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Civiltà

Hulk Hogan e il Dio che distrugge

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«In tre brevi mesi, proprio come ha fatto con le piaghe dell’Egitto, Dio ha portato via tutto ciò che adoriamo. Dio ha detto: “Tu vuoi adorare gli atleti, io chiuderò gli stadi. Tu vuoi adorare i musicisti, io chiuderò gli auditorii. Tu vuoi adorare gli attori, io chiuderò i teatri. Tu vuoi adorare i soldi, io chiuderò l’economia e farò crollare la borsa. Non vuoi andare in chiesa ed adorarmi, io farò in modo che non potrai più andare in chiesa”».

 

«“Se il mio popolo chiamato con il mio nome si umilierà, pregherà e cercherà il mio volto e si allontanerà dalle loro vie malvagie, allora ascolterò dal cielo e perdonerò il loro peccato e guarirò la loro terra”».

 

«Forse non abbiamo bisogno di un vaccino, forse dobbiamo prendere questo tempo di isolamento dalle distrazioni del mondo e avere un risveglio personale in cui ci concentriamo sull’UNICA cosa al mondo che conta davvero. Gesù».

 

Il pulpito di questa predica tagliente sorprende non poco. È un post su Facebook di Hulk Hogan, il massiccio vecchio numero uno di quella lotta fittizia super-televisiva chiamato wrestling.

 

Hogan era il la star indiscussa dello show, il suo personaggio incarnava valori nazionalisti americani (la sua canzone diceva), era quello, tamarrissimo, che arrivato sul ring si strappava la maglia gialla di dosso mostrando un torso fatto di anabolizzanti e raggi ultravioletti.

 

«Forse non abbiamo bisogno di un vaccino, forse dobbiamo prendere questo tempo di isolamento dalle distrazioni del mondo e avere un risveglio personale in cui ci concentriamo sull’UNICA cosa al mondo che conta davvero. Gesù».

Era il campione del match più importante della serata, sfidava solo i big, le buscava ma poi, con una resilienza applaudita dal pubblico sino a spellarsi le mani, resisteva ad ogni manata e pedata (Dan Peterson cercava di tradurre in italoamericano la sua gestualità di incassatore che andava alla riscossa: «nou nou, tu no puoy fare questouh», e vinceva – come da copione.

 

Hulk Hogan, all’anagrafe Terry Bollea (sì, è di origina italiana), ha avuto fama e danari ma anche una vita irta di disgrazia e di peccato. Molti dei suoi amici sono morti, e non è mai stato chiarito se è per ormoni sintetici ed affini utilizzati per le performances. Suo figlio finì coinvolto, come responsabile, in un incidente che costò la morte ad un altro ragazzo. Seguì collasso finanziario, e divorzio dalla moglie. Il Viale del Tramonto era bello che imboccato, come si conviene ad ogni oscura parabola hollywoodiana.

 

Venne poi la cosa più triste ed incredibile. Emerse in rete un filmato di lui che andava a letto con la moglie di quello che era allora il suo migliore amico, un conduttore radiofonico che non si è mai capito che ruolo abbia svolto nello scandalo.

 

Un potentissimo sito di pettegolezzi americano, Gawker, pubblicò il video. Hulk Hogan tentò di denunciare, ma non aveva abbastanza danari per mandare avanti una simile imprese tribunalizia, visto che in USA possono davvero brandire il Primo Emendamento della Costituzione – la libertà di espressione – per coprire la pubblicazione di immagini della vita intima di qualcuno.

 

Con parole del genere, il lottatore dimostra che la devastazione che ha vissuto gli ha lasciato qualcosa. La devastazione che ha vissuto ha, in verità, costruito

Qualcuno gli diede segretamente una mano: il miliardario Peter Thiel, creatore di PayPal e primo investitore in Facebook, uno degli uomini più intelligenti del pianeta, che con Gawker aveva un conto in sospeso. La storia incredibile di questo milionario complotto tribunalizio è raccontata in un libro-rivelazione di qualche anno dopo, Conspiracy.

 

Arrivò al processo Bollea vs Gawker un vero principe del foro di Los Angeles, uno studio la cui parcella sarebbe costata, solo per andare a processo, forse una diecina di milioni di dollari. La situazione si capovolse.

 

Si arrivò al verdetto. Hogan chiedeva 100 milioni di dollari di risarcimento. La giuria gliene assegnò 115. Più 25 milioni in «danni punitivi», un istituto giuridico della common law americana. Gawker andò in bancarotta; Bollea, a fine 2016, arrivò ad un accordo, se ne portò a casa 31. Circa 28,5 milioni di euro.

Dio permette la distruzione. Dio distrugge

 

In pratica, ad Hulk Hogan sono tornati i soldi in tasca. Eppure, con parole del genere, dimostra che la devastazione che ha vissuto gli ha lasciato qualcosa. La devastazione che ha vissuto ha, in verità, costruito.

 

Sì, Dio permette la distruzione. Dio distrugge

 

Sta scritto: «Anche sull’Oreb provocaste all’ira il Signore; il Signore si adirò contro di voi fino a volere la vostra distruzione» (Deutoronomio, 9,8)

 

Il Dio dei cristiani, lungi dall’essere un idolo da ONG della parrocchia moderna, è anche un Dio distruttore.

Sta scritto: «Tale condotta costituì, per la casa di Geroboamo, il peccato che ne provocò la distruzione e lo sterminio dalla terra» (1Re 13,34)

 

Non solo il Dio dell’Antico Testamento è uso a catastrofi e distruzione.

 

Dal Vangelo secondo Marco (27, 51): « Ed ecco il velo del tempio si squarciò in due da cima a fondo, la terra si scosse, le rocce si spezzarono».

 

Il Dio dei cristiani, lungi dall’essere un idolo da ONG della parrocchia moderna, è anche un Dio distruttore.

 

La Passione, la Croce. Tutti conosciamo questa meccanica spirituale cristiana; non tutti però realizzano quanto sia necessaria. E quanto sia dolorosa

Decenni fa mi ritrovavo ad interrogarmi su questa cosa che la Chiesa moderna, né al catechismo dell’infanzia né altrove, mi aveva insegnato. Dio crea, Dio distrugge, Dio salva. 

 

Inabissatomi in India, mi ritrovai a rimirare l’abbaglio della corrispondenza con la Trimurti indù, cioè la principale terna di divinità che comandano l’induismo post-vedico. (Ne ho scritto a lungo in un libro di un paio di anni fa, Cristo o l’India, una delle mie digestioni della cultura orientale in cui mi è capitato di immergermi).

 

Qualcosa non tornava, ovviamente. Brahma, il creatore, era decisamente una divinità negletta, poco menzionata, poco adorata – e da qui è facile vedere come l’induismo si riveli una gnosi, una religione che odia la creazione, che vive il mondo fisico come un fastidio da cui liberarsi con la liberazione del nirvana (cioè, letteralmente, l’estinzione).

 

Shiva, il distruttore, era ancora più complicato. Era il dio del divenire ma anche dei ladri. La sua storia è piena di cose cose disdicevoli: taglia la testa al figlio perché non lo riconosce, e ci trapianta la testa di un elefante (e la nascita del dio Ganesh); un nano lo sfida a ballare e lui mette su uno ballo ultraspettacolare che culmina con una danza proprio sopra il corpo dle povero nano – chi la fa l’aspetti: una delle sue mogli ammazza Shiva e balla sopra al suo cadavere con una collana di teste mozzate (Kali, la dea della morte); poi c’è l’episodio non chiarissimo nel quale si sarebbe accoppiato con Vishnu, l’altro personaggio della Trimurti. Dai loro semi nasce  il Gange, ma pure un bebé, cui fu dato il nome di Arikaputtiran.

«Il Signore ti distrugge fino a che non lo lasci costruire»

 

Il quale Vishnu, il dio che conserva, il dio che salva, si incarna (la parola è «discesa», avatar in sanscrito) in creature mondane più o meno una dozzina di volte per salvare il mondo. Diventa tartaruga, pastorello, uomo leone, principe, immenso cinghiale, cacciatore, pescione cosmico. Secondo alcune scuole di pensiero, anche Buddha, Gesù Cristo e – qualcuno vagheggia dentro e fuori dell’India – perfino Adolf Hitler sarebbero suoi avatara.

 

Voi capite, niente di tutto questo poteva aiutarmi a comprendere il mistero divino della distruzione. Soprattutto quando essa riguardava la mia vita interiore.

 

Così, sempre tanti anni fa, mi ritrovai a Milano, con ospite in casa un ragazzo cattolico che era sì un bravo ragazzo, ma di cui – dall’alto della mia spocchia farisaica di sapientone –non avevo un gran rispetto sul piano intellettuale. Non apprezzavo la sua fede cieca, genuina, che mi pareva tutto sommato superficiale. Invece avevo solo da imparare da lui.

 

Parlavamo del suo gruppo cattolico, ora forse dissolto, che stava attraversando un momento difficile. Non sembrava turbato dalla cosa. «Il Signore ci distruggerà fino a che non saremo a posto». Era perentorio, sicuro.

 

«Il Signore ti distrugge fino a che non lo lasci costruire». Dio ti umilia e ti mortifica, perché quella è la via per prepararti ad accettare il suo disegno, la sua costruzione.

 

Nessun edificio sarà costruito se prima non saranno distrutte le macerie della Civiltà della Morte che ha creato e diffuso il Coronavirus

Era un momento in cui per varie ragioni non ero al massimo del mio splendore, diciamo così, ma al ragazzo non volevo certo lasciarlo vedere. Per quanto semplici, queste parole potevano non rimbombare nel mio essere. Perché, essendo una verità spirituale ultima ed incontrovertibile, parlavano dritto a me, di me, per me.

 

Sta scritto: «Posso distruggere il tempio di Dio e ricostruirlo in tre giorni» (Mt 26, 61)

 

Dio mi stava distruggendo – o stava permettendo che mi distruggessero, o che io mi distruggessi da solo. Il chi non aveva importanza, importava il cosa, cioè la realtà vera, predisposta dal disegno di Dio. Realtà che per me, in quel momento tetro, era  sofferenza e disintegrazione di sentimenti e certezze.

 

La Passione, la Croce. Tutti conosciamo questa meccanica spirituale cristiana; non tutti però realizzano quanto sia necessaria. E quanto sia dolorosa.

 

E così eccoci nell’era della croce pandemica. Una croce alla quale in un modo o nell’altro stato chiesto a tutta l’umanità di sottoporvisi. Alcuni hanno perso cari e conoscenti (a me è capitato), altri hanno perso la vita. Altri ancora la salute, il senso del gusto e dell’olfatto, il fatturato, la pazienza, il lavoro.

Prego solo che mi sia ridata la libertà per concentrarmi sulle cose essenziali: l’unità della mia famiglia, le sostanze per alimentarle, il cibo, forse anche la lotta contro chi ci ha fatto piombare in quest’incubo

 

Eppure tutte queste – compresa la vita – sono cose secondarie dinanzi a Cristo. Il lottatore peccatore ha ragione. La Terra desolata non potrà tornare fertile se prima non prepariamo il terreno perché la natura fiorisca.

 

Nessun edificio sarà costruito se prima non saranno distrutte le macerie della Civiltà della Morte che ha creato e diffuso il Coronavirus.

 

Prendetela un’ottava più in basso, se non ce la fate. Il wrestler ci parla dell’inutilità di stadi e sale concerti, campioni dello sport e musicisti famosi. Se penso alla mia vita, vedo quanto ha ragione: oggi non è possibile aver fiducia in nessuna celebrità, politica o musicale, scientifica o sportiva; oggi non penso nemmeno lontanamente ad intrupparmi ad un concertone o ad una partita di calcio, non penso a festoni scatenati. 

 

Il virus ha contaminato il mondo, ma la purezza del cuore è lì, disponibile a tutti quanti, così come l’amore del Dio che ci distrugge e che ci salva

Prego solo che mi sia ridata la libertà per concentrarmi sulle cose essenziali: l’unità della mia famiglia, le sostanze per alimentarle, il cibo, forse anche la lotta contro chi ci ha fatto piombare in quest’incubo. Prego per la religione, nel senso etimologico: l’unione. Il nuovo legarsi delle persone attorno non agli idoli, ma a ciò che è necessario, essenziale. I legami di sangue. Il Paese. La comunità. La vita biologica. L’umanità. E poi certo, l’unica vera Religione, quella che ci dà la comunione, quella che ci connette fisicamente a Dio.

 

Dovrei pensare più a Gesù, vero. Ai tempi del Coronavirus, scopro che ho tanto da imparare da Hulk Hogan e da quelli come lui.

 

«Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio».

 

Il virus ha contaminato il mondo, ma la purezza del cuore è lì, disponibile a tutti quanti, così come l’amore del Dio che ci distrugge e che ci salva.

 

 

Roberto Dal Bosco

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Civiltà

Chi sono i fabiani?

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Renovatio 21 pubblica l’intervento apparso su X del pensatore conservatore polacco Krzysztof Szczawinski, matematico e filosofo, già trader di derivati, protagonista in rete di numerose riflessioni sullo stato delle cose da un punto di vista storico, filosofico, politico. Lo Szczawinski aveva trattato la Fabian Society tra i gruppi di controllo globale in un precedente intervento. L’analisi è, in superficie, buona, tuttavia impressiona l’assenza totale di una menzione della religione nella costruzione della Civiltà occidentale. Di qui qualche ingenuità, come quella di ritenere, in un finale che fa scendere la catena, la Dichiarazione dei diritti e Winstone Churchill un apice della nostra storia (!).

 

 

(…) La Fabian Society fu fondata a Londra nel 1884. Prende il nome da Quinto Fabio Massimo, il generale romano famoso per aver sconfitto Annibale non con uno scontro diretto, ma con pazienza, logoramento e la lenta disfatta del nemico. Il nome fu scelto deliberatamente. Era la strategia. Il loro emblema era un lupo travestito da agnello. Lo scelsero loro stessi.

 

Vale la pena soffermarsi un attimo su questo: un’organizzazione che scelse come proprio simbolo l’immagine di un intento predatorio mascherato da apparenza innocua – l’inganno come principio fondante, metodo operativo, ciò di cui andavano più fieri. Non imposto dai critici. Scelto autonomamente. Ne erano orgogliosi. La strategia era semplice e devastante: non assaltare le istituzioni. Infiltrarsi al loro interno.

 

Infiltrarsi – per usare le loro parole – gradualmente, pazientemente, nel corso delle generazioni, collocando persone formate secondo i principi fabiani in posizioni di influenza nel governo, nel mondo accademico, nei media e nella pubblica amministrazione, fino a quando le istituzioni non produrranno risultati fabiani senza che nessuno debba annunciare una rivoluzione.

 

La rivoluzione avverrà, ma lentamente, in modo invisibile, burocratico e democratico. Quando qualcuno se ne accorgerà, le istituzioni saranno già cambiate.

 

 

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Fondarono la London School of Economics nel 1895, l’istituzione che ha formato generazioni di politici, funzionari pubblici, economisti e giornalisti in tutto il Commonwealth e oltre. Furono determinanti nella creazione del Partito Laburista nel 1900. Diedero forma alla BBC. Progettarono lo stato sociale britannico.

 

George Bernard Shaw, H.G. Wells, Tony Blair, Gordon Brown, Keir Starmer: l’elenco dei fabiani che hanno plasmato la politica britannica e globale non è una nota a piè di pagina. È la storia della sinistra del ventesimo secolo, raccontata senza mezzi termini.

 

Starmer non è un caso fortuito né un’evoluzione del Partito Laburista. Egli rappresenta l’espressione attuale di un progetto in corso da centoquaranta anni: paziente, istituzionale e pienamente coerente con la strategia originaria.

 

La Fabian Society è la lunga marcia di Gramsci attraverso le istituzioni, ma inglese, quindi meglio vestita e meglio finanziata, e con cinquant’anni di anticipo. Gramsci teorizzò ciò che i fabiani stavano già facendo. I fabiani ne furono i praticanti.

 

La Scuola di Francoforte fornì la filosofia. La Fabian Society fornì il modello operativo. E la teoria francese fornì il confezionamento culturale. Tre progetti, origini diverse, destinazione identica: lo smantellamento delle fondamenta della civiltà occidentale attraverso la paziente occupazione delle sue istituzioni.

 

Ciò che rende il modello fabiano più pericoloso del socialismo rivoluzionario è proprio la sua fluidità. La rivoluzione è visibile. Si possono indicare le barricate. L’approccio fabiano non produce barricate: solo programmi di studio che cambiano gradualmente, linee editoriali che si modificano sottilmente, linee guida per la pubblica amministrazione riviste progressivamente e una successione di riforme apparentemente ragionevoli che, singolarmente, sembrano modeste, ma che nel loro insieme trasformano ogni cosa.

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Il lupo travestito da pecora non è solo un predatore mascherato, ma un predatore che ha imparato a parlare la lingua delle pecore, ad adottarne i modi, a mostrare preoccupazione per il loro benessere e a riscrivere gradualmente le regole del gregge dall’interno

 

Quando ve ne accorgete, il lupo è già nella stanza da decenni. Ha indossato le vesti di pecora così a lungo che alcuni si sono dimenticati che non lo era. L’inganno non è stato casuale. Era il metodo. Il lupo travestito da pecora è obłuda [termine polacco traducibile con l’italiano «doppiezza», ndt] con una strategia a lungo termine. Zakłamanie [«inganno», ndt] con un piano centenario. La menzogna sistemica con un think tank e un patrimonio.

 

Sono stati pazienti. Sono stati deliberati. Sono stati efficaci. E la civiltà che ha prodotto la Magna Carta, la Dichiarazione dei Diritti e Churchill se n’è accorta a malapena, finché non è stato troppo tardi.

 

Krzysztof Szczawinski

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Civiltà

George Soros e Open Society Foundations: il sistema capillare

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Renovatio 21 pubblica l’intervento apparso su X del pensatore conservatore polacco Krzysztof Szczawinski, matematico e filosofo, già trader di derivati, riguardo al sistema messo in atto dallo speculatore finanziario internazionale Giorgio Soros. Renovatio 21 ha lungamente trattato del personaggio e della sua opera devastatrice durante questi anni, raccontando anche l’attacco del finanziere di origini ebraico-magiare contro la lira italiana nel 1993 e i suoi addentellati nella politica nazionale.   Tutti parlano di Soros, di Soros. Ma come opera realmente?   La maggior parte delle organizzazioni che abbiamo descritto opera a livello elitario: l’incontro di Davos, il seminario alla Columbia, il comitato di Bruxelles. Le Open Society Foundations sono diverse. Operano simultaneamente a tutti i livelli: da quello sovranazionale a quello locale, dal think tank all’attivista di strada, dal ricorso alla Corte Suprema all’elezione del procuratore distrettuale. Rappresentano la più completa infrastruttura di finanziamento politico mai creata da un privato. E gran parte di essa è nascosta in bella vista.

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Soros ha costruito la sua fortuna speculando contro le valute nazionali, in particolare con la famigerata operazione che ha fatto crollare la sterlina britannica nel 1992. Ha utilizzato i proventi per finanziare istituzioni che si oppongono alla sovranità nazionale, aiutandolo così a realizzare tali operazioni. Non si tratta di ironia. È un modello di business. Un’operazione di arbitraggio [l’acquisto di un bene su un mercato a prezzo basso e la sua vendita immediata su un altro mercato a un prezzo più alto, ndt].   1) Il meccanismo è semplice e quasi elegante. Si crea un’organizzazione dal nome accattivante: un istituto per la società aperta, una fondazione per i media democratici, un centro per la riforma della giustizia. La si finanzia con dieci milioni di dollari di fondi privati, sufficienti per assumere personale, produrre rapporti e consolidare la sua credibilità.   Poi, attraverso la rete di collaboratori e funzionari ideologicamente allineati che decenni di finanziamenti hanno permesso di inserire all’interno di governi e organismi sovranazionali, ci si assicura che questa organizzazione privata riceva centinaia di milioni di dollari di finanziamenti pubblici: sovvenzioni dell’UE, contratti USAID, sussidi governativi. I fondi privati ​​creano la piattaforma. I centinaia di milioni di dollari pubblici ne acquistano la visibilità. Il contribuente finanzia il progetto. Il progetto serve all’agenda. Ancora una volta, un bel arbitraggio.  

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2) Le Open Society Foundations – che prendono il nome dal concetto di società aperta di Karl Popper – distribuiscono circa un miliardo e mezzo di dollari all’anno in oltre cento Paesi. Il denaro circola attraverso una rete di fondazioni intermediarie, uffici regionali e organizzazioni partner locali così complessa che rintracciarlo dalla fonte alla destinazione richiede ricerche approfondite.   Questo non è casuale. L’architettura è progettata per dare l’impressione di una società civile organica – organizzazioni locali, campagne dal basso, media indipendenti – mentre i finanziamenti provengono da un’unica fonte con un programma coerente. Il villaggio Potemkin della società civile, con un budget enorme.   3) Immaginiamo che in ogni Paese esista una fondazione principale che operi come un vivace ufficio aziendale – una sede centrale – popolata da persone che conoscono a fondo l’agenda e ne comprendono il collegamento con il programma globale. Tutti si rivolgono a questa fondazione per ricevere istruzioni.   Ogni organizzazione più piccola del Paese – l’ONG per le migrazioni, il fondo per i media, il comitato per i premi artistici – sa a chi rivolgersi per ricevere orientamento, per ottenere finanziamenti, per definire la prossima campagna. Sembra un centro nevralgico della società civile. Le persone che vi lavorano potrebbero credere di fare del bene.   La struttura garantisce che fare del bene significhi promuovere l’agenda. Ogni singola sovvenzione è giustificabile. Il tutto costituisce un progetto coordinato.   4) La rete controlla l’intero ciclo. Il think tank produce il documento. Il gruppo di pressione gestisce la campagna. L’organizzazione legale porta il caso in tribunale. L’organizzazione mediatica ne parla in modo favorevole. Il fact-checker delegittima l’opposizione. Ognuno di questi elementi può sembrare indipendente; la struttura di finanziamento li collega. I rapporti annuali pubblici elencano le sovvenzioni e i beneficiari.   La struttura non è nascosta. È semplicemente troppo stratificata perché la maggior parte delle persone possa comprenderla chiaramente.   5) Lo strato culturale è il più insidioso, perché produce l’acqua in cui le persone nuotano senza saperlo. La rete finanzia premi letterari che vanno ad autori che promuovono una determinata agenda.   Finanzia festival cinematografici che danno visibilità ai film giusti. Finanzia organizzazioni artistiche che commissionano le opere giuste. Finanzia premi giornalistici che celebrano i giornalisti giusti. Finanzia cattedre universitarie che producono la ricerca giusta. Nulla di tutto ciò richiede un controllo editoriale esplicito. Non si dice al comitato di premiazione chi selezionare.   Si finanzia il comitato di premiazione. Col tempo, la selezione riflette i valori del finanziatore, perché le persone che siedono nei comitati sono le persone che il finanziamento ha prodotto.   6) Lo strato mediatico è il più invisibile, perché ha l’aspetto del giornalismo. La rete di fondazioni ha erogato finanziamenti a centinaia di organizzazioni mediatiche in tutto il mondo: testate giornalistiche, fondi per il giornalismo investigativo, organizzazioni di fact-checking, scuole di giornalismo. Tra i beneficiari figurano alcuni dei nomi più prestigiosi del panorama mediatico internazionale. I finanziamenti non sono vincolati da esplicite condizioni editoriali, e non ce n’è bisogno.   Le organizzazioni che ricevono finanziamenti da una fonte con un’agenda ideologica coerente assumono persone che condividono tale agenda, producono contenuti in linea con essa e impostano il fact-checking di conseguenza. Il finanziamento non corrompe il giornalismo, ma seleziona un giornalismo già allineato a tale agenda.   Questa è l’intuizione di Marcuse applicata ai media: non c’è bisogno di censurare, ma di controllare il processo di formazione.

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7) Negli Stati Uniti, le elezioni dei procuratori distrettuali rappresentano l’esempio più preciso dal punto di vista operativo, nonché quello con le conseguenze più evidenti. I PAC (Political Action Committee) finanziati da Soros hanno speso centinaia di milioni di dollari per eleggere procuratori distrettuali progressisti nelle principali città: Los Angeles, San Francisco, Chicago, Philadelphia, New York, St. Louis.   Questi procuratori attuano politiche di non perseguibilità per determinate categorie di reati, riduzione della cauzione e rilascio anticipato. Le conseguenze sono visibili nelle strade di ogni città in cui queste politiche sono state implementate: i mercati della droga a cielo aperto di San Francisco, l’epidemia di furti nei negozi che ha costretto le grandi catene a chiudere i punti vendita nelle aree urbane, l’aumento della criminalità violenta che ha fatto seguito al cambiamento di politica.   I finanziamenti che hanno prodotto questi risultati sono documentati nei documenti della FEC (Federal Election Commission). Il collegamento tra i finanziamenti e le conseguenze è diretto e tracciabile.   8) In Europa, l’architettura è particolarmente complessa. Finanzia le organizzazioni di difesa dei diritti dei migranti che intentano cause contro il controllo delle frontiere.   Finanzia le organizzazioni legali che contestano i governi nazionali presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Finanzia le ONG che gestiscono navi di soccorso nel Mediterraneo, le quali, a prescindere dal loro dichiarato scopo umanitario, fungono da fattore di attrazione e supporto logistico per i flussi migratori che poi approdano sulle coste europee. Finanzia le organizzazioni politiche che fanno pressioni per le politiche dell’UE che impediscono agli Stati membri di controllare i propri confini. Finanzia i media che etichettano l’opposizione a tutto ciò come razzismo.   Il ciclo è completo: finanziare la causa, finanziare la contestazione legale di qualsiasi risposta, finanziare i media che delegittimano l’opposizione, finanziare la lobby politica che influenza la regolamentazione. Un’unica fonte. Ogni livello. Il denaro dei contribuenti amplifica il denaro privato in ogni fase.   Le fondazioni della Società Aperta sono il sistema capillare del progetto globalista: il meccanismo attraverso il quale l’agenda decisa a Davos, teorizzata nella Scuola di Francoforte e istituzionalizzata nell’UE raggiunge il livello locale.   Il think tank produce il documento. Poi i gruppi di pressione e i media lanciano la campagna. L’organizzazione legale lo trasforma in una politica. Il procuratore distrettuale decide di non perseguire le conseguenze. L’accademico finanziato fornisce la legittimità intellettuale. Ogni anello della catena appare indipendente. I finanziamenti risalgono alla stessa fonte.   Non si tratta di una cospirazione. Si tratta di un rapporto annuale pubblicato, che elenca ogni sovvenzione, ogni beneficiario, ogni area di programma. L’architettura è semplicemente troppo complessa, troppo frammentata e troppo radicata nel linguaggio della società civile perché la maggior parte delle persone possa comprenderla chiaramente.   Segui i soldi. L’architettura si nasconde in bella vista.   Krzysztof Szczawinski  

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Civiltà

La devastazione prodotta dalla Scuola di Francoforte

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Renovatio 21 pubblica l’intervento apparso su X del pensatore conservatore Krzysztof Szczawinski, matematico e filosofo, già trader di derivati, messosi in luce negli ultimi tempi per ul suo pensiero riguarda la civiltà e i suoi mali.

 

Il progetto intellettuale più distruttivo del XX secolo. La Scuola di Francoforte. Dovreste sapere cos’era, cosa ha costruito e perché ne subite ancora le conseguenze.

 

1. L’Istituto per la Ricerca Sociale fu fondato a Francoforte nel 1923 e trasferito alla Columbia University nel 1934, con l’ascesa al potere di Hitler. La civiltà che avevano deciso di smantellare offrì loro rifugio quando un’altra cercò di annientarli. Trascorsero i successivi cinquant’anni a elaborare l’infrastruttura teorica per quello smantellamento. La civiltà occidentale stessa era il problema: la ragione, l’Illuminismo, la famiglia, la tradizione, l’autorità. Non riformata. Smantellata.

 

2. La chiamarono Teoria Critica – e il nome è il programma. Tutto deve essere criticato; nulla deve essere costruito. Nella Dialettica dell’Illuminismo (1944), Adorno e Horkheimer sostenevano che la ragione occidentale – la ragione che ha prodotto Newton e lo Stato di diritto – conteneva i semi di Auschwitz. Non che la ragione fosse stata usata in modo improprio, ma che la ragione stessa, portata alle sue estreme conseguenze, producesse i campi di sterminio. Non si trattava di una critica alle istituzioni, bensì di un’accusa alla civiltà stessa.

 

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3. Adorno fornì loro l’arma psicologica. In La personalità autoritaria (1950) classificava il conservatorismo, la fede religiosa, il patriottismo e la famiglia tradizionale non come posizioni politiche, bensì come sintomi di una personalità proto-fascista. Se credi nella nazione o nell’autorità paterna, sei pre-fascista. L’avversario non aveva più torto, era malato. Non si discute con una patologia, la si cura. Questo rendeva impossibile il dialogo. Non si persuade chi ha torto, si diagnostica una malattia. La politica diventa terapia e il disaccordo diventa patologia.

 

4. Marcuse fornì loro l’arma politica. In Critica della tolleranza (1965) sosteneva che tollerare idee sbagliate è di per sé oppressione. La vera tolleranza, quindi, richiede la soppressione delle idee intolleranti. La sinistra decide quali idee sono intolleranti. Tutti gli altri vengono messi a tacere, non nonostante la tolleranza, ma «in suo nome». Censura mascherata da linguaggio di liberazione.

 

5. La generazione che ha letto Marcuse alla Columbia, a Berkeley e a Yale è poi arrivata a dirigere università, media, fondazioni, ONG, dipartimenti di moderazione dei contenuti e l’apparato normativo dell’UE. Hanno applicato sinceramente le loro tesi perché le avevano apprese come filosofia. Questo è stato il più grande risultato della Scuola di Francoforte: ha prodotto veri credenti.

 

6. La teoria francese ha ripreso gli strumenti e li ha resi estetici. Foucault ha reso letteraria la critica del potere. Derrida ha reso filosofica la critica del significato. Deleuze ha reso elegante la critica dell’identità. Un programma politico è diventato una sensibilità culturale. Si può argomentare con un programma. Una sensibilità è nell’aria che si respira. Quando queste idee sono arrivate nei campus americani attraverso il canale francese, non erano più ideologia. Erano l’acqua. I pesci non sapevano di essere bagnati.

 

7. Una civiltà si fonda su tre pilastri: la verità esiste ed è accessibile alla ragione; il bene è distinguibile dal male; e c’è un patrimonio che vale la pena trasmettere. La Scuola di Francoforte ha attaccato tutti e tre – sistematicamente e con notevole raffinatezza intellettuale. Ha prodotto una generazione che sa decostruire e ha dimenticato come costruire. Che vede potere ovunque e bellezza da nessuna parte.

 

Il risultato finale è stato quello di far percepire la distruzione come progresso. Ogni istituzione ereditata è diventata sospetta; ogni vincolo è diventato oppressione; ogni atto di conservazione è diventato reazionario.

 

La decostruzione è diventata la norma, mentre la costruzione è diventata qualcosa che doveva giustificarsi. La risposta non è un’altra teoria. È ciò che la Scuola di Francoforte temeva di più: il costruttore che semplicemente costruisce, lo scienziato che segue le prove, il padre che trasmette ciò che gli è stato trasmesso.

 

La macchina della decostruzione funziona partendo dal presupposto che nulla valga la pena di essere costruito.

 

Dimostrate il contrario. Dite la verità, abbiate coraggio e costruite.

 

Krzysztof Szczawinski

 

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