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Basi della CIA in Ucraina da dieci anni: il New York Times ammette che Putin aveva ragione

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In un articolo-bomba che di fatto ridefinisce la narrazione sull’intervento russo in Ucraina, la scorsa domenica il New York Times ha pubblicato quella che appare come un’ammissione esplosiva quanto secondo cui l’intelligence statunitense non solo è stata determinante nel processo decisionale in Ucraina in tempo di guerra, ma ha anche creato e finanziato centri di spionaggio di comando e controllo ad alta tecnologia, operando anni e anni prima all’invasione russa del 24 febbraio di due anni fa.

 

Le rivelazioni contenute nel lungo pezzo di inchiesta confermano anche ciò di cui il presidente russo Vladimir Putin ha da sempre accusato Washington.

 

Tra le più scioccanti rivelazioni c’è che il programma è stato istituito dieci anni fa e abbraccia tre diversi presidenti americani. Il prestigioso quotidiano neoeboraceno afferma che il programma della CIA per modernizzare i servizi di Intelligence dell’Ucraina ha «trasformato» l’ex stato sovietico nel «più importante partner di Intelligence di Washington contro il Cremlino».

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Ciò include che l’agenzia ha addestrato ed equipaggiato segretamente agenti dell’Intelligence ucraina fin da subito dopo gli eventi del colpo di stato di Maidan del 2014, oltre a costruire una rete di 12 basi segrete lungo il confine russo – un lavoro, scrive il giornale iniziato otto anni fa. Tali basi dei servizi segreti, da cui possono essere intercettate le comunicazioni dei comandanti russi e monitorati i satelliti spia russi, verrebbero utilizzate per lanciare e monitorare attacchi transfrontalieri di droni e missili sul territorio russo.

 

Tale particolare è particolarmente allarmante per la sicurezza globale: se la CIA è in gran parte responsabile dell’efficacia della recente ondata di attacchi che hanno incluso colpi diretti di droni su punti chiave come raffinerie di petrolio e infrastrutture energetiche, siamo avanzati verso la Terza Guerra Mondiale.

 

L’inchiesta contiene una descrizione sorprendentemente dettagliata di uno dei centri di comando sotterranei «segreti» istituiti dalla CIA vicino al confine russo… luogo ovviamente sconosciuto:

 

«Non lontano, un passaggio discreto scende a un bunker sotterraneo dove squadre di soldati ucraini seguono i satelliti spia russi e origliano le conversazioni tra i comandanti russi. Su uno schermo, una linea rossa seguiva il percorso di un drone esplosivo che attraversava le difese aeree russe da un punto dell’Ucraina centrale fino a un obiettivo nella città russa di Rostov» scrive l’articolo.

 

«Il bunker sotterraneo, costruito per sostituire il centro di comando distrutto nei mesi successivi all’invasione russa, è un centro nevralgico segreto dell’esercito ucraino».

 

«C’è anche un altro segreto: la base è quasi interamente finanziata e in parte attrezzata dalla CIA» precisa il New York Times.

 

Secondo quanto riportato, la CIA istituito un programma di formazione per gli agenti ucraini d’élite nei due anni dal colpo di stato in Ucraina del 2014.

 

«Intorno al 2016, la CIA ha iniziato ad addestrare un commando ucraino d’élite – noto come Unità 2245 – che ha catturato droni e apparecchiature di comunicazione russi in modo che i tecnici della CIA potessero decodificarli e violare i sistemi di crittografia di Mosca. (Un ufficiale dell’unità era Kyrylo Budanov, ora generale a capo dell’intelligence militare ucraina). E la CIA ha anche contribuito ad addestrare una nuova generazione di spie ucraine che operavano in Russia, in tutta Europa, a Cuba e in altri luoghi dove i russi hanno una grande presenza».

 

La rete di Intelligence statunitense in Ucraina sarebbe in realtà più estesa di quanto quasi tutte le precedenti speculazioni mediatiche avessero previsto. L’Ucraina sarebbe quindi divenuta un enorme «centro di raccolta di informazioni» per Washington e, di riflesso, per la NATO.

 

«In più di 200 interviste, attuali ed ex funzionari in Ucraina, Stati Uniti ed Europa hanno descritto una partnership che è quasi naufragata a causa della sfiducia reciproca prima di espandersi costantemente, trasformando l’Ucraina in un centro di raccolta di Intelligence che ha intercettato più comunicazioni russe della stazione CIA in Ucraina».

 

«Ora queste reti di Intelligence sono più importanti che mai, poiché la Russia è all’offensiva e l’Ucraina è sempre più dipendente dal sabotaggio e dagli attacchi missilistici a lungo raggio che richiedono spie ben oltre le linee nemiche. E sono sempre più a rischio: se i repubblicani al Congresso interrompessero i finanziamenti militari a Kiev, la CIA potrebbe essere costretta a ridimensionarli».

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Come nota Zerohedge, l’articolo del Times sostanzialmente conferma che Vladimir Putin avesse ragiona ad incolpare ripetutamente gli Stati Uniti e la NATO per aver espanso le proprie infrastrutture militari e di Intelligence in Ucraina. Non solo questo è andato avanti esattamente negli ultimi dieci anni, come si ammette ora, ma è stato presentato dal Cremlino come una delle cause principali dell’operazione militare russa del 24 febbraio 2022. Putin e i suoi funzionari, a quel tempo, sostenevano che la NATO stava militarizzando l’Ucraina. Il NYT sembra ora ammettere che in realtà era proprio così.

 

«Putin ha a lungo accusato le agenzie di Intelligence occidentali di manipolare Kiev e di seminare sentimenti anti-russi in Ucraina» confessa il maggiore quotidiano mondiale.

 

«Verso la fine del 2021, secondo un alto funzionario europeo, Putin stava valutando se lanciare la sua invasione su vasta scala quando ha incontrato il capo di uno dei principali servizi di spionaggio russi, il quale gli ha detto che la CIA, insieme all’MI6 britannico, controllavano l’Ucraina e la trasformavano in una testa di ponte per le operazioni contro Mosca».

 

«I funzionari statunitensi erano spesso riluttanti a impegnarsi pienamente, temendo che non ci si potesse fidare dei funzionari ucraini e temendo di provocare il Cremlino. Eppure una ristretta cerchia di funzionari dell’Intelligence ucraina corteggiò assiduamente la CIA e gradualmente si rese vitale per gli americani».

 

Il pezzo fa indirettamente riferimento a questo periodo molto critico che ha portato l’Ucraina e la Russia sulla loro tragica rotta di collisione, raccontando episodi molto precisi.

 

«Con l’escalation della violenza, un aereo governativo statunitense senza contrassegni atterrò in un aeroporto di Kiev con a bordo John Brennan, allora direttore della CIA (…) la CIA era interessata a sviluppare una relazione, ma solo a un ritmo con cui l’agenzia era a suo agio, secondo funzionari statunitensi e ucraini Per la CIA, la domanda sconosciuta era quanto tempo sarebbero rimasti Nalyvaichenko [il capo dello spionaggio ucraino post-Maidan, ndr] e il governo filo-occidentale. La CIA era già stata bruciata in Ucraina».

 

«Il risultato è stato un delicato atto di equilibrio. La CIA avrebbe dovuto rafforzare le agenzie di Intelligence ucraine senza provocare i russi. Le linee rosse non sono mai state chiaramente chiare, il che ha creato una tensione persistente nella partnership».

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Il denaro e la tecnologia avanzata forniti dalla CIA hanno consentito agli ucraini di effettuare operazioni di intercettazione ben oltre le proprie possibilità. Nel frattempo, squadre di commando d’élite venivano addestrate dalla CIA nelle città europee come parte di un programma chiamato «Operazione Goldfish». Il rapporto del NYT scrive che gli ucraini siano ora in grado di hackerare le reti militari russe.

 

«Nel bunker, Dvoretskiy [un alto comandante dell’Intelligence ucraina che sarebbe la fonte del pezzo del NYT, ndr] indicò apparecchiature di comunicazione e grandi server informatici, alcuni dei quali finanziati dalla CIA. Ha detto che le sue squadre stavano usando la base per hackerare le reti di comunicazione sicure dell’esercito russo. “Questa è la cosa che penetra nei satelliti e decodifica le conversazioni segrete”, ha detto Dvoretskiy a un giornalista del Times durante un tour, aggiungendo che stavano hackerando anche i satelliti spia della Cina e della Bielorussia».

 

«La CIA ha iniziato a inviare attrezzature nel 2016, dopo l’incontro cruciale a Scattergood, ha detto Dvoretskiy, fornendo radio e dispositivi crittografati per intercettare le comunicazioni segrete del nemico».

 

Uno dei punti più significativi dell’articolo è la descrizione dell’entità del programma della CIA sotto l’amministrazione Trump. Il New York Times suggerisce che la reale portata potrebbe addirittura essere stata nascosta a Trump. I falchi antirussi nella sua amministrazione avrebbero fatto tranquillamente il «lavoro sporco», è scritto.

 

«L’elezione di Trump nel novembre 2016 ha messo in tensione gli ucraini e i loro partner della CIA».

 

«Trump ha elogiato Putin e ha respinto il ruolo della Russia nell’interferenza elettorale. Era sospettoso dell’Ucraina e in seguito ha cercato di fare pressione sul suo presidente, Volodymyr Zelenskyj, affinché indagasse sul suo rivale democratico, Biden, provocando il primo impeachment di Trump».

 

«Qualunque cosa Trump abbia detto e fatto, la sua amministrazione spesso è andata nella direzione opposta. Questo perché Trump aveva messo i falchi russi in posizioni chiave, tra cui Mike Pompeo come direttore della CIA e John Bolton come consigliere per la sicurezza nazionale (…) Hanno visitato Kiev per sottolineare il loro pieno sostegno alla partnership segreta, che si è estesa fino a includere programmi di formazione più specializzati e la costruzione di ulteriori basi segrete».

 

Si tratta di una quantità di materiale difficile da digerire in fretta.

 

«Aggiornamento della narrativa ufficiale: l’idea che la CIA sia stata profondamente coinvolta in Ucraina per oltre un decennio conducendo una guerra segreta contro la Russia non è più una teoria del complotto» ha scritto su X l’investitore David Sacks, acuto osservatore degli eventi mondiali.

 

C’è da capire il perché di questo update del quadro narrativo del conflitto – le rivelazioni possono essere solamente pilotate dalla volontà della CIA e dell’amministrazione Biden, visto che si parla di centinaia di fonti.

 

Che messaggio stanno trasmettendo? Che la Russia non deve avanzare, perché assieme ai russi combattono già attivamente gli americani, quantomeno per la parte dei servizi segreti?

 

Oppure è un segnale che vogliono sbaraccare tutto ed arrivare quanto prima ad un negoziato di pace? (In questo senso, secondo alcuni, andrebbero anche le sorprendenti dichiarazioni del capo dell’Intelligence militare ucraina Kyrilo Budanov, che ha detto che Navalnij è morto di cause naturali)

 

Oppure, ancora, è una dichiarazione di guerra, come a dire che la maschera è caduta?

 

Difficile dirlo, sempre considerando che tra sette mesi gli USA andranno al voto con un presidente in demenza senile ritenuto non candidabile da molta parte dei suoi stessi elettori. Una «guerra calda» con la Russia, aveva osservato Tucker Carlson ancora mesi fa, sarebbe il metodo con cui il Deep State, il Partito Democratico e il complesso militare-industriale può sperare di rimanere in sella, mentre l’ondata di Trump, che ha travolto la candidata repubblicana dell’establishment Niki Hailey persino nella Carolina del Sud dove era stata governatrice, pare ogni giorno più inarrestabile.

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Julian Assange è tornato. La sua storia è complicata

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Il fondatore di WikiLeaks, Julian Assange, ha lasciato intendere che tornerà alla vita pubblica dopo una pausa successiva al suo rilascio dalla custodia britannica nel 2024.   L’attivista per la trasparenza ha trascorso cinque anni dietro le sbarre combattendo contro una richiesta di estradizione da parte degli Stati Uniti, che avrebbe potuto comportare una lunga condanna in un carcere di massima sicurezza americano. Alla fine ha raggiunto un accordo che gli ha garantito la libertà, in seguito a una campagna globale che esortava Washington a ritirare le accuse contro di lui.   L’account WikiLeaks su X ha annunciato giovedì il «ritorno» di Assange, pubblicando una foto in cui posa davanti a un murale che lo ritrae a Sydney, in Australia.   Assange ha ricondiviso il messaggio, confermando il suo ritorno e affermando che si tratta del primo post scritto personalmente da lui in otto anni.  

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Sua moglie Stella ha detto che seguiranno ulteriori notizie la prossima settimana.   WikiLeaks è diventato un fenomeno globale nel 2010 dopo aver pubblicato un video trapelato che mostrava un attacco aereo militare statunitense a Baghdad nel 2007, in cui persero la vita almeno una dozzina di persone.   Il soldato Bradley Manning, poi transessualizatosi in carcere come «Chelsea», è stato arrestato e successivamente condannata nel 2013 per aver fornito a WikiLeaks il filmato e altro materiale militare statunitense secretato.   Il caso di spionaggio statunitense contro Assange si concentrava sull’ottenimento dei file da Manning, mentre i primi tentativi della Gran Bretagna di arrestarlo derivavano da un caso non correlato che i suoi sostenitori definirono fabbricato ad arte.   Assange ottenne asilo politico dall’Ecuador nel 2012 e trascorse anni all’interno dell’ambasciata del Paese sudamericano a Londra. Un cambio di governo a Quito portò infine l’Ecuador a revocargli l’asilo e a consentire alla polizia britannica di arrestarlo nel 2019.   In base all’accordo raggiunto con gli Stati Uniti nel 2024, Assange si è dichiarato colpevole di un singolo reato, ovvero di cospirazione per ottenere e divulgare documenti riservati statunitensi. È stato condannato a una pena pari al tempo già trascorso nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh a Londra. In Gran Bretagna, è stato condannato per violazione delle condizioni di libertà su cauzione.   Come riportato da Renovatio 21, sui piani di assassinare Assange da parte della CIA un giudice spagnolo aveva aperto un’inchiesta convocando l’ex direttore del servizio di Intelligence Mike Pompeo.   Da quando ha riacquistato la libertà, Assange ha fatto diverse apparizioni pubbliche. Mesi dopo la sua liberazione, si è rivolto all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa a Strasburgo, in Francia, parlando della terribile esperienza che ha vissuto.   Nel 2025, ha partecipato a una marcia pro-palestinese a Sydney con circa 100.000 persone. Per qualche ragione, era in Piazza San Pietro pure nei giorni successivi alla morte di papa Bergoglio. Nel 2024 gli è stata pure formalmente conferita la cittadinanza onoraria di Roma Capitale.  

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Prima di fondare WikiLeaks nel 2006, Julian Assange ebbe una vita già estremamente movimentata. Nato nel 1971 a Townsville, in Australia, ebbe un’infanzia nomade: i genitori gestivano una compagnia teatrale itinerante e il ragazzo cambiò decine di scuole e abitazioni. Fu proprio durante l’adolescenza che si avvicinò all’informatica, diventando un hacker sotto lo pseudonimo di «Mendax» (dal latino «splendide mendax», un verso oraziano che significa «splendidamente bugiardo).   Insieme ad altri due giovani formò un gruppo chiamato «International Subversives», specializzato nel penetrare reti governative e militari particolarmente protette, tra cui sistemi della NASA, del Pentagono, della Nortel canadese e di varie università. Il gruppo seguiva un codice non scritto: osservare senza danneggiare né copiare i dati per fini personali, una sorta di etica hacker che Assange avrebbe poi rivendicato pubblicamente.   Nel 1991 la sua attività venne scoperta dalla polizia australiana, che lo incriminò con decine di capi d’accusa legati all’intrusione informatica; il processo si concluse nel 1996 con una condanna sostanzialmente simbolica, vista la giovane età e l’assenza di danni concreti. In quegli stessi anni Assange studiò fisica e matematica, lavorò come programmatore e cominciò a interessarsi di crittografia, ambito che lo portò più tardi a teorizzare i principi cardine di WikiLeaks.   Sui capelli bianchi, diventati un suo tratto distintivo, circolano diverse versioni mai confermate con certezza: la più diffusa è che siano il risultato di un incanutimento precoce dovuto allo stress accumulato durante l’adolescenza, quando la famiglia fu costretta a una vita fatta di continue fughe. Altre ricostruzioni, meno accreditate, parlano di un esperimento andato male con un tubo catodico o, più semplicemente, di una scelta estetica.   Proprio quella fuga era legata alla setta a cui la madre, Christine, si era legata tramite un compagno: «The Family», guidata dalla ex insegnante di yoga Anne Hamilton-Byrne (1921-2019), che si proclamava reincarnazione di Cristo e che il gruppo stesso definiva talvolta «Great White Brotherhood». La famiglia di Assange visse per anni nascosta proprio per sottrarsi all’influenza di quell’ambiente. Era circolata la notizia, propalata anche dal film The Fift State che i capelli bianchi di Julian potessero essere correlati all’usanza della setta «The Family» di tingere i capelli dei bambini di biondo platino o quasi bianco, una caratteristica quasi identificativa del gruppo, tanto che chi li vedeva li riconosceva a colpo d’occhio.   Alcuni articoli all’epoca avevano scherzato sul fatto che Assange abbia finito comunque per «copiare involontariamente» quel look.   «The Family» fu fondata a Melbourne negli anni Sessanta da Anne Hamilton-Byrne insieme al fisico e parapsicologo inglese Raynor Johnson, e i suoi due insediamenti principali, dove vivevano i bambini «adottati» illegalmente, si trovavano entrambi in territorio australiano, nella zona del Dandenong Ranges e sul Lago Eildon, in Victoria.   Tuttavia il gruppo ebbe anche una dimensione internazionale, seppure più limitata: secondo esperti di sette citati da diverse inchieste giornalistiche, «The Family» arrivò ad avere adepti e ramificazioni anche negli Stati Uniti e in altri paesi, e la stessa Hamilton-Byrne acquisì una proprietà a South Fallsburg, nello stato di New York, dove strinse legami con l’ambiente dello Yoga Siddha. Non a caso, quando fu infine arrestata nel 1993, dopo anni di latitanza, ciò avvenne proprio negli Stati Uniti, nelle Catskill Mountains, e non in Australia.   Il nucleo del movimento, il numero maggiore di adepti (circa cinquecento al suo apice, in gran parte professionisti come medici, avvocati e infermieri) e soprattutto i casi di abuso sui minori che portarono al crollo della setta restano un fenomeno essenzialmente australiano. La setta, come struttura organizzata e attiva, si è di fatto disgregata dopo il raid della polizia del 1987, quando le forze dell’ordine fecero irruzione nella proprietà di Lake Eildon e sottrassero sei bambini rimasti nella comunità; molti adulti membri se ne andarono nel periodo successivo, alcuni fuggendo all’estero insieme alla stessa Hamilton-Byrne, che rimase latitante per anni prima di essere rintracciata.   Anne Hamilton-Byrne e il marito Bill Hamilton-Byrne furono catturati nel giugno 1993 nelle Catskill Mountains, nello stato di New York, al termine di una lunga indagine della polizia del Victoria guidata dal detective Lex de Man. L’accusa penale che portò alla loro condanna non riguardava però gli abusi, le violenze o la somministrazione di droghe ai bambini, difficili da provare in tribunale a distanza di anni e con testimoni minorenni all’epoca dei fatti: i due furono condannati soltanto per frode, in relazione alla falsificazione dei documenti anagrafici usati per registrare illegalmente come propri figli naturali i bambini «adottati» in modo irregolare, spesso tramite medici e avvocati compiacenti all’interno della setta. La pena finale fu estremamente lieve rispetto alla gravità delle vicende raccontate dalle vittime: una multa di appena 5.000 dollari australiani a testa.  

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I sei mostri dei fratelli Dulles

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Con la fine della Seconda Guerra Mondiale gli orrori del conflitto rimasero impressi nelle memorie delle persone dell’epoca. Molti americani finirono col trasferire le peggiori immagini dello scontro tra asse e alleati verso l’Unione Sovietica. La paranoia americana verso la minaccia rossa crebbe a dismisura in maniera direttamente proporzionale con il lavoro portato avanti dalle elites dirigenti di quell’epoca. 

 

La popolazione americana venne costantemente indottrinata, e infine cominciò a credere, che i leader sovietici complottavano ossessivamente tutto il tempo su come conquistare il mondo usando qualsiasi mezzo per mettere fine alla civiltà. L’unico modo per riuscire a fermare l’invasione comunista nel mondo avrebbe significato che l’altra grande potenza rimasta dopo le ceneri europee avrebbe dovuto caricarsi sulle spalle il destino del mondo. 

 

Stephen Kinzer nel suo libro Brothers spiega bene come i due fratelli Dulles, John Foster (1888-1959) e Allen Welsh (1893-1969) furono le persone giuste nel posto giusto per portare avanti la crociata americana. Una volta diventati rispettivamente segretario di Stato e Direttore della CIA, scatenarono la loro visione internazionalista, missionaria cristiana e manicheista. Entrambi erano pervasi da un attivismo instancabile sostenuto da una convinzione assoluta per cui fossero entrambi strumenti nelle mani del destino e da una fedeltà totale verso le elites che li avevano resi ricchi e importanti.

 

La loro precedente carriera in Sullivan & Cromwell ai vertici della difesa della plutocrazia americana li fece arrivare all’appuntamento con la storia preparati per trasformare i soldi e il potere americani, in soldi e potere globali. Entrambi i fratelli credevano fortemente che qualsiasi cosa beneficiasse i loro clienti avrebbe anche beneficiato chiunque altro. 

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Il segretario di stato Quincy Adams (1767-1848), nel suo famoso discorso il Giorno dell’Indipendenza americano il 4 luglio 1821 disse che gli Stati Uniti non sarebbero andati in giro a cercare mostri da distruggere. I fratelli Dulles invece ne individuarono sei tra Asia, Africa e America Latina e nei primi anni Cinquanta e ne finanziarono segretamente l’attacco: Iran, Guatemala, Vietnam, Indonesia, Congo, Cuba. 

 

La prima operazione fu quella denominata Ajax indirizzata a rovesciare il governo di Mohammad Mossadegh (1882-1967) per far salire al trono Mohammad Reza Pahlavi (1919-1980). Operazione clandestina organizzata assieme all’MI6 che, secondo Kinzer, in seguito alla sua buona riuscita senza necessità di un invasione, divenne un modello per tutte le altre. 

 

Subito dopo venne organizzata l’operazione PBSUCCESS dove la CIA in Guatemala utilizzò propaganda, guerra psicologica, radio clandestina, pressioni diplomatiche e parallelamente mise in piedi una piccola forza guidata da Carlos Castillo Armas (1914-1957) per spodestare Jacobo Arbenz (1913-1971). Il conflitto d’interessi tra la United Fruit, maggiore proprietaria terriera guatemalteca e la Sullivan & Cromwell, studio legale dei fratelli Dulles direttori dell’operazione, divenne enorme. 

 

L’ottima riuscita del piano fece aumentare a dismisura la fiducia nei fratelli verso le operazioni coperte. Si venne a creare una sorta di overconfidence tanto che iniziarono a credere nell’utilizzo sistematico di covert operations ma le conseguenze a lungo termine con i successivi mostri divennero sempre più problematiche.

 

Collegato agli errori di Woodrow Wilson (1856-1924) durante la conferenza di pace di Parigi del 1919 fu il trattamento successivo riservato a Ho Chi Minh da parte dei fratelli Dulles. Secondo Kinzer la volontà di non considerare il nazionalismo del Viet Minh di Ho Chi Minh come uno dei motori principali della volontà di autodeterminazione del popolo vietnamita ma una semplice interferenza sovietica bloccò definitivamente i rapporti nonostante la collaborazione durante la Seconda Guerra Mondiale tra l’OSS e i rivoluzionari vietnamiti contro i giapponesi. 

 

Dopo la vittoria dei Viet Minh a Dien Bien Phu nel 1954 contro i francesi, gli americani ereditano di fatto il problema. I Dulles, non potendo in questo caso optare per un semplice reigme change cercano, incastrandosi definitivamente, di creare e mantenere uno Stato alternativo con a capo il cattolico Ndo Dinh Diem pur di impedire la vittoria ai comunisti. Nonostante gli accordi di Ginevra prevedessero delle elezioni, il governo americano decide di non partecipare creando una frattura definitiva e ponendo di fatto le basi per la futura guerra in Vietnam. 

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Diverso è il caso di Sukarno (1901-1970), leader indonesiano, fu uno dei grandi protagonisti della conferenza di Bandung del 1955 dove parteciparono 29 Paesi del «Sud del mondo» e dalla quale partì il movimento dei non allineati (NAM) che li raggruppò sotto una voce comune. Il neutralismo di Sukarno divenne in breve sospetto agli occhi del governo americano che cominciò a sostenere segretamente varie ribellioni regionali fornendo armi, denaro e supporto aereo, fino a quando non vennero colti sul fatto con la cattura del pilota americano Allen Pope. 

 

Venne il turno di Patrice Lumumba (1925-1961) primo ministro del Congo dopo l’indipendenza dal Belgio nel 1960, che per mantenere unito il Paese durante la crisi congolese cercò aiuti all’estero arrivando fino a Mosca. L’avvicinamento ai russi non piacque al governo americano che decise di eliminare il politico congolese. 

 

Venne incaricato Sidney Gottlieb (1918-1999) per assassinare il primo ministro. Gottlieb che più di ogni altro aveva speso energie per far diventare il progetto MK Ultra, come descritto in Poisoner in chief, il più strutturato ed intenso programma di ricerca sul controllo mentale, faceva parte anche di un altro ristretto gruppo di persone: health alteration committee o comitato per le alterazioni dello stato di salute, un circolo ristretto di soli chimici che ricercavano modi sempre più letali e inidentificabili per terminare leader stranieri ostili.

 

Gottlieb si recò a Kinshasa per portare a termine il compito ma poco prima di entrare in azione venne anticipato dagli avversari congolesi di Lumumba. 

 

L’ultima grande operazione che chiuderà il giro dei sei mostri, assieme alla parabola dei Dulles, fu quella della Baia dei porci messa in atto per rovesciare il regime di Fidel Castro (1926-2016) a Cuba. Progettata sotto Dwight Eisenhower (1890-1969) solamente da Allen perché Foster era già venuto a mancare qualche anno prima, venne portata a termine sotto la presidenza di John Fitzgerald Kennedy (1917-1963).

 

Il presidente non se la sentì di abortire l’operazione e rimanendo con i piedi in due staffe cercò di mascherare il più possibile la partecipazione diretta all’operazione con i risultati disastrosi che seguirono. 

 

Allen Dulles, dopo la disfatta della Baia de los cochinos perse il suo incarico di direttore della CIA ma la politica estera americana non smarrì più quell’imprinting che i due fratelli lasciarono in eredità. La sovrapposizione tra politica estera, grandi imprese americane e anticomunismo semplificò molto il ventaglio di strade da intraprendere, incanalando sempre più l’inerzia verso il rollback (cioè non più solo contenimento, ma respingemento attivo dell’influenza sovietica) descritto da John Foster Dulles nel suo famosissimo articolo A Policy of Boldness pubblicato su Life nel maggio 1952.

 

L’articolo rappresenta un chiaro manifesto della geopolitica statunitense contro il blocco sovietico, dove si critica aspramente la dottrina del contenimento di Truman promuovendo una strategia di «liberazione» e l’idea di una rappresaglia massiccia basata sulla deterrenza nucleare per contrastare l’espansionismo comunista.

 

Marco Dolcetta Capuzzo

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Immagine: Mohammad Mosaddegh in corte marziale, 1953

Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

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La CIA declassifica gli avvertimenti dell’intelligence precedenti all’11 settembre

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La CIA ha declassificato decine di briefing di intelligence destinati al presidente che mostrano come i funzionari statunitensi fossero stati avvertiti anni prima dell’11 settembre che Osama bin Laden e la rete di Al-Qaeda stavano valutando attacchi sul territorio americano con aerei dirottati o caricati di esplosivo, e che stavano anche cercando di sviluppare armi biologiche, chimiche e nucleari.   Venerdì, in occasione del 25° anniversario dell’11 settembre, l’agenzia ha reso pubblici 71 documenti del President’s Daily Brief (PDB). La raccolta, di oltre 100 pagine, costituisce la più ampia pubblicazione di materiale di intelligence presidenziale della CIA relativo agli attentati e comprende valutazioni che vanno dal 1998 fino al periodo immediatamente successivo all’11 settembre 2001.   Tra i documenti più rilevanti figura un memorandum del settembre 1998 sulle intenzioni di Bin Laden. L’Intelligence indicava che la sua «opzione preferita» era quella di colpire gli Stati Uniti «sul loro stesso suolo, a Washington», scriveva la CIA, avvertendo che la sua rete «avrebbe potuto far schiantare un aereo carico di esplosivo contro una città statunitense».   Tre mesi dopo, un altro briefing segnalava che Bin Laden e i suoi alleati stavano preparando attacchi negli Stati Uniti, tra cui un piano per dirottare un aereo di linea americano durante le festività natalizie.   Il materiale ora reso pubblico evidenzia anche una preoccupazione costante per le armi non convenzionali. Una valutazione del febbraio 1998 affermava che Bin Laden e altri estremisti cercavano di procurarsi sostanze chimiche, biologiche e nucleari non specificate. Nel maggio 1999 la CIA valutò che Bin Laden stesse perseguendo «una varietà di opzioni» per sviluppare questo tipo di armi. Un successivo briefing di giugno riferiva che i tirocinanti in un campo afghano avevano prodotto e testato «decine di sostanze chimiche tossiche e tossine biologiche» e che gli agenti avevano sperimentato l’aggiunta di materiale radioattivo agli esplosivi.

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L’avvertimento più noto è datato 6 agosto 2001, quando l’allora presidente George W. Bush ricevette un briefing intitolato «Bin Laden determinato a colpire gli Stati Uniti». Il documento affermava che Bin Laden desiderava attaccare gli Stati Uniti da anni, citava attività sospette compatibili con i preparativi per dirottamenti aerei e segnalava che l’FBI stava conducendo circa 70 indagini su possibili attività legate ad Al-Qaeda nel Paese.   Nell’estate del 2001, come ricordò in seguito l’allora direttore della CIA George Tenet, il sistema di intelligence era «in stato di massima allerta».   La Commissione sull’11 settembre ha rilevato che molti funzionari sapevano che «qualcosa di terribile era in programma», ma le carenze nella condivisione delle informazioni, nelle politiche e nella preparazione hanno impedito che i segnali d’allarme frammentari si traducessero in azioni concrete.   Bin Laden divenne noto durante la guerra sovietica in Afghanistan, quando Washington destinò miliardi di dollari all’armamento dei mujahidin antisovietici attraverso il Pakistan. I funzionari statunitensi hanno negato di aver finanziato direttamente Bin Laden, ma la guerra appoggiata dagli Stati Uniti contribuì a creare l’infrastruttura e l’ambiente militante da cui in seguito emerse Al-Qaeda.   Il più grave attentato terroristico nella storia degli Stati Uniti, che causò la morte di 2.977 persone, spinse Washington a lanciare la Guerra al Terrore, con l’invasione dell’Afghanistan nel giro di poche settimane e dell’Iraq meno di due anni dopo. In patria, il PATRIOT Act ampliò in misura rilevante i poteri del governo in materia di sorveglianza sui propri cittadini.   Renovatio 21 l’11 settembre ha pubblicato un articolo con le storie meno note, e i loro recenti sviluppi, del mega-attentato che ha cambiato il mondo.

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