Pensiero
R2020, smettiamola di chiamarla «arte». Tantomeno «politica»
L’epifenomeno R2020 – portatore di un nome alfanumerico in scadenza pur essendo neonato – ha scombussolato per la durata di qualche settimana la galassia antisistema, quella che gravita intorno ad alcune evidenze storiche e scientifiche relative alla cosiddetta pandemia e alle molte incongruenze della sua gestione sanitaria, politica, mediatica.
All’ingrossarsi delle fila dei cosiddetti «complottisti» – per eccesso di evidenze e incongruenze non compatibili con la narrazione canonica – qualcuno deve aver pensato che era il momento di passare all’incasso. E di intestarsi tutto quell’esuberante ben di Dio.
All’ingrossarsi delle fila dei cosiddetti «complottisti» qualcuno deve aver pensato che era il momento di passare all’incasso. E di intestarsi tutto quell’esuberante ben di Dio
Dal collage complottista…
Ed ecco, dal nulla, risuonare in Parlamento uno stravagante sermone patchwork, e rimbalzare dappertutto, ottenendo come per magia l’effetto pressoché immediato di unire i complottisti di tutta Italia (e mica solo di quella) dietro un nuovo estemporaneo beniamino.
È bastato sganciare nel cuore delle istituzioni un petardo artigianale preparato affastellando tutti i pezzi sparsi del pensiero alternativo raccattati sui social e cuciti insieme con qualche citazione simil-dotta e una spruzzata di latinorum.
È bastato sganciare nel cuore delle istituzioni un petardo artigianale preparato affastellando tutti i pezzi sparsi del pensiero alternativo raccattati sui social e cuciti insieme con qualche citazione simil-dotta e una spruzzata di latinorum
Ne è uscito qualcosa come il temino di quello, o quella, che copia dal compagno di banco, ma alla farina del sacco altrui aggiunge di proprio pugno qualche ghirigoro inedito, e qualche errore di sintassi e di punteggiatura.
Pensierini scritti male e letti peggio, ma capaci di intercettare i motivetti più orecchiabili della nuova canzone popolare: talmente tanta era l’attesa per l’epifania di un capopolo (o capapopolo) che nessuno è andato troppo per il sottile e tutti hanno risposto al richiamo del primo candidato che è riuscito nell’impresa di recitare in sei minuti la lista quasi completa degli slogan di contro-ordinanza.
… al circo New Age
Il numero inscenato a Montecitorio ha poi avuto un seguito sorprendente. Un seguito che, per la verità, era in agenda prima del monologo parlamentare, visto che il nome del movimento in gestazione era già stato concepito e registrato.
Un pensierino scritto male e letto peggio, ma capace di intercettare i motivetti più orecchiabili della nuova canzone popolare: talmente tanta era l’attesa per l’epifania di un capopolo (o capapopolo)
Fatto sta che, capitalizzato tanto consenso con tanto poco sforzo, si è evidentemente pensato che tanto valeva esagerare, chiamare a raccolta gli amici, gli amici degli amici, e buttarla sul folklore senza confini.
E così si è allestito un circo con «anime stupende che si sono unite a noi e hanno deciso di mettere a disposizione di tutti i partecipanti la loro #arte e il loro #talento» per svelare i loro segreti, quelli «di chi ha riscoperto la propria ritualità e una rinnovata armonia con la natura, che è fuori e dentro di noi».
Un seguito che era in agenda prima del monologo parlamentare, visto che il nome del movimento in gestazione era già stato concepito e registrato
Nello specifico, vengono presentati «Performer, Mangiafuoco, Ritual Body Painter, Acrobati, Disegnatori, Attori, Giocolieri, Musicisti, Scultori e poi Workshop, arti Olistiche, Digitali, Plastiche e tanti altri artisti che vi accompagneranno in questo viaggio dove non sarete dei semplici passeggeri, ma cellule senzienti del sistema immunitario che collaborerà a guarire questa #Terra».
Di fronte a un programma politico così ricco e profondo, uno si poteva aspettare qualche rinsavimento illustre, qualche pubblica presa di distanza. Invece no. Venghino signori venghino che sta per cominciare lo spettacolo.
Vien da considerare allora quanto elementare sia portare a compimento il solito giochino, ben noto nelle stanze dei bottoni quando il dissenso diventa più vivace del dovuto: basta agglutinarlo dietro un nuovo straccio di bandiera per farlo defluire nell’imbuto della irrilevanza, magari condannandolo pure al ridicolo.
Il solito giochino, ben noto nelle stanze dei bottoni quando il dissenso diventa più vivace del dovuto: basta agglutinarlo dietro un nuovo straccio di bandiera per farlo defluire nell’imbuto della irrilevanza, magari condannandolo pure al ridicolo.
Un metodo sempre efficace per disinnescare in un colpo solo i focolai sparsi di reazione spontanea, onesta e sincera. Spessa disperata.
Meglio ancora se persino gli stessi sbandieratori sono quasi inconsapevoli della loro parte, storditi dai fumi della festa, da luci, cerchi sonori e musiche organiche capaci di condurli a «riscoprire e riconoscere nella nostra coscienza gli archetipi dell’Amore, risvegliando un sapere già presente nella nostra anima, dove le forme degli alberi danzano con gli animali e le acque limpide scorrono tra i cristalli», in modo che «come nella scissione dell’atomo, l’energia che libereremo provocherà nuove reazioni d’amore per i colori» e «quando tutti i confini si saranno dissolti e ogni fibra del nostro essere vibrerà e pulserà all’unisono, diventeremo un oceano, persi l’uno nelle mani dell’altro. Ed è lì che nascerà di nuovo l’amore».
Ogni commento è superfluo.
… ai rituali liberatori
Uno potrebbe sperare che la cosa sia finita qui. E però no, c’è ancora dell’altro, perché la pozzanghera eco-esoterica teosofica new age del casaleggismo di ritorno non si è manifestata solo come diversivo grottesco: contiene acqua torbida, e a cascarci dentro c’è il rischio serio di rimanere imbrattati.
La pozzanghera eco-esoterica teosofica new age del casaleggismo di ritorno non si è manifestata solo come diversivo grottesco: contiene acqua torbida, e a cascarci dentro c’è il rischio serio di rimanere imbrattati
Officiare con una sorta di rituale, negli spazi di un ex mattatoio, il battesimo di un movimento con velleità politiche, non è cosa normale. Nonostante si provi a citare in soccorso Giordano Bruno o Ipazia di Alessandria non si va troppo distanti dalle strane religioni delle élite che sulla carta si dice di voler combattere.
In ogni caso, la messa in scena della bruttezza dovrebbe provocare di per sé una istintiva reazione di rigetto in tutti coloro che abbiano a cuore le sorti delle nuove generazioni. Davanti alla degenerazione estetica, morale e culturale senza più alcun freno non si può restare zitti né indifferenti.
Applausi o pomodori
Come sempre, invece, è scattato l’incredibile complesso di sudditanza dello spettatore programmato all’applauso coatto di fronte all’«artista» autocertificato: basta che un tizio si esibisca sopra un palco definendo «arte» la sua performance, che il pubblico si sente obbligato a riconoscergli l’omaggio riservato una categoria intoccabile per definizione.
Nessuno ha più il fegato di fischiare o lanciare ortaggi alla volta di quanti si rendano fieri interpreti dell’imbarbarimento collettivo, nell’esercizio del diritto alla volgarità globalizzata che è promosso e alimentato dalle nuove élite culturali amanti dell’occulto
Qualunque sia l’oltraggio arrecato alla dignità dello spettatore, nessuno ha più il fegato di fischiare o lanciare ortaggi alla volta di quanti si rendano fieri interpreti dell’imbarbarimento collettivo, nell’esercizio del diritto alla volgarità globalizzata che è promosso e alimentato dalle nuove élite culturali amanti dell’occulto.
Tutt’al più qualcuno osa avanzare qualche sommessa critica, chiedendo scusa se si permette di farlo, mettendola sul piano dei gusti e della sensibilità personali, del mi piace non mi piace, pollice su o pollice giù.
E così si alimenta la macchina del brutto, che è poi la macchina del male, distruttrice dell’animo e di una intera civiltà la quale pure, fin dai suoi albori, seppe scolpire in una sola parola il legame indissolubile tra il bello e il buono (kalòs kài agathòs) nell’educare alla virtù.
Il popolo che affollava il teatro antico, destinatario privilegiato di opere grandi e senza tempo, pur essendo per la più parte analfabeta, era perfettamente in grado di apprezzarne la bellezza e la bontà, e di trarne occasione per una elevazione personale sotto il profilo morale, culturale, estetico
Alla kalokagathia distillata nell’arte si abbeverava il popolo che affollava il teatro antico e che, destinatario privilegiato di opere grandi e senza tempo, pur essendo per la più parte analfabeta, era perfettamente in grado di apprezzarne la bellezza e la bontà, e di trarne occasione per una elevazione personale sotto il profilo morale, culturale, estetico.
In quel circuito virtuoso per cui un popolo da un lato attinge linfa vitale dalle sue arti, dall’altro restituisce quanto da esse assorbito per ispirarle e fecondarle ancora.
Il circuito che fatalmente si inverte appena prenda il sopravvento un’etica degenerata capace di innescare un inesorabile processo involutivo e di travolgere tutto.
Il culto della Pachamama sugli altari profanati delle chiese ex cattoliche è espressione somma del medesimo dilagante degrado.
Il culto della Pachamama sugli altari profanati delle chiese ex cattoliche è espressione somma del medesimo dilagante degrado
Se il buon costume esiste ancora
Ma allo scempio pseudoartistico eletto a strumento di promozione politica non c’è soltanto una controindicazione estetica e spirituale. C’è un preciso limite giuridico, oggettivo e cogente.
Il limite generale del buon costume di cui all’art. 21 ultimo comma della Carta Costituzionale è posto a presidio del comune senso della decenza, del decoro e della moralità. Un limite che dovrebbe funzionare soprattutto quando si tratti di proteggere i più piccoli
È la stessa Costituzione, oggi pericolosamente data in pasto a psico-santoni o imbonitori da avanspettacolo, a offrircelo come l’antidoto a certe insidiose derive: il limite generale del buon costume di cui all’art. 21 ultimo comma della Carta Costituzionale è posto a presidio del comune senso della decenza, del decoro e della moralità. Un limite che dovrebbe funzionare soprattutto quando si tratti di proteggere i più piccoli.
Ma se si dismettono le categorie e la lingua del diritto, che ne sorreggono la logica, per brandire la Costituzione come fosse non una legge positiva ma il breviario del Mago di paese, allora si sconfina senza più punti di riferimento in un altro campo, quello di una falsa religione senza logos capace di stravolgere ogni principio regolatore della vita collettiva.
Ad Maiora
In un momento complesso e drammatico come l’attuale non abbiamo bisogno di guru, di «anime stupende», di epifanie, di rituali, di folklore.
In un momento complesso e drammatico come l’attuale non abbiamo bisogno di guru, di «anime stupende», di epifanie, di rituali, di folklore
C’è un popolo stremato che non merita becchime tossico né ulteriori delusioni, ma deve semplicemente ritrovare l’orgoglio di riunirsi intorno al patrimonio di valori e di bellezza sedimentato nella terra dei propri padri in più di due millenni di storia.
E di difenderlo per salvare la vita dei propri figli e il loro futuro.
Elisabetta Frezza
Pensiero
Lo Stato Moloch, l’italiano cattivo e i sanitari che ballano. La tragedia della bambina «no-vax» di Palermo
Pareva un caso sonnacchioso da fine estate.
Una bimba di quattro anni, tale Anna Rosa, Rosa Maria o giù di lì, viene portata all’ospedale di Palermo perché ha la febbre alta, mal di gola e vomito. Al pronto soccorso ci sarà qualche specializzando o un medico consumato dal caldo. La guardano un po’ e la dimettono subito con diagnosi di «tonsillite essudativa febbrile».
Che significa, in parole povere, che ha le placche; anche in agosto, succede; ormai non ci si capisce più niente, sapete quanti ne abbiamo? Prenda l’antibiotico e la tachipirina, e nel caso tornate.
Però la febbre non passa, e quando la riportano in ospedale, due giorni dopo, qualcuno si accorge che non è una tonsillite, ma una difterite. Malattia poco frequente e però curabile, se si prende in tempo. La curano, infatti, ma potrebbe non essere stata presa in tempo, o qualcosa va storto, perché la bimba muore.
Oh be’, sarà un errore medico, uno delle centinaia di migliaia in cui ogni anno incorrono i medici in Italia. Una morte che riempie un trafiletto di colore ed entra dritta dritta nelle statistiche, come quello di Trento, quell’altro di Albenga, quelli di Bari, e così via. Spiace, s’intende.
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Ma ecco che salta fuori che la bambina non era vaccinata, perché i genitori si sono opposti.
La belva apre l’occhio. In un lampo si volta e mette a fuoco la preda.
Partono all’assalto i cosiddetti professionisti dell’informazione. Alla faccia di ogni privacy: sparano il nome e cognome della bambina; il nome e cognome della mamma; il nome e cognome del papà. Chi sono e da dove vengono.
Non c’è ancora nessuna conferma, si attendono gli esami, l’autopsia è ancora di là da farsi. Beh, inezie. Il verdetto è già pronto e strillato nei titoli: BAMBINA NON VACCINATA MORTA DI DIFTERITE – I GENITORI SONO NOVAX.
È il lacerante colpo di timpano che dà il via all’osceno sabba intorno al corpicino di Anna Rosa. Ai giornali, ai TG e ai sedicenti esperti non sembra vero di stirare la gobba e rinverdire i fasti del COVID, e fanno a gara per puntare l’indice più a fondo nelle anime straziate di due genitori ai quali è morta una figlia.
Da subito ci si preoccupa di chiarire che i medici non c’entrano niente. L’hanno detto subito, in ospedale: noi abbiamo fatto di tutto. Come non crederci? Lo dice anche il luminare televisivo. Anche se poi si scopre che non solo hanno confuso la difterite con la tonsillite, perdendo tre giorni, ma che a quanto pare hanno recuperato, il 17 agosto, vaccinandola. D’accordo, una volta si diceva che non si vaccina a malattia in corso per via dell’effetto ADE che intensifica l’infezione, ma che sarà mai? I medici e gli infermieri sono i buoni. Sono sempre i buoni, figuriamoci. Ballano perfino Jerusalema.
I cattivi invece sono i genitori «novax». La morte è colpa loro. Capite, mamma e papà? Lo spiegano i virologi con il muso bianco di cerone: la colpa è solo vostra. Della vostra scelta di non vaccinare Anna Rosa, della vostra riluttanza, ignoranza e diffidenza antiscientifica.
Non importa se nella sola Europa l’obbligo vaccinale anti-difterite è sconosciuto in Austria, Danimarca, Estonia, Finlandia, Germania, Irlanda, Islanda, Lituania, Lussemburgo, Norvegia, Portogallo, Spagna, Svezia e Regno Unito. Che è come dire 260 milioni di abitanti nelle quali non si scorge alcuna ecatombe.
Non importa nemmeno se in Italia il tasso di mortalità all’introduzione del vaccino, nel 1939, era stabilmente basso da vent’anni; non importa se negli anni successivi è perfino aumentato ed è andato a diminuire solo dal 1946, con la fine della guerra e il miglioramento delle condizioni di vita. Se non ci si vaccina, ci si ammala e si muore: parole famose, degne del marmo. La piccola è morta per causa vostra, cari genitori. Altre ragioni non ce ne sono. Siete colpevoli.
È tutto un po’ folle e campato in aria, ma l’azione va a segno. La mamma di Anna Rosa ne è ferita e sfoga il suo dolore su Facebook, respingendo tutto. Denuncia l’errore medico, osserva che la difterite è ancora un sospetto, e ricorda che in casa ha una bara bianca e che solo Dio può giudicare. Sciocchezze. La povera donna ha il torto di rifarsi a quelli che in tempi di maggior decenza si chiamavano rispetto, prudenza, tatto, umanità, timor di Dio. Nulla le viene perdonato, anche perché il suo messaggio, giustamente, non si cura affatto del decoro: è senza punteggiatura, ha una sintassi sconnessa e indulge ad abbreviazioni come «ke» per «che», e «xke» in luogo di «perché».
La madre della bambina morta viene dunque derisa a sangue dalla schiera degli esseri superiori che scrivono pulito. Un’ignorante, dicono sguaiatamente, ed è il meno; un’analfabeta, non fa meraviglia che creda in Dio.
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Del resto, è del quartiere Zen di Palermo, o no? Ci pensa un articolo illuminato a rivelare che qui, come in certe tribù del Borneo, ci sia una «radicata credenza popolare» secondo cui i vaccini siano legati all’autismo, per cui la gente rifiuta l’esavalente. Si informa, peraltro, che allo Zen i ragazzini circolano su moto truccate, girano come ridere coltelli e armi, a capodanno sparano e il parroco è minacciato. Non c’entra nulla, è chiaro, ma tant’è. Siamo tra i selvaggi.
Si alzano sospiri, si scuotono teste: a gente così andrebbero tolti i figli.
Detto, fatto. Si muovono i pezzi da novanta. La Procura competente iscrive mamma e papà, a lettere di pece, nel registro degli indagati per omicidio colposo. Omicidio della loro figlia di quattro anni.
Il Tribunale per i minorenni, per non essere da meno, fa partire degli accertamenti per valutare la loro responsabilità genitoriale. Già, perché hanno altri tre bambini: e glieli porteranno via.
Non solo: avvia un’operazione, definita «urgentisssima», in grande stile. «A partire dal primo giorno di scuola i Carabinieri entreranno nelle materne e nelle elementari di Palermo nord per scovare i bambini non vaccinati». Proprio così, scovare.
La storia continua e non terminerà a breve, ma già da questo si capisce che a Palermo si è riproposto il terno che sei anni fa è uscito su tutte le ruote e ha sbancato l’Italia tutta.
A questo punto, per comprendere bene conviene rivolgersi alla smorfia napoletana, la più titolata, rodata e attendibile.
Innanzitutto si deve considerare la propaganda, affidata ai giornalisti impapocchiati, ai luridi programmi televisivi, ai virologi drogati. Loro, il compito di dare l’accelerata improvvisa, di montare il caso dicendo tutto anche se non si sa niente. Prestigiatori dell’apparenza, stringono un qualunque effetto alla causa che viene loro additata, a scorno di ogni logica, senza timore alcuno. Strillano all’unisono, berciano, battono la grancassa, la buttano in caciara, fanno gran mostra di civici sdegni e invocano il pugno duro.
La smorfia discretamente suggerisce il 4, «’o Puorco».
Tra i significati del numero ci sono anche la Casacca, che si gira e si volta con la convenienza; il Carnefice, colui che fa il lavoro sporco di sgozzare e imbrattarsi; la Bara Vuota, emblema del nulla spacciato per tragedia, come a Bergamo; e, naturalmente, i Pupazzi e il Servo.
Com’è ovvio, la propaganda nulla fa se non ci sono orecchie per ascoltare e bocche per ripetere e amplificare.
E qui entra in gioco l’innumere e garrulo esercito dei vigliacchi, dei mezzi sapienti la cui cultura affonda le radici nei libri di Piero Angela o di Biglino, degli sputacchioni di schermi, degli spiritosissimi, degli statisti da bar, dei rospi ricoperti di veleno. I loro versi assordano come lo starnazzo delle oche alla vista del pastone, ignare dei fornelli che si scaldano alle loro spalle.
Sono i fiancheggiatori, gli utili idioti, la falange quadrata in cui una testa vale l’altra e tutte insieme non valgono uno zero. L’esponente tipico si distingue per la cattiveria: perché l’italiano, checché se ne dica, è cattivo. Basta farsi un giro sui social, dove la melma ribolle più acre, per rendersi conto della pochezza e della mancanza di umanità con cui il bastardume italico tratta le tre cose su cui non è lecito scherzare mai: l’innocenza dei bambini, la misericordia di Dio e il dolore dei genitori.
La smorfia napoletana, a colpo sicuro, indica il 71, «l’Ommo ‘e Merda». Il numero si riferisce peraltro anche al Corvo, egida di queste ripugnanti creature; all’Allegria, loro livido connotato; al Gelo, perché tanto e di natura infernale ce ne vuole in cuore, per fare quel che fanno e come lo fanno; all’Inquisizione, nel duplice senso di tribunale – ma plebeo, da pescivendole e tricoteuses – e di delazione e caccia all’uomo; al Carcinoma, poiché infine questo sono, e della specie più malodorante, rispetto al corpo del disgraziato nostro Paese.
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L’ultimo estratto della terna è il 90, «’a Paura». L’abbinamento alla vicenda sembra banale tanto è semplice, ma a ben vedere c’è di più. La smorfia, che le verità maggiori le indica per accenni, tra i significati riporta il Quirinale: e non è dubbio che con ciò voglia intendere lo Stato italiano nella sua essenza.
Già, perché lo Stato fa paura.
Fa paura in quanto dallo Stato c’è soprattutto da aspettarsi il Male. I suoi bracci operativi, esplica la smorfia, sono il Magistrato che gli conferisce la patente di legittimità e il Generale che lo esegue con la forza. La tenaglia – lo si vede tutti i giorni – si inceppa quando c’è da far rispettare il Bene, il Giusto, la tutela degli inermi, la protezione dell’uomo comune, della famiglia, dell’ordine naturale. In questi casi, quando non fa difetto il magistrato non risponde il generale; e così si forma la convinzione comune che lo Stato sia un ente floscio, imbelle, malfatto e deforme, buono solo a farsi buggerare e ridere dietro.
È un inganno. Laddove lo Stato vuol far valere le cose che gli stanno più a cuore si strappa la maschera di buon minchione, e si svela nella sua vera natura di Moloch.
C’è da far seccare una radice? Da esigere un sacrificio della vita, della libertà, della dignità? Occorre opprimere qualcuno? La tenaglia funziona a meraviglia. Preceduta dalla propaganda di regime e invocata dalla turba dei vili, lo Stato irrompe con la pesantezza di un elefante indiano in piena corsa, stritolando tutto ciò che trova. Il magistrato, seduto nel castelletto sulla groppa, muove il suo bastoncello, imperturbabile, velato da mille cortine di seta; il generale, alle redini, spinge l’animale a tutta forza contro l’obiettivo.
La famiglia di Anna Rosa ha ben motivo di temere. Lo Stato l’ha presa di mira ed è capacissimo, con il pretesto della morte della bambina, di smembrarla e di alzare le teste dei suoi membri sulle picche per spargere il panico.
Lo Stato infatti non solo fa paura in quanto è da temere, ma fa paura in quanto genera terrore. La paura è il modo con cui il Moloch si alimenta e alimenta i suoi soggetti. L’ideale è quello di una popolazione intimorita e inerme, che si può comandare alzando appena un sopracciglio o con una mezza parola. Un po’ come facevano certi padri antichi, i quali però amavano la prole e ne ricevevano il rispetto, dove lo Stato senza pupille esige solo l’obbedienza e la sottomissione più vieta.
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Colpirne uno per educarne cento: i recalcitranti, e anche soltanto i dubbiosi, devono essere ammaestrati dall’accaduto. Devono avere paura di fare la fine di Anna Rosa, di essere colpiti dalla difterite, di non essere curati, di morire, di essere disprezzati e segnati a dito, di perdere la capacità genitoriale, di doversi svenare in spese legali, di passare anni a combattere oltre i propri mezzi, nella solitudine e nel dolore.
Devono avere paura e chinare la testa davanti a questo mostro di morte che è lo Stato, indicibilmente inumano, ingiusto e violento, che vuol essere onorato come un dio, la cui cifra è proprio la paura e il cui numero è il 90.
Ad esso la smorfia napoletana, dalla quale non si sfugge, alla lettera S offre il significato di Satana.
Massimo Zanetti
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Pensiero
Dall’aborto alla strage figlicida, il ritorno della strega Medea
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Pensiero
Cos’è lo Stato e chi lo controlla?
Renovatio 21 traduce e pubblica questo articolo del Brownstone Institute.
Che cos’è lo Stato, da dove proviene e chi lo controlla? Si potrebbe pensare che queste domande abbiano risposte ovvie. In realtà la risposta è sfuggente, non facilmente identificabile nemmeno da chi fa parte del sistema.
Trump lo ha scoperto durante il suo primo mandato. Dava per scontato che il presidente avrebbe avuto il controllo, almeno per quanto riguarda il potere esecutivo. Si è ricreduto quando le agenzie governative collaborarono strettamente con i media per minarlo a ogni passo. Dopo una pausa di quattro anni, tornò con la ferma intenzione di diventare presidente.
È più facile a dirsi che a farsi. I funzionari di gabinetto si lamentano spesso in privato di dover affrontare burocrazie inflessibili che possiedono tutta la conoscenza istituzionale. Spesso si sentono come dei sostituti o dei manichini. Trump è un raro esempio di presidente che ha persino tentato di essere al comando. La maggior parte si accontenta degli emolumenti della carica e degli elogi che ne derivano.
In ogni caso, chiunque raggiunga i vertici di un qualsiasi apparato statale scopre che la realtà è ben diversa da quella descritta nei libri di testo.
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Platone concepiva lo Stato come parte integrante della vita stessa, rispecchiando la struttura dell’anima umana. La società era divisa tra i governanti (i re-filosofi), i guardiani (i guerrieri) e i produttori (i lavoratori). Lo Stato esiste per realizzare la giustizia, dove ogni classe svolge il proprio ruolo assegnato in armonia.
Aristotele offrì una visione più realistica. Sebbene lo Stato sia un’entità organica, non è dotato di anima. Ha funzioni ben precise per promuovere il benessere di tutti attraverso leggi ed istruzione, bilanciando gli interessi delle diverse classi. Aristotele era favorevole a un governo misto per prevenire la tirannia e promuovere la stabilità.
Passando al periodo dell’Illuminismo, le teorie sullo Stato in Occidente si evolsero di pari passo con i progressi tecnologici ed economici. Thomas Hobbes considerava lo Stato essenziale per prevenire la guerra civile tra le fazioni. Senza di esso, la vita sarebbe stata solitaria, sgradevole, brutale e breve. Va detto che scriveva nel pieno della Guerra civile inglese.
Anche John Locke, nel suo Secondo trattato sul governo, considerava lo Stato essenziale ma estremamente limitato. Il suo compito era quello di proteggere la proprietà e i diritti fondamentali. Poteva anche essere rovesciato in condizioni di tirannia. La questione gli stava particolarmente a cuore, essendo stato vittima del trauma della guerra, della rivoluzione e della censura.
Locke fu l’autore del modello di quello che in seguito divenne la Dichiarazione d’Indipendenza. In essa troviamo la visione secondo cui lo Stato è un «male necessario», una prospettiva ampiamente accettata come vera dai Padri Fondatori degli Stati Uniti.
Poco dopo, all’interno della tradizione platonica, nacque la visione hegeliana. G.F.W. Hegel valorizzò lo Stato come un dio che marcia sulla terra, la forza convergente del firmamento sociale destinata a piegare la storia all’inevitabile vittoria dei legittimi vincitori. Questa visione fu ripresa sia a destra (nazionalsocialismo) che a sinistra (socialismo internazionale) per infondere ad altre concezioni dello Stato un’aura di inevitabilità.
Tutto questo parlare del carattere organico ed essenziale dello Stato apparve a una tradizione di pensiero più radicale come irrimediabilmente ingenuo. Franz Oppenheimer scrisse che lo Stato è una forza inorganica invasiva, una forza conquistatrice, sempre sgradita, un’istituzione esogena alla società stessa.
Questa visione fu sostenuta da Albert Jay Nock e in seguito da Murray Rothbard, entrambi convinti che lo Stato fosse intrinsecamente sfruttatore. La soluzione era semplice: eliminarlo una volta per tutte, ma non nel modo immaginato da Marx. Il risultato dell’assenza dello Stato non sarebbe stata un’utopia, bensì qualcosa di più simile a ciò che Locke aveva immaginato: una società pacifica e ben funzionante, organizzata sulla base della proprietà e della cooperazione volontaria.
Bertrand de Jouvenel offre una prospettiva storica profondamente informata sullo Stato . A suo avviso, lo Stato si organizza a partire dal tessuto stesso della società, man mano che le élite naturali conquistano la fiducia del pubblico nella risoluzione delle controversie. Le élite si costituiscono come arbitri e figure culturali, acquisendo gradualmente il controllo monopolistico sull’uso legale della coercizione nella società. Questa visione è stata sostenuta da Erik von Kuehnelt-Leddihn , Hans-Hermann Hoppe e, ai giorni nostri, da Auron MacIntyre . Ognuno di loro ha interpretato i dettagli che tratta, ma tutti concordano sul fatto che lo Stato sia un prodotto delle élite, con i suoi pregi e difetti.
Esiste una vasta letteratura su questo argomento, naturalmente. Ogni ideologia offre una teoria su cosa sia lo Stato e cosa dovrebbe essere. Una visione che mi sembra vicina alla mia migliore intuizione sul funzionamento dello Stato nel secolo scorso proviene da Gabriel Kolko nella sua storia dell’era progressista.
A suo avviso, non sono le élite qualsiasi a guidare le politiche statali, ma in particolare le élite industriali. Analizzando la storia dell’industrializzazione moderna, ha individuato le industrie dominanti al centro di ogni agenzia. Il Safe Food and Drug Act del 1906 fu concepito dall’industria in cerca di un’alleanza con il potere per soffocare la concorrenza di mercato. La Federal Reserve è un cartello di banche. Anche il Dipartimento del Commercio e il Dipartimento del Lavoro sono frutto dell’organizzazione sindacale industriale.
Tutte queste istituzioni incarnano ciò che James Burnham definì la rivoluzione manageriale. Essa consiste nell’esaltazione da parte delle élite industriali della propria competenza scientifica e capacità organizzativa, che esse consideravano superiori al caos della società naturale e dei mercati. Date potere e risorse ai meritocrati, ed essi saranno in grado di portare razionalità nella vita economica e nell’organizzazione sociale e culturale molto meglio del popolo. Altri autori che scrivono in questa tradizione sono C. Wright Mills, Philip H. Burch, G. William Domhoff e Carroll Quigley.
Da questa letteratura, ricaviamo un quadro dello Stato che abbiamo ereditato ai giorni nostri. In effetti, nessuna persona vivente ne ha mai conosciuto un altro. Al di là di tutti gli slogan di democrazia e libertà, lo Stato, così come lo conosciamo, consiste in un cartello ambizioso di interessi industriali dominanti in ogni settore, impegnati in continue cospirazioni contro un mercato libero e competitivo. Normalmente non pensiamo allo Stato in questo modo, ma questa sembra la concezione più realistica di ciò che effettivamente è e fa.
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Consideriamo la FDA. La sua forza trainante è l’industria, che ne finanzia metà e condivide i diritti di proprietà intellettuale con essa, così come con le agenzie sorelle e madri del NIH, del CDC e dell’HHS. L’industria farmaceutica esercita di gran lunga la maggiore influenza sul funzionamento di queste agenzie, ed è per questo che Robert F. Kennedy Jr., acerrimo nemico del settore, ha enormi difficoltà a gestirle e a riorientarne le priorità. Ciò non dovrebbe sorprendere, dato che questa è stata la sua stessa origine: l’industria in cerca di legittimità e protezione dalle insidie della sovranità dei consumatori.
Lo stesso dramma influenza tutti i tentativi di riforma presso la Federal Reserve (banche), il dipartimento dell’Agricoltura (le grandi aziende agricole), il dipartimento per l’Edilizia e lo Sviluppo Urbano (i costruttori edili), il Dipartimento dell’Istruzione (i sindacati degli insegnanti), il Dipartimento dei Trasporti (treni e automobili) e il Dipartimento della Difesa/Guerra (i produttori di munizioni). Ovunque si guardi oggi a Washington, si trova la mano dei potenti attori industriali. È così nella maggior parte del mondo.
Questo stato industriale ha almeno tre livelli. C’è un livello profondo composto dalle agenzie di Intelligence e dai loro benefattori e partner nell’industria. La NSA e la CIA esternalizzano la maggior parte delle loro attività a società digitali del settore privato, con risultati classificati. C’è poi il livello superficiale (o di vendita al dettaglio) in cui le industrie regolamentate eseguono i desideri delle agenzie asserviti; ecco perché CVS ha rimosso le terapie tradizionali dai suoi scaffali a favore delle iniezioni di mRNA modificato e perché l’establishment medico ha aderito con tanto entusiasmo alla risposta al COVID. E infine c’è il livello intermedio, costituito dalle agenzie stesse che hanno orchestrato tutti i trasferimenti.
Se questa è la situazione ai nostri giorni, che dire del passato? Il modello è ancora valido? Forse, se consideriamo la Chiesa come un’industria, possiamo individuare le stesse forze all’opera nel Medioevo. Se pensiamo agli apparati militari come a delle industrie, otteniamo una prospettiva diversa su ciò che animava gli stati antichi di Roma e Atene.
Come si concilia questa visione concreta e leggermente cupa della genesi e del funzionamento dello Stato con le teorie precedenti? Essa mette a tacere l’idealismo di Platone e Hegel, introduce un elemento di realismo tipico di Hobbes e Locke, arricchisce le teorie di Marx e Rothbard e dà maggiore sostanza a quelle di de Jouvel e Hoppe.
Per quanto ne sappiamo, si tratta della descrizione più accurata della realtà dello statalismo moderno attualmente disponibile. E questo sottolinea ulteriormente l’enorme sfida che si presenta a qualsiasi amministratore temporaneo che pretenda di prosciugare la palude, eliminare la cattura delle agenzie o comunque arginare la corruzione. Il problema è che l’intero apparato statale è di fatto la palude. La cattura del regolatore è essenziale. La corruzione è intrinseca al funzionamento dello Stato.
Tutto ciò non significa che non valga la pena tentare una riforma. Ma è fondamentale comprendere che nessuno degli apparati statali è concepito per adattarsi ai riformatori e alle pressioni democratiche. L’inerzia è sempre nella direzione opposta. Già quanto accaduto con Trump 2.0, pur con i limitati successi che abbiamo visto, rappresenta un’anomalia. Ci vorrà un miracolo per ottenere ulteriori cambiamenti, ma è possibile.
Una delle affermazioni più sagge nella storia della teoria politica proviene da David Hume. A suo avviso, il ruolo dell’opinione pubblica è cruciale in ogni esercizio del potere. Quando il pensiero pubblico cambia, lo Stato non ha altra scelta che adeguarsi.
«Nulla appare più sorprendente a coloro che considerano le vicende umane con occhio filosofico della facilità con cui i molti sono governati dai pochi, e dell’implicita sottomissione con cui gli uomini rinunciano ai propri sentimenti e alle proprie passioni in favore di quelli dei loro governanti. Quando ci interroghiamo su come si realizzi questo prodigio, scopriremo che, poiché la forza è sempre dalla parte dei governati, i governanti non hanno altro sostegno che l’opinione pubblica. È dunque sull’opinione stessa che si fonda il governo; e questa massima si estende ai governi più dispotici e militaristi, così come a quelli più liberi e popolari».
Cambiare l’opinione pubblica: questo è il compito essenziale.
Jeffrey A. Tucker
Jeffrey Tucker è fondatore, autore e presidente del Brownstone Institute. È inoltre editorialista senior di economia per Epoch Times, autore di 10 libri, tra cui Life After Lockdown , e di migliaia di articoli pubblicati su riviste accademiche e divulgative. Tiene numerose conferenze su temi di economia, tecnologia, filosofia sociale e cultura. È inoltre un tabarrista.
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