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Economia

La guerra in Iran e la rinazionalizzazione dell’industria italiana. Intervista al prof. Pagliaro

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Lo Stretto di Ormuzzo è chiuso, seppure in modo selettivo, da 20 giorni. Secondo quanto riportano alcune fonti, già vi sarebbe scarsità di carburante in Australia, Vietnam, Etiopia, Slovenia, e in molti altri Paesi. Il governo italiano negli stessi giorni sta di fatto cercando di rinazionalizzare Telecom Italia (TIM), l’azienda di telefonia fissa e mobile privatizzata in modo rovinoso 30 anni fa. «Il cambiamento»,  aveva detto a Renovatio 21 esattamente un anno fa Mario Pagliaro intravedendo nelle prime nazionalizzazioni il ritorno dell’IRI, «è già iniziato». Il chimico del CNR ed accademico europeo, tra i maggiori esperti di energia solare in Italia, autore nel 2018 di Helionomics, è stato fra i primi a sostenere la necessità della rifondazione dell’Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI) per mettere fine alla deindustrializzazione e ad una crisi economica profondissima, mascherata solo dall’incessante aumento del debito pubblico – 3112 miliardi a gennaio – che cresce ogni anno di oltre 100 miliardi. Siamo dunque tornati a sentire il professor Pagliaro che sui temi dell’energia e della rinascita industriale dell’Italia ha parlato spesso proprio con Renovatio 21

 

Quando lei tre anni fa ci parlò fra i primi del ritorno delle nazionalizzazioni e poi della necessità di rifondare l’IRI, in molti anche fra i nostri lettori, pensavano si trattasse di aspirazioni irrealizzabili. Tre anni dopo, il governo sta rinazionalizzando  TIM facendola acquistare a Poste che ha approvato il lancio di un’offerta pubblica di acquisto e scambio volontaria totalitaria su Telecom Italia con l’obiettivo di acquisire l’intero capitale sociale di TIM e procedere alla revoca dalla quotazione delle azioni di TIM in Borsa. Costo totale, 10,8 miliardi. 

Questo processo è ineludibile. Non farlo avrebbe significato perdere l’intero settore delle telecomunicazioni. Così come è ineludibile che lo Stato proceda alla nazionalizzazione di tutti i settori produttivi strategici allo sviluppo nazionale: acciaio, automobili, grandi costruzioni, strade ed autostrade, cantieristica navale, costruzione treni, ed energia: devono, o sono già, tornare tutti nelle mani dello Stato, altrimenti l’Italia uscirà da ognuno di questi settori. Il tempo del liberismo economico è concluso. E non tornerà mai più. Semmai si pone con urgenza un’altra questione.

 

Quale?

Quella di fondare subito a Roma l’Istituto italiano di management in cui lo Stato dovrà formare i manager delle sue aziende, esattamente come faceva l’IRI fin dalla fondazione grazie all’intuizione del suo fondatore, Alberto Beneduce, che subito comprese la necessità di dare il via alla formazione dei manager delle aziende statali. Istituto italiano di management: e non Scuola superiore di pubblica amministrazione. Quella deve e dovrà occuparsi della formazione della dirigenza della pubblica amministrazione. 

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Lei prevede dunque che sarà rifondata l’IRI come auspicava proprio un anno fa?

Di fatto, l’IRI è già rinata. Da Autostrade a TIM, da Monte dei Paschi ad Alitalia fino ai camion e ai veicoli militari, i governi che si sono succeduti negli ultimi anni hanno optato di affidare le varie operazioni di acquisizione di aziende e banche a diversi enti, banche o società pubbliche: a volte a Poste, altre a Cassa depositi e prestiti, altre al Tesoro.

 

Ragioni quasi ovvie di efficacia amministrativa suggeriscono che nascerà presto un ente pubblico economico al quale saranno conferite tutte le quote di controllo delle aziende di Stato. E siccome occorre procedere alla ricostruzione industriale del Paese – e tutti ricordano come l’economia italiana sia stata resa grande proprio dall’IRI – è verosimile che uno dei governi che verrà, se non già quello attuale, chiamerà IRI l’ente pubblico proprietario delle aziende di Stato. Che mai più saranno privatizzate.

 

Veniamo alla chiusura dello Stretto di Ormuzzo. Se la guerra continuerà ci saranno problemi di disponibilità di carburante anche in Italia? 

In misura minore, nel caso dovesse accadere, rispetto agli altri Paesi europei. E non solo perché l’Italia estrae fra Lucania e Sicilia il 7% del proprio fabbisogno petrolifero, ma perché l’Italia si approvvigiona di petrolio principalmente dal Nord Africa e dal Caucaso. Ad esempio, una grande raffineria in Sicilia è di proprietà dell’azienda statale algerina, che vi raffina petrolio algerino.

 

Una parte del carburante raffinato è riesportata verso l’Algeria e una parte venduta in Italia. Più che un problema di disponibilità in Italia, in caso di prolungata chiusura di Hormuz, si verrebbe a creare un problema legato al prezzo dei carburanti – benzina, diesel, e kerosene – che aumenterebbe di molto. Com’è noto, infatti, il prezzo del petrolio si determina a livello internazionale: e a fronte di una domanda in continua crescita dovuta all’espandersi della popolazione mondiale e alla crescita economia di tutti i Paesi in via di sviluppo, la carenza del greggio mediorientale determinerebbe inevitabilmente un aumento del prezzo del petrolio.

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E il gas naturale: il Qatar ha interrotto le forniture di gas liquefatto a causa della distruzione dell’impianto di caricamento sulle navi?

Vale lo stesso ragionamento: il problema in Italia potrebbe riguardare i prezzi, ma non la disponibilità del combustibile, peraltro necessario al vasto e moderno parco termoelettrico italiano fatto di centrali a turbogas. L’Italia trae la gran parte del proprio fabbisogno di gas naturale dai gasdotti che la collegano ad Algeria, Libia, Caucaso e Olanda e, fino a pochi anni fa, alla Russia.

 

La quota di gas naturale liquefatto nel 2025 è arrivata a circa 20 miliardi di metri cubi sui consumi complessivi 62 consumati nell’anno. La gran parte del GNL consumato in Italia è gas egiziano che ENI trasporta con la sua moderna flotta di navi «gasiere». L’azienda fondata da Mattei dal 2017 estrae gas naturale dal giacimento Zohr, 200 km a Nord di Porto Said, in Egitto: il maggiore mai scoperto nel Mediterraneo.

 

A inizio 2025, dal giacimento venivano estratti 100 milioni di metri cubi al giorno. Una parte va ad alimentare il fabbisogno egiziano, ma la gran parte viene esportata generando valuta pregiata per lo Stato egiziano. Di recente è iniziato pure l’incremento della produzione attraverso l’avvio della stazione di compressione di El Gamil.

 

La stessa stazione è collegata tramite un gasdotto ai giacimenti nel Delta del Nilo dove ENI estrae gas naturale dall’area della Gande Nooros, il cui potenziale produttivo è enorme. In breve, l’Italia accede nel Nord Africa ad enormi quantità di gas naturale con cui potrà compensare qualsiasi carenza del gas proveniente dallo Stretto di Hormuz. 

 

E quali soluzioni avrebbero famiglie e imprese per far fronte agli aumenti del costo tanto dei carburanti, che dell’energia elettrica che in Italia si ottiene in gran parte dal gas?

Ricorrere con urgenza al fotovoltaico abbinato alle batterie al litio al fine di massimizzare il consumo di energia elettrica autoprodotta gratuitamente dal sole, e non prelevata dalla rete. Dotandosi al contempo di auto e furgoni con motore elettrico, le cui batterie saranno ricaricate con l’energia fotovoltaica autoprodotta. Per anni abbiamo insistito che il ricorso all’energia solare, prima ancora che una necessità ambientale, fosse un’urgenza economica. Per questo utilizziamo la parola «Helionomics».

 

Le circa 900mila fra famiglie e imprese italiane proprietarie di impianti fotovoltaici sul tetto di abitazioni e aziende abbinati a batterie agli ioni di litio sanno bene quanto questi impianti abbiano contributo a calmierare gli aumenti e la volatilità dei prezzi dell’energia elettrica. Ricordo che alla fine dello scorso anno in Italia risultavano connessi alla rete elettrica quasi 885 mila sistemi di accumulo elettrochimici, quasi tutti abbinati ad impianti fotovoltaici, per una capacità complessiva di circa 18 milioni di kWh (chilowattora) capaci di erogare una potenza complessiva pari a circa 7,2 GW (miliardi di Watt).

 

In pratica, quasi un impianto fotovoltaico su due, in Italia, è abbinato alle batterie agli ioni di litio. Un’autentica rivoluzione energetica parte integrante dell’Helionomics. Occorre continuare, con determinazione,  su questa strada.

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Immagine di ESA via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 IGO; immagine tagliata


 

 

Cina

L’Iran auspica un partenariato economico più profondo con la Cina

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Per l’Iran si prospettano due possibili strade per la ripresa economica: espandere la cooperazione economica con la Cina e la relativa iniziativa «Belt and Road» in Eurasia, oppure riporre le proprie speranze nel fondo di riabilitazione economica da 300 miliardi di dollari previsto dal paragrafo 6 del Memorandum d’intesa tra Stati Uniti e Iran.   Intervenendo ieri a una riunione della Camera di Commercio iraniana volta a rafforzare la cooperazione economica sostenibile tra Teheran e Pechino, Mohamed Ghalibaf – che, oltre a essere presidente del Parlamento iraniano, è anche rappresentante speciale di Teheran in Cina – ha affermato che il futuro economico dell’Iran deve dipendere dalla Cina, come riportato dall’agenzia IRNA. «La Cina è unica per l’Iran, e anche la Cina deve capire che non siamo semplicemente un cliente o un partner commerciale», ha dichiarato Ghalibaf. «Siamo a tutti gli effetti un partner della Cina».   Il Ghalibaffo ha inoltre proposto che Teheran e Pechino sviluppino nuove forme di cooperazione e raggruppamenti regionali, aggiungendo che tali blocchi hanno già iniziato a prendere forma. «Qualunque blocco si formi, la presenza sia dell’Iran che della Cina al suo interno è certa», ha affermato. Ha inoltre dichiarato che Iran e Cina perseguiranno con serietà la creazione di blocchi che coinvolgano gli stati arabi del Golfo Persico.   L’alto funzionario iraniano ha aggiunto che la cooperazione economica rimane la massima priorità di Teheran nei suoi rapporti con Pechino, ha riferito Al Monitor: «Nel campo delle relazioni estere, la nostra priorità principale con la Cina è il settore economico. Sebbene siamo attivi anche in altri ambiti, in tutti i settori l’economia è la priorità assoluta».

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Durante l’incontro, Ferial Mostofi, primo vicepresidente della Camera di Commercio, Industria, Miniere e Agricoltura di Teheran, ha affermato che le aziende cinesi hanno operato in Iran principalmente come appaltatori piuttosto che come investitori a lungo termine. «Finora, i cinesi sono stati presenti in Iran soprattutto come appaltatori e non hanno effettuato investimenti specifici ed efficaci nel Paese». Pertanto, ha aggiunto, «è necessario creare le condizioni favorevoli all’ingresso di veri investimenti cinesi in Iran, rimuovendo alcuni ostacoli».   Al contrario, la proposta del nuovo Memorandum d’intesa di stanziare un fondo di 300 miliardi di dollari, presumibilmente destinato a favorire la ripresa dell’economia iraniana, è destinata a incontrare delle difficoltà. Il Middle East Spectator, canale iraniano con un ampio seguito su Telegram e stretti contatti all’interno di alcuni ambienti della Rivoluzione Islamica, ha espresso le sue critiche alla proposta.   «Innanzitutto, questo fondo per la ricostruzione non verrà erogato direttamente all’Iran tramite un’erogazione di denaro. Si tratta di un «programma di investimenti», non finanziato dal governo. In altre parole, saranno le aziende private a investire nell’economia iraniana per partecipare alla ricostruzione, alla ripresa e allo sviluppo industriale del Paese», ha affermato in una critica al Memorandum d’intesa pubblicata ieri.   «È molto improbabile che le aziende private vogliano investire in Iran, un Paese con un’economia (purtroppo) piuttosto precaria e corrotta. Anche se investissero, l’Iran non controlla dove vanno a finire i soldi. Questo crea due problemi. Da un lato, le aziende arabe/occidentali eserciteranno influenza sull’Iran grazie ai loro investimenti nei progetti di ricostruzione. Ciò aumenta il rischio di coercizione economica e persino di attività di spionaggio».   «Dall’altro lato, queste aziende non si impegneranno certamente in progetti che coinvolgano le Guardie Rivoluzionarie, il che rappresenta un grosso problema. Le Guardie Rivoluzionarie svolgono un ruolo molto importante nel settore edile iraniano. Se i fondi non affluiranno in questi progetti, la ricostruzione non sarà realizzata in modo completo ed efficace, ma sarà estremamente limitata e imposta dal nemico».

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Economia

Gli Stati Uniti revocano le sanzioni sul petrolio iraniano

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Gli Stati Uniti hanno accordato una deroga temporanea alle sanzioni sul settore petrolifero iraniano, consentendo la produzione, la vendita, la consegna e l’importazione di petrolio greggio e prodotti petrolchimici iraniani, come annunciato dal dipartimento del Tesoro.

 

La misura arriva mentre proseguono i negoziati tra Washington e Teheran, dopo il primo ciclo di colloqui tenutosi in Svizzera lo scorso fine settimana.

 

La licenza generale X per l’Iran autorizza «la produzione, la consegna e la vendita di petrolio greggio, prodotti petrolchimici e prodotti petroliferi di origine iraniana» per un periodo di 60 giorni, ha precisato lunedì il Segretario al Tesoro Scott Bessent in relazione alla licenza X.

 

La licenza include anche i servizi legati al commercio energetico, come la gestione delle navi, l’assicurazione, l’equipaggio, il rifornimento di carburante, la classificazione e le riparazioni di emergenza. Gli acquirenti possono effettuare pagamenti in dollari statunitensi all’Iran, al governo iraniano o a entità iraniane sanzionate per le operazioni coperte dalla deroga.

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A differenza della licenza generale U, emessa nel marzo 2026 e ristretta al petrolio già caricato sulle petroliere prima di una data limite prestabilita, la nuova autorizzazione permette anche le attività di produzione.

 

La licenza autorizza inoltre l’importazione negli Stati Uniti di petrolio greggio, prodotti petroliferi e prodotti petrolchimici di origine iraniana, sospendendo temporaneamente le limitazioni che normalmente vietano tali importazioni.

 

L’autorizzazione rientra in un memorandum d’intesa raggiunto tra Stati Uniti e Iran all’inizio di questo mese, con cui Washington si è impegnata a concedere immediatamente deroghe alle esportazioni di petrolio iraniano.

 

Questo fine settimana, Washington e Teheran hanno concordato una tabella di marcia verso un accordo definitivo, dopo i negoziati mediati da Qatar e Pakistan nella località svizzera di Buergenstock. Non è stata diffusa alcuna dichiarazione congiunta, ma i mediatori hanno indicato che i colloqui hanno prodotto un’intesa su una tabella di marcia di 60 giorni per un accordo finale, ulteriori negoziati tecnici e la costituzione di un comitato di alto livello per supervisionare il processo. Teheran ha sottolineato che i colloqui si sono concentrati soprattutto su misure economiche concrete, tra cui lo sblocco dei beni congelati e la rimozione delle restrizioni sui porti e sulle spedizioni iraniane.

 

L’Iran possiede alcune delle maggiori riserve di idrocarburi al mondo e si posiziona tra i principali produttori sia di petrolio greggio sia di gas naturale. Il suo settore energetico è stato per anni penalizzato dalle sanzioni statunitensi, che hanno ostacolato l’accesso ai servizi di trasporto marittimo, alle assicurazioni, ai canali bancari internazionali e ai potenziali acquirenti.

 

Nonostante le sanzioni, l’Iran ha continuato a esportare petrolio greggio, con la Cina come principale cliente. Gran parte delle esportazioni sarebbe stata acquistata da raffinerie cinesi indipendenti che hanno comprato greggio iraniano nonostante il rischio di sanzioni statunitensi.

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Economia

I tedeschi effettuano tagli sostanziali ai consumi

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L’aumento della disoccupazione industriale e le incertezze sul futuro stanno producendo un impatto prevedibile sui consumi delle famiglie in Germania: il 44% della popolazione consuma meno rispetto all’anno scorso. Le ragioni principali indicate sono l’aumento dei prezzi al consumo e le incertezze politiche ed economiche.   Questo si riflette anche nella riduzione degli investimenti da parte delle imprese, causata dalle incertezze economiche. A seconda della categoria di prodotto, fino al 74% delle decisioni di acquisto è influenzato dagli sconti. È quanto emerge da uno studio condotto dal Boston Consulting Group (BCG).   Secondo lo studio, il sentiment dei consumatori continua a peggiorare: il 64% ha una visione negativa della situazione economica. I consumatori prestano maggiore attenzione ai prezzi rispetto a un anno fa. La pressione finanziaria è elevata: l’81% deve controllare con più attenzione le proprie spese e due terzi temono che i propri risparmi non dureranno a lungo.

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Nella «classifica delle preoccupazioni» della società di ricerche di mercato YouGov, i problemi finanziari ed economici si sono posizionati al primo posto, superando l’immigrazione e la salute.   I consumatori si affidano sempre più alle offerte speciali per i beni di prima necessità, come i generi alimentari. Secondo l’Ufficio federale di statistica, i prezzi dei prodotti alimentari, una voce di spesa fondamentale per le famiglie, sono già aumentati in media di poco più del 37% dal 2020.   Come riportato da Renovatio 21, la Volkswagen tre mesi fa ha annunciato l’ulteriore licenziamento di 50.000 lavoratori.   Secondo l’Istituto economico tedesco (IW), negli ultimi sei anni la Germania ha perso oltre un trilione (1.000 miliardi) di dollari di prodotto interno lordo a causa della serie di crisi – COVID, Ucraina, dazi USA che hanno condotto l’economia a una prolungata stagnazione.

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Immagine di Dietmar Rabich via Wikimedia pubblicata su licenza CC BY-SA 4.0
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