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Papa Leone XIV «profondamente addolorato» per l’attentato suicida islamico in una chiesa ortodossa in Siria

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Martedì papa Leone XIV ha pubblicato un telegramma in risposta all’attentato suicida islamico di questa settimana in una chiesa ortodossa a Damasco, esprimendo la sua «profondo dolore» e la sua «sentita solidarietà» a tutti coloro che sono stati colpiti dal tragico attacco e chiedendo la pace nel paese devastato dalla guerra.

 

Il telegramma del 24 giugno del Pontefice esprimeva le sue condoglianze per la significativa perdita di vite umane causata dall’attentato suicida alla chiesa greco-ortodossa di Sant’Elia a Damasco durante il fine settimana e pregava per il riposo delle anime delle vittime, per la guarigione di tutti i feriti nell’attacco e di coloro che piangevano la perdita dei propri cari, e infine per la pace e la guarigione in tutta la nazione, secondo quanto riportato dal sito ufficiale di informazione della Santa Sede Vatican News.

 

L’ attacco del 22 giugno è stato compiuto da attentatori suicidi islamici durante la Divina Liturgia della domenica sera, uccidendo oltre 20 fedeli, ferendone oltre 50 e devastando l’interno della chiesa.

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«Sua Santità Papa Leone XIV è stato profondamente rattristato nell’apprendere della perdita di vite umane e della distruzione causate dall’attacco alla chiesa greco-ortodossa di Mar Elias a Damasco, ed esprime la sua sentita solidarietà a tutti coloro che sono stati colpiti da questa tragedia», si legge nel telegramma, firmato dal Segretario di Stato vaticano, Cardinale Pietro Parolin.

 

«Nell’affidare le anime dei defunti all’amorevole misericordia del nostro Padre Celeste, Sua Santità prega altresì per coloro che piangono la loro perdita, per la guarigione dei feriti e invoca i doni di consolazione, guarigione e pace dell’Onnipotente sulla nazione», prosegue il telegramma.

 

Si ritiene che l’attacco sia stato compiuto da uomini legati allo Stato Islamico (ISIS) e – come attestato da Reuters e da testimoni oculari – sia stato opera di due aggressori. Un uomo avrebbe sparato ai fedeli all’interno, mentre il secondo avrebbe fatto esplodere il giubbotto esplosivo che indossava.

 

Al momento dell’attacco, circa 200 persone stavano partecipando alla Divina Liturgia.

 

Altri leader cattolici, compresi quelli di Gerusalemme, hanno rilasciato dichiarazioni simili condannando l’attacco:

 

«Non c’è alcuna giustificazione – religiosa, morale o razionale – per il massacro di innocenti, men che meno in uno spazio sacro. Tale violenza sotto le mentite spoglie della fede è una grave perversione di tutto ciò che è sacro. Questo è un atto di indicibile malvagità – un crimine contro l’umanità e un peccato davanti a Dio».

 

Anche il Patriarcato greco-ortodosso di Antiochia ha condannato fermamente l’attacco e ha chiesto alle autorità di assumersi le proprie responsabilità, chiedendo loro di «assumersi la piena responsabilità per quanto accaduto e continua ad accadere in termini di violazione della sacralità delle chiese e di garantire la protezione di tutti i cittadini».

 

Il patriarcato ha ulteriormente sottolineato la sua adesione al cristianesimo nonostante gli attacchi:

 

«Offriamo le nostre preghiere per il riposo delle anime dei martiri, per la guarigione dei feriti e per la consolazione dei nostri fedeli addolorati. Riaffermiamo il nostro incrollabile impegno nella fede e, attraverso questa fermezza, il nostro rifiuto di ogni paura e intimidazione. Imploriamo Cristo nostro Dio di guidare la nave della nostra salvezza attraverso le tempeste di questo mondo, Lui che è benedetto per sempre».

 

Come riportato da Renovatio 21, molti cristiani a Damasco hanno risposto ai bombardamenti marciando coraggiosamente lungo le strade portando grandi croci e cantando: «quanto è bella la morte alle tue porte, o Chiesa nostra».

 


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L’Islam è una delle principali fonti di persecuzione anticristiana in tutto il mondo e ogni anno i terroristi musulmani uccidono migliaia di cristiani in tutto il mondo, oltre a rapimenti, profanazioni e altre violenze e molestie.

 

Le cronache di questi mesi di massacri da parte dei miliziani sunniti contro le minoranze alawite e cristiane continuano a susseguirsi.

 

Di recente i cristiani siriani hanno dovuto affrontare persecuzioni particolarmente violente, tra cui la presunta esecuzione di 48 donne cristiane in un sobborgo di Damasco la domenica di Pentecoste.

 

Fin dall’inizio del suo pontificato, Papa Leone XIV ha ripetutamente invocato la pace in Medio Oriente.

 

Il pontefice ha recentemente esortato i cristiani in Medio Oriente, compresi quelli in Siria, a rimanere nella loro patria, ma con il persistere di tali attacchi, la presenza della comunità cristiana nella regione rimane altamente instabile.

 

Come riportato da Renovatio 21, sembra esservi una recrudescenza importante delle attività ISIS in Siria e in Iraq. Secondo quanto detto la nuova Daesh considera il regima islamista instauratosi a Damasco come «apostata» (quindi, secondo l’ideologia takfira, passibile di distruzione e sterminio), tuttavia va ricordato che il nuovo presidente siriano al-Sharaa, precedentemente noto come al-Jolani, è stato tra le file dello Stato Islamico prima di finire nel ramo locale di al-Qaeda per poi essere catapultato al vertice dello Stato siriano.

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Persecuzioni

Sulla scia della Rivoluzione francese: i martiri di settembre

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Il 2 e 3 settembre 1792, mentre risuonavano La Marsigliese, Ah! ça ira , La Carmagnole e altri canti adottati dalla Rivoluzione francese, folle fanatiche massacrarono numerosi sacerdoti e religiosi a Parigi. Considerati nemici della nazione e dichiarati estranei al corpo nazionale, furono messi a morte per la loro lealtà alla Chiesa. Il loro sangue, ritenuto «impuro» dalla logica rivoluzionaria, divenne il sangue dei martiri. Un fatto storico che non deve essere dimenticato.   Il 2 settembre, a mezzogiorno, il cannone d’allarme tuonò sul Pont-Neuf; una grande bandiera nera fu issata sul Municipio di Parigi. Questo spettacolo era presumibilmente inteso a radunare legioni di eroi contro le truppe austriache e prussiane che si avvicinavano alla capitale. Il suo scopo principale, tuttavia, era quello di mobilitare una banda di assassini contro i prigionieri della Comune.  

I massacri all’abbazia

La maggior parte dei sacerdoti arrestati di recente era stata condotta o alla prigione dell’abbazia di Saint-Germain o a quella del convento carmelitano. Erano trascorse circa due ore da quando la campana aveva smesso di suonare. Gli assassini e la folla fanatica si erano radunati nel cortile del monastero, in attesa dell’arrivo dei prigionieri.   «Arrivammo all’abbazia», scrisse l’abate Sicard. «Il cortile era gremito di una folla immensa. Le nostre carrozze furono circondate; uno dei nostri compagni pensò di poter fuggire; aprì la portiera e si precipitò in mezzo alla folla; fu immediatamente massacrato. Un secondo uomo fece lo stesso tentativo; si fece strada tra la folla e stava per scappare; ma i carnefici si avventarono su questa nuova vittima, e altro sangue sgorgò. Neanche un terzo uomo fu risparmiato. La carrozza si diresse verso la sala del comitato; anche un quarto uomo cercò di uscire, e ricevette un colpo di sciabola… I carnefici si accanirono con la stessa furia sulla seconda carrozza» (1).   «Devono essere tutti uccisi, sono dei mascalzoni!» gridarono gli astanti. La quarta carrozza conteneva solo cadaveri… I corpi dei morti furono gettati nel cortile. I dodici prigionieri ancora in vita scesero per entrare nella commissione civile; due furono immolati non appena misero piede a terra. La commissione non ebbe il tempo di condurre nemmeno il più piccolo interrogatorio. Una moltitudine armata di picche, spade e sciabole si precipitò dentro, afferrò e uccise i prigionieri… Erano le cinque del pomeriggio. Arrivò Billaud-Varenne, il viceprocuratore della Comune. Camminò sui cadaveri, fece un breve discorso alla folla e concluse così: « Popolo , state immolando i vostri nemici; state facendo il vostro dovere» (2).   Ventuno sacerdoti erano appena periti in questo modo, al loro arrivo nel cortile dell’abbazia.

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I massacri al Carmelo

Nel carcere di Carmes, il posto di guardia era stato cambiato a partire da mezzogiorno. Le nuove guardie erano uomini dall’aspetto sinistro, con berretti rossi e armati di picche. Alle due, il commissario di sezione ordinò ai prigionieri di recarsi in giardino per la passeggiata quotidiana. Persino gli anziani e i malati furono costretti ad uscire.   «Ci ​​ritirammo», disse un prigioniero, «in fondo, dietro un pergolato; altri si rifugiarono in un piccolo oratorio in un angolo del giardino, dove iniziarono a recitare i vespri » (3).  Improvvisamente, si udirono grida provenire dalla direzione di Rue Cassette e Rue Vaugirard. « A questo punto, Vostra Grazia», esclamò l’Abbé de la Pannonie, rivolgendosi a Monsignor du Lau, Arcivescovo di Arles, «penso che ci uccideranno». «Mio caro amico», rispose l’arcivescovo, «se questo è il momento del nostro sacrificio, ringraziamo Dio di dovergli offrire il nostro sangue per una causa così nobile » .   I prigionieri non si sbagliavano. Pochi istanti prima, nella chiesa di Saint-Sulpice, trasformata in sala delle deliberazioni della sezione del Lussemburgo, un commerciante di vino, Louis Prière, era balzato sul pulpito, che allora fungeva da tribuna, e aveva dichiarato che non si sarebbe mosso finché i prigionieri, e soprattutto i sacerdoti detenuti nel convento carmelitano, non fossero stati liberati. Di conseguenza, l’assemblea aveva deciso, a maggioranza, «di purificare le prigioni versando il sangue di tutti i detenuti» (4). Una folla di uomini furiosi si riversò quindi fuori dalla chiesa in disordine e si imbatté in un gruppo di uomini armati di sciabole e picche insanguinate che provenivano dall’abbazia. I due gruppi si unirono e fecero irruzione nel convento carmelitano.   «Vedemmo per primi sette o otto giovani entrare furiosi», scrisse l’abate Berthelet. «Ognuno di loro aveva una cintura foderata di pistole, oltre a quella che teneva nella mano sinistra, mentre nella destra brandiva una sciabola» (5). Gli assassini colpirono dapprima l’abate de Salins con le sciabole, mentre era assorto nella lettura; poi, ferendo o uccidendo chiunque incontrassero sul loro cammino, si precipitarono verso il fondo del giardino, gridando: «l’ arcivescovo di Arles! L’arcivescovo di Arles! ». Monsieur du Lau era inginocchiato davanti all’oratorio. Si alzò e si rivolse agli assalitori: «sono io quello che cercate », disse loro. Un violento colpo di sciabola lo colpì in fronte. Un secondo colpo, proveniente da dietro, gli spaccò il cranio. Altri tre colpi lo fecero cadere a terra, dove rimase privo di sensi. Poi una picca gli fu conficcata nel petto e gli assassini lo calpestarono. (6)   Mentre gli assassini organizzano una vera e propria caccia all’uomo nel giardino, un buon numero di prigionieri entra in chiesa. Si mettono in fila vicino all’altare, si danno l’assoluzione a vicenda e recitano le preghiere per i moribondi.   Nel frattempo, uno dei capi si sedette a un tavolino vicino alla porta che dava sul giardino. Fece portare la lista dei sacerdoti imprigionati, chiamò a sé i nomi dei prigionieri, chiese a ciascuno se si rifiutasse ancora di prestare giuramento e, ricevuta una risposta affermativa, lo rimandò in giardino, dove il prigioniero fu immediatamente massacrato tra urla furiose, tra le quali si poteva udire il grido: «viva la nazione!».   Grazie al caos, diversi sacerdoti riuscirono a fuggire attraversando il giardino e scavalcando il muro di cinta. Quasi 120 sacerdoti persero la vita in meno di due ore.   Il giorno seguente, 76 sacerdoti perirono nel seminario di Saint-Firmin e 3 sacerdoti furono immolati nel carcere di La Force. Scene non meno orribili si verificarono in altre prigioni parigine: il Châtelet, la Conciergerie, la torre di Saint-Bernard, il Bicêtre e la Salpêtrière. (7)

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Circolare inviata dalla Comune di Parigi alle province

Mentre a Parigi scorreva il sangue, il 3 settembre il comitato di esecuzione e vigilanza della Comune inviò la seguente circolare a tutti i comuni di Francia:   «La Comune di Parigi si affretta a informare i suoi fratelli in tutti i dipartimenti che una parte dei feroci cospiratori detenuti nelle carceri è stata messa a morte dal popolo; atti di giustizia che ha ritenuto indispensabili per frenare, attraverso il terrore, le legioni di traditori rinchiusi entro le sue mura, proprio nel momento in cui stava per marciare contro il nemico: e senza dubbio la nazione si affretterà ad adottare questo utilissimo e necessario metodo.» (8)   Insoddisfatta di questa sanguinosa missione, la Comune inviò emissari nei dipartimenti per eseguire i suoi ordini. Il 3 settembre, i rivoluzionari parigini arrivarono a Reims e arrestarono quattro sacerdoti, che furono presto massacrati dalla folla (9) .Il giorno seguente, a Meaux, sette sacerdoti furono messi a morte nelle stesse circostanze (10). Il 3 settembre, a Versailles, fu ordinata l’esecuzione di 44 sacerdoti. Tra questi c’era il vescovo di Mende, M. de Castellane, che, si dice, ascoltò le confessioni di tutti i prigionieri (11).   Su tutte le strade, gruppi di sacerdoti, in fuga dalla furia degli assassini e diretti verso i confini, venivano attaccati, maltrattati, massacrati, percossi con pietre o bastoni e gettati nei fiumi. (12)   «Nei dipartimenti», disse Taine, «giorni come il 2 settembre si contano a centinaia. Ovunque, la stessa febbre, lo stesso delirio indicano la presenza dello stesso virus; e questo virus è il dogma giacobino. Grazie ad esso, l’assassinio si maschera da filosofia politica; i peggiori attacchi diventano legittimi, perché sono atti del sovrano legittimo, incaricato di provvedere al bene pubblico». (13)     NOTE 1) Relation de l’abbé Sicard, riprodotto da Dom Leclercq, Les Martyrs, vol. XI, p. 70 2) Relation de Méhée de Latouche, riprodotto da Lenotre, pp. 178–182 3) Relation de l’abbé Berthelet de Barbot. 4) Il verbale originale di questa sessione fu ritrovato negli Archivi del Palazzo di Giustizia da Dom Leclercq e pubblicato da lui per la prima volta nel 1912, in Les Martyrs, vol. XI, p. 67. 5)  Relation de l’abbé Berthelet de Barbot, riprodotto da Lenôtre, p. 253 6) Guillon, Les Martyrs de la foi, vol. III, p. 39 7) Vedi Taine, Les Origines, vol. VI, pp. 56–57; Mortimer-Ternaun, Histoire de la Terreur, vol. III, pp. 399, 592, 602–606. Nel 1901, per ordine di Sua Eminenza il Cardinale Richard, fu avviata un’inchiesta preliminare per la canonizzazione dei sacerdoti messi a morte per la loro fede durante i massacri di settembre del 1792. La ricerca del Vescovo de Teil portò alla presentazione di un elenco di 217 martiri. Vedi questo elenco in Leclercq, op. cit., p. 137 ss. 8) Citato da Papon, Histoire de la révolution  vol. VI, pag. 277 9) Picot, Memorie, VI, 220 10) Ibid., 221 11) Ibid., 222 12) Ibid., 223 13) Taine, Les Origines, vol. VI, p. 65   Articolo previamente apparso su FSSPX.News  

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Il cardinale Zen perde l’appello contro la condanna per il fondo di aiuto ai manifestanti di Hong Kong

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Il cardinale Joseph Zen, vescovo emerito di Hong Kong, ha perso giovedì l’appello con cui cercava di far revocare la condanna del 2022 per non aver registrato il Fondo di Aiuto Umanitario 612, istituito per coprire spese mediche e legali delle persone detenute durante le proteste antigovernative del 2019. Lo riporta Infovaticana.

 

Il Tribunale d’Appello di Hong Kong ha respinto il ricorso di Zen, 94 anni, e di altri quattro ex amministratori del fondo, confermando così le condanne di quattro anni fa. Secondo Associated Press, la difesa ha annunciato che il caso sarà ora portato davanti al Tribunale di Ultima Istanza, massima corte del territorio.

 

Zen è stato dichiarato colpevole nel novembre 2022 insieme alla cantante Denise Ho, all’accademico Hui Po-keung e alle ex deputate prodemocrazia Margaret Ng e Cyd Ho. Ciascuno è stato multato di 4.000 dollari di Hong Kong — circa 440 euro — per violazione dell’Ordinanza sulle Società.

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L’infrazione contestata consisteva nel non aver registrato il Fondo 612 come società né aver chiesto un’esenzione entro il mese previsto dalla normativa di Hong Kong.

 

Il tribunale ritiene che il Fondo 612 dovesse essere registrato. Creato nel giugno 2019 e chiuso nel 2021, il Fondo di Aiuto Umanitario 612 ha fornito sostegno economico, medico e legale a persone detenute, ferite o colpite durante le proteste di quell’anno. Zen faceva parte del gruppo di fiduciari incaricati della gestione.

 

I giudici Jeremy Poon, Aarif Barma e Derek Pang hanno ritenuto che l’organizzazione non fosse soltanto una somma di denaro amministrata tramite un trust, come sosteneva la difesa, ma rientrasse nella definizione di società prevista dalla legislazione di Hong Kong.

 

Secondo la sentenza riportata dall’Associated Press, i magistrati hanno sottolineato che i cinque amministratori intendevano usare il fondo come strumento per richiedere, raccogliere e destinare donazioni a sostegno delle proteste del 2019.

 

Il tribunale ha inoltre respinto l’argomento secondo cui l’obbligo di registrazione imponesse un onere sproporzionato sull’esercizio della libertà di associazione.

 

Dopo la pronuncia, Margaret Ng ha annunciato il ricorso al Tribunale di Ultima Istanza. L’ex deputata e avvocata ha sostenuto che la massima corte dovrà chiarire cosa possa considerarsi una «società» e fino a che punto si estenda l’obbligo di registrarsi presso la Polizia quando più persone svolgono insieme un’attività. «Ha un grande impatto sulla società civile di Hong Kong», ha affermato Ng.

 

Arrestato sotto la Legge sulla Sicurezza Nazionale, ma non condannato in base a essa: il cardinale e gli altri amministratori del Fondo 612 sono stati arrestati nel maggio 2022 con l’accusa di «connivenza con forze straniere», reato previsto dalla Legge sulla Sicurezza Nazionale imposta da Pechino a Hong Kong nel 2020.

 

Zen non è stato tuttavia accusato né condannato per alcun reato ai sensi di quella legge. Il processo che si è concluso con la multa di 4.000 dollari di Hong Kong riguardava soltanto l’inadempimento dell’obbligo di registrare il Fondo 612.

 

Il suo arresto in base alla normativa sulla sicurezza nazionale suscitò allora ampia risonanza internazionale e preoccupazione nella comunità cattolica.

 

Dopo la condanna del novembre 2022, lo stesso Zen ha chiesto di non leggere quel procedimento come un caso di libertà religiosa a Hong Kong.

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La vicenda giudiziaria del porporato è tornata in primo piano nel dicembre 2025, quando il Tribunale d’Appello ha esaminato il ricorso dei cinque ex amministratori. La sentenza resa nota giovedì è l’esito di quel giudizio.

 

Un fondo nato durante le proteste del 2019. Le proteste di Hong Kong iniziarono nel 2019 contro un progetto di legge che avrebbe consentito l’estradizione di sospetti verso la Cina continentale. Anche se il progetto fu ritirato, le mobilitazioni proseguirono per mesi e si trasformarono in un movimento più ampio contro il crescente controllo di Pechino sul territorio.

 

In quel contesto nacque il Fondo 612, destinato a coprire, tra l’altro, la difesa legale dei manifestanti arrestati e l’assistenza medica dei feriti.

 

Nel giugno 2020 è entrata in vigore la Legge sulla Sicurezza Nazionale, che contempla reati come secessione, sovversione, terrorismo e connivenza con forze straniere. Da allora numerosi leader e attivisti del movimento prodemocrazia sono stati processati e incarcerati.

 

Le autorità di Pechino e Hong Kong sostengono che la normativa abbia permesso di ripristinare la stabilità dopo i gravi disordini del 2019; i critici affermano invece che ha ridotto in modo marcato lo spazio per l’opposizione politica e la libertà di associazione nell’ex colonia britannica, restituita alla sovranità cinese nel 1997.

 

Zen, una delle voci cattoliche più critiche verso Pechino. Salesiano e vescovo di Hong Kong dal 2002 al 2009, Joseph Zen è stato creato cardinale da Benedetto XVI nel 2006. Dopo il ritiro ha continuato a intervenire pubblicamente sia sulla situazione politica del territorio sia sulle condizioni dei cattolici in Cina.

 

A 94 anni il cardinale è comparso in aula aiutandosi con un bastone. Il rigetto del ricorso lascia in vigore la condanna del 2022, ma non chiude ancora il procedimento: gli ex amministratori del Fondo 612 hanno annunciato l’intenzione di portare il caso davanti al Tribunale di Ultima Istanza di Hong Kong.

 

Lo Zen è al centro della questione sino-vaticana, con lo scellerato accordo tra Pechino e il Sacro Palazzo rinnovato poco fa. Il cardinale come noto sta subendo arresti e processi ad Hong Kong, mentre il Vaticano bergogliano si piega al Partito Comunista Cinese.

 

L’accordo sino-vaticano è qualcosa di mostruoso ed imbarazzante, visto che le persecuzioni contro la chiesa cattolica non sembrano diminuite da quando è stato posto in essere. Si hanno casi di sacerdoti della chiesa sotterranea (cioè, pienamente cattolica) fatti sparire; ci sono notizie di preti torturati affinché aderiscano alla «Chiesa patriottica» ora in accordo con Roma; i seminari vegono smembratigli orfanotrofi cattolici vengono chiusi; le chiese vengono demolitele suore vengono perseguitate; vi sono vescovi che sparisconovescovi gettati in prigione, mentre in chiesa si celebra l’anniversario della nascita del Partito Comunista Cinese.

 

In una conferenza stampa aerea, di ritorno da Budapest, Bergoglio aveva di fatto mollato il cardinale Zen, ex arcivescovo di Hong Kong che ha passato la vita a combattere le persecuzioni della Cina comunista e a difendere quei cattolici cinesi «sotterranei» che da quando è in corso l’accordo sino-vaticano, hanno il tremendo timore di essere stati abbandonati dal Vaticano.

 

Zen è sotto processo nella nuova Hong Kong telecomandata da Pechino: l’assenza di mosse del Vaticano per difenderlo ha spinto persino il Parlamento Europeo (!) a chiedere alla Santa Sede di fare qualcosa.

 

Come riportato da Renovatio 21, l’anno scorso si era arrivati alla situazione dolorosamente grottesca di un sacerdote torturato dalle autorità cinesi mentre un nuovo vescovo veniva consacrato. I cittadini cinesi, di fatto, sono invitati a denunciare «attività cristiane illegali» anche per mezzo di compensi.

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Renovatio 21 sospetta che in certa parte la gerarchia cattolica potrebbe essere ricattata tramite Grindr, l’app per incontri gay dove si dice abbondino le presenze di consacrati anche in Italia. L’americana Grindr, con tutti i suoi dati, fu acquistata da una società cinese. Donald Trump ne chiese la restituzione, perché erano stati trasferiti troppi dati sensibili che potevano essere usati per ricattare quantità di impiegati del governo, agenti di polizia, militari, etc. Bizzarramente Pechino concesse agli americani di riprendersi Grindr, ma è facile supporre che forse i dati degli utenti siano ancora lì da qualche parte.

 

È da notare che nell’arco di decine di anni, l’uomo di collegamento fra la Cina e il Papato fu Theodore McCarrick, il cardinale accusato di sodomia con innumeri novizi e pure con ragazzini. McCarrick, travolto dallo scandalo, fu privato del titolo di cardinale dallo stesso Francesco, che tuttavia, secondo le accuse dell’ex Nunzio Apostolico in USA monsignor Carlo Maria Viganò, a inizio pontificato invece lo difendeva-

 

Grazie a Wikileaks (un cablo del 2006) sappiamo che in almeno due viaggi, McCarrick dormì in un seminario di Pechino della Chiesa Patriottica, cioè la copia della Chiesa cattolica, che non rispondeva a Roma ma al potere pechinese – la falsa chiesa che l’accordo sinovaticano ha premiato con il riconoscimento.

 

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Predicatore espulso dal Burning Man: diffondeva il Vangelo di Gesù Cristo

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Un predicatore di strada ed evangelista attivo sui social media, di nome Joshua McCormick, stava prendendo parte al festival Burning Man in Nevada quando il suo gruppo è stato allontanato con la forza dall’evento mentre tentava di diffondere il Vangelo tra i partecipanti.   In un video diventato virale in rete, il McCormick ha raccontato che gli organizzatori del raduno avevano concesso loro tre ore per lasciare il posto, pena lo sgombero forzato e l’arresto. Le immagini mostrano i ranger del parco confrontarsi con i 25 cristiani che formavano l’accampamento.   Il McCormick ha accusato Burning Man di venir meno ai propri stessi principi, tra cui quello della «inclusione radicale». Prima che il gruppo religioso venisse fatto allontanare, diversi frequentatori del festival si erano fatti battezzare, e un membro del campo ha dichiarato che circa 600 persone avevano abbracciato la fede in Gesù.  

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Il McCormick ha inoltre ripreso con la telecamera la celebre effigie del «Burning Man», bruciata come da tradizione al termine di ogni edizione del festival, affermando di aver potuto «percepire l’energia demoniaca» sprigionata dalla scultura di legno.   Diffondere il messaggio evangelico al Burning Man rappresenta un’esperienza fuori dal comune, poiché l’evento è notoriamente intriso di depravazione sessuale e drogastiche e pratiche dichiaratamente di stampo pagano e neopagano.   Il McCormick ha osservato infine che alcuni funzionari del festival e gli stessi ranger che avevano intimato loro di andarsene apparivano a disagio per quanto stava accadendo, mostrando perplessità per il fatto che ai cristiani non fosse stato consentito di proseguire la loro predicazione durante il raduno.   Dietro l’immagine patinata di comunità radicale, arte e libertà che il Burning Man proietta all’esterno, si nasconde un lato molto più problematico, denunciato negli anni da giornalisti, ex partecipanti e persino da alcuni dei suoi organizzatori storici.   Il primo paradosso riguarda i costi: nato come esperimento anti-consumista basato sul dono e sul rifiuto del denaro all’interno del perimetro del festival, il Burning Man è diventato negli anni un evento per privilegiati. I biglietti costano centinaia di dollari, mentre i «campi» più esclusivi — spesso finanziati da miliardari della Silicon Valley — offrono servizi di lusso, staff pagato e persino aria condizionata, tradendo patentemente lo spirito egualitario originario e trasformando il deserto del Nevada in un terreno di networking per l’élite tecnologica.   Poi c’è il problema ambientale: nonostante la retorica del «Leave No Trace», ogni edizione lascia dietro di sé tonnellate di rifiuti, polvere tossica dispersa dai generatori diesel, e un impatto ecologico crescente su un ecosistema fragile, aggravato dalle enormi installazioni artistiche che finiscono bruciate.

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Non mancano poi le criticità legate alla sicurezza: nel corso degli anni si sono verificati decessi, overdose, abusi sessuali e casi di violenza mai adeguatamente affrontati da un’organizzazione che fatica a garantire tutela in un contesto dove regole sociali e legali sembrano sospese.   Il tema delle violenze sessuali al Burning Man è emerso con forza a partire dal 2019, quando un’inchiesta di Salon condotta dalla giornalista Nicole Karlis ha raccolto testimonianze di donne che dichiaravano di essere state aggredite sessualmente durante il festival e poi ignorate o liquidate dagli organizzatori. L’inchiesta ha rivelato anche un contrasto istituzionale: il Bureau of Land Management (BLM), l’ente federale che gestisce il terreno pubblico su cui sorge l’evento, ha accusato l’organizzazione Black Rock City LLC di aver usato la privacy delle vittime come pretesto per non riportare sistematicamente ogni caso di aggressione sessuale alle autorità con data, ora e luogo — dati necessari per individuare pattern ricorrenti.   Sul piano dei numeri, la situazione appare contraddittoria. Il dipartimento interno per i reati sessuali riceve ogni anno tra le 5 e le 20 segnalazioni, ma le forze dell’ordine hanno storicamente registrato pochissimi arresti: zero o uno all’anno tra il 2007 e il 2018 (due nel solo 2017). Questo scarto enorme tra segnalazioni e arresti riflette in parte un fenomeno generale di sotto-denuncia dei reati sessuali, ma anche le difficoltà specifiche del contesto: l’oscurità del deserto, il caos della folla, l’uso diffuso di droghe e alcol, e un’estetica di nudità e provocazione che secondo alcune attiviste della comunità stessa viene talvolta scambiata per consenso implicito, che però non esiste.   Negli anni più recenti la questione non si è attenuata: nel 2025 un uomo è stato arrestato per aggressione sessuale e violazione di domicilio proprio nei giorni immediatamente precedenti l’apertura del festival, e un altro caso di stupro con arresto si è verificato al termine dell’edizione dello stesso anno. In risposta alle critiche, l’organizzazione ha istituito un «Survivor Advocacy Center» attivo per tutta la durata dell’evento, per assistere le vittime nel dialogo con le forze dell’ordine — un tentativo di rispondere a un’accusa ricorrente: che dietro la retorica di «spazio sicuro» e comunità radicale, il Burning Man abbia per anni gestito male, se non minimizzato, le denunce di violenza sessuale.   Come riportato da Renovatio 21, in alcune edizioni vi è anche scappato il morto. Un conteggio ufficioso dice che si tratterebbe di una dozzina di decessi nei 30 anni di storia della festa nel deserto. Il caso forse più noto è quello di Aaron Joel Mitchell, 41 anni, morì dopo essere riuscito a superare le barriere di sicurezza e a lanciarsi tra le fiamme durante il rogo rituale del «Man». Venne portato in eliambulanza al centro ustionati dell’UC Davis, l’Università fuori San Francisco. dove morì il giorno successivo. Le autorità non confermarono se fosse un gesto intenzionale o legato a droghe.

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Il Burning Man nasce nel 1986 su una spiaggia di San Francisco (Baker Beach), quando Larry Harvey e Jerry James costruirono un effigie di legno alta circa due metri e mezzo e la bruciarono durante il solstizio d’estate. L’occasione era personale — pare legata a una rottura sentimentale di Harvey — e si ispirava a raduni analoghi che una loro amica scultrice, Mary Grauberger, organizzava già da anni sulla stessa spiaggia a San Francisco. Successivamente, il collettivo Cacophony Society, poi portò l’evento nel deserto del Nevada nel 1990.   Il fondatori negano nessi diretti con il paganesimo, raccontando che questi siano un caso che anzi essi volevano evitare: nel 1988, quando lo Harvey battezzò ufficialmente l’evento «Burning Man» sui volantini, lo fece proprio per allontanarsi dai riferimenti al «wicker man» — la pratica celtica attribuita ai Druidi di bruciare sacrifici in gabbie di vimini a forma umana, resa celebre dal film horror cult del 1973 The Wicker Man, che si conclude appunto con un sacrificio umano per rogo dentro l’effigie ligna antropomorfa. Lo Harvey ha dichiarato di non aver visto il film se non molti anni dopo, e che comunque non fu fonte d’ispirazione per l’evento.   Nonostante le dichiarazioni passate del fondatore, nel corso dei decenni il festival ha sviluppato una propria estetica quasi rituale attorno al rogo finale della figura umana, e alcuni critici religiosi o osservatori esterni (compresi ambienti cristiani conservatori) hanno tracciato parallelismi con celebrazioni pagane pre-cristiane legate ai solstizi e ai fuochi sacrificali.

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Immagine di Carnaval Studios via Wikimedia pubblicata su licenza CC BY 2.0  
 
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