Il bullismo diplomatico cinese

 

 

 

Mentre le richieste di inchieste e di riparazione economica si diffondono – dalla Casa Bianca agli albergatori di Cortina – Pechino risponde in modo aggressivo, mescolando minacce e aiuti e aumentando la crescente sfiducia nei confronti della Cina.

 

Poche ore fa il Global Times, testata in lingua inglese riconducibile direttamente all’espressione del Partito Comunista Cinese, ha definito il Segretario di Stato USA Mike Pompeo «un bugiardo abituale».

 

Il mondo tuttavia non pare seguire Pechino nel suo gioco.

 

L’Australia ha richiesto un’indagine sull’origine del virus. Germania e Gran Bretagna esitano nuovamente a trattare con il colosso della tecnologia cinese Huawei. Il presidente Trump ha incolpato la Cina per il contagio e sta cercando di punire il Dragone. Alcuni governi vogliono fare causa a Pechino per danni e risarcimenti.

Nelle ultime settimane, almeno sette ambasciatori cinesi – in Francia, Kazakistan, Nigeria, Kenya, Uganda, Ghana e Unione Africana – sono stati convocati dai loro ospiti per rispondere ad accuse che vanno dalla diffusione della disinformazione al «maltrattamento razzista» degli africani a Guangzhou

 

In tutto il mondo si sta sviluppando un contraccolpo contro la Cina per la sua iniziale cattiva gestione della crisi che ha contribuito a perdere il coronavirus nel mondo, creando una battaglia profondamente polarizzante di narrazioni e respingendo l’ambizione della Cina di colmare il vuoto di leadership lasciato dagli Stati Uniti.

 

La Cina, mai recettiva alle critiche esterne e diffidente nei confronti del controllo interno e della lunga portata economica, ha reagito in modo aggressivo, unendo gli aiuti medici ad altri paesi con una dura retorica nazionalista e mescolando le richieste di gratitudine con le minacce economiche.

 

Il caso italiano, con le mascherine prima inviate come aiuto da Roma e poi da questa ricomprate a caro prezzo, è patetico al punto che sparisce la voglia di parlarne.

 

Il risultato non fa che aumentare lo slancio e la crescente sfiducia nei confronti della Cina in Europa e in Africa, minando l’immagine desiderata della Cina come generoso attore globale.

 

Ancor prima del virus, Pechino mostrava un approccio feroce alle relazioni pubbliche, uno stile aggressivo chiamato diplomazia Zhànláng, – cioè del «guerriero-lupo». Zhànláng è il nome da due film d’azione in 3D cinesi ultrapatriotici dove patriottici soldati del l’Esercito di Liberazione del Popolo combattono mercenari stranieri a guida americana. Renovatio 21 ve ne aveva parlato poiché il secondo è echeggiato anche nel lancio del programma di vaccinazione contro virus mortali e della figura della dottoressa Chen Wei – cioè del generale Chen Wei – che avrebbe poi preso in mano il famoso laboratorio BSL-4 dell’Istituto di Virologia di Wuhan subentrando alla direzione precedente.

Ad inizio mese, la Cina ha minacciato di sospendere l’assistenza medica dai Paesi Bassi per aver cambiato il nome del suo ufficio di rappresentanza a Taiwan per includere la parola Taipei

 

Così, con il chiaro incoraggiamento del presidente Xi Jinping e del potente dipartimento della Propaganda del Partito Comunista Cinese, una generazione più giovane di diplomatici cinesi ha dimostrato la propria lealtà con messaggi nazionalisti spericolati e talvolta minacciosi nei paesi in cui ha sede.

 

Dal momento dello scoppio della Pandemia, il tono della nuova generazioni di ambasciatori e diplomatici si è solo intensificato, una misura di quanto i leader cinesi considerano pericoloso il virus in patria, dove ha alimentato la rabbia e distrutto la crescita economica, ma soprattutto all’estero.
Nelle ultime settimane, almeno sette ambasciatori cinesi – in Francia, Kazakistan, Nigeria, Kenya, Uganda, Ghana e Unione Africana – sono stati convocati dai loro ospiti per rispondere ad accuse che vanno dalla diffusione della disinformazione al «maltrattamento razzista» degli africani a Guangzhou.

Trump ha espresso interesse nella possibilità di denunciare Pechino per danni, con gli Stati Uniti che chiedono 10 milioni di dollari per ogni morte americana

 

A inizio mese, la Cina ha minacciato di sospendere l’assistenza medica dai Paesi Bassi per aver cambiato il nome del suo ufficio di rappresentanza a Taiwan per includere la parola Taipei. E prima ancora, l’ambasciata cinese a Berlino si scontrava pubblicamente con il quotidiano tedesco Bild dopo che il tabloid aveva richiesto 160 miliardi di dollari di risarcimento dalla Cina per danni alla Germania a causa del virus.
Donald Trump ha sospinto le agenzie di intelligence americane a trovare la fonte del virus, suggerendo che potrebbe essere emerso accidentalmente da un laboratorio di Wuhan.

 

Trump ha espresso interesse nella possibilità di denunciare Pechino per danni, con gli Stati Uniti che chiedono 10 milioni di dollari per ogni morte americana. I Repubblicani di vari Stati dell’Unione si sono mossi per sostenere gli attacchi del loro presidente alla Cina.

È stato imperativo per il presidente cinese Xi Jinping cambiare la narrativa della Cina come Paese untore, trasformandola da una storia di incompetenza e fallimento – inclusa la soppressione dei primi avvertimenti sul virus – in una trionfale vittoria sulla malattia, una vittoria ottenuta attraverso l’unità del Partito Comunista Cinese

 

Il procuratore generale del Missouri, Eric Schmitt, ha intentato una causa dinanzi al tribunale federale cercando di ritenere Pechino responsabile dell’epidemia. Un portavoce del ministero degli Esteri cinese, Geng Shuang, ha definito la causa «frivola», aggiungendo che non aveva «nessuna base fattuale e legale» e che «porta solo al ridicolo».

 

La causa sembra mirare meno a garantire la vittoria in tribunale (cosa piuttosto improbabile) che a indurre il Congresso a approvare la legislazione per rendere più facile per i cittadini degli Stati Uniti fare causa agli Stati stranieri per danni.

 

È stato imperativo per il presidente cinese Xi Jinping cambiare la narrativa della Cina come Paese untore, trasformandola da una storia di incompetenza e fallimento – inclusa la soppressione dei primi avvertimenti sul virus – in una trionfale vittoria sulla malattia, una vittoria ottenuta attraverso l’unità del Partito Comunista Cinese.

 

Nell’ultima iterazione della nuova narrativa cinese, il nemico – il virus – non proverrebbe nemmeno dalla Cina, ma dai militari degli Stati Uniti, un’accusa non comprovata fatta dal portavoce combattivo del Ministero degli Esteri cinese, Zhao Lijian.

Gli sforzi diplomatici sono stati dirottati dal Dipartimento di Propaganda del partito, con uno sforzo molto più deciso per sfruttare l’ assistenza  dei diplomatici per ottenere elogi per la Cina come paese e sistema e le sue prestazioni nel fermare la diffusione del virus»

 

I diplomatici cinesi sono incoraggiati a combattere per Pechino, ha detto al New York Times Susan Shirk, studiosa cinese e direttrice del 21st Century China Center dell’Università della California di San Diego.

 

La promozione di Zhao a portavoce e la sua dichiarazione sull’esercito degli Stati Uniti «segnalano a tutti in Cina che questa è la linea ufficiale, quindi si ottiene questo effetto megafono», ha detto, aggiungendo che rende più difficili le trattative.

 

Ma a lungo termine, la Cina sta diffondendo sfiducia e danneggiando i propri interessi, ha affermato la professoressa Shirk, che sta lavorando a un libro intitolato Overreach, sul modo in cui la politica interna cinese ha fatto deragliare le sue ambizioni di crescita pacifica come superpotenza globale.

I media statali cinesi hanno pubblicato numerose dichiarazioni infiammatorie, affermando che l’Australia, dopo aver annunciato il desiderio di indagare sul virus, era «una gomma attaccata sul fondo della scarpa cinese»

 

«Gli sforzi diplomatici sono stati dirottati dal Dipartimento di Propaganda del partito, con uno sforzo molto più deciso per sfruttare l’ assistenza  [dei diplomatici] per ottenere elogi per la Cina come paese e sistema e le sue prestazioni nel fermare la diffusione del virus».

 

Nelle ultime settimane, i media statali cinesi hanno pubblicato numerose dichiarazioni infiammatorie, affermando che l’Australia, dopo aver annunciato il desiderio di indagare sul virus, era «una gomma attaccata sul fondo della scarpa cinese».

 

Pechino ha avvertito che l’Australia ha rischiato danni a lungo termine riguardo la sua partnership commerciale con la Cina, che assorbe un terzo delle esportazioni australiane.

«In Germania, come in Gran Bretagna, oltre alle nuove domande sull’opportunità di utilizzare Huawei per i nuovi sistemi 5G, sono aumentate anche le preoccupazioni sulla dipendenza dalla Cina per i materiali vitali e i prodotti farmaceutici»

 

«In Germania, come in Gran Bretagna, oltre alle nuove domande sull’opportunità di utilizzare Huawei per i nuovi sistemi 5G, sono aumentate anche le preoccupazioni sulla dipendenza dalla Cina per i materiali vitali e i prodotti farmaceutici» scrive il New York Times.

 

In Francia, Paese che tradizionalmente intrattiene buoni rapporti con Pechino,  hanno destato rabbia le dichiarazioni critiche dei diplomatici cinesi, inclusa un’accusa secondo cui i francesi avevano deliberatamente lasciato i loro anziani residenti a morire nelle case di cura. Ciò ha provocato un rimprovero da parte del ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian, e la rabbia dei parlamentari, nonostante uno scambio reciproco precoce di aiuti medici e mascherine.

In Francia  hanno destato rabbia le dichiarazioni critiche dei diplomatici cinesi come l’accusa secondo cui i francesi avevano deliberatamente lasciato i loro anziani residenti a morire nelle case di cura

 

Di recente, il governo tedesco si è lamentato del fatto che i diplomatici cinesi stavano sollecitando lettere di sostegno e gratitudine per gli aiuti e gli sforzi di Pechino contro il virus da parte di funzionari governativi e capi delle maggiori compagnie tedesche.

 

Lo stesso è accaduto in Polonia, ha affermato l’ambasciatrice degli Stati Uniti a Varsavia, Georgette Mosbacher, in un’intervista al quotidiano di Nuova York dove ha descritto la pressione cinese sul presidente polacco Andrzej Duda al fine che quest’ultimo chiamasse  Xi e lo ringraziasse per l’aiuto, una chiamata che i cinesi hanno pubblicizzato ben bene in patria.

Di recente, il governo tedesco si è lamentato del fatto che i diplomatici cinesi stavano sollecitando lettere di sostegno e gratitudine per gli aiuti e gli sforzi di Pechino contro il virus da parte di funzionari governativi e capi delle maggiori compagnie tedesche

 

«La Polonia non avrebbe avuto la roba se non fosse stata fatta la telefonata, così avrebbero potuto usare quella telefonata» per la propaganda, ha detto l’ambasciatrice Mosbacher.

 

Qualcuno vede paralleli nella dura retorica nazionalista e xenofoba dei diplomatici guerrieri-lupo odierni  con il periodo della cosiddetta «Ribellione dei Boxer».  Quella dei Boxer (una setta che praticava arti marziale) fu una rivolta ultra-nazionalista, anti-imperialista, anti-straniera e anti-cristiana che sconvolse la Cina tra il 1899 e il 1901, verso la fine della dinastia Qing. Per i cinesi finì in modo tragico ed umiliante.

 

Dopo diversi mesi di crescenti violenze e omicidi a Shandong e nella pianura della Cina del Nord contro la presenza straniera e cristiana, nel giugno 1900, i Boxer, convinti di essere invulnerabili alle armi straniere, convergevano a Pechino. Stranieri e cristiani cinesi cercarono rifugio nel quartiere della Quartiere Diplomatico di Pechino, dove furono assediati per 55 giorni.

 

Qualcuno vede paralleli nella dura retorica nazionalista e xenofoba dei diplomatici guerrieri-lupo odierni  con il periodo della cosiddetta «Ribellione dei Boxer». Per i cinesi finì in modo tragico ed umiliante

Un’alleanza di otto nazioni (americani, austro-ungarici, britannici, francesi, tedeschi, italiani, giapponesi e russi) ruppe l’assedio con oltre 20.000 soldati armati. Coloro sospettati di essere dei Boxer furono giustiziati, assieme a membri dell’esercito cinese che li avevano appoggiati.

 

«Fintanto che ad attività di tipo Boxer viene dato il timbro ufficiale di approvazione come “patriottico” – dice l’ottantanovenne Zi Zhongyun, americanista della Accademia Cinese delle Scienze Sociali – e fintanto che generazione dopo generazione dei nostri compagni cinesi vengono educati e inculcati con una mentalità simile al Boxer, sarà impossibile affinché la Cina prenda il suo posto tra le moderne nazioni civili del mondo» .