Connettiti con Renovato 21

Internet

Il NY Post: Facebook trasmetteva dati di utenti di «destra conservatrice» al reparto «terrorismo interno» dell’FBI

Pubblicato

il

Secondo gli informatori del ministero della Giustizia, Facebook avrebbe spiato i messaggi privati ​​degli americani e li ha segnalati all’FBI se esprimono dichiarazioni «anti-governative o anti-autorità», inclusa la messa in discussione della legittimità delle elezioni statunitensi del 2020. Lo riporta il New York Post.

 

«Nell’ambito dell’operazione di collaborazione dell’FBI, qualcuno su Facebook ha segnalato in rosso questi messaggi privati ​​presumibilmente sovversivi negli ultimi 19 mesi e li ha trasmessi in forma oscurata all’unità operativa del terrorismo interno presso il quartier generale dell’FBI a Washington, DC, senza un mandato di comparizione» scrive la reporter Miranda Devine sul giornale di Nuova York.

 

Ciò sarebbe stato fatto «al di fuori del processo legale e senza una causa probabile», ha affermato una delle fonti, che ha parlato in condizione di anonimato. «Facebook fornisce all’FBI conversazioni private protette dal Primo Emendamento senza alcun mandato di comparizione» virgoletta l’articolo del quotidiano.

 

I messaggi privati delle persone segnalate sarebbero quindi stati raccolti come «indizi» per gli agenti sul campo dell’FBI in tutto il Paese, che successivamente avrebbero richiesto subpoenas (citazioni in giudizio) all’ufficio del procuratore degli Stati Uniti partner nel loro distretto per ottenere ufficialmente le conversazioni private che Facebook avrebbe già mostrato loro.

 

Tuttavia, «quando gli utenti di Facebook presi di mira sono stati indagati da agenti in un ufficio locale dell’FBI, a volte utilizzando tecniche di sorveglianza segrete, non è emerso nulla di criminale o violento».

 

«È stata una perdita di tempo», ha affermato una fonte a conoscenza delle richieste di citazione presentate durante «una frenesia di 19 mesi dal quartier generale dell’FBI a Washington, DC, per produrre il carico di lavoro che corrispondesse alla retorica dell’amministrazione Biden sul terrorismo interno dopo il 6 gennaio 2021», cioè la cosiddetta «Rivolta del Campidoglio».

 

Gli utenti di Facebook le cui comunicazioni private Facebook aveva segnalato come terrorismo interno per l’FBI sarebbero stati tutti «individui di destra conservatrice», continua il New York Post.

 

Facebook ha negato le accuse con due dichiarazioni.

 

Nella sua prima dichiarazione, la portavoce della società madre di Facebook Erica Sackin ha affermato:

 

«Queste affermazioni sono false perché riflettono un malinteso su come i nostri sistemi proteggano le persone dai danni e su come ci impegniamo con le forze dell’ordine. Esaminiamo attentamente tutte le richieste del governo di informazioni sugli utenti per assicurarci che siano legalmente valide e su misura e spesso respingiamo. Rispondiamo alle richieste legali di informazioni in conformità con la legge applicabile e i nostri termini e forniamo avviso agli utenti ogni volta che è consentito»

 

L‘articolo di Miranda Devine tuttavia segnala che «in una seconda “dichiarazione aggiornata” non richiesta inviata 64 minuti dopo, Sackin ha modificato il suo linguaggio per dire che le affermazioni sono “sbagliate”, non “false”».

 

«Queste affermazioni sono semplicemente sbagliate. Il suggerimento di cercare i messaggi privati ​​delle persone per il linguaggio anti-governativo o le domande sulla validità delle elezioni passate e quindi di fornirli in modo proattivo all’FBI è chiaramente impreciso e non ci sono prove a sostegno», afferma Sackin come riportata dal Post. La Sackin ha lavorato come «esperto di risposta alle crisi (…) per Planned Parenthood e “Obama for America” ​​e ora guida le comunicazioni di Facebook su “antiterrorismo e organizzazioni e individui pericolosi”».

 

«In una dichiarazione mercoledì, l’FBI non ha né confermato né smentito le accuse mossegli sulla sua operazione congiunta con Facebook, che è designata come “non classificata/sensibile alle forze dell’ordine» informa il New York Post.

 

Secondo le fonti del quotidiano americano, «alcuni degli americani presi di mira avevano pubblicato foto di se stessi che “sparavano insieme e si lamentavano di quello che è successo [dopo le elezioni del 2020]. Alcuni erano membri di una milizia ma questo sarebbe protetto dal Secondo Emendamento”».

 

«Loro stavano cercando individui conservatori di destra. Nessuno era di tipo Antifa».

 

Una conversazione privata mirata alle indagini “si è trasformata in più casi perché c’erano più persone in tutte queste diverse chat”».

 

Pochi giorni fa durante il podcast di Joe Rogan, Mark Zuckerberg aveva raccontato che durante la campagna presidenziale 2020 l’FBI aveva spinto la censura della storia del compromettente laptop di Hunter Biden, scrive la BBC.

 

«Lo sfondo qui è che l’FBI è venuta da noi – alcune persone della nostra squadra – e ha detto ‘Ehi, solo così, sapete, dovreste stare in allerta. Abbiamo pensato che ci potrebbe essere molta propaganda russa nelle elezioni del 2016, abbiamo notato che fondamentalmente sta per esserci una specie di rilascio simile a quello» aveva rivelato lo Zuckerbergo, sconvolgendo i sostenitori di Trump, che conoscevano quella storia e la videro censurata su Twitter e altrove.

 

Secondo il New York Post, il motivo per cui gli informatori parlano con il giornale è il dissenso che provano alcuni  impiegati dello Stato dinanzi alle azioni dell’amministrazione Biden.

 

«I disordini sono cresciuti tra la base dell’FBI e in alcune parti del Dipartimento di Giustizia per mesi. È arrivato al culmine dopo il raid del mese scorso nella casa di Mar-a-Lago dell’ex presidente Donald Trump in Florida».

 

Come riportato da Renovatio 21, dopo il raid di Mar-a-Lago alcune voci negli USA arrivano ora a chiedere lo scioglimento dell’FBI. I raid con perquisizioni stanno continuando nei confronti di dozzine di alleati di Trump.

 

«La cosa più spaventosa è il potere combinato di Big Tech in collusione con il braccio dell’FBI», dice un informatore alla Devine.  «Google , Facebook e Twitter , queste aziende sono globaliste. Non hanno a cuore il nostro interesse nazionale».

 

Renovatio 21 non ha idea se meccanismi tra forze dell’ordine e Big tech simili a quelli sopra descritti possano essere in vigore anche in altri Stati come quello italiano.

 

 

 

 

Immagine di Anthony Quintano via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)

 

 

Continua a leggere

Internet

Trump diventa castano. Internet scatenata

Pubblicato

il

Da

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha mostrato una nuova acconciatura decisamente più scura, generando sconcerto tra gli utenti dei social e scatenando una valanga di battute e meme.

 

Le foto di Trump che scende dall’Air Force One a Morristown, nel New Jersey, venerdì, diretto al suo golf club nella vicina Bedminster, ritraggono la caratteristica chioma biondo dorato trasformata in una tonalità quasi castana.

 

Internet è ovviamente impazzita, realizzando che Donald Trump, il biondo per eccellenza (pure a ottanta anni!) ora era diventato «moro».

 

Sono seguiti commenti satirici e, ovviamente, meme – oggi più che mai arricchiti dall’uso dell’AI che genera filmati fotorealistici, come quello in cui l’assistente Natalie Harp, detta la «stampante umana», lo tinge nello studio ovale.

 

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

La frenesia online è esplosa pochi giorni dopo che Trump aveva ribadito di non indossare una parrucca. Parlando mercoledì a una cena nel Giardino delle Rose della Casa Bianca, ha richiamato un comizio elettorale del 2024 in Ohio, particolarmente ventoso.

 

«Per anni ho dovuto sopportare la gente che diceva: “Indossa una parrucca”. Io non indosso una parrucca», ha detto Trump. «Quella sera hanno scoperto che non indossavo una parrucca, perché se l’avessi indossata, non sarebbe rimasta in testa a lungo».

 

Un video di Trump che sale a bordo dell’Air Force One nel 2018 è tornato virale dopo che una folata di vento gli ha sollevato i capelli accuratamente acconciati, scoprendo una chiazza calva sulla nuca.

 

«Faccio di tutto per nascondere quella calvizie, gente. Ci lavoro sodo», ha scherzato Trump alla Conservative Political Action Conference più tardi quello stesso mese. «Resistiamo, gente, insieme resistiamo.»

 

Diverse testate statunitensi hanno chiesto un commento alla Casa Bianca. Sabato il presidente sembrava nascondere la nuova acconciatura sotto un berretto rosso mentre giocava a golf.

 

Varie volte in televisione Trump, già famosissimo come immobiliarista e poi come conduttore del programma The Apprentice, aveva dato prova della veracità della chioma bionda facendosela toccare dai presentatori.

 

 

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine AI screenshot da YouTube

 

Continua a leggere

Internet

La Sony dice che gli utenti PlayStation non hanno mai posseduto i giochi digitali che hanno acquistato

Pubblicato

il

Da

Sony chiede l’archiviazione di una class action sulla proprietà reale dei videogiochi acquistati dagli utenti, puntando sull’arbitrato individuale e sulla sospensione del giudizio oppure sull’archiviazione definitiva del caso. Lo riporta Reclaim The Net.   La causa è stata promossa a giugno da quattro querelanti dinanzi al Tribunale distrettuale degli Stati Uniti per il distretto settentrionale della California e riguarda quella che i ricorrenti definiscono una pratica ingannevole di Sony: la vendita di giochi digitali con un linguaggio che evoca la proprietà, mentre i termini di servizio del gruppo precisano che gli acquirenti ottengono soltanto una licenza limitata.   I querelanti, quattro giocatori californiani, accusano Sony di violare la sezione 17500.6 del Codice delle Attività Commerciali e Professionali della California, che vieta di pubblicizzare beni digitali con espressioni come «compra», «acquista» o analoghe, salvo che il venditore ottenga la «conferma esplicita» del cliente che non sta acquistando il prodotto ma una licenza, oppure fornisca una dichiarazione «chiara ed evidente» prima della transazione, specificando che il prodotto è concesso in licenza e non venduto.

Sostieni Renovatio 21

La mozione depositata da Sony il 21 agosto chiede al giudice di accogliere tali richieste e richiama i termini di servizio che, secondo l’azienda, i querelanti avrebbero accettato, compresa una clausola vincolante di arbitrato individuale e di rinuncia all’azione collettiva.   Secondo Sony, Andrew Garcia, Edward Heycock, Jason Mendoza e John Salinas hanno riconosciuto che un avviso di licenza compariva sopra il pulsante «Conferma acquisto» sul PlayStation Store, il sistema informatico di distribuzione dei giochi Sony. L’avviso recitava che «l’acquisto di questo prodotto digitale equivale a una licenza soggetta al Contratto di licenza del prodotto software».   Sony ha inoltre evidenziato che i termini e le condizioni di PlayStation e il contratto di licenza erano disponibili come collegamenti ipertestuali blu su sfondo nero.   In base ai termini del gruppo, quando un prodotto viene ordinato o acquistato dal negozio l’acquirente ottiene «una licenza personale per utilizzare tale prodotto per uso privato e non commerciale». La licenza non è trasferibile, salvo diversa previsione della legge locale, e «ciò significa che è possibile utilizzare un prodotto nei modi descritti nella licenza, ma non se ne diventa proprietari», si legge nel documento depositato da Sony.   Un’altra sezione dei termini precisa che parole come «possedere», «proprietà», «acquisto», «vendita» e «comprare» non implicano alcun trasferimento di titolarità. Il contratto di licenza del software afferma che il software è «concesso in licenza, non venduto».   Sony sostiene inoltre che nell’«era digitale» non è credibile che consumatori ragionevoli ritenessero di acquistare la proprietà di un gioco digitale anziché una licenza. Lo illustra osservando che i due querelanti che hanno comprato il videogiuoco Resident Evil Requiem non avrebbero potuto farlo se il primo acquirente fosse divenuto proprietario esclusivo del titolo. I consumatori ragionevoli sanno che molte persone giocano allo stesso gioco contemporaneamente e quindi non possono esserne tutti i proprietari esclusivi.   La società aggiunge che tutti e quattro i querelanti hanno accettato l’ultima versione dei termini nell’aprile 2024, che contiene la clausola arbitrale e la rinuncia all’azione collettiva, e che non hanno esercitato il diritto di recesso entro i 30 giorni previsti per farlo per iscritto.   La richiesta di Sony sarà esaminata il 1° ottobre. La controversia è emersa dopo che PlayStation aveva già revocato l’accesso a film e serie TV a pagamento nel 2022 e annunciato un’ulteriore rimozione dei contenuti Discovery nel 2023. Nel 2026 Sony avrebbe dovuto togliere 551 film di StudioCanal dalle librerie dei clienti.   Ad aprile Sony ha inoltre introdotto un controllo della licenza per i giochi digitali appena acquistati per PlayStation 4 e PlayStation 5. «Dopo l’acquisto è richiesto un controllo online una tantum per confermare la licenza del gioco, dopodiché non saranno necessari ulteriori controlli», ha dichiarato un rappresentante di PlayStation a Game File.

Iscriviti al canale Telegram

Una decisione distinta di Sony è destinata a incidere sull’autenticazione dei dischi PlayStation nel gennaio 2028. Nel frattempo, nel documento depositato in tribunale ad agosto, il negozio online invita il cliente a «Confermare l’acquisto», mentre i termini che Sony intende far valere affermano che il cliente non è proprietario del prodotto.   La querelle giudiziaria in cui è incorsa Sony illustra bene un caposaldo dell’era dell’economia elettronica: nessuno è davvero padrone di ciò che compra, ma di una sua licenza, che quindi può essere revocata dal venditore.   Quando acquisti un software o un videogioco – si badi, sia in formato digitale che fisico – nella stragrande maggioranza dei casi non ne diventi proprietario, ma acquisti una licenza d’uso, cioè il diritto di utilizzarlo secondo termini stabiliti dal produttore/editore. Il titolare dei diritti (sviluppatore o editore) resta proprietario del software. L’utente riceve una licenza, spesso «non esclusiva, non trasferibile, revocabile», per usare il prodotto per uso personale.   Se acquisti un gioco digitale (es. su piattaforme come Steam, PlayStation Store, Epic, etc.), stai comprando l’accesso, cioè una licenza legata al tuo account, non un «bene» che possiedi in senso pieno. L’editore può, in teoria, revocare l’accesso o chiudere i server, rendendo il gioco inutilizzabile, come è successo con alcuni titoli online-only.   La rivendita è un tema controverso: in Europa, la sentenza della Corte di Giustizia UE UsedSoft contro Oracle (2012) ha stabilito che, per il software (non specificamente i videogiochi), se hai acquistato una licenza a tempo indeterminato con pagamento univoco, hai il diritto di rivenderla, esaurendo il diritto di distribuzione del titolare. Tuttaviaquesto principio è stato applicato in modo molto più limitato ai videogiochi, specie se distribuiti tramite piattaforme con account personali (vedi caso UFC in Germania, o le policy di Steam, che vietano la rivendita degli account).   Per le copie fisiche (es. un DVD/cartuccia), il «supporto» fisico è tuo, ma il contenuto software resta sotto licenza: puoi rivendere il disco (principio di esaurimento del diritto sulla copia fisica), ma non hai diritti sul codice sorgente o sulla proprietà intellettuale.   Tale cifra dell’economia elettronica, il lettore lo capisce subito, si adatta stupendamente all’idea di una società in cui la propriet privata è abolita è tutto diviene «servizio», e cioè esattamente quella sintetizzata plasticamente dal World Economic Forum di Davos nel motto «non avrai nulla e sarai felice».   Sarai felice fino a che non ti toglieranno pure i videogiochi – magari perché non ti sei vaccinato, o perché hai detto, non necessariamente online, qualcosa che non va su minoranze etniche o sessuali, Vladimir Putin, procedure mediche e farmaceutiche, e via con altri tabù che piano piano verranno inseriti nel padrone del vapore. La vera importanza di istituzioni come il WEF è questa: la convergenza tra Stato e multinazionali, per cui anche aziende private vi giudicano persino moralmente – tanti lettori hanno subito tale trasformazione con censure, visibili o invisibili, sui social, mentre anche in Italia avanza la forma più incredibile della repressione del totalitarismo democratico terminale, cioè la debancarizzazione.

Aiuta Renovatio 21

Si tratta di una riformulazione del rapporto tra Stato e cittadino, in cui non più il primo è emanato dal secondo per servirlo, ma al contrario, è il cittadino che deve sottomettersi allo Stato. Il quale Stato non è più regolato da una Carta costituzionale (che, come visto in era COVID, può venire stracciata in tranquillità in ogni Paese, dall’Italia agli USA), ma da un sistema di accessi ai cittadini gestiti dal vertice – lo Stato diviene piattaforma, il cittadino utente.   E un utente, in una piattaforma che non ha legge fissa (è lo Stato post-costituzionale, è Stato detto), non può avere diritti. E chi non ha diritti, cosa è? Uno schiavo.   Con questo in mente, sappiate che il disegno dell’euro digitale – sulla cui architettura software è stato costruito, ma guarda, il sistema del green pass –è esattamente questo: faranno a mezzo miliardo di cittadini europei. Vi potranno limitare o togliere la possibilità di fare qualsiasi cosa, dal comprare carburante all’acquistare cibo (quale tipo, quale quantità), di improvi il dove e quando, di spiare e profilare il vostro comporamento a partire da ogni vostra singola transazione. In una parola, la moneta elettronica UE esisterà per controllarvi: perché non siete più cittadini, ma schiavi.   Il nostro futuro euro digitale, che è sempre più imminente (se non è già stato di fatto varato con l’ID digitale) è un videogioco da incubo. Anzi, non è un videogioco: è la nostra vita.  

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
Immagine di Mayuki Sawatari via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic  
Continua a leggere

Internet

I fratelli Tate incriminati in Romania per reati sessuali contro minori

Pubblicato

il

Da

Le autorità della Romania hanno formalizzato, in contumacia, l’incriminazione degli influencer Andrew e Tristan Tate, contestando loro reati che vanno dalla tratta di esseri umani ai crimini sessuali su minori, fino al riciclaggio di denaro e all’intralcio alla giustizia. Dalla metà di luglio i due fratelli si trovano detenuti in un istituto penitenziario statunitense, in attesa dell’esito della procedura di estradizione avviata dalla Gran Bretagna. Entrambi respingono con decisione ogni accusa mossa nei loro confronti.

 

Andrew Tate, ex campione mondiale di kickboxing con cittadinanza sia britannica sia statunitense, ha costruito nel tempo un ampio seguito internazionale facendo leva su temi come il successo economico e la mascolinità. I suoi contenuti pubblicati online gli hanno garantito milioni di follower, ma gli hanno anche attirato numerose critiche per le posizioni espresse nei confronti delle donne.

 

Venerdì la Direzione rumena per le indagini sulla criminalità organizzata e il terrorismo (DIICOT) ha reso noto che Andrew deve rispondere delle accuse di tratta di esseri umani, rapporti sessuali con una persona minorenne, riciclaggio di denaro e intimidazione di testimoni, mentre a Tristan viene contestato il concorso nei medesimi reati attraverso attività di favoreggiamento.

Sostieni Renovatio 21

Stando alla ricostruzione accusatoria, nel 2012 Andrew avrebbe adescato nel Regno Unito una ragazza quindicenne, illudendola circa l’avvio di una relazione sentimentale, per poi condurla in Romania. Qui la giovane sarebbe stata costretta a realizzare materiale pornografico destinato a un’attività di webcam, mentre i due fratelli ne avrebbero mantenuto il controllo ricorrendo a minacce, pressioni psicologiche e violenza fisica.

 

L’accusa sostiene inoltre che Tristan abbia amministrato proventi derivanti da questa attività per una cifra complessiva pari a circa 1,25 milioni di dollari. La DIICOT punta ora a ottenere la confisca di quattro veicoli di lusso, che sarebbero stati acquistati con tale denaro e intestati a persone vicine ai due fratelli.

 

In un procedimento distinto, i pubblici ministeri hanno inoltre accusato Andrew di aver intrattenuto rapporti sessuali con un’altra minorenne quindicenne.

 

Il fascicolo è ora nelle mani del Tribunale di Bucarest, dove la fase preliminare del procedimento dovrebbe protrarsi per un periodo di almeno due mesi.

 

Il legale rumeno dei due fratelli, Eugen Vidineac, ha reso noto che la difesa intende impugnare l’atto d’accusa. Andrew e Tristan, stabilitisi in Romania nel 2016, erano già stati arrestati nel Paese nel dicembre 2022 nell’ambito di un procedimento separato basato su accuse analoghe; in quell’occasione una corte d’appello aveva successivamente rinviato il caso alla procura dopo aver dichiarato inammissibili alcune prove. Sebbene le accuse non siano mai state formalmente ritirate, nel febbraio 2025 le restrizioni agli spostamenti dei due sono state revocate, permettendo loro di volare in Florida.

 

Nel mese di luglio, la Procura della Corona britannica ha reso pubbliche ulteriori accuse a carico dei Tate, portando a sette il numero complessivo delle presunte vittime individuate nell’ambito del procedimento britannico e a 59 quello dei capi d’imputazione, che comprendono stupro, violenza sessuale e reati connessi alla tratta di esseri umani.

 

I due fratelli sono stati in seguito arrestati a Miami a seguito della richiesta di estradizione presentata da Londra. Il loro avvocato, Joseph McBride, ha dichiarato che Andrew e Tristan opporranno una resistenza decisa alla procedura di estradizione, sostenendo che il procedimento avviato nel Regno Unito abbia una matrice politica, dal momento che i suoi assistiti si sono più volte espressi in modo critico nei confronti delle autorità britanniche e dell’establishment politico del Paese.

 

Nel caso della persecuzione dei Tate era stato persino ipotizzato che fondi dell’ente di aiuto internazionale USAID, chiuso da Trump in un blitz appena reinsediatosi alla Casa Bianca, fossero stati utilizzati per spingere la persecuzione giudiziaria romena dei due fratelli.

 

I Tate si erano mossi spesso negli ultimi mesi, andando a soggiornare a Dubai nel momento in cui la città veniva bombardate dall’Iran e facendo una capatina in Russia solo poche settimane fa. Quando i fratelli l’anno scorso arrivarono in Florida, il governatore Ron DeSantis prese subito le distanze, dichiarando pubblicamente che non erano i benvenuti nello Stato.

 

Andrew Tate, chiamato dai fan «Top G», è stato quattro volte campione mondiale di kickboxing, arte marziale competitiva molto impegnativa e non troppo retribuita, dove era conosciuto con il nome di «King Cobra». È figlio di Emory Tate, il primo grande campione di scacchi di origini afroamericane; Andrew, che era divenuto un fenomeno della scacchiera già da bambino, sostiene oggi che il padre avesse lavorato anche per la CIA.

 

Inseparabile dal fratello Tristan, Andrew ha raccontato la sua versione dei fatti in una lunga intervista con Tucker Carlson, che ha poi sentito anche Tristan Tate. Andrew, dopo anni di ateismo manifesto, si è convertito all’islam a Dubai lo scorso anno, mentre Tristan avrebbe riscoperto la religione cristiana grazie al padre della madre di sua figlia, un religioso ortodosso romeno.

 

Andrew Tate è divenuto una figura di spicco sui social media dopo essere apparso nella versione britannica del reality «Grande Fratello» nel 2016, mantenendo nei suoi post un atteggiamento sfacciato per molti irritante, vantandosi della sua grande ricchezza e incoraggiando i suoi giovani seguaci maschi a frequentare e pagare corsi in cui promette di aiutarli a superare il loro insuccesso con il denaro e le donne.

 

I critici hanno accusato Tate di diffondere misoginia e di avere una cattiva influenza sui giovani. Lui ha sempre negato con forza tali accuse.

Iscriviti al canale Telegram

I suoi discorsi, che spesso colpiscono per profondità ed articolazione, hanno molti estimatori ben al di fuori della cosiddetta «manosphere», ossia la sottocultura che rivendica il ruolo dei maschi nella società.

 

Tate fu uno delle prime figure pubbliche a rifiutare la narrazione pandemica, trasferendosi, allo scoppio del COVID, in Svezia, Paese che definiva «noioso» ma dove non c’era restrizioni, come mostravano i suoi tanti video con ragazze nei locali, pubblicati mentre il resto del mondo era chiuso in casa dai lockdown.

 

Poco dopo, d’improvviso, i suoi canali social furono chiusi, mentre partirono quantità di articoli e servizi che contenevano contro di lui e il fratello accuse sessuali e criminali.

 

Alcuni ritengono che l’origine dei problemi di Tate potrebbero essere proprio in meccaniche profonde del Dipartimento di Stato USA, o forse ancora più in alto, dove l’ideologia gender de-mascolinizzante è penetrata al punto da divenire una policy precisa, come peraltro dimostrerebbe l’avversione materiale per i Paesi africani che hanno istituito leggi anti-sodomia – lo stesso portavoce del Consiglio di sicurezza nazionale (NSC) di Biden, l’ammiraglio John Kirby, ha di fatto definito pubblicamente i diritti LGBT come «il fondamento della politica estera americana».

Andrew ha più volte preconizzato pubblicamente il ritorno di una persecuzione giudiziaria da parte della Gran Bretagna, che considera il suo vero Paese.

 

Le istituzioni britanniche sembrano infatti davvero preoccupate di come il messaggio di Tate si stia diffondendo tra i giovani maschi delle scuole britanniche. Ciò è provato dall’interesse che lo stesso governo britannico ha dimostrato per la serie Netflix Adolescence, dove ad usare violenza non sono i maranza d’Albione ma i seguaci della «manosfera» di Tate.

 

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine screenshot da Twitter

 

 

 

Continua a leggere

Più popolari