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Basi della CIA in Ucraina da dieci anni: il New York Times ammette che Putin aveva ragione

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In un articolo-bomba che di fatto ridefinisce la narrazione sull’intervento russo in Ucraina, la scorsa domenica il New York Times ha pubblicato quella che appare come un’ammissione esplosiva quanto secondo cui l’intelligence statunitense non solo è stata determinante nel processo decisionale in Ucraina in tempo di guerra, ma ha anche creato e finanziato centri di spionaggio di comando e controllo ad alta tecnologia, operando anni e anni prima all’invasione russa del 24 febbraio di due anni fa.

 

Le rivelazioni contenute nel lungo pezzo di inchiesta confermano anche ciò di cui il presidente russo Vladimir Putin ha da sempre accusato Washington.

 

Tra le più scioccanti rivelazioni c’è che il programma è stato istituito dieci anni fa e abbraccia tre diversi presidenti americani. Il prestigioso quotidiano neoeboraceno afferma che il programma della CIA per modernizzare i servizi di Intelligence dell’Ucraina ha «trasformato» l’ex stato sovietico nel «più importante partner di Intelligence di Washington contro il Cremlino».

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Ciò include che l’agenzia ha addestrato ed equipaggiato segretamente agenti dell’Intelligence ucraina fin da subito dopo gli eventi del colpo di stato di Maidan del 2014, oltre a costruire una rete di 12 basi segrete lungo il confine russo – un lavoro, scrive il giornale iniziato otto anni fa. Tali basi dei servizi segreti, da cui possono essere intercettate le comunicazioni dei comandanti russi e monitorati i satelliti spia russi, verrebbero utilizzate per lanciare e monitorare attacchi transfrontalieri di droni e missili sul territorio russo.

 

Tale particolare è particolarmente allarmante per la sicurezza globale: se la CIA è in gran parte responsabile dell’efficacia della recente ondata di attacchi che hanno incluso colpi diretti di droni su punti chiave come raffinerie di petrolio e infrastrutture energetiche, siamo avanzati verso la Terza Guerra Mondiale.

 

L’inchiesta contiene una descrizione sorprendentemente dettagliata di uno dei centri di comando sotterranei «segreti» istituiti dalla CIA vicino al confine russo… luogo ovviamente sconosciuto:

 

«Non lontano, un passaggio discreto scende a un bunker sotterraneo dove squadre di soldati ucraini seguono i satelliti spia russi e origliano le conversazioni tra i comandanti russi. Su uno schermo, una linea rossa seguiva il percorso di un drone esplosivo che attraversava le difese aeree russe da un punto dell’Ucraina centrale fino a un obiettivo nella città russa di Rostov» scrive l’articolo.

 

«Il bunker sotterraneo, costruito per sostituire il centro di comando distrutto nei mesi successivi all’invasione russa, è un centro nevralgico segreto dell’esercito ucraino».

 

«C’è anche un altro segreto: la base è quasi interamente finanziata e in parte attrezzata dalla CIA» precisa il New York Times.

 

Secondo quanto riportato, la CIA istituito un programma di formazione per gli agenti ucraini d’élite nei due anni dal colpo di stato in Ucraina del 2014.

 

«Intorno al 2016, la CIA ha iniziato ad addestrare un commando ucraino d’élite – noto come Unità 2245 – che ha catturato droni e apparecchiature di comunicazione russi in modo che i tecnici della CIA potessero decodificarli e violare i sistemi di crittografia di Mosca. (Un ufficiale dell’unità era Kyrylo Budanov, ora generale a capo dell’intelligence militare ucraina). E la CIA ha anche contribuito ad addestrare una nuova generazione di spie ucraine che operavano in Russia, in tutta Europa, a Cuba e in altri luoghi dove i russi hanno una grande presenza».

 

La rete di Intelligence statunitense in Ucraina sarebbe in realtà più estesa di quanto quasi tutte le precedenti speculazioni mediatiche avessero previsto. L’Ucraina sarebbe quindi divenuta un enorme «centro di raccolta di informazioni» per Washington e, di riflesso, per la NATO.

 

«In più di 200 interviste, attuali ed ex funzionari in Ucraina, Stati Uniti ed Europa hanno descritto una partnership che è quasi naufragata a causa della sfiducia reciproca prima di espandersi costantemente, trasformando l’Ucraina in un centro di raccolta di Intelligence che ha intercettato più comunicazioni russe della stazione CIA in Ucraina».

 

«Ora queste reti di Intelligence sono più importanti che mai, poiché la Russia è all’offensiva e l’Ucraina è sempre più dipendente dal sabotaggio e dagli attacchi missilistici a lungo raggio che richiedono spie ben oltre le linee nemiche. E sono sempre più a rischio: se i repubblicani al Congresso interrompessero i finanziamenti militari a Kiev, la CIA potrebbe essere costretta a ridimensionarli».

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Come nota Zerohedge, l’articolo del Times sostanzialmente conferma che Vladimir Putin avesse ragiona ad incolpare ripetutamente gli Stati Uniti e la NATO per aver espanso le proprie infrastrutture militari e di Intelligence in Ucraina. Non solo questo è andato avanti esattamente negli ultimi dieci anni, come si ammette ora, ma è stato presentato dal Cremlino come una delle cause principali dell’operazione militare russa del 24 febbraio 2022. Putin e i suoi funzionari, a quel tempo, sostenevano che la NATO stava militarizzando l’Ucraina. Il NYT sembra ora ammettere che in realtà era proprio così.

 

«Putin ha a lungo accusato le agenzie di Intelligence occidentali di manipolare Kiev e di seminare sentimenti anti-russi in Ucraina» confessa il maggiore quotidiano mondiale.

 

«Verso la fine del 2021, secondo un alto funzionario europeo, Putin stava valutando se lanciare la sua invasione su vasta scala quando ha incontrato il capo di uno dei principali servizi di spionaggio russi, il quale gli ha detto che la CIA, insieme all’MI6 britannico, controllavano l’Ucraina e la trasformavano in una testa di ponte per le operazioni contro Mosca».

 

«I funzionari statunitensi erano spesso riluttanti a impegnarsi pienamente, temendo che non ci si potesse fidare dei funzionari ucraini e temendo di provocare il Cremlino. Eppure una ristretta cerchia di funzionari dell’Intelligence ucraina corteggiò assiduamente la CIA e gradualmente si rese vitale per gli americani».

 

Il pezzo fa indirettamente riferimento a questo periodo molto critico che ha portato l’Ucraina e la Russia sulla loro tragica rotta di collisione, raccontando episodi molto precisi.

 

«Con l’escalation della violenza, un aereo governativo statunitense senza contrassegni atterrò in un aeroporto di Kiev con a bordo John Brennan, allora direttore della CIA (…) la CIA era interessata a sviluppare una relazione, ma solo a un ritmo con cui l’agenzia era a suo agio, secondo funzionari statunitensi e ucraini Per la CIA, la domanda sconosciuta era quanto tempo sarebbero rimasti Nalyvaichenko [il capo dello spionaggio ucraino post-Maidan, ndr] e il governo filo-occidentale. La CIA era già stata bruciata in Ucraina».

 

«Il risultato è stato un delicato atto di equilibrio. La CIA avrebbe dovuto rafforzare le agenzie di Intelligence ucraine senza provocare i russi. Le linee rosse non sono mai state chiaramente chiare, il che ha creato una tensione persistente nella partnership».

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Il denaro e la tecnologia avanzata forniti dalla CIA hanno consentito agli ucraini di effettuare operazioni di intercettazione ben oltre le proprie possibilità. Nel frattempo, squadre di commando d’élite venivano addestrate dalla CIA nelle città europee come parte di un programma chiamato «Operazione Goldfish». Il rapporto del NYT scrive che gli ucraini siano ora in grado di hackerare le reti militari russe.

 

«Nel bunker, Dvoretskiy [un alto comandante dell’Intelligence ucraina che sarebbe la fonte del pezzo del NYT, ndr] indicò apparecchiature di comunicazione e grandi server informatici, alcuni dei quali finanziati dalla CIA. Ha detto che le sue squadre stavano usando la base per hackerare le reti di comunicazione sicure dell’esercito russo. “Questa è la cosa che penetra nei satelliti e decodifica le conversazioni segrete”, ha detto Dvoretskiy a un giornalista del Times durante un tour, aggiungendo che stavano hackerando anche i satelliti spia della Cina e della Bielorussia».

 

«La CIA ha iniziato a inviare attrezzature nel 2016, dopo l’incontro cruciale a Scattergood, ha detto Dvoretskiy, fornendo radio e dispositivi crittografati per intercettare le comunicazioni segrete del nemico».

 

Uno dei punti più significativi dell’articolo è la descrizione dell’entità del programma della CIA sotto l’amministrazione Trump. Il New York Times suggerisce che la reale portata potrebbe addirittura essere stata nascosta a Trump. I falchi antirussi nella sua amministrazione avrebbero fatto tranquillamente il «lavoro sporco», è scritto.

 

«L’elezione di Trump nel novembre 2016 ha messo in tensione gli ucraini e i loro partner della CIA».

 

«Trump ha elogiato Putin e ha respinto il ruolo della Russia nell’interferenza elettorale. Era sospettoso dell’Ucraina e in seguito ha cercato di fare pressione sul suo presidente, Volodymyr Zelenskyj, affinché indagasse sul suo rivale democratico, Biden, provocando il primo impeachment di Trump».

 

«Qualunque cosa Trump abbia detto e fatto, la sua amministrazione spesso è andata nella direzione opposta. Questo perché Trump aveva messo i falchi russi in posizioni chiave, tra cui Mike Pompeo come direttore della CIA e John Bolton come consigliere per la sicurezza nazionale (…) Hanno visitato Kiev per sottolineare il loro pieno sostegno alla partnership segreta, che si è estesa fino a includere programmi di formazione più specializzati e la costruzione di ulteriori basi segrete».

 

Si tratta di una quantità di materiale difficile da digerire in fretta.

 

«Aggiornamento della narrativa ufficiale: l’idea che la CIA sia stata profondamente coinvolta in Ucraina per oltre un decennio conducendo una guerra segreta contro la Russia non è più una teoria del complotto» ha scritto su X l’investitore David Sacks, acuto osservatore degli eventi mondiali.

 

C’è da capire il perché di questo update del quadro narrativo del conflitto – le rivelazioni possono essere solamente pilotate dalla volontà della CIA e dell’amministrazione Biden, visto che si parla di centinaia di fonti.

 

Che messaggio stanno trasmettendo? Che la Russia non deve avanzare, perché assieme ai russi combattono già attivamente gli americani, quantomeno per la parte dei servizi segreti?

 

Oppure è un segnale che vogliono sbaraccare tutto ed arrivare quanto prima ad un negoziato di pace? (In questo senso, secondo alcuni, andrebbero anche le sorprendenti dichiarazioni del capo dell’Intelligence militare ucraina Kyrilo Budanov, che ha detto che Navalnij è morto di cause naturali)

 

Oppure, ancora, è una dichiarazione di guerra, come a dire che la maschera è caduta?

 

Difficile dirlo, sempre considerando che tra sette mesi gli USA andranno al voto con un presidente in demenza senile ritenuto non candidabile da molta parte dei suoi stessi elettori. Una «guerra calda» con la Russia, aveva osservato Tucker Carlson ancora mesi fa, sarebbe il metodo con cui il Deep State, il Partito Democratico e il complesso militare-industriale può sperare di rimanere in sella, mentre l’ondata di Trump, che ha travolto la candidata repubblicana dell’establishment Niki Hailey persino nella Carolina del Sud dove era stata governatrice, pare ogni giorno più inarrestabile.

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Perché la fusione militare tra Stati Uniti e Israele è «unica»?

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Ciò che rende unico l’accordo di fusione militare tra Stati Uniti e Israele, presente sia nella versione della Camera che in quella del Senato del National Defense Authorization Act per l’anno fiscale 2027, è che si tratta della prima volta che un simile accordo viene imposto per legge. Lo riporta un articolo del quotidiano Middle East Eye (MEE).   «Il governo statunitense ha certamente collaborato con altri alleati, in particolare la Gran Bretagna e l’Australia, per ampliare la cooperazione in materia di difesa e la ricerca congiunta, ma mai in virtù di un mandato del Congresso», ha dichiarato a MEE Josh Paul, ex funzionario del dipartimento di Stato che si è dimesso nell’ottobre 2023 a causa della gestione dell’attacco israeliano a Gaza da parte dell’amministrazione Biden.   «Se il governo statunitense o l’industria americana avessero voluto fare una cosa del genere, l’avrebbero già fatta. Non esiste una legge che lo impedisca. Quello che abbiamo qui è essenzialmente una decisione politica che impone tale integrazione. (…) che individua tecnologie israeliane da integrare nelle piattaforme statunitensi. Entrambi questi aspetti sono unici», ha aggiunto.

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A New Policy, il gruppo di pressione co-fondato dal Paul, si è fortemente schierato contro l’iniziativa di cooperazione tecnologica tra Stati Uniti e Israele in materia di difesa, sostenendo che avrebbe danneggiato la sicurezza nazionale degli Stati Uniti.   «Questo approccio espone le sensibili capacità statunitensi al rischio di controspionaggio, normalizza le tecnologie sviluppate in contesti di occupazione e di danni ai civili, penalizza la capacità delle aziende di difesa statunitensi di competere con i concorrenti israeliani, aggrava l’esposizione legale e reputazionale degli Stati Uniti senza una chiara necessità strategica e mira a nascondere il continuo supporto militare statunitense a Israele alla trasparenza del Congresso e dell’opinione pubblica», si legge in un documento programmatico, come riportato da MEE.   Ivan Ingraham, un ufficiale in pensione delle forze speciali dei Marines statunitensi, ha dichiarato a MEE che Washington si troverebbe anche a dover affrontare ulteriori crimini di guerra commessi da Israele. «Siamo alleati e in una partnership. Se gli israeliani iniziano o continuano a fare ciò che stanno facendo nelle loro aree di conflitto, significa che non solo siamo già complici, ma che ora siamo assolutamente coinvolti», ha affermato. «Gli israeliani non possono operare senza il nostro supporto, letteralmente, e questo permette loro di avere una presenza molto più radicata all’interno delle nostre infrastrutture».  

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Epstein legato a CIA e Mossad: JD Vance lamenta di essere al centro di una campagna di denigrazione israeliana

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Il vicepresidente JD Vance, in una nuova intervista rilasciata al podcast più seguito al mondo, ha avvertito che «elementi» del governo israeliano vogliono prolungare la guerra contro l’Iran «a tempo indeterminato» e stanno conducendo un’aggressiva campagna per manipolare l’opinione pubblica statunitense, arrivando persino a diffamare Vance per il suo ruolo nella ricerca di una soluzione diplomatica.

 

Nella sua intervista di quasi tre ore al podcast «Joe Rogan Experience», Vance ha anche cercato di prendere le distanze, seppur con cautela, dalla decisione di Trump di unirsi a Israele nell’intervento militare contro l’Iran e ha affermato che la Casa Bianca ha gestito male la comunicazione relativa al caso Epstein.

 

«Ci sono persone all’interno del sistema [israeliano], lo sappiamo senza ombra di dubbio, che stanno manipolando e cercando di cambiare l’opinione pubblica americana per far sì che la guerra continui indefinitamente. Ripeto, non per raggiungere un obiettivo specifico, ma semplicemente per prolungarla all’infinito», ha affermato Vance, sottolineando che gli attacchi non sono stati diretti solo contro la politica statunitense, ma anche contro di lui personalmente.

 

Il vicepresidente ha invitato il podcaster e il suo pubblico a leggere un recente articolo del Time che descrive il meccanismo ad alto budget che Israele ha finanziato per cercare di rafforzare il sostegno repubblicano alla guerra e a Israele.

 

«Vale la pena leggerlo perché elenca una serie di persone che sono state letteralmente pagate da un ex membro della campagna elettorale di Trump, il quale a sua volta era stato pagato da certi elementi all’interno del governo israeliano. E queste persone mi stanno attaccando ferocemente per aver cercato, letteralmente, di raggiungere l’obiettivo negoziale che il presidente ha fissato per il Paese».

 

Vance si riferisce a Brad Parscale, ex responsabile della campagna elettorale di Trump, che ora dirige una società di comunicazione chiamata Clock Tower X. È anche Chief Strategy Officer di Salem Media Group, un conglomerato multimediale conservatore. L’estate scorsa, Israele ha iniziato a pagare alla società di Parscale 1,5 milioni di dollari al mese per la creazione di 100 contenuti digitali mensili da condividere su diverse piattaforme di social media.

 

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In modo controverso, Parscale ha anche promesso «l’integrazione di messaggi narrativi nelle proprietà di Salem Media Network e canali di distribuzione allineati». Quanto a come porre fine a una guerra che è persino meno popolare della guerra del Vietnam nei suoi sondaggi peggiori, Vance ha difeso la diplomazia e ridicolizzato i critici falchi il cui grande piano è solo quello di «bombardarli fino all’annientamento».

 

Mentre Trump ha minacciato di scatenare una furia contro i ponti e le infrastrutture energetiche iraniane se il Paese non si piegherà ai suoi desideri, Vance ha fatto eco alla saggezza di molti osservatori militari e geopolitici che deridono l’idea che l’esercito statunitense possa conquistare qualsiasi paese – tanto meno uno grande come l’Europa occidentale – usando solo la forza aerea:

 

«Potete bombardarli. Potete distruggere i loro radar. Potete distruggere alcuni dei loro droni e alcuni dei loro missili, ma è fin troppo facile sparare alle navi nello stretto. Quindi, bisogna essere disposti a dialogare e a cercare di risolvere il problema.»

 

Con il passare delle settimane e dei mesi, l’impopolarità della guerra contro l’Iran si fa sempre più pressante per le ambizioni presidenziali di Vance per il 2028. Vance ha usato le interviste per prendere delicatamente le distanze dalla decisione di attaccare, e lo ha fatto di nuovo con Rogan. Quando il podcaster ha chiesto a Vance fino a che punto fosse d’accordo con la decisione di Trump di lanciare una guerra contro l’Iran, Vance ha abilmente usato le stesse parole di Trump per distanziarsi dalla decisione:

 

«Beh, il presidente ha detto pubblicamente che “JD era meno entusiasta”. Credo che abbia usato proprio questa frase. Voglio dire, il mio punto di vista, come sapete, è che il vicepresidente non è un commentatore pubblico. Il mio lavoro è dare il miglior consiglio possibile al presidente degli Stati Uniti. Credo che lui abbia già detto qualcosa a riguardo».

 

In aprile, un lungo articolo del New York Times sulla decisione di iniziare la guerra ritraeva Vance come uno scettico che aveva avvertito che una guerra avrebbe potuto scatenare il caos regionale e comportare un elevato numero di vittime, danneggiando anche la coalizione di Trump, gran parte della quale era stata attratta dalle ripetute promesse di Trump di non iniziare nuove guerre. Descrivendo il fatidico incontro del 26 febbraio che precedette l’inizio della guerra due giorni dopo, il Times parafrasò le parole di Vance: «Sapete, penso che sia una cattiva idea, ma se volete farlo, vi appoggerò».

 


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Riguardo ai documenti di Epstein, Vance ha contestato l’idea che l’amministrazione Trump avesse cercato di nascondere qualcosa al popolo americano, attribuendo invece la controversia a una scarsa comunicazione pubblica sui documenti stessi.

 

Abbiamo assolutamente sbagliato la comunicazione sui documenti di Epstein», ha affermato Vance. «Proprio così. Ma penso che il motivo per cui abbiamo sbagliato la comunicazione sia perché stavamo cercando di nascondere qualcosa? No.» Ha criticato l’allora procuratrice generale degli Stati Uniti Pam Bondi per aver «esagerato ciò che avevamo e ciò che non avevamo», in quanto coinvolta «nel momento politico».

 

Pur non affermando esplicitamente che Epstein lavorasse per Israele, Vance ha sottolineato i suoi legami con i servizi segreti sia statunitensi che israeliani. «Aveva chiaramente contatti con i livelli più alti dell’Intelligence americana. Aveva chiaramente contatti con i livelli più alti dell’Intelligence israeliana», ha dichiarato Vance, aggiungendo poi: «ho chiesto se esistessero documenti che collegassero direttamente Jeffrey Epstein ai nostri servizi segreti o a quelli di altri Paesi, e la risposta è no. Ma se queste informazioni fossero esistite, non sarebbero più disponibili nel 2026».

 

Intervistati sul tema nella trasmissione YouTube Breaking Points, i rappresentanti del Congresso che avevano scritto la legge per la pubblicazione dei file epsteiniani Thomas Massie (recentemente buttato fuori dalle primarie dopo una donazione da 35 milioni di dollari alla campagna dell’avversario da parte di donatori ebraici) e Ro Khanna (preso in ostaggio da coloni israeliani armati pochi giorni fa) hanno deriso le rivelazioni di Vance, dicendo che se è così che la pensa dovrebbe lavorare per il desecretamento dei milioni di file mancanti.

 

Non è chiaro se, una volta che vi sarà certezza che la guerra per Israele contro l’Iran è un disastro per gli USA e per il mondo, il Vance, in previsione di una sua campagna presidenziale nel 2028, riuscirà ad incassare credito per la sua flebile opposizione interna al conflitto.

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Netanyahu ammette: la fusione dell’esercito USA con quello israeliano è realtà

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Nel fine settimana, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu è apparso sul canale di informazione statunitensxe Fox News, illustrando al pubblico il suo piano per consentire alle Forze di Difesa Israeliane (IDF) di accedere alle risorse militari statunitensi.   Presentando la mossa come un modo per gli Stati Uniti di smettere di spendere miliardi di dollari per finanziare l’esercito israeliano, Netanyahu ha definito il concetto una «partnership».   «Questa riduzione degli aiuti esteri dagli Stati Uniti a Israele sarà compensata dalla proposta di una sorta di fusione tra il nostro Pentagono e le vostre forze armate?», ha chiesto un conduttore di Fox News.   Il primo ministro ha risposto: «Sì, lo definirei un passaggio dagli aiuti a una partnership. Quindi, togliamo i fondi che vengono dati a Israele, che rappresentano una parte, ma l’altra parte consiste nel co-investire in parti uguali nelle nuove tecnologie necessarie per dare un vantaggio alle nostre forze armate e alle vostre. Ci sono progetti incredibili».

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«Quindi, investiamo insieme e ne raccogliamo i frutti in parti uguali. Si passa dagli aiuti alla partnership e credo che questo rappresenti ciò che Israele è», ha affermato. «Inoltre, condividiamo con l’America informazioni di intelligence incredibili per salvare vite americane».   «Credo che l’unione dei talenti dei nostri due Paesi rafforzerebbe la posizione competitiva dell’America sia sul mercato economico che sul campo di battaglia militare, in molti modi importanti», ha aggiunto Netanyahu.   Il leader israeliano ha scritto una lettera al deputato repubblicano Marlin Stutzman (Indiana) il mese scorso, ringraziandolo per aver appoggiato il suo piano di unificazione degli eserciti dei due Paesi.   La proposta principale di fusione tra l’esercito della superpotenza e quello dello Stato degli ebrei è nota come United States-Israel FUTURES Act, inserita all’interno della legge di bilancio della difesa americana per il 2027 (NDAA 2027).   Lo slancio legislativo è stato promosso dai senatori Ted Budd e Kirsten Gillibrand. L’iniziativa principale, chiamata United States-Israel Defense Technology Cooperation Initiative, è stata successivamente integrata nel National Defense Authorization Act per l’anno fiscale 2027 (NDAA 2027). Alla Camera dei Rappresentanti è identificata come Sezione 219 (in precedenza Sezione 224), mentre al Senato corrisponde alla Sezione 1217.   Netanyahu ha descritto questa transizione come il passaggio definitivo del rapporto bilaterale con gli USA «dagli aiuti economici alla partnership militare paritaria»: in pratica la fornitura di assistenza militare degli USA non sarà più discutibile, perché affondata nella legge dello Stato americano.   Se approvata definitivamente dal Congresso, la norma legherà l’apparato militare di Washington e le Forze di Difesa Israeliane (IDF) attraverso Sviluppo tecnologico congiunto (cioè reazione di programmi di ricerca e co-produzione di armamenti avanzati. La cooperazione si focalizzerà su settori d’avanguardia come Intelligenza Artificiale, sistemi autonomi, cyber-difesa, biotecnologie, etc.); data fusion (cioè integrazione dei flussi informativi e dei sensori di intelligence dei due Paesi per generare una mappa e un quadro operativo unico degli obiettivi bellici); integrazione industriale (cioè nserimento strutturale delle aziende e delle tecnologie israeliane all’interno della catena di approvvigionamento, acquisizione e ricerca del Pentagono).   La legge contiene inoltre clamorosi vincoli per la presidenza statunitense: la norma include clausole pensate per impedire al presidente degli Stati Uniti di limitare o interrompere unilateralmente lo scambio di informazioni d’Intelligence con Israele.

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Vi è qualche forma di opposizione a questa radicale trasformazione geostrategica. Al Senato, esponenti del Partito Democratico e organizzazioni come Human Rights Watch esprimono forti preoccupazioni. L’integrazione d’intelligence obbligatoria potrebbe spingere gli Stati Uniti ad assorbire dati ottenuti da Israele tramite programmi di sorveglianza di massa o potenziali violazioni dei diritti umani   Alcuni deputati conservatori (come Thomas Massie, appena buttato fuori dal Congresso con un’elezione locale dove le lobby ebraiche hanno speso 35 milioni per favorire il suo sconosciuto avversario alle primarie) e diverse organizzazioni ritengono che la norma costituisca una violazione della sovranità e dell’autonomia degli Stati Uniti, concedendo un’influenza straniera senza precedenti sulle reti del Pentagono.   Altri commentatori vedono nella legge il compiersi di quello che il politico cattolico Pat Buchanan, decenni fa, definiva come l’occupazione straniera di Washington, da considerarsi come completamente conquistata dagli interessi israeliani, divenuti intoccabili.   Altri commentatori, come Tucker Carlson e Candace Owens, parlano apertis verbis di un’assenza assoluta di sovranità negli USA, divenuti di fatto un Paese comandato da altri.  

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