Militaria
La Germania espande la presenza militare in Lituania
Il segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, è stato in Lituania, accompagnato dal cancelliere tedesco Olaf Scholz, per l’esercitazione denominata Griffin Storm, una manovra destinata a testare la capacità della Germania di rafforzare il battaglione NATO.
«Griffin Storm è una delle più grandi esercitazioni nella regione quest’anno e dimostra la capacità di aumentare rapidamente il gruppo tattico della NATO a guida tedesca fino alle dimensioni di una brigata», ha detto Stoltenberg durante la sua conferenza stampa congiunta con Scholz e il presidente lituano Gitanas Nausedas.
«Questa esercitazione invia un messaggio chiaro: la NATO è pronta a difendere ogni centimetro del territorio alleato. Ora ci sono oltre 40.000 soldati sotto il comando della NATO principalmente nella parte orientale dell’Alleanza. Supportato da una significativa potenza aerea e navale».
Per quanto riguarda la rivolta di Wagner in Russia, Stoltenberg ha fatto eco alla linea degli Stati Uniti: «penso che sia importante ricordare a tutti voi che si tratta di questioni interne alla Russia e quindi ciò su cui la NATO si concentra è sostenere l’Ucraina», ha affermato il norvegese. «Dimostra la fragilità del regime russo, ma non spetta alla NATO intervenire su tali questioni. Questa è una questione russa. Ciò che conta per la NATO è non farsi intimidire e non essere impedito di continuare a fornire un sostegno senza precedenti all’Ucraina».
Separatamente ma in relazione, la Germania ha annunciato che aumenterà la dimensione del suo dispiegamento in Lituania a 4.000 truppe, cioè alla dimensione della brigata.
«La Germania è pronta a stazionare permanentemente una robusta brigata in Lituania», ha detto il ministro della Difesa Boris Pistorius a Vilnius, ha riferito l’Associated Press.
Pistorius ha dichiarato che dovranno essere create infrastrutture e strutture per accogliere i soldati e le loro famiglie, spiegando che la decisione di Berlino di offrire la brigata alla Lituania non è stata solo a causa della presunta guerra della Russia contro l’Ucraina, ma anche a causa della storia stessa della Germania, affermando che fino alla fine della Guerra Fredda, la Germania era il Paese sul fianco orientale della NATO.
«Quello che Pistorius non ha detto è che la Lituania è quanto di più vicino le truppe tedesche siano state a Mosca dalla seconda guerra mondiale» nota EIRN. «Questa è storia che i russi non hanno dimenticato».
Come riportato da Renovatio 21, un anno fa la Grundgesetz, la Costituzione tedesca, fu modificata per aumentare il budget militare nazionale.
La Germania un mese fa ha annunciato un pacchetto da 2,7 miliardi in armi da dare all’Ucraina, il tutto mentre Berlino parla ancora di razionamento energetico, e mentre pochi mesi fa circolava la stima secondo cui in caso di guerra i tedeschi avrebbero munizioni per due giorni.
A quanto sembra, la Germania vuole davvero «morire per la NATO». Ciò non è del tutto vero, o meglio, è vero solo per gran parte delle élite gosciste e democristiane oramai totalmente scollate dalla realtà e dall’elettorato.
Come riportato da Renovatio 21, il cancelliere Scholz è stato fortemente contestato ad un evento questo mese per il sostegno dato alla guerra dal governo ampel (semaforo: verde, rosso, giallo). Negli scorsi mesi marce nel Paese contro le armi all’Ucraina hanno raccolto decine di migliaia di persone.
La Germania, ricordiamolo, è una Nazione colpita dalla guerra in modo diretto con la distruzione dei gasdotti Nord Stream, di cui si rifiuta di accettare la possibile implicazione americana, con il cancelliere che anzi va scondinzolando subito alla Casa Bianca per la photo opportunity che resterà per sempre come segno dell’umiliazione della Germania e dell’Europa.
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Militaria
Mosca contro Tokyo per il dispiegamento di missili USA
La Russia ha chiesto al Giappone di ritirare dal proprio territorio i sistemi missilistici a medio raggio Typhon statunitensi, ha dichiarato la portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova, definendo il dispiegamento inaccettabile e una minaccia alla sicurezza nazionale e alla stabilità regionale.
In una nota pubblicata venerdì dal Ministero degli Esteri, Zakharova ha riferito che Mosca ha inviato a Tokyo una protesta formale il 3 settembre, dopo che gli Stati Uniti avevano schierato i lanciatori sull’isola sud-occidentale di Kyushu, a 1.300 km dalla città di Vladivostok.
«Alla parte giapponese è stato intimato di interrompere questa pratica e di rimuovere i suddetti sistemi dal proprio territorio», ha affermato, aggiungendo che Mosca si oppone a questi dispiegamenti indipendentemente dalla loro durata.
A giugno l’esercito statunitense ha trasferito i sistemi Typhon alla base aerea di Kanoya, nella prefettura di Kagoshima, in Giappone, per l’esercitazione Valiant Shield, e li ha lasciati sul posto per un’altra esercitazione prevista questo mese. I lanciatori dovrebbero lasciare Kanoya a metà ottobre, ma si prevede che saranno stoccati in altre strutture militari statunitensi in Giappone. Durante il dispiegamento non sono previste esercitazioni di tiro a fuoco.
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Il Typhon è in grado di lanciare missili SM-6 e missili da crociera Tomahawk per attacco terrestre, con una gittata di circa 1.600 km. Gli Stati Uniti hanno sviluppato il Typhon dopo essersi ritirati dal Trattato sulle forze nucleari a raggio intermedio (INF), che vietava i missili terrestri e da crociera statunitensi e sovietici con gittata compresa tra 500 e 5.500 km.
La Zakharova ha osservato che la Cina ha recentemente presentato una protesta analoga al Giappone in merito alla sua rimilitarizzazione.
La disputa si inserisce in un nuovo quadro di tensioni tra Russia e Giappone sulle quattro isole Curili più meridionali, incorporate nell’Unione Sovietica dopo la sconfitta di Tokyo nella Seconda Guerra Mondiale. Il Giappone rivendica tuttora le isole di Iturup, Kunashir, Shikotan e Habomai, che definisce Territori Settentrionali.
Il mese scorso la prima ministra giapponese Sanae Takaichi ha protestato contro la prima visita del presidente Vladimir Putin a Iturup, definendo il viaggio «assolutamente inaccettabile».
Pochi giorni dopo la Russia ha condotto esercitazioni missilistiche vicino alle isole Curili meridionali, coinvolgendo l’incrociatore Varyag, il sottomarino a propulsione nucleare Omsk e un sistema missilistico costiero Bastion, provocando un’ulteriore protesta da parte di Tokyo.
La controversia sulle isole Curili ha rappresentato un ostacolo alla firma di un trattato di pace tra Russia e Giappone. Mosca ha sospeso i negoziati nel marzo 2022 dopo che Tokyo ha aderito alle sanzioni occidentali imposte alla Russia per il conflitto in Ucraina.
La Costituzione giapponese del 1947, promulgata sotto l’occupazione alleata dopo la Seconda guerra mondiale, è celebre soprattutto per l’articolo 9, pietra angolare del suo carattere pacifista. Questo articolo stabilisce che il popolo giapponese rinuncia per sempre alla guerra come diritto sovrano della nazione e alla minaccia o all’uso della forza come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.
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Il secondo comma aggiunge che, per raggiungere tale scopo, non saranno mantenute forze di terra, di mare e dell’aria, né altro potenziale bellico, e che il diritto di belligeranza dello Stato non sarà riconosciuto.
Nella pratica, il Giappone ha comunque sviluppato le Forze di Autodifesa (Jieitai), giustificate come strumento difensivo e non come vero e proprio esercito offensivo, generando un dibattito giuridico e politico mai sopito.
Negli ultimi decenni la portata dell’articolo 9 è stata progressivamente reinterpretata: nel 2015 una riforma legislativa ha ampliato le possibilità di intervento delle forze armate anche in scenari di autodifesa collettiva, alleata soprattutto agli Stati Uniti.
Diverse forze politiche nipponiche, in particolare il Partito Liberal Democratico, propongono da tempo una revisione formale dell’articolo, mentre movimenti pacifisti e parte dell’opinione pubblica difendono il testo originale come simbolo identitario del Giappone postbellico.
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Militaria
Tucker Carlson: fermiamo il trasferimento di bombe da USA a Israele
According to an informed federal official, in the coming months the Trump administration plans to send a total of 40,000 Mark 84 and Blu-117 bombs to the government of Israel. Each bomb weighs 2,000 pounds. This appears to be the largest transfer of conventional explosive…
— Tucker Carlson (@TuckerCarlson) September 15, 2026
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Militaria
La guerra del Pentagono contro l’Iran è costata 38 miliardi di dollari in cinque mesi
Secondo il Congressional Budget Office (CBO), la guerra tra Stati Uniti e Iran è costata al Pentagono circa 38 miliardi di dollari nei primi cinque mesi. Il conto potrebbe salire di altri 2-3 miliardi di dollari per ogni ulteriore mese di combattimenti, e di molto di più se le ostilità dovessero intensificarsi.
In un rapporto pubblicato martedì, il CBO ha stimato le spese del Dipartimento della Difesa dall’inizio delle operazioni di combattimento statunitensi, il 28 febbraio, fino al 1° agosto. La cifra comprende il costo stimato per la sostituzione delle munizioni impiegate e delle attrezzature perse in battaglia, nonché le ore di volo aggiuntive, le operazioni militari e l’aumento dei costi del carburante.
L’ufficio ha affermato che la sua stima era «soggetta a notevole incertezza» poiché il Pentagono non ha fornito le informazioni richieste, costringendo gli analisti a basarsi su database governativi e rapporti disponibili al pubblico. La stima esclude inoltre il costo della riparazione delle basi statunitensi danneggiate, le perdite militari, l’assistenza futura ai veterani e le spese sostenute da altre agenzie federali.
Secondo le stime del CBO, un altro mese di conflitto costerebbe circa 2 miliardi di dollari se la violenza restasse ai livelli «bassi e sporadici» registrati a maggio e giugno. Se le operazioni dovessero tornare all’intensità di luglio, il costo mensile salirebbe a circa 3 miliardi di dollari. Le spese potrebbero essere ancora più elevate in caso di ulteriore escalation del conflitto.
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Miliardi di dollari di armamenti statunitensi sono stati consumati nel conflitto. Il CBO stima che la sostituzione delle munizioni utilizzate fino al 1° agosto costerebbe 21,7 miliardi di dollari, di cui 7,3 miliardi per missili da crociera per attacco terrestre, 13,1 miliardi per intercettori di difesa missilistica e 1,2 miliardi per altre armi.
A giugno, l’amministrazione Trump ha chiesto al Congresso 87,6 miliardi di dollari di finanziamenti supplementari, di cui 67,1 miliardi destinati al Dipartimento della Difesa. Il CBO ha stimato che 42,3 miliardi di dollari della richiesta complessiva sembravano direttamente collegati alla guerra con l’Iran.
Il rapporto è stato pubblicato contestualmente alla diffusione da parte di CBS News di fotografie che mostravano ingenti danni causati dagli attacchi missilistici e con droni iraniani contro posizioni statunitensi in Medio Oriente. Le immagini sono state fornite in forma anonima da militari in servizio attivo a causa delle restrizioni militari sui contatti con i media.
«Si tratta di danni ingenti alle nostre basi, di cui non si è parlato al pubblico americano», ha dichiarato a CBS News un militare impegnato in missione.
Le fotografie mostravano un aereo da ricognizione E-3 Sentry distrutto presso la base aerea Prince Sultan in Arabia Saudita, insieme a edifici danneggiati e veicoli bruciati presso le strutture statunitensi in Kuwait.
L’ispettore generale del Pentagono ha riferito separatamente che le forze armate statunitensi hanno subito perdite di equipaggiamento per un valore di 3,7 miliardi di dollari fino alla fine di giugno. Secondo l’organismo di controllo, quasi 60 velivoli, sia con equipaggio che senza, sono stati danneggiati o distrutti.
Il mese scorso Trump ha affermato che il conflitto stava costando agli Stati Uniti «relativamente poco». La sua dichiarazione è arrivata mentre i combattimenti continuavano, nonostante le sue ripetute dichiarazioni di vittoria. All’inizio di aprile Trump ha proclamato una «vittoria totale e completa» e da allora ha ripetutamente affermato che Washington aveva vinto o era vicina a porre fine al conflitto.
La guerra ha incontrato una crescente opposizione interna e critiche per la decisione dell’amministrazione di condurre le ostilità senza l’autorizzazione del Congresso. Questa settimana la Camera ha votato per la terza volta per limitare il coinvolgimento militare statunitense, approvando una risoluzione sui poteri di guerra con 220 voti a favore e 204 contrari. Sette repubblicani si sono uniti ai democratici nel sostenere il provvedimento.
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