebbe definire una soggetto che dice di voler spegnere un incendio ma sceglie di usare un secchio di benzina anziché uno d’acqua? Tecnicamente, un «idiota». In latino, dice la Treccani, «idiota significava “incompetente, inesperto, incolto”», tuttavia è anche interessante l’etimo greco idiótes. voleva dire «voleva dire “uomo privato”, in contrapposizione all’uomo pubblico».
Un medico che scelga di vaccinarsi può dire di farlo per interesse personale, ma non per il bene del paziente. Poiché, in base alla premesse, per tutelare il paziente egli dovrebbe innanzitutto sottoporsi a frequenti tamponi. Di queste contraddizioni nella gestione della pandemia ce ne sono a centinaia.
E non sono contraddizioni irrilevanti, perché su di esse si fondano addirittura numerose limitazioni ai diritti costituzionali.
«È difficile far capire qualcosa ad un uomo se il suo stipendio dipende proprio da questo suo non riuscire a capire» Upton Sinclair
In conclusione, dunque, dal fatto che un laureato – magari anche con mansioni dirigenziali importantissime – possa essere pacificamente un «idiota» se ne può accorgere anche un ortolano, un maestro di musica o un ingegnere meccanico; perché l’uso del principio di non contraddizione è prerogativa di qualsiasi essere umano. Ma di questo si era già accorto Kant qualche tempo fa.
Diremo, anzi, che non di rado il livello di idiozia a cui assistiamo sembra così incredibile che non può non venire qualche dubbio; e ci torna alla memoria quanto diceva lo scrittore americano Upton Beall Sinclair:
«È difficile far capire qualcosa ad un uomo se il suo stipendio dipende proprio da questo suo non riuscire a capire».
Gian Battista Airaghi
Geopolitica
L’Europa verso la guerra contro la Russia. Senza USA e NATO
La sensazione che abbiamo, a questo punto, è che si prepara uno scontro cinetico, di proporzioni ora non calcolabili, tra i Paesi del blocco europeo e la Federazione Russa.
Non disponiamo di informazioni di Intelligence, ma abbiamo capacità di unire i puntini, e di annusare l’aria del tempo. La quale, da ambo le parti della nuova cortina di ferro, odora di guerra.
Partiamo dalla più pazzesca sentenza della Corte UE, che la settimana scorsa ha sentenziato che in nessun modo si possano condividere i contenuti di Russia Today (RT), canale televisivo e testata governativa del Cremlino. Gli eurogiudici d’un colpo spazzano via le Costituzioni dei Paesi membri (tipo la Carta della Repubblica Italiana, articolo 21), ma anche le regole europee, che si sdilinquivano nei decenni riguardo la pluralità d’informazione necessaria al cittadino sincero-eurodemocratico per farsi un’opinione corretta del mondo.
La sentenza, che non ha precedenti, non ha trovato nessuna resistenza nella stampa nostrana (quella che gridava alla minaccia costituita da Berlusconi per la libertà di parola e per la democrazia) e nei suoi organi sindacali, nonché nella politica, con elementi del partito post-missino al governo che esultano.
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Il lettore capisca che con questo primo passo è chiaro che verranno a bussare a testate come Renovatio 21, per farci chiudere o persino peggio, e che potrebbe capitare anche a singoli utenti dei social le cui idee sulla politica estera non siano allineate. Siamo decisamente in ambito non solo totalitario, ma di assetto bellico – la situazione in cui per prima cosa si blocca la propaganda del nemico.
Come riportato da Renovatio 21, il blocco censorio imposto su RT è risalente, con le TV (la cui popolarità in Paesi come gli USA e la Germania era piuttosto alta) oscurate come il sito internet, reso irraggiungibile anche dall’Italia. Non che vi siano contenuti spaventosi: per lo più, si tratta di una raccolta di sintesi di articoli di testate mondiali, in particolare occidentali, che certo può essere in linea con il pensiero di Mosca, ma resterebbe al lettore, in democrazia, cosa pensarne.
Non c’è da prendere alla leggera questo ulteriore, oltraggioso, anticostituzionale giro di vite contro il medium governativo russo. L’odio nei suoi confronti è sfociato in attentati veri e propri contro la vita della sua direttrice, Margarita Simonyan, che si è vista droni kamikaze ucraini lanciati a pochi metri dalla casa di famiglia a Mosca e a Sochi, così come sono stati sventati complotti per assassinarla.
La Simonyan, vedova di recente (il marito era il regista Tigran Keosayan, celebre in patria), è una star dell’opinione pubblica russa, ospite fissa nella popolarissima trasmissione di Vladimir Solovev (in Italia molto controverso per gli insulti al premier italiano ed altro). Tra il 2022 e il 2023 divenuta oggetto di sanzioni UE per essere «una figura centrale della propaganda del governo russo». Dicono sia molto vicina a Putin. Di più: conosce il sistema mediatico occidentale, perché ha studiato negli USA. Forse per questo qualcuno, nello Stato profondo europeo, vuole imbavagliarla – o peggio?
Il segnale che registriamo è che, con droni, forclusioni internet e sentenze giudiziarie vogliono fermare la voce del Cremlino. Appunto, come fosse, ufficialmente, il nemico.
Non si tratta dell’unica cosa che compone il tetro disegno all’orizzonte.
Abbiamo sentito negli scorsi giorni un Putin particolarmente duro contro «gli istigatori» di Kiev. Quello che accade è semplice da capire: il regime Zelens’kyj sembra aver alzato il tiro, moltiplicando le devastazioni dei droni contro i civili. In particolare, la Russia è rimasta sconvolta dal massacro al dormitorio femminile delle scorse settimane.
Il limite, per il presidente russo, pare superato. Specie pensando che la fornitura di tali armi di morte viene procurata dagli europei senza alcuna pudicizia. Non considerare l’Europa come parte in causa nei massacri di cittadini russi, a questo punto, richiede davvero un bello sforzo. Uno sforzo che Mosca fa sotto la deterrenza dell’articolo 5 della NATO: attaccasse qualsiasi fabbrica di droni, o convoglio di fornitura d’armi in territorio dei Paesi del Trattato provocherebbe la guerra della più grande alleanza militare della Storia contro la Russia. Una prospettiva sulla quale, con evidenza, Putin non si è voluto arrischiare. Almeno fino ad ora.
Perché qui captiamo altri segnali. Il portavoce del Cremlino, Demetrio Peskov, che poco fa esce con una dichiarazione di non facilissima comprensione sulla «posizione coerente di Trump» nei riguardi dell’Ucraina. Ma come? Gli USA continuano a fornire missili ed altro a Kiev… al punto che il biondo della Casa Bianca scherza sull’insegnare agli ucraini a costruire i Patriot. Scusate, ma non era Trump che aveva promesso di finire la guerra in 24 ore, per poi non riuscirci in alcun modo?
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Sì. Renovatio 21, aveva annotato anche quello che sembrava un evidente irrigidimento di Mosca negli scorsi giorni, con Lavrov e Putin che dichiaravano di fatto l’inutilità del meeting di Anchorage del ferragosto 2025.
E invece ecco che il 4 luglio Trump chiama Putin, ed ecco che partono gli elogi: al punto che il presidente russo dichiara dell’importanza della «responsabilità speciale» nella cooperazione tra le due superpotenze atomiche per la sicurezza globale.
Cosa è successo? Non lo sappiamo, ma crediamo di aver ben presente cosa piaccia tremendamente al russo: un mondo senza NATO. Una prospettiva, come sa il lettore di Renovatio 21, non impossibile sotto Trump, forse il primo vero presidente della piccola tradizione dei NATO-scettici americani.
E quindi, stiamo dicendo che Trump avrebbe promesso a Putin lo smantellamento della NATO? Non abbiamo nessuna informazione in merito ovviamente, ma ciò spiegherebbe perché improvvisamente il Cremlino sembra indicare una possibile punizione per i fiancheggiatori di Kiev. Al contempo, ciò spiegherebbe il teatrino di Trump contro la Meloni che ha scioccato la politica italiana nello scorso mese, e pure gli insulti all’Europa «Terzo Mondo» di poche ore fa.
Donald sta, essenzialmente, forsennando la piattaforma. Sta rendendo la NATO invivibile: chiede più soldi dagli alleati (con la voce per cui si arriverà alla richiesta del 5% del PIL per la Difesa dei Paesi atlantici), si lamenta per la mancanza di supporto per Ormuzzo, e ancora più provocatoriamente torna a reclamare la Groenlandia, tema che, come abbiamo visto, lo pone in antitesi totale con i Paesi europei e NATO, al punto che in passato abbiamo immaginato che sia un sistema per scompaginare gli atlantici.
Rebus sic stantibus, seguendo il nostro ragionamento, ci troveremo dinanzi alla prospettiva concreta di una guerra tra Europa e Russia, dove la prima non godrebbe dell’ombrello NATO né di quello americano, mentre la seconda, chissà, potrebbe coinvolgere la Cina: Pechino fa buoni affari con il Vecchio Continente, ma vederlo ancora più sottomesso potrebbe renderli ottimi.
Ora, non si tratta solo di Putin. Abbiamo visto come gli euroburocrati siano serissimi sulla questione del riarmo, una parola che fino a pochi mesi fa era un tabù assoluto. Ripetiamolo: il solo fatto che la Germania si stia rimilitarizzando (con le industrie già allineate: niente più auto, ma cannoni) rappresenta di per sé la fine della NATO, che era stata creata per «tenere gli europei dentro, i russi fuori, i tedeschi sotto».
Le dichiarazioni bellicose degli ufficiali tedeschi, in primis il ministro della Difesa Boris Pistorius, oramai si sprecano, al punto che qualcuno fa il conto alla rovescia: quanto manca a che divenga mainstream la nostalgia della Wehrmacht hitleriana? Quando Merz dice che la Germania sta tornando ad avere ancora una volta il primo esercito d’Europa, implicitamente sta rievocando la possanza militare del Terzo Reich – i cui simboli, al momento proibiti in terra tedesca, sono di già presenti ad abundantiam nelle milizie ucraine sostenute ed armate dagli occidentali.
E quindi, ambo le parti sembrano oramai pronti al conflitto diretto, fisico, «cinetico, come si dice in gergo. Cioè: devastazione e morte.
Come può andare a finire lo dobbiamo immaginare: nessuno, in Europa, è pronto ad affrontare la prima superpotenza nucleare planetaria, che ha un inventario stimato di circa 5.459 testate nucleari complessive. Non solo: la guerra ucraina ha mostrato le capacità russe in fatto di produzione militare (munizionamento, etc.) e di logistica.
E poi: dimentichiamo che con la tecnologia ipersonica qualsiasi punto d’Europa può essere colpito da un missile russo, con testata a piacere?
Dimentichiamo che la Russia in questi quattro lunghi anni (più di quanto è durata per i russi la Seconda Guerra Mondiale, che chiamano Grande Guerra Patriottica) ha sviluppato capacità tattiche immense, ad esempio nella guerra urbana e soprattutto riguardo all’uso di droni?
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Gli europei sembrano non ricordare nemmeno la disposizione al sacrificio dei russi, che nell’ultimo conflitto globale hanno messo sul piatto una ventina di milioni di morti, riuscendo comunque a vincere e portarsi a casa mezza Europa.
No, i vertici europoidi non hanno imparato niente, né dalla storia né dal presente, ed è difficile capire perché. Sappiamo cosa guida la russofobia americana: l’odio multigenerazionale dei neocon, cioè in ultima analisi degli ebrei emigrati dagli shtetl, per lo Zar e la sua reincarnazione – un argomento del qualesi parla sempre più apertamente, come fa Tucker Carlson.
Per l’Europa è diverso: non ci sono ebrei, apparentemente, nelle stanze dei bottoni. Ci sono democristiani (specie a Berlino), ma anche Verdi, conservatori, laburisti, socialisti, post-fascisti (in Italia)… eppure tutti posseggono, sull’orco russo e la sua presunta minaccia, una posizione intercambiabile.
Lassù in alto, ci sono, probabilmente, dei massoni. Questo può spiegare tante cose: in primis la volontà di distruggere un Paese cristiano che mantiene protetta la maggioranza europea («bianca»), cioè un esempio del contrario di quello che voleva l’ideale europeista del conte Coudenhove-Kalergi.
Di più: un ordine diramato da un ente segreto può spiegare il mistero, mai davvero analizzato dai nostri intellettuali e giornalisti, dell’inversione di rotta su Putin: tutte le amministrazioni avevano con Vladimir Vladimirovic rapporti diretti e calorosi. È il caso della Germania con il socialista Schroeder. In Francia, i rapporti eran eccellenti con Macron (certo, prima delle questioni nell’Africa occidentale…) così come lo erano con i predecessori, come Sarkozy. Abbiano negli occhi ancora le immagini, davvero belle, delle Olimpiadi di Londra 2012, quando Putin si presenta alle finali del judo al fianco del premier britannico David Cameron.
Il discorso va moltiplicato per l’Italia, perché l’amicizia tra Putin e Berlusconi era qualcosa di vero e solido, anche dal punto di vista del legame economico creato tra i nostri Paesi. Torniamo a chiederci perché, nonostante i festoni di ricevimento riservati al presidente russo quando (spesso) veniva in Italia, non sia saltata fuori una foto insieme a Giorgia Meloni, che per il Silvio è stata ministro della Gioventù.
Tutti questi Paesi sono passati dai rapporti cordiali con Putin, l’uomo che aveva salvato la Russia dal collasso tenendo lontanissime le ombre di un ritorno all’impero sovietico, all’isteria patologica demonizzante che vediamo oggi. Non un cambiamento naturale. E allora, chi ha dato l’ordine? A questo punto è quasi inutile chiederselo.
Perché, il lettore di Renovatio 21 lo sa, in Russia da qualche anno avanza la teoria secondo cui la cosa giusta da fare geostrategicamente è un attacco contro un paese europeo. È la proposta del politologo Sergej Karaganov, che l’ha calibrata e spiegata oramai in tantissime occasioni. Non si tratta di una figura marginale: l’anno scorso lo abbiamo visto accanto a Putin allo SPIEF, il Forum economico annuale di San Pietroburgo, e abbiamo pensato che si trattasse di un segnale chiarissimo.
In pratica, sì, gli euroburocrati giocano con il fuoco atomico – e cioè con le nostre vite, con la nostra civiltà.
Ribadiamo di non capire come ciò sia possibile: fare i bulli senza poter chiamare il cuggino americano? Andare davvero allo showdown con un’iperpotenza militare che non solo è pronta alla guerra, ma che opera già in teatri cruenti da quattro anni?
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Parrebbe vada così, e si tratta del quadro più spaventoso a cui possiamo pensare. La palla, a questo punto, dovrebbe andare a quei (pochi) governanti europei che, a differenza degli europoteri occulti e non, non sono divorziati totalmente dalla realtà e dall’impulso di difesa della vita. Se Giorgia Meloni si ascrivesse a questa categoria, dovrebbe immediatamente prendere l’occasione e cavarsi – con attuale benedizione USA, che potrebbe durare ancora per gli anni di presidenza Trump – da NATO e UE, e così proteggere 60 milioni di italiani, e non solo loro.
Non è detto che Roma riesca, neanche questa volta, ad alzare la testa rispetto a questa inerzia di morte.
E le conseguenze potrebbero essere apocalittiche. Immaginate l’economia, la vita quotidiana durante una guerra moderna, con missili ipersonici e droni, e le atomiche oramai fuori dal tabù. Immaginatevi in un teatro di guerra, i ragazzi mandati al macello, i vostri figli piccoli che potrebbero non avere un futuro, tra fame e rovine. Pensate alla fine di tutto ciò che fate ed amate. Pensate all’inferno.
Perché abbiamo eletto solo persone che non riescono a realizzarlo?
Perché non abbiamo sopra di noi qualcuno che voglia difenderci?
Perché permettiamo alla Necrocultura di dominarci, e minacciare noi e i nostri figli?
Roberto Dal Bosco
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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0);
Pensiero
L’abisso del mondo moderno
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Pensiero
Elogio degli Stati Uniti, vera nazione
Gli Stati Uniti d’America compiono un quarto di millennio. Il 4 luglio 2026 segna ben 250 anni dalla Dichiarazione d’Indipendenza avvenuta nel 1776 a Philadelphia, quando il Secondo Congresso Continentale approvò il documento.
È una bella contraddizione: noi europei (ma anche, più sommessamente, i cinesi e i giapponesi…) accusiamo gli americani di non aver storia, eppure si tratta di uno degli Stati più antichi del pianeta, sicuramente una Repubblica antica: sono più vecchie solo San Marino (301 d.C.) e la Svizzera (1291), non esattamente dei contendenti della possanza storica di Washingtone.
L’Italia, quanti anni ha? La Repubblica italiana ha 80 anni. Il Paese nel senso dell’«Italia unita» seguita dalle guerre massoniche ottocentesche ne ha 165 anni. Se il fine della storia è la democrazia, gli americani ci possono guardare come fossimo bambocci: i senza storia siamo noi.
Certo, non posso dirmi filo-americano. Riconosco il disegno intorno alla prima storia americana, e ho parlato, in passato del suo lato demonologico, di certo ereditato dai britannici.
Non si può nemmeno far finta di niente dinanzi al disegno dei padri fondatori, che era quello di creare una «Nuova Atlantide» scevra dagli influssi cristiani dell’Europa, e cioè dai re del vecchio continente e soprattutto dalla Chiesa cattolica. Tommaso Jefferson, Giorgio Washington e Beniamino Franklin erano per la creazione di un’utopia progressista, quanto talmente lontana dalla religione organizzata al punto da avere essa stessa dei nuovi toni religiosi, quelli della cosiddetta «religione civile».
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È interessante guardare la bella serie che oramai quasi venti anni fa produsse il canale HBO su John Adams, l’altro vero grande padre fondatore, motore politico ed ideologico del nuovo Stato nonché secondo presidente dopo Washington.
In una scena divertente, il Jefferson consegna una bozza della Costituzione ad Adams e Franklin. Vi sono quelle espressioni teistiche come quella per cui tutti gli uomini sono «dotati dal loro Creatore di certi diritti inalienabili», come la vita e la libertà, che sono «self-evident», e che la Costituzione e lo Stato americano si limita quindi a ribadire e garantire – e non a concedere. Nella prima versione, lo slancio spirituale è tale che Adams e Franklin storcono il naso: il secondo arriva addirittura a dire che «puzza un po’ di papisteria» («popery», una parola dispregiativa per i cattolici usata dai coloni: Adams stesso era fieramente anticattolico…).
La serie andrebbe vista anche per l’allucinante sequenza in cui la moglie di Adams, Abigail, decide di variolizzare i figli contro il vaiolo. La variolizzazione era una pratica medica antica utilizzata per indurre l’immunità prima dello sviluppo dei vaccini moderni. I vaccini non esistevano, ma l’élite «laica» americana già vaccinava dolorosamente la prole. Una figlia degli Adams, notiamo en passant, fu in seguito uccisa dal cancro, dovendo subire nel processo anche l’amputazione della mammella.
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In pratica, già dal primo giorno, l’utopia USA ci dà dentro con tutti gli ingredienti del progresso, dall’anticristianismo, appena velato, al vaccino.
È facile spiegare perché: i Padri Fondatori erano tutti massoni. Non diciamo niente di sconvolgente: le immagini di Washington col grembiulino le abbiamo viste tutte, così come l’occhiuta piramidona dietro alla banconota del dollaro. C’è molto di più: un libro accademico scritto dallo storico britannico Nicholas Hagger, The Secret Founding of America: The Real Story of Freemasons, Puritans and the Battle for the New World («La fondazione segreta dell’America: la vera storia dei massoni, dei puritani e della battaglia per il Nuovo Mondo»), sostiene che la nascita degli Stati Uniti non sia stata solo un evento politico spontaneo, ma il primo passo pianificato dalla Massoneria per stabilire un Nuovo Ordine Mondiale basato su ideali del progressismo muratorio.
Lo Hagger parla delle società segrete che operavano in USA praticamente da subito, compresi i famosi Illuminati di Baviera, ma non solo. Prima dell’arrivo della Mayflower a Plymouth nel 1620, i coloni di Jamestown avessero già fondato il primo avamposto inglese nel 1607. Il nuovo Stato, argomenta l’autore, apparentemente concepito nel nome della libertà, viene fortemente influenzato dalle credenze e dai simboli della massoneria, plasmando l’ossatura stessa delle istituzioni americane.
L’America, tuttavia, non si esaurisce con il suo Stato e i suoi massoni. Anzi.
Il consigliere elettorale del presidente Nixon, Kevin Phillips aveva un’analisi molto precisa di come l’America era composta: da una parte l’élite anglosassone, bagnata degli ideali puritani, che voleva di fatto replicare il modello aristocratico inglese senza però avere il re – essi sono i veri autori della Costituzione, che è di fatto un manuale di spartizione di potere con ramificazioni grottesche.
Dall’altra parte, vi era il popolo: quello che aveva combattuto, e vinto, la guerra di indipendenza antibritannica, e che non era puritano, talvolta nemmeno protestante (specie in seguito). Il neonato popolo americano sapeva di essere disprezzato dalla nuova élite cripto-aristo-inglese, ma accettò la Costituzione, tuttavia – forse credendo nella libertà più degli stessi ideologi del nuovo Stato – imposero la Dichiarazione dei Diritti (Bill of Rights), che garantisce che il nuovo potere non avrebbe in nessun modo potuto passare sopra i diritti dei cittadini in nome di una supposta «ragione di Stato».
Sono i famosi emendamenti in aggiunta al testo costituzionale – il diritto alla libera espressione, il diritto ad armarsi, il diritto a non essere perquisiti, il diritto ad essere giudicati da una giuria di pari, etc. – che di fatto sono più caratteristici della Costituzione stessa, al punto da essere confusi con essa.
Ora, nei secoli abbiamo visto come gli elitisti massoni puritani si sono evoluti: l’attivismo progressista statunitense, con il suo fondamentalismo abortista ed omotransessualista, porta una chiarissima cifra puritana, lo stesso zelo assolutista.
Dall’altra parte, abbiamo visto come il popolo americano, divenuto sempre meno protestante e sempre più cattolico (sì: proprio la religione contro lo Stato era stato programmato) abbia prosperato nel Nuovo Mondo.
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È qui che voglio finalmente partire con il mio elogio dell’America: dalla famiglia. Il famoso «sogno americano», vivo o morto che sia, per milioni di immigrati degli scorsi secoli (per quelli attuali la faccenda è molto differente) coincideva con la possibilità di lavorare e guadagnare a sufficienza per mettere su famiglia, magari in una bella casa indipendente, di dimensioni certo maggiori dei tuguri dei borghi europei da cui si partiva.
Questo è, in ultima analisi, il vero motore della storia della potenza americana: non gli spazi infiniti, non gli oceani, non le infinite risorse materiali, ma la capacità di produzione biologica, la moltiplicazione degli esseri umani sulla Terra.
Nel 1776, gli Stati Uniti contavano appena 2,5 milioni di abitanti. Oggi la popolazione supera i 342 milioni. Il popolo USA è più che centuplicato, un n fenomeno unico per rapidità e dimensioni. Subito dopo l’indipendenza, la popolazione era concentrata lungo la costa atlantica ed era prevalentemente rurale ed europea. Nel corso dell’Ottocento, l’espansione verso l’Ovest e l’acquisizione di nuovi territori hanno spinto milioni di pionieri a colonizzare il continente, supportati da tassi di natalità eccezionalmente alti.
Tra il 1776 e l’Ottocento, le famiglie rurali erano numerosissime, con una media di sette figli per donna. Nel Novecento il fenomeno del Baby Boom – che ha prodotto l’amata generazione dei boomer – dopo la Seconda Guerra Mondiale, ha registrato l’ultimo grande picco: nel 1960 ogni donna americana faceva 3,5 figli, ben oltre la soglia di sostituzione del 2.1.
Più tardi, sotto l’influsso della Necrocultura scatenatasi intorno agli anni Settanta, il tasso è crollato, ma nel 1980 si aveva ancora un rispettabile 1,8. In questo 2026 siamo scesi a 1,6 figli per donna, ma si tratta di una cifra molto più alta di Italia (1,3), Germania (1,3), Spagna (1,1), Polonia (1,1), Giappone (1,1).
L’America fa ancora figli. Crede ancora nelle famiglie numerose – specie nei cosiddetti Flyover States, gli Stati interni dove persiste una popolazione collegata alle proprie tradizioni e al senso della famiglia – e ovviamente al cristianesimo. È soprattutto questo: la Cultura della Morte, che regna sulle popolazioni delle due coste oceaniche (da cui il voto per il Partito Democratico che fa i congressi con fuori le camionette per il feticidio) non arriva a disinstallare lo slancio vitale dell’americano medio.
Lo Stato profondo non è riuscito a piegare il popolo profondo. Che continua a mettere su famiglia, con le sue casette e i suoi truck, pickup e macchinoni vari. Non è solo una questione di tasso di fertilità. Osserviamo anche il dato dell’età in cui si diventa madre è indicativo. Le americane fanno in media il primo figlio a 27,5 anni. Anche qui, la divisione che stiamo descrivendo, in termini spirituali, politici e biologici, è netta: . Tuttavia, la demografia americana è fortemente polarizzata: nelle grandi aree urbane e negli Stati costieri (come New York o Washington D.C.) la media supera i 30 anni, mentre nelle zone rurali e negli Stati del Sud scende drasticamente a circa 24,5 anni. Un raffronto veloce lo si fa pensando all’Italia, dove l’età media è 31,9.
Chi mette su famiglia in America lo fa sfidando non solo il clima generale, ma anche la minaccia più diretta, sempre possibile negli USA – che sono, diceva un banchiere congolese decenni fa, «un frammento del Terzo Mondo che ha avuto successo e ha conservato le sue immense zone di sottosviluppo» – della povertà travolgente. Chi mette su famiglia lo fa alla faccia del rischio immane di venirne inghiottito, magari grazie al libero divorzio. Per riprodurti, e seguire la tradizione della villetta col giardino, ogni americano vive sui limiti delle proprie possibilità, rischiando continuamente la bancarotta.
Nemmeno ciò li fa desistere. Pensiamo invece all’Italia, dove invece del debito privato, specie per la generazione dei boomer, c’è un immenso accumulo di risparmio, che poi produce, spesso, un bel figlio unico.
In definitiva, l’America, nonostante il comando della sua élite, rifiuta farsi sterilizzare. E sappiamo che le stanno provando tutte per impedire di fargli creare una famiglia. Ogni ingrediente per il depopolamento è stato gettato sul popolo americano in primis: anticoncezionali, aborto, cultura edonista (con i voli a basso costo a fungere da vettore primario di autosterilizzazione) e pure le tasse, che consideriamo come un grande dispositivo antibiologico, ma ne parleremo un’altra volta.
Per cui è importante dare agli USA il titolo giusto: gli Stati Uniti sono una vera nazione.
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La parola «nazione» avrebbe in teoria un etimo di facile comprensione: viene da natus, participio passato di nasci, il verbo latino per nascere.
E quindi: se un Paese non produce più nascite non dovrebbe più dirsi come nazione. Se rifiuta la famiglia come sua base, come può essere una nazione, un sistema di nascite?
Ecco che comprendiamo quel concetto che tentiamo di spiegare da anni su Renovatio 21: lo Stato non è la nazione. Lo Stato moderno, soprattutto, non è fatto di persone (la pia illusione degli ottusi: «lo Stato siamo noi») ma è una struttura, una macchina, che programmato con i codici della Necrocultura diventa essenzialmente un sistema di morte, un dispositivo per torturare ed uccidere il proprio stesso popolo.
A differenza dello Stato, la nazione è fatta non solo di esseri umani: è fatta di nascite. È fatta di una volontà, condivisa per legge naturale da quasi tutta la popolazione, di riprodurre la vita umana.
Chi in questi anni ha blaterato di nazionalismo con ogni probabilità pensava, più che a questa semplice realtà ultima della politica (la nazione è vita!), alla difesa di uno Stato, con il suo territorio (come se esso non fosse cangiante), una sua lingua (come se fosse importante), perfino alle sue tradizioni culinarie. Il vecchio nazionalismo, che ingenuamente si fonda sul concetto contraddittorio di Stato-nazione (due cose che in realtà ora sono in contrapposizione violenta) non può andare oltre al tifo calcistico.
Gli Stati Uniti si sono dati come una delle patrie della Necrocultura: gran parte della spinta è venuta da lì, in particolare da casati come quello dei Rockefeller, che per qualche ragione si sono trasmessi per generazioni non solo l’immane ricchezza ma anche l’imperativo della riduzione della popolazione. Gli investimenti dell’élite per creare una cultura contro la vita – una cultura anticristiana – in USA sono stati impressionanti, e Hollywood ne è un esempio luccicante.
Il piano non è riuscito. Se il popolo è sufficientemente libero non può rifiutare la vita. Non può negare la sua continuazione biologica e spirituale, non può sputare sul suo futuro. Non può odiare i propri figli.
E quindi: sì, gli Stati Uniti sono ora un esempio di vera nazione, nel vero senso del termine. Quando pensiamo alla loro complicata egemonia, in fondo alla testa sappiamo anche questo: gli americani ci credono. Credono alla propria nazione, fatta dall’insieme non solo dei singoli, ma delle loro famiglie. Ecco il segreto del loro potere.
Certo, nell’élite americana, sin dal principio, alberga un impulso di morte e distruzione consistente, ed essendoci di mezzo la massoneria non è che poteva essere diversamente. Ancora oggi, Washington ha la possibilità di sterminare la vita sul pianeta, disponendo di circa 3.700 testate nucleari attive su un totale di 5.042.
Si tratta, in fondo della scelta che ogni Stato, che ogni uomo è tenuto a fare: la vita contro la morte. Una nazione vera, tuttavia, non può che avere una risposta, quella della vita.
È l’auspicio che rivolgiamo anche ad un altro Paese, più giovane degli USA, parimenti creato dai massoni: l’Italia. Per fare dell’Italia una nazione bisognerà, tuttavia, riformulare il suo Stato.
E, vista la prospettiva di sterilità e morte che vediamo quando guardiamo alla nostra società, non crediamo che ci sia ancora tantissimo tempo.
Roberto Dal Bosco
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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