Politica
America midterminale: brogli, blocco storico, guerra civile. Verso l’ondata rosso sangue?
Il risultato finale delle elezioni midterm USA ancora non c’è, perché il Paese più ricco del mondo, dove in molti casi si vota con un aggeggio elettronico piazzato al seggio, non riesce a contare i voti in poche ore come fa il resto del mondo. Qualcuno ha fatto notare che lo spoglio delle elezioni del 1872, tenute nel bel mezzo alla furia della (prima) Guerra Civile Americana, ci aveva messo meno.
E poi lo aveva detto, excusatio non petita del decennio, lo stesso Biden qualche giorno fa: il dovere di chi crede nella democrazia è aspettare giorni e giorni che finiscano lo spoglio, perché c’è questa cosa del voto per corrispondenza, quello che in genere è totalmente democratico, da tener presente.
Ci sarebbe da ridere se non fosse che tutto fa pensare che l’America sia diretta verso il dirupo: la frantumazione della sua società, la polarizzazione più o meno indotta per via informatica (i social neotribalizzanti, i media mainstream di partigianeria assoluta), è oramai chiaramente irreparabile. La società americana è divisa in modo inconciliabile. Bisogna prendere atto di ciò che questo significa.
Significa, innanzitutto, che la convivenza non è più possibile. Da una parte, l’America delle due coste oceaniche, l’America di New York e della California, di New York e Los Angeles, della Pennsylvania e dell’Oregon: blu profondo, democratici che comandano come nemmeno la famiglia Saud, spettacoli di drag queen per i bambini di neanche dieci anni scuole elementari pubbliche, lockdown senza fine, sottomissione vaccinale totale – anche dei bambini –, armi a volontà per l’Ucraina.
Dall’altra, tutti i Flyover States, l’America citeriore degli Stati che nessuno ricorda mai, devastati dalla delocalizzazione della manifattura e dalla strage degli oppioidi inferta alla classe media e lavoratrice dal combinato disposto di Big Pharma e dei cartelli narcoterroristi messicani con forniture cinesi di fentanil. Più la Florida, espugnata una volta per tutte dal governatore Ron De Santis, che stacca di 20 punti l’avversario democratico e stravince perfino nei distretti dove nel 2016 Hillary Clinton dava 30 punti a Trump.
Nessuno dialogo fra le parti è possibile. Anche perché oramai i segni di irrazionalità dell’elettorato democratico sono incontestabili. E stupefacenti.
Pur di non votare un repubblicano, i democratici della Pennsylvania hanno votato un uomo con evidenti danni cerebrali, uno che nella vita precedente all’ictus non aveva mai avuto un lavoro, un’idea originale, nulla, se non puntare un fucile sul petto di jogger di colore in strada fuori da casa sua. Un candidato cyborg, che può capire quel che gli si dice solo tramite un computer, e che aveva dato prova TV pochi giorni fa di una situazione disperata, e imbarazzante per tutti, del suo deficit cognitivo. Vergognoso, inguardabile.
Ebbene, lo hanno votato. L’elettorato blu ha fatto finta di nulla: pur di non aver un repubblicano a Washington, votiamo il danno cerebrale.
Non che la cosa sorprenda: i democratici sono gli stessi che fischiettano davanti agli evidenti, tristi episodi pubblici di demenza senile di Joe Biden, l’uomo che ha sempre con sé il football, la valigetta con i codici di lancio per l’attacco termonucleare definitivo.
L’elettorato è estremizzato fino alla cecità, alla vera vergogna.
Peggio: dopo i problemi – annunciati, annunciatissimi – alle macchine di voto in Arizona (e sempre nella contea di Maricopa, ma che strano), il messaggio subliminale che sta passando, a destra e a sinistra, è quello che, una volta recepito e sedimentato nelle coscienze degli elettori, mette fine per sempre alla democrazia: accettate l’inevitabilità dei brogli elettorali. Rassegnatevi al fatto che le elezioni saranno opache, e i loro risultati questionabili. Abituatevi al fumo e alla nebbia.
Questo è quello che viene detto pubblicamente: se metti in discussione le elezioni, sei un criminale, ha detto Biden, come ripetuto ossessivamente dal novembre 2020 dai quasi tutti i media mainstream. Chi ha osato parlare di irregolarità – avvocati, politici, attivisti canali di frangia – si è trovato magari con querele per miliardi di dollari.
Tuttavia, tra malfunzionamenti elettoral-informatici e ballot drop di voti postali, il concetto che passa sottopelle è quello di abituarsi a elezioni che possono sembrare non sempre credibili, elezioni contestate, dove il dibattito viene messo a tacere tramite forze dell’ordine.
E così, una parte del popolo americano, riconosce lo stato semi-terminale della sua democrazia, e si chiede: devo proprio vivere con chi mi disprezza, con chi mi ha bloccato in casa per due anni facendo fallire la mia attività, con chi mi sta inondando di immigrati facendo finta di niente, con chi provoca chi impedisce a mio figlio di andare a scuola (e quando ci va, lo fa assistere a spettacoli di transessuali), con chi scherza con il fuoco atomico in Ucraina?
Più ancora, parte dell’elettorato, vedendo che nonostante i fallimenti e i pericoli della demente amministrazione Biden e dei suoi epigoni al Senato, al Congresso e nei campidogli degli Stati blu la polarizzazione zelota non consente alcun passo indietro – non c’è stata nessuna Red Wave, l’ondata repubblica, tantomeno un Red Tsunami come alcuni predicevano – stanno elaborando la sconcertante conclusione che da questo blocco storico (Gramsci lo chiamerebbe così) non è possibile trovare una soluzione democratica. Non se la democrazia passa attraverso un voto non credibile, inguardabile, impossibile.
Da qui, facile tornare a pensare, ancora una volta, che l’output di tutto questo processo storico, innestatosi nei nostri anni, sarà la guerra civile. Non lo dicono più solo le Cassandre o i nazionalisti. Lo scrive il Guardian, giornale londinese della sinistra globale (che prende qualche soldino da Bill Gates, vabbè), che manda in stampa il giorno prima delle elezioni un articolo intitolato «Queste sono le condizioni mature per la violenza politica: quanto sono vicini gli Stati Uniti alla guerra civile?»
Insomma, la Guerra Civile, quasi quasi, la dichiara non la parte che vuole secedere, ma la sinistra al potere, la sinistra fusa con l’establishment, il Deep State, lo Stato-partito.
Quindi, sì, la situazione è a dir poco esplosiva.
Resta da vedere cosa accadrà: De Santis è ora di fatto il candidato repubblicano numero uno per le presidenziali 2024. Trump, che aveva mostrato il tocco di Mida per i «suoi» candidati praticamente tutti promossi alle primarie, ne esce distrutto: i suoi candidati più importanti, come Mehmet Oz, hanno perso.
Quindi, De Santis, l’omino perfetto (Harvard, Yale, veterano d’Iraq, origini etniche – italiane – ma look da ragazzotto con occhio ceruleo, più lotta dura al lockdown, all’obbligo vaccinale e pure al gender a scuola e alla Disney), riuscirà a ricomporre l’animo di chi, oggi, sta perdendo completamente fiducia nel sistema americano. Perché, se non ce la farà, sappiamo bene dove potrebbero confluire le energie rivoluzionarie: prima verso Trump, poi verso la Guerra Civile.
Sì, tra la realtà di oggi e un conflitto fratricida potrebbe esserci di mezzo, a far da barriera, solo il biondo costruttore del Queens.
Nel frattempo, qualcuno ancora spera, aggrappato a Kari Lake, la fotogenica candidata supertrumpiana al governatorato dell’Arizona, che ha promesso non solo di sigillare il confine col Messico e dichiarare guerra ai cartelli narcos, ma anche di ritirare fuori le carte delle elezioni 2020 nel suo Stato, in particolare proprio nella Contea di Maricopa, che, guarda un po’, anche quest’anno dà qualche problemino.
Che dire, era data per vincente: mentre scriviamo, a 48 ore dalla chiusura dei seggi, dopo disfunzioni ai computer e lettere con polverina che assomiglia all’antrace inviate al suo Comitato elettorale, siamo al 70% delle sezioni scrutinate, una cosa che nemmeno certe circoscrizioni siciliane, anzi, ci scusiamo per il paragone, perché di fatto un paragone per una cosa così oscena – e sospetta – non può esserci.
La sfidante della Lake, l’attuale segretario di Stato dell’Arizona Katie Hobbs, ha rifiutato ogni dibattito pubblico con la Lake, ha fatto campagna elettorale, secondo l’espressione americana «from the basement», cioè chiusa in cantina: nessuno la ha vita, nessun bagno di folla, nessun discorso pubblico degno di nota.
Ebbene, secondo i dati parziali, la Hobbs sarebbe avanti di una decina di migliaia di voti, 50,3% contro il 49,7 della Lake in questo momento. Può vincere un candidato che fa campagna elettorale dalla taverna?
Beh, sì. Potreste avere un déjà vu, ricordando quel 2020 in cui Biden non si vide da nessuna parte, mentre Trump arringava masse infinite in ogni città del Paese.
E la questione è proprio questa: il voto, espresso o no che sia, corretto o brogliato che sia, non conta più nulla, non cambia niente, può pensare l’americano medio.
E da lì, la democrazia midterminale diviene terminale. La fuga da questa condizione è ciò che potrebbe causare una vera Red Wave, un’ondata rossa, ma non nel senso del voto pro Partito Repubblicano: un’ondata rossa perché colorata di sangue.
Roberto Dal Bosco
Immagine di Gage Skidmore via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0)
Politica
Il principe Ranucci e i grembiuletti rossi: favola dell’estate
È stata senza ombra di dubbio la storia-tormentone dell’estate 2026. Sapete, ogni anno, con la stagione delle vacanze, emerge una vicenda, che ha tinte di giallo e/o rosa, tiene impegnati i giornali e in teoria anche l’opinione pubblica. È la traslazione giornalistica del «Tormentone estivo», concetto musicherello introdotto nei primissimi anni Sessanta da Nico Fidenco («Legata ad un granello / di sabbia») e proseguito con Edoardo Vianello («Siamo i Vatussi / gli altissimi negri»), Donatella Rettore («Voglio andare ad Alghero / in compagnia di uno straniero»), i Righeira («Vamos a la playa / oh oh oh oh»).
Il tormentone estivo giornalistico del 2001 fu la storia dell’arcivescovo Milingo e della moglie coreana Maria Sung, uniti in matrimonio dal reverendo Moon. Nel 2002 vi era il delitto di Cogne. Nel 2004 la scomparsa di Denise Pipitone, nel 2022 la rottura tra Totti e Ilary, nel 2024 il caso del ministro Sangiuliano e della pompeiana Boccia. Sono solo esempi, per far capire: il mistero e il crimine si alternano, o si fondono, con questioni familiari, erotico-amorose, o giù di lì.
Il tormentone 2026 è, senza dubbio, quello del giornalista Sigfrido Ranucci, sovrano re di Report. Dobbiamo capire che quella del Ranucci – che già di per sé parte con, spiegava bene l’ex sindaco sceriffo di Salerno ed ex governatore della Campania Vincenzo de Luca, un nome «nibbelungigo» – era una storia da ascriversi alla categoria della favola.
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Eccerto: il principe Ranucci guidava l’esercito della giustizia italiana. Per il popolino piddino, e non solo, Report rappresentava la vera autorità di giudizio della Nazione: un’illazione lanciata in un servizio della trasmissione valeva più di mille sentenze di Cassazione. Se il principe Ranucci, con l’eterno placido sorrissetto, la camicia per qualche ragione scollacciata, la erre moscia unita alla zeta talvolta problematica («Rendsi»), diceva una mezza cosa, si poteva star certi che era vero e giusto. Perché Report non temeva nulla, e lo faceva per il bene della verità e del popolo. Report era Robin Hood. Come non fidarsi?
Chi scrive, e chi legge, magari sarà pure caduto una volta nella trappola: «oh bravi, finalmente attaccano sull’OMS!» Poi, usciti dallo stordimento televisorico (la TV è fatta per questo: per narcotizzarvi, inzigarvi, ipnotizzarvi) uno ci ripensa: ma davvero, con l’ondata di morte e di follia sulle strade, menano il torrone per mesi sulla storia del paper pandemico fatto ritirare? Sarebbe questa la verità? Sarebbero questi gli eroi?
Gli eroi, i cavalieri del principe Ranucci, sembrano godere di una libertà assoluta: le accuse fatte negli anni ad individui ed istituzioni saranno costate un numero spropositato di querele, ma questi vanno avanti comunque – chiaro che qui parliamo quasi per invidia, perché chi fa un giornale sa che la libertà di parola esiste solo se c’è un grande editore che ti paga le spese processuali, e in questo caso il grande editore siamo noi, i contribuenti. Beati.
Gli stessi cavalieri reportisti, ha scritto Il Tempo, godrebbero anche di un altro privilegio pazzesco: uno stipendio lordo spropositato, una cifra alla quale non sappiamo se vogliamo credere. Certo che è partita subito la smentita: sono delle partite IVA, ci sono i costi operativi. Ci sono i viaggi (facciamogli scoprire Ryanair e AirBnB) il noleggio di mezzi (tipo?) il montaggio (che se non si fa in RAI, si fa a casa con un portatile) e troupe (ma davvero vanno via con più di un cineoperatore? Noi avevamo ammirato servizi se sembravano davvero fatti dal giornalista da solo, una telecamerina per fare i totali e altre due sul tavolo per i primi piani: fantastico).
Il costo al contribuente, immaginiamo, non sarebbe solo fatto di queste cifre (che terrebbero in piedi, cadauno, chissà quante piccole testate) ma quello degli avvocati delle battaglie reportistiche: tutti i servizi che partono da qualsiasi argomento, e che arrivano inevitabilmente ai fahashistih e alla ‘Ndrangheta, con nomi e cognomi, qualche querela l’hanno mica tirata su?
Che importa, tuttavia, all’Italiano suddito dello Stato-partito: l’eroismo ha i suoi costi. Ai cavalieri andrà pure finanziata l’armatura, e magari pure un castelluccio, no? La favola dei reporterri vendicatori, gli Avengers dell’informazione democratica, deve andare avanti. In essa è contenuto un significato più grande: quello della veridizione della TV e quindi dello Stato stesso. Se c’è qualcuno che dice il vero, allora il sistema non è totalmente marcio – qualcosa va ancora creduto.
Non stiamo parlando di bazzecole: è in gioco più dell’informazione, dell’intrattenimento, dello scandaletto fomentato da ogni servizio. È in gioco la credibilità stessa del potere dello Stato-partito. Qualcosa che non ha prezzo, perché se questa viene a mancare, esso perde tutto, perché senza il collante della fiducia, pur minima, può essere disobbedito, rovesciato, disintegrato. La favola, la narrazione, serve a questo.
Sostieni Renovatio 21
Ora, con quello che si è scoperchiato quest’estate la favola sembra aver ceduto il passo ad altri generi narrativi. In particolare, la storia di Report sembra essersi agganciata al cosiddetto «cinema di genere», specialmente italiano – quei filoni di cinema infimo prodotto intorno agli anni Settanta, che hanno purtroppo numerosi sostenitori, che si dividevano in varie celebri sottocategorie.
C’era, ad esempio, la commedia sexy (Giovannona Coscialunga disonorata con onore, Quel gran pezzo dell’Ubalda tutta nuda e tutta calda, Spaghetti a mezzanotte, Cornetti alla crema), erede italiana del vaudeville, genere teatrale del XVII secolo: intrighi con mogli, amanti nascosti nell’armadio, etc. Impossibile non pensarvi leggendo le ultime, con le compagne dei protagonisti coinvolte nella vicenda. Dalle intercettazioni, la compagna italo-argentina del faccendiere avrebbe scoperto che questo aveva un’amante estetista brasileira, facendo partire l’erinnica furia e la spontanea presentazione ai magistrati.
Il lato sexy è arricchito, e reso contorto, dal riaffiorare di un libro classificato come autobiografico di Ranucci (ma che davvero?) che, definito dalla fondatrice di Report Milena Gabbanelli come «un gran rubacuori» (ma che davverodavvero?). In una trasmissione dove Ranucci è intervistato viene letto un passaggio: una stagista della trasmissione «si toglie la camicia, si sfila le scarpe, sbottona i pantaloni aderenti facendoli scivolare giù, con un sinuoso ondeggiare dei fianchi. La sua pelle liscissima tradisce una cura ossessiva per il corpo. Dopo aver indugiato con malizia, perché ispezioni ogni centimetro del suo corpo, sale su di me allunga la mano destra a coprirmi occhi e bocca. In pochi minuti raggiunge l’orgasmo».
Risatine e qualche applauso del pubblico in sala. «Ma dico scusa, dopo una vita di merda che faccio, una trombata me la fate fare?» sbotta il Ranucci. Il pubblico intelligentissimo sghignazza e batte le mani più sonoramente.
Iscriviti al canale Telegram ![]()
Tuttavia nel libro, che parlarebbe di inchieste ma che sarebbe costellato di racconti personali come questo, vi sarebbero pennellate molto più oscure. Nel testo viene narrato l’incontro con la stagista della trasmissione, la successiva relazione, la gravidanza interrotta (come?) e la tragica morte della donna, investita da un’auto nel 2014. La donna avrebbe scoperto sull’iPad un’email ad un’altra donna. La ragazza sarebbe fuggita dalla stanza di albergo venendo investita da un SUV.
Selvaggia Lucarelli, of course, ci è zompata sopra. Ranucci si è difeso dicendo che si stava fraintendendo una parte romanzata del memoir. Noi non sappiamo che dire, e rimaniamo con le domande: perché un giornalista in un libro di retroscena delle inchieste che ha seguito deve aggiungere passaggi sulla sua vita erotica? Non è terrificante la storia della morte della ragazza? Perché raccontarla così?
C’era poi in Italia un altro genere dei filmacci di genere, ed era quello degli spy movie all’italiana, detti anche «Eurospy», che erano di fatto cloni degli 007 che vedevano in quegli anni successi strepitosi (Agente 077 missione Bloody Mary, Agente 077 dall’Oriente con furore e Missione speciale Lady Chaplin): lo stesso Quentin Tarantino, genio storico-cinematografico oltre che cinematografico tout court, ha reso omaggio al filone nel capolavoro recente Once Upon a Time in Hollywood.
Ebbene, la storia del finto attentato a Ranucci, che sarebbe stato organizzato per propellerlo verso la politica sino alle altissime sfere dello Stato – il principe diventa tale! – sembra tratta da lì, da una cattiva pellicola di spie. Tanti elementi ci sono: il complotto, la manipolazione dell’opinione pubblica mentre il manovratore manovra dietro le quinte, l’intrigo internazionale, con proprietà in Zimbabwe e in Africa. C’è pure l’archetipica figura dell’henchman, lo scagnozzo grande e grosso che protegge il villain cervellone del piano diabolico: ecco un immenso camerunense con nome portoghese, che, dicono i giornali, sarebbe una bodyguardia con addestramento militare nelle forze speciali di chissà quali Paesi, dice al Corriere un ex socio zimbawiano del faccendiere. Ora è latitante in Africa: è stato accusato dalla Procura di Roma di essere stato l’intermediario chiave e l’organizzatore logistico dell’attentato dinamitardo
Beh, c’è questo selfie, del 2022, dove il principe Ranucci sta con la presunta «spalla» della presunta Spectre del ristorante Cefalù (dove, nelle paparazzate risalenti, era finito pure tra i due amiconi anche l’immancabile figura vaticana, monsignor Gianni Fusco, avvocato rotale e docente di teologia). Confidando a Lavitola di trovarsi in un momento di forte difficoltà, Sigfrido gli aveva chiesto ironicamente come battuta: «Me lo puoi prestare?», scherzando proprio sulla sua imponente stazza fisica e sulle sue capacità di guardia del corpo.
Aiuta Renovatio 21
Ma veniamo al main character: Lavitola, a chi scrive e chi legge i giornali, e alla magistratura era notissimo: da anni. L’uomo ha una lunga storia di inchieste e condanne passate. Prima dell’arresto per il caso del presunto attentato a Sigfrido Ranucci, il suo nome è rimasto legato per anni a diversi filoni d’indagine e scandali politici della Seconda Repubblica.
Lavitola fu coinvolto riguarda la «casa di Monte Carlo», uno scandalo politico che scosse la politica italiana nell’estate 2010, durante il quarto governo Berlusconi, e che contribuì alla fine della carriera politica di Gianfranco Fini, allora presidente della Camera. «Nel settembre di quell’anno il quotidiano diretto da Lavitola pubblicò un documento del governo dello stato caraibico di Saint Lucia, diffuso poi da altri quotidiani. Secondo quel documento il vero proprietario di una società off-shore che aveva comprato da Alleanza Nazionale un appartamento nel principato di Monaco era Giancarlo Tulliani, cognato di Fini, che in quella casa abitava», ricorda Il Post.
Fu poi condannato per tentata estorsione nei confronti di Silvio Berlusconi a 2 anni e 8 mesi, con richieste di denaro all’ex premier per non divulgare informazioni sul cosiddetto «caso escort» alle «cene eleganti». Nel 2014 fu condannato in via definitiva per tentata estorsione a un anno e quattro mesi.
Per la sua attività giornalistica ed editoriale con L’Avanti!, testata un tempo del Partito Socialista Italiano, è stato condannato a tre anni e otto mesi di reclusione nel 2015 per finanziamenti pubblici illeciti attraverso società riconducibili a lui. Al rientro in Italia nel 2012 ricevette anche un’ordinanza di custodia cautelare legata alla truffa sui finanziamenti pubblici all’editoria per la gestione del suo quotidiano. Fu quindi radiato dall’albo dei giornalisti.
E quindi, il principe del giornalismo italiano, va a cena con uno radiato al sacro albo del mestiere? (Quello a cui uno dei cavalier serventi ranucciano, la vegana santorina Giulia Innocenzi, dopo aver fallito l’esame da professionista, effettivamente non è iscritta)
E qui veniamo al vero problema di fondo secondo noi. Lo scandalo non riguarda tanto il caso giudiziario: quello che rileva è la dissonanza cognitiva: questa è la compagnia dei principi? Ma James Bond va a cena con la Spectre? Si fa i selfie con i suoi esponenti?
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Il problema, per i giornali e forse per tutti, in verità è tutto qua. Se il principe è amichetto del drago, mica è più una favola, né un film di genere.
Epperò Renovatio 21 ricorda un altro dettaglio che apre ad altri scenari. E altre domande.
Lavitola ce lo ricordiamo soprattutto per lo scandalo «panamense» di inizio anni Duemila, una storia di presunte tangenti a politici locali per la costruzione di carceri e l’acquisizione di appalti ed elicotteri. Qui Lavitola sarebbe arrivato allo stesso presidente di Panama, Ricardo Martinelli. In quegli anni giornali di sinistra ne parlarono moltissimo, perché pensavano fosse un modo per colpire Berlusconi, tanto più che Lavitola avrebbe soggiornato con il presidente mesoamericano nella mitica Villa Certosa, l’indimenticabile magione berlusconiana sarda con vulcano finto e tunnel sottomarino per il sommergibile di Putin (quest’ultima forse una leggenda metropolitana, mentre del vulcano fake, azionabile col telecomando, incredibilmente non vi è alcuna foto).
È raccontando del tempo trascorso in Sardegna da Lavitola e Martinelli che esce qualcosa di interessante.
Scrive il Corriere della Sera del 17 aprile 2012: «le intercettazioni svelano come Lavitola abbia “pagato le vacanze del presidente Martinelli e altre tre persone in Sardegna dal 18 al 21 agosto 2011 all’hotel Cala di Volpe”». Lavitola e un manager di grande impresa pubblica intercettati quindi «”concordano il 18 agosto come giorno per fare l’incontro con il premier a Villa Certosa”. In realtà Berlusconi non va in Sardegna ma gli ospiti vengono accolti comunque nella residenza presidenziale e agli atti è allegata una telefonata dello stesso Berlusconi a Lavitola».
«Poi il faccendiere parla con Martinelli, lo chiama “fratello” e, sottolinea il giudice, “si raccomanda con il presidente panamense di fare delle foto da inviare al suo giornale per dimostrare che è stato ospite di Berlusconi”».
I giornalisti corrieristi autori del pezzo finivano l’articolo così, con tale petardo. «Fratello». Era perché si volevano davvero bene? Era un’«amicizia fraterna», come quella tra Ranucci e il faccendiere, così come definita ripetutamente sui quotidiani ora?
Oppure «fratello» significava qualcosa d’altro? C’è da dire che il Lavitola non è che abbia fatto mistero di certe sue passione per la fratellanza.
Scrive SkyTG24 nel 2011: «”mi sono iscritto alla massoneria a 18 anni” – Sollecitato dai giornalisti presenti in studio, ha raccontato dell’iscrizione, a 18 anni, alla massoneria. “Mi sembrò, leggendo un libro, che fosse il miglior apprendimento per imparare a stare zitti”. “Per quasi due anni sono stato apprendista, il grado più basso – ha ricordato Lavitola – e non conosco gli altri gradi. In quel periodo la mia famiglia ebbe grossi problemi finanziari tanto che furono altri a pagarmi la quota per la Loggia».
Panama, come tutti i Paesi sudamericani, hanno delle élite dove i grembiuletti abbondano.
Aiuta Renovatio 21
A questo punto si è inserito, a luglio lo stesso Grande Oriente d’Italia. «Ranucci ha riabilitato l’amicizia con i massoni», ha dichiarato a Il Foglio il gran Maestro del Grande Oriente d’Italia. La cosa, dice il venerabile Antonio Seminario «non ci dispiace. Ma nemmeno gli chiediamo di esserlo. Però sa, tutto questo è soltanto un riflesso del nostro magnifico Paese».
Tutto vero: magnifico Paese fondato dai massoni con una guerra anticattolica ottocentesca, poi continuata con la fratricida Grande Guerra Mondiale, e poi ancora con trame che, fa Licio Gelli a certe oscurità calabresi e sicule, non si sono esaurite mai.
Il venerabile Seminario (che è una vertice della massoneria italica, non un evento educativo: tuttavia immaginiamo la vertigine semiotica di un seminario condotto dal Seminario) reagiva ad un audio privato pubblicato da La Verità, dove il Sigfrido parlava della presenza di «mafia e massoneria dentro la RAI».
«Anche dentro la Rai c’è un po’ di mafia, un po’ di massoneria (…) è da dentro che si fanno le battaglie». Epperbacco.
Cioè fateci capire. Cioè dentro-dentro? Quanto vicino? Cioè solo dentro, o anche fuori?
Che film stiamo vedendo? È solo un dramma di un uomo di successo che cade in disgrazia? Sigfrido e la sua Götterdämmerung, il crepuscolo degli dei del goscismo audiovisivo nazionale a spese del contribuente?
Oppure intorno alla favola del principe Ranucci, e in quella più vasta di quelli col grembiuletto rosso, c’è qualcosa di più?
Qualcosa che, nell’Italia Bella Addormentata, non si può ancora dire?
Roberto Dal Bosco
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Immagine di Arezzo TV via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported
Politica
«Il tradimento dei chierici»: quelli che volevano la Bonino presidente
Sostieni Renovatio 21
- Indro Montanelli — decano del giornalismo italiano, cantore a suo tempo del colonialismo italiano
- Angelo Panebianco — politologo, editorialista del Corriere della Sera (il giornale del conservatorismo italiano, tipo)
- Rita Levi-Montalcini — scienziata, Premio Nobel, senatrice a vita, attivista abortista
- Antonio Baldassarre — costituzionalista, ex presidente della Corte Costituzionale
- Maurizio Costanzo — presentatore e giornalista, già nelle liste della P2
- Lucio Dalla — indimenticato cantautore felsineo, associato talvolta all’omosessualità (mai dichiarata) o all’Opus Dei (smentito)
- Margherita Hack — astrofisica televisiva, ateissima, figlia di pionieri italiani della Teosofia
- Umberto Veronesi — oncologo «laico», già ministro, teorizzatore di un futuro bisessuale con il laboratorio come unica forma di riproduzione di individui sani
- Danielle Mitterrand — vedova del noto presidente francese (cioè la vedova-vedova, non una delle amanti)
- Franca Rame — attrice e moglie di Dario Fo, poi eletta al Senato nel 2006 con il partito biodegradabile Italia dei Valori (IdV) guidato da Antonio Di Pietro.
- Edoardo Bennato — popolare cantante partenopeo
- Franco Battiato — esoterico cantante etneo
- Raffaele La Capria — scrittore e sceneggiatore dei film di Francesco Rosi
- Oliviero Toscani — fotografo e pubblicitario dei Benetton, figlio del fotografo che fece gli scatti dei cadaveri appesi di Mussolini e della Petacci in piazzale Loreto
- Caterina Caselli — cantante e soprattutto discografica milanese
- Bernardo Bertolucci — regista premio Oscar, con alcuni film che ci chiediamo come possano essere passati sugli schermi per i contenuti allucinanti (e non parliamo di Ultimo Tango a Parigi, ma, ad esempio, de La luna)
- Catherine Spaak — attrice, cantante, conduttrice televisiva e ballerina belga naturalizzata italiana
- Claudia Koll — attrice di una pellicola di Tinto Brass, poi convertitasi al medjugorismo.
- Iva Zanicchi — cantante detta «l’Aquila di Ligonchio», storica conduttrice della trasmissione di Rete 4 «Ok il prezzo è giusto»
- Mario Monicelli — regista, poi finito suicida
- Claudia Cardinale — attrice italo-tunisina, moglie di un regista senatore di Alleanza Nazionale
- Vittorio Gassman — attore, che dichiarava la depressione e la sua cura psichiatrica apertis verbis.
- Marco Tardelli — ex calciatore trionfatore del Mundial del 1980
- Giorgio Celli — etologo televisivo bolognese
- Salvatore Veca — filosofo della politica punto di riferimento filosofico della sinistra non marxista
- Ernesto Illy — fedele valdese e imprenditore del caffè
Aiuta Renovatio 21
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Politica
Trump: l’Irlanda sarà riunificata
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha predetto che la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord, che fa parte della Gran Bretagna, finiranno per riunirsi.
La Repubblica d’Irlanda divenne indipendente dalla Gran Bretagna nel 1922, mentre sei contee del Nord-Est rimasero nel Regno Unito e formarono l’Irlanda del Nord.
Dopo l’incontro di sabato a Dublino con il primo ministro irlandese Micheál Martin, Trump ha detto ai giornalisti che gli piacerebbe «vedere l’Irlanda riunificata». «Penso che sarebbe un grande successo per tutti se ciò accadesse. Accadrà prima o poi. Tanto vale che accada ora», ha aggiunto, indicando in Martin «l’uomo giusto… per dare il via al processo».
Pur ammettendo che «il Regno Unito avrà ovviamente qualcosa da dire al riguardo», Trump ha ribadito che un’Irlanda unita «sarebbe una cosa fantastica», aggiungendo di essere «amico» con il primo ministro irlandese e definendo i rapporti tra Washington e Dublino i migliori di sempre.
Più tardi, nella residenza dell’ambasciatore statunitense, Trump ha riconosciuto che le sue parole potevano essere controverse, osservando che «è una di quelle domande per cui, a prescindere da ciò che si dice, non esiste una risposta valida».
Sostieni Renovatio 21
All’inizio dell’anno aveva già parlato di una possibile «fusione» tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord, richiamando il buon rapporto tra Martin e la vice prima ministra dell’Irlanda del Nord Emma Little-Pengelly.
I predecessori di Trump alla Casa Bianca hanno sostenuto lo status quo fissato dall’Accordo di Belfast del 1998, mediato dagli Stati Uniti e noto anche come Accordo del Venerdì Santo. Quell’intesa mise in gran parte fine a circa trent’anni di violenza politica in Irlanda del Nord tra l’IRA e altri gruppi minori favorevoli alla riunificazione con l’Irlanda, i gruppi lealisti che volevano restare nel Regno Unito e le forze di sicurezza britanniche.
L’accordo prevede un percorso verso la riunificazione se la maggioranza in Irlanda del Nord lo sostenesse. In quel caso il Segretario di Stato per l’Irlanda del Nord dovrebbe indire un referendum.
Sabato, in un post su X, Gavin Robinson, leader del Partito Unionista Democratico, ha criticato le ultime parole di Trump. «Il presidente Trump sa meglio di chiunque altro che le elezioni contano… L’Irlanda del Nord fa parte del Regno Unito perché questa è la volontà democratica consolidata del suo popolo», ha scritto. L’Irlanda del Nord «continuerà a scegliere il Regno Unito e la sicurezza che offre».
Durante la sua prima visita in Irlanda del Nord il mese scorso, anche il primo ministro britannico Andy Burnham ha definito un referendum sulla riunificazione «fuori discussione».
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
-



Vaccini2 settimane faScienziati chiedono la ritrattazione dello studio danese che afferma che l’alluminio nei vaccini è «sicuro»
-



Politica5 giorni faSì, vogliamo i funerali di Stato per Emma Bonino
-



Civiltà2 settimane faChi sono i fabiani?
-



Animali2 settimane faI migranti di Ceuta picchiano a morte un cucciolo di delfino: la mente progressista in cortocircuito
-



Morte cerebrale2 settimane faIl test d’apnea: crudele strumento dell’industria della morte cerebrale
-



Vaccini7 giorni faI dati sulla mortalità rivelano «segnali di allarme allarmanti» in seguito alla campagna di vaccinazione contro il COVID
-



Cremazione2 settimane faLe ceneri di Guccini. Con benedizione cardinalizia
-



Salute2 settimane faI malori della 36ª settimana 2026









