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Politica

Elezioni europee, dissidenza «scatenata». O «incantenata»?

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Arrivo tardi a parlare delle elezioni europee. In realtà, Renovatio 21 non ne ha trattato quasi per niente.

 

Ci sono una serie di motivi per cui disinteressarsi dell’Europa. Il primo è, come ha ricordato qualche giorno fa mirabilmente il filosofo Agamben, è che l’Europa non esiste: è un fantasma, un’entità senza costituzione e soprattutto senza costituente, un essere la cui evanescenza è stata sempre punita quando in Paesi come Francia o Portogallo si è votato per qualche ratifica dei trattati che dovrebbero darle corpo.

 

Il secondo motivo per cui non ci sentiamo coinvolti in questa campagna – a differenza di quella del 2019, che terminò con ogni singolo leader della destra di tutta Europa raccolto sotto il Duomo di Milano mentre Salvini invocava la Madonna – è che i giochi sembrano fatti, e le proposte politiche sono da narcosi. Tutti i partiti ripropongono gli stessi candidati, con poche variazioni – soprattutto, ogni formazione politica non ha fatto nemmeno lo sforzo di aggiornare i programmi, le idee etc.

 

Quindi, nonostante il fermento che stiamo vedendo in certe parti d’Europa – con AfD che attacca la melonisierung, la «melonizzazione» dei partiti populiti – ci teniamo alla larga. Forse facciamo male: nell’incontro con la stampa internazionale di ieri, Putin ha dimostrato di essere uno che segue da vicinissimo le questioni elettorali, con percentuali e tutto quanto, quantomeno nel caso della Germania.

 

In vari ci hanno ricordato, tuttavia, che una novità nel panorama ci sarebbe anche: la lista di Cateno De Luca.

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Il lettore potrebbe a questo punto già capire perché ci siamo tenuti distante dall’argomento europee: ebbene sì, la novità politica sarebbe il mega-listone agglutinante imbastito al volo dall’ex sindaco di Messina e attuale sindaco di Taormina.

 

Ammettiamo di aver realizzato tardi quello che stava succedendo: De Luca ce lo avevano fatto vedere, tempo fa, quando dava spettacolo durante in campagna elettorale in Sicilia nel 2022. Microfono auricolare stile call center (elemento che torna anche nel materiale dell’attuale campagna), parolacce a go-go e scontro frontale con il sindaco del comune «leghista in salsa sicula»: il video del comizio di Furci Siculo divenne virale, ed è ancora gustoso da riguardare.

 

 

In rete c’era chi ridacchiava montando i suoi video-selfie fatti con il telefonino, accorpando i momenti un pochino aggressivi.

 

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Uno pensa che certe espressioni, certe posture, certe cifre «meridionali» non esistano, o non esistano più: del resto se è vero, come dicono i tedeschi, che negli ultimi decenni l’Italia ha preso a somigliare alla Germania e viceversa, è lampante che il Sud ha preso a somigliare al Nord Italia, e viceversa (chiunque abbia visto che i centri storici di Salerno e Trapani sono molto più puliti e ordinati di quelli di tante città padane). E invece….

 

Il personaggio, ad ogni modo, lo pensavamo relegato lì – una questione locale, un fenomeno zonale. Invece, con una certa sorpresa (non troppa, in realtà), la quasi totalità della «dissidenza» che si è intruppata con il listone del personaggio.

 

De Luca, sì. Lui. Rammentiamo un attimo i passaggi del suo curriculum che girano in rete.

 

De Luca era quello dei droni che insultavano la gente durante il lockdown. Si tratta di un’incredibile anticipazione del grande tragico lockdown di Shanghai del 2022, quando il Partito Comunista Cinese chiuse in casa 16 milioni di persone anche grazie a robocani in strada e droni volanti che ripetevano «contieni la sete di libertà del tuo spirito». Invece che tale frase drammatica quanto aulica, il drone cateniano prometteva, proprio con la voce del Cateno, di «prendere a calci in culo» il cittadino trovato per strada a non rispettare «l’ordine del sindaco».

 

Forse c’è bisogni di rinfrescarsi la memoria e vedere che di fatto era stata realizzata una distopia con accento siculo: Orwell incontra Franco Franchi.

 

 

 

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E allora, chi va con Cateno? Tanti. A marzo ha pure presentato il marchio con 17 simboli, di cui allora ancora 4 erano bianchi. Lavori in corso.

 

Non so se ricordate Sara Cunial: uscita dal catalogo grillino, divenuta nota ai più per i discorsi in Parlamento durante la pandemia dove leggeva scatenata, saltellando da un piede all’altro, discorsi che sembravano presi da canali Telegram del complottismo più disperato (ma i parlamentari, lo sapete, hanno più diritti di voi, quanto meno di parlare e non subire conseguenze). La ragazza aveva fatto una sua cosa, chiamata R2020, con tanto di lancio all’ex macello di Roma (per la gioia dei seguaci vegani) con spettacolino edificante, che immaginiamo dovesse raccogliere i dissidenti no-vax etc. Poi deve essere successo che il 2020 è passato, quindi l’intero progetto è probabilmente stato considerato scaduto, come lo yogurt. Pensavamo fosse sparita. E invece, eccotela che appare in foto «incatenata», cioè al fianco del Cateno.

 

Ci sono gli ex leghisti Castelli (l’ex ministro della Giustizia) e Vito Comencini, ex deputato che piace ai catto-tradizionalisti. Simboli dall’Alta Italia: Grande Nord, Partito Popolare del Nord, Popolo Veneto.

 

C’è Italexit, dal quale tuttavia sapevano era uscito il fondatore Paragone. E quindi, chi è rimasto?

 

C’è il Capitano Ultimo, il generale carabiniere che arrestò Riina, e che avevamo sempre visto mascherato, anche recentemente: facendo un veloce giro su Wikipedia lo vediamo ritratto in riva al mare nel 2020 con indosso una mascherina chirurgica.

 

C’è il Popolo della Famiglia, ovviamente: già avevamo visto quanto ci tenevano alla questione dei vaccini alle europee 2019, quando proposero agli elettori un candidato che era stato con il partito della Lorenzin.

 

Poi ci sono bollini UFO anche interessanti: Noi Agricoltori, Noi Ambulanti Liberi. Il Partito dei Pensionati. Civici in Movimento. Insieme Liberi Uscita. E via.

 

Tutti con De Luca.

 

Quantomeno per quanti ricordano il disastro pandemico, e non vogliono dimenticarlo mai, si tratta di una dissidenza cognitiva difficile da ricomporre.

 

De Luca si mostrò pubblicamente mentre si sottoponeva alla siringa mRNA.

 

 

De Luca sosteneva Draghi, si dice. I video paiono mostrarlo mentre addirittura rivendica l’invenzione del green pass. Potrebbe perfino essere vero.

 

 

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Ora lui sostiene che andrà a prendersela personalmente con quanti hanno messo in giro queste voci, utilizzando immagini decontestualizzate. Ascoltiamo, con impeto da teatro liceale, l’ira che diviene sussurro: «Non vi preoccupate, vi vengo a trovare a casa (…) vi verrò a citofonare in diretta, e ve ne do le spiegazione, in diretta»

 


Tuttavia, c’è un video, che sembra proprio recente, in cui dice che vuole Draghi in Commissione Europea, perché lo Stato italiano «ha bisogno di essere messo sotto tutela».

 

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Poi c’è stato quel comizio qualche settimana fa. «Un malore» dissero. Chissà cosa hanno pensato in tanti.

 

 

Epperò, poco dopo va da Red Ronnie e racconta di essere vittima di effetti avversi.

 

 

Insomma, la base no-vax stia buona, e voti questa roba. De Luca è capolista in più regioni: qualora il simbolo prendesse le preferenze necessarie, potremmo immaginare che finirebbe lui a Bruxelles, e gli altri chissà, forse, o forse solo lui.

 

Noi siamo allucinati dalla velocità con la quale i fautori del blob hanno cercato di far digerire la cosa, ammantando l’operazione di realismo politico – ma al contempo spiegando, era inevitabile, che il personaggio va bene.

 

È evidente che nemmeno gli esponenti (autoproclamati) della dissidenza (sedicente) vi rispettano. È evidente che chi vi chiede i voti ha già archiviato quanto è successo – e che con probabilità potrebbe ricapitare a breve.

 

Noi, invece, no.

 

Non abbiamo dimenticato le piazze italiane strapiene di persone che chiedevano la libertà fine delle catene pandemiche.

 

Non abbiamo dimenticato la repressione dello Stato su quella stessa gente.

 

Non abbiamo dimenticato il razzismo biomolecolare contro i non vaccinati, l’apartheid vaccinale, la guerra civile biotica: ci ricordiamo quando non potevamo andare al bar, a teatro, a scuola – a lavoro, soprattutto.

 

Non abbiamo dimenticato quanti sono stati feriti, e davvero, dal siero genico sperimentale reso di fatto obbligatorio. Non possiamo farlo: perché stiamo vedendo gli amici morire davanti a noi anche ora, colpiti da acciacchi improvvisi, o, sempre più, da tumori velocissimi ed intrattabili che portano in breve tempo alla morte. Non parliamo per sentito dire.

 

In un articolo che precedeva le elezioni politiche 2022 procedevamo alla disamina dei partiti della «dissidenza» che erano arrivati, trafelati, a presentarsi alle elezioni. Dividevamo causticamente in due sottospecie: c’erano i gatekeeper (ossia, quelli messi lì dal potere per attrarre voti e non andare da nessuna parte, in pratica gli infiltrati che ordiscono un’opposizione sintetica funzionale al potere) e c’erano gli houserunner, neologismo da noi coniato a traduzione dell’espressione «scappati di casa»: formazioni improvvisate fino al comico, irte di personaggi grotteschi oltre ogni limite.

 

Ora, non è escluso che la dissidenza italiana, o quel che ne rimane, vada verso una fusione delle due tipologie: avremo dei gatekeeper scappati di casa, ed era pure una cosa prevedibile, inevitabile.

 

Ci teniamo lontani, grazie. Sempre ricordando, tuttavia, che vale la pena di votare per non permettere a Calenda e Bonino di superare la soglia.

 

Per quanto riguardo il mondo di chi si è opposto e si oppone al Nuovo Ordine – con le sue malattie, le sue guerre – per chi è seriamente intenzionato sarà necessario, passate queste elezioni, mettersi di buzzo buono e fare qualcosa con chiarezza, evitando quanti ci hanno fatto vedere anche questa.

 

Astieni perditempo.

 

Roberto Dal Bosco

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Politica

Hamas ha 90 giorni di tempo per disarmarsi

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Ad Hamas sono stati concessi 90 giorni per consegnare le armi pesanti e le mappe che illustrano la sua rete di tunnel sotterranei, in base a una nuova proposta di disarmo presentata nell’ambito del suo piano di pace con Israele.   La nuova proposta prevede che tutti i gruppi terroristici presenti a Gaza, non solo Hamas, ma anche la Jihad islamica e altri gruppi, si disarmino completamente nei prossimi mesi. Il movimento islamista palestinese ha ricevuto la proposta durante un incontro al Cairo presieduto dal politico e diplomatico bulgaro Nickolay Mladenov, rappresentante del presidente Trump nel Consiglio di pace di Gaza.   I combattenti islamici potrebbero inoltre ottenere l’immunità se consegnassero volontariamente le proprie armi.

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Mladenov ha insistito sul fatto che un piano di pace e la completa ricostruzione di Gaza richiedono «il disarmo totale di Hamas e di ogni gruppo armato, senza eccezioni né rinunce».   Sebbene Hamas abbia mostrato la volontà di rinunciare ad armi pesanti, inclusi lanciarazzi e missili, si è rifiutata di negoziare la consegna di armi leggere, che a suo dire sono necessarie per l’autodifesa.   La guerra a Gaza si è conclusa nell’ottobre del 2025, secondo i termini del piano di cessate il fuoco in 20 punti del presidente Trump. Il piano prevede che Hamas consegni le sue armi mentre Israele si ritira dal territorio.   Un governo tecnocratico apartitico, sotto la supervisione del Consiglio per la Pace, amministrerà il territorio, e una forza militare internazionale garantirà il mantenimento della pace.   Si prevede che Hamas risponderà alla proposta di disarmo la prossima settimana.

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Pensiero

Perché votiamo Sì al referendum

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Renovatio 21 voterà al referendum di domenica.

 

Lo facciamo essenzialmente perché riteniamo che alla magistratura italiana vada dato uno scossone – anzi, la riforma Nordio forse è ancora poco rispetto a ciò che ci vorrebbe.

 

Nelle scorse settimane abbiamo ospitato interventi contrari alla separazione delle carriere in magistratura, e rispettiamo i dubbi leciti che si possono avere in merito alla questione. Sappiamo bene che la questione della separazione delle carriere – che interessa manciate di casi di questi anni su migliaia di magistrati – è uno stalking horse, uno specchietto per le allodole: l’obbiettivo vero della riforma è il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), indebolendo il quale – e soprattutto, auspicatamente «de-correntizzandolo» – si otterrebbe una riduzione globale del potere dei giudici sul Paese.

 

Il fatto è che, al di là dei numeri e della politica spiccia, non possiamo toglierci dalla testa quanto abbiamo visto in questi decenni, con casi di decisioni incredibili da parte dei magistrati – decisioni che hanno come conseguenza la rovina delle vite di tantissimi, e che, pure nelle rarissime occasioni in cui viene comprovato l’errore giudiziario, non comportano alcuna pena per il giudice stesso.

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È stato utile vedere la reazione delle forze di sinistra, comprese quelle radicali (che una volta, in teoria, odiavano i magistrati: giusto?) contro la riforma, a difesa dello status quo della magistratura italiana: la prova provata che essa è parte integrante e fondamentale dello Stato-partito, cioè della fusione del maggior partito rimasto dalla fondazione della Repubblica con ogni ganglio dello Stato, una materia talmente monolitica ed infallibile che ogni altro partito, vecchio o nuovo, che voglia contare qualcosa, deve venirne a patti, emulare o, più spesso, accettare qualche briciola che cade dal tavolo in cambio della sua stessa castrazione politica.

 

La magistratura, che è arrivata a condannare in questi anni persino ministri della Repubblica opposti al diktat kalergista dell’invasione migratoria, funge di fatto come da guardia perimetrale dell’immobilità dello Stato italiano e della sua conformazione agli oscuri ordini provenienti dalle centrali mondialiste.

 

Che qualcosa che va al di là del potere giudiziario, nella Giustizia italiana, lo si era capito già ai tempi di tangentopoli, quando cominciarono ad esserci certi sussurri sul ruolo degli USA nel processo che spazzò via tutti (meno uno…) i partiti della Prima Repubblica. Di recente, lo studioso americano Mike Benz, parlando anche di altri casi (in Brasile, ad esempio, c’è il capo della Corte Suprema che fa uscire di galera un presidente, Lula, e ne mette dentro un altro, Bolsonaro) ha definito il fenomeno della transitional justice, «giustizia di transizione»: si tratta di un vero e proprio schema di influenza internazionale di Washington, per cui tramite i giudici si mette in prigione questa o quella figura pubblica per destabilizzare e poi «stabilizzare» (cioè, sottomettere con i propri uomini) un Paese… in effetti proprio quello che sembrerebbe essere successo al Tribunale di Milano agli inizi degli anni Novanta, e qualche cascame ci par di averlo veduto anche più ultimamente.

 

Ma, al di là dei grandi giochi geopolitici, quello che ci salta alla mente è lo scempio costantemente su giornali e telegiornali: ecco il caso del fidanzato che si fa decenni di processi e galere per aver ucciso la fidanzata, salvo che il processo ora viene riaperto; ecco il caso del muratore accusato di aver ammazzato una bambina, dove però le incongruenze sono tali da inquietare l’opinione pubblica; ecco il caso del serial killer toscano che, dopo decadi, non va da nessuna parte, anzi si complica ancora di più, tra la violenza e il grottesco. E poi ancora: le bombe, gli aerei esplosi, le stragi, i misteri di ogni sorta, con i relativi muri di gomma…

 

Ne abbiamo viste davvero troppe per far finta di niente – e parliamo anche di casi vicinissimi a noi. Al di là del nostro scetticismo rispetto alla finzione democratica, che in Italia come altrove è in via di esaurimento, è proprio la cifra umana della questione (gli innocenti condannati, o anche solo accusati e processati per anni, contro ogni evidenza) che ci preme.

 

E qui non entriamo nemmeno nel caso della Corte Costituzionale, che abbiamo capito essere il vero grande laboratorio nazionale per la dissoluzione bioetica, dove si fanno e si disfano le regole per la vita e la morte (eutanasia, aborto, provetta, vaccini, trapianti etc.) mentre il Parlamento zufola a poca distanza.

 

Insomma, è l’intero edifizio che è problematico. E confessiamo pure di non capire perché in tutti questi anni l’assetto generale della magistratura sia stato un tabù: è lecito pensare che il potere giudiziario non sia del tutto separato, soprattutto se pensiamo che già dentro alla magistratura vi siano delle correnti? È così impossibile pensare ad un meccanismo elettorale popolare per scegliere se non i giudici, le figura apicali e decisionali della magistratura? È così assurdo pensare alla possibilità, come negli Stati Uniti, di giurie popolari, che mitighino lo strapotere di giudici e procuratori (e avvocati…)?

 

Non abbiamo, in realtà, nessun motivo per votare contro la riforma. Sappiamo che, come in tante altre occasioni, il voto referendario potrebbe non essere rispettato. Ciò non ci esime dal tentare di partecipare ad una scossa sismica che potrebbe essere per il Paese catartica.

 

Per cui, noi domenica votiamo .

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Immagine di Niccolò Caranti via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported; immagine modificata

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Necrocultura

Volontà politica e Stato moderno: Renovatio 21 saluta Bossi il disintegratore

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È morto Umberto Bossi. Con lui se ne va qualcosa di più di un pezzo di storia italiana: sparisce assieme all’uomo anche una volontà politica rarissima, quella di riformulare lo Stato italiano dalle fondamenta – se è necessario anche distruggendolo.   Prima di «populista», l’insulto contorto e contraddittorio per chi sfidava i ranghi della burocrazia politica era «anti-politica», o ancora «anti-Stato»: espressione in teoria dispregiativa che Bossi e la Lega dei primordi si beccarono dai politici e dai giornali dell’establishment, che, immersi nella palude fatta di corruzioni e salari (e tanta mediocrità), non si possono rendere conto che questo è un complimento – e non è un caso se agli esordi Bossi si alleò con il più fine politologo studioso dello Stato, Gianfranco Miglio.   Essere anti-Stato significa avere una visione politica radicale: non si vuole «entrare» nel giuoco della politica, ma rifondarlo, cambiarlo integralmente, riprogrammare la realtà a partire dalla volontà propria e del popolo che ti dà il voto – una concezione umana, attiva dello Stato lontana anni luce da quella, comune a tutti i partiti del mondo (Lega Nord odierna compresa), per cui semplicemente i politici devono adeguarsi, integrarsi allo Stato-macchina.

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Il lettore di Renovatio 21 sa che proprio qui sta il cuore del problema della nostra Civiltà: se allo Stato bisogna conformarsi, lo Stato può fare a meno di noi, può fare a meno non solo dell’etica, ma del suo stesso popolo. Lo Stato moderno diventa quindi assassino e genocida, e, sapendo della morte dispensata nei suoi ospedali da aborti ed espianti a cuor battente, riconosciamo che questa sua funzione sterminatrice antiumana è già all’opera da tempo, in attesa di sviluppare altre forme, anche più spudorate, di strage degli esseri umani.   Ecco perché la carica del primo Bossi era unica: perché metteva in dubbio l’essenza stessa dello Stato, quantomeno su base popolare. «La Lombardia è una nazione, l’Italia è solo uno Stato (…) Tutti i milanesi sono stufi grazie al potere romano che ci ha imposto sistemi di vita che noi non vogliamo» diceva nel 1985 ad un giornalista di Repubblica. Umberto aveva compreso tanto, e cominciato ad intuire di più…   Si tratta di una comprensione che va ben al di là della rottura, ottenuta con i successi elettorali clamorosi della Lega nel 1992 e nel 1994, della Prima Repubblica e del pentapartito soggiacente: la differenza tra Stato e nazione, tra supermacchina burocratica e popolo (cioè, essenza biologica umana di un Paese) era non solo elaborata, ma pure agita politicamente, ed elettoralmente.   Se lo Stato prevarica il popolo, la conseguenza è giocoforza la perversione della società. Perché lo Stato anti-umano deve, per preservare se stesso, sradicare psicologicamente, culturalmente e financo fisicamente i propri abitanti. L’immigrazione, in apparenza il grande, sempiterno cavallo di battaglia del leghismo, è solamente uno degli strumenti per ottenere la corruzione del popolo.   Lo aveva detto apertis verbis nel discorso di apertura del Congresso della Lega Lombarda nel 1989: «se la portata dei cambiamenti etnici e culturali supera la velocità di integrazione della società allora essa interrompe la consapevolezza della identità collettiva che si fonda sul sentire dei cittadini che c’è una componente di continuità nella società che convoglia attraverso i tempi un patrimonio di valori culturali: dagli atteggiamenti spirituali alle forme della cultura materiale».   «In quest’ultimo caso la società va incontro alla disgregazione, sviluppa comportamenti patologici dell’omosessualità, della devianza giovanile, della droga, crea condizioni psicologiche che favoriscono ad esempio la sterilità per cui non nascono più figli. Si realizza in altre parole la “società deviata”, asociale, egoista». Sì, Umberto quaranta anni fa aveva compreso l’origine della Necrocultura.   Realizzare lo Stato-pervertitore lo aveva portato necessariamente oltre, al piano planetario. In un discorso a Crema del 1999 alludeva alle dinamiche dell’ordine mondiale: «Il progetto mondialista americano è chiaro: vogliono importare in Europa 20 milioni di extracomunitari, vogliono distruggere l’idea stessa di Europa garantendo i propri interessi attraverso l’economia mondialista dei banchieri ebrei e attraverso la società multirazziale. Ma noi non lo consentiremo. (…) Il disegno dei 20 potenti americani non passerà, anche se usano armi potenti come droga e televisione».   Poco dopo cominciò a parlare del piano per creare «lo Stato unico mondiale, un’ unica razza, un’ unica religione, un unico utero, una sola lingua e magari una sola taglia per i vestiti». Nel 2000 si scagliò contro «i comunisti e i massoni che hanno in mano l’Europa, insieme alla lobby dei gay, hanno teso una trappola […] Hanno cercato di far passare in Europa l’assegnazione dei bambini alle coppie omosessuali (…) Se passano le famiglie omosessuali che non fanno figli, è necessaria l’immigrazione e con essa l’ideologia che riesce a scardinare l’identità dei popoli. (…) Se invece ritorna la famiglia eterosessuale, e con essa i figli, vincono i popoli e la democrazia».

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È ricca di significato, oggi che il PD è incontrovertibilmente divenuto quello che Augusto Del Noce chiamava «Partito Radicale di massa», l’idea di Bossi, proferita sempre al volgere del millennio, tra PCI e decadenza civile: «Io vedo una relazione tra il paese che aveva il più forte partito comunista dell’Occidente e il basso coefficiente di fertilità che oggi ci relega nell’abisso. Dai oggi e dai domani, un’ideologia come quella comunista che aveva come obiettivo primario quello di scardinare la società occidentale, ha cominciato a sferrare colpi contro la famiglia».   Viviamo, diceva Bossi in un’era in cui «gli uomini abbandonano la famiglia, le coppie divorziano per motivi egoistici e superficiali, gli interessi dei figli diventano incompatibili con quelli dei genitori». Sappiamo che, divorziato, a travolgerlo anni dopo sarebbero stati proprio scandali sui figli.   Appunto, sappiamo che questa carica, questa lucidità politica e metapolitica, si stinsero. Bossi si romanizzò. Con lui la Lega, e tutti gli altri: da qualche parte Andreotti aveva predetto che i barbari calati dal Nord sarebbero, ad un certo punto, stati digeriti dal Palazzo.   Non è la cosa peggiore, non è la cosa che davvero rimpiangiamo: abbiamo nostalgia, e bisogno, di quella volontà politica radicale, quella’idea di poter riscrivere da capo lo Stato, rifiutandone i meccanismi e le origini massoniche, di poter avere uno Stato a misura del suo popolo, che ne possa garantire la libertà, la prosperità, la vita.   Nessuno oggi ha una simile idea: qualsiasi potere vuole procedere con l’integrazione, allo status quo, Stato vigente, al super-Stato europeo, al super-Stato NATO, al super-Stato globale, e a tutte le sue burocrazie.   Non ne possiamo più di politici integratori . Noi vogliamo qualcuno in grado di parlare di disintegrazione. Vogliamo tribuni disintegratori.   Bossi ne è stato capace, per un po’. Questa era la sua cifra unica, virile come nient’altro. Questo è il Bossi che, tra il diluvio di coccodrilli inutili, salutiamo ora.   Onore ad Umberto il disintegratore. E pace all’anima sua.   Roberto Dal Bosco

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