Pensiero
Pandemia e libertà tra Occidente e Oriente slavo: osservazioni
Renovatio 21 pubblica l’intervento del nostro collaboratore Nicolò Ghigi al convegno della commissione Dubbio e Precauzione (DuPre) del 24 maggio «Viva le catene? L’autoritarismo del presente e il futuro della “libertà”»
.
Nel 1890 un giovane sacerdote cattolico intransigente, don Giacomo Pastori, pubblicava a Genova ne Il Canzoniere di un clericale sotto lo pseudonimo di Leonzio Piper una spiritosa lirica, fortemente critica nei confronti dell’Unità d’Italia di cui il cattolicesimo radicale e ultramontano era stato fermo oppositore.
Il tema principale della poesia è sostanzialmente così riassumibile: l’Italia, nazione artefatta dalle logge massoniche, a confronto della fierezza delle molte nazioni preunitarie, è qualcosa di smorto, che non ha identità, non ha spirito, non ha valore, è come fatta di sasso, immobile a subire ogni angheria da parte delle altre nazioni che l’hanno costruita, soprattutto gl’Inglesi.
Leggiamone alcuni versi:
1)
La Squadra e’l Compasso
Che fecer l’Italia
L’han fatta di sasso.
La diedero a balia
Ma quando ai redenti
Poi crebbero i denti,
Temendo lo strame
(Già messo da parte)
Per subita fame perduto
N’andasse, con arte,
Con birba retorica
La Squadra e’l Compasso
Li fecer di sasso.
2)
Oh comoda sorte!
Oh bella una gente
Di sasso! Essa e’forte,
Né soffre di niente;
Non mangia, non beve,
Gl’insulti riceve,
Con tutti sta’n pace,
Non urta i partiti;
Si tosi, essa tace,
Non suscita liti;
Si batta, e’ impossibile
Si mova d’un passo,
Un popol di sasso.
3)
E poi (oltr’a questo)
Un popolo tale
È un popolo onesto:
Dà bene per male;
Per chi lo strapazza,
Fatica e s’ammazza.
Il proprio padrone
(Menassegli ancora
Su’l capo un bastone)
Pur l’ama, l’adora;
Non pensa a rivincite,
Non fa lo smargiasso
Un popol di sasso.
4)
È smunto, rimunto,
Pur soffre e sta zitto,
Di dentro è consunto,
Pur serbasi ritto,
Pur mostra allegria
Di fuori, ed oblia
La fame e gli stenti,
L’ingiurie, i dolori;
Tien l’alma coi denti,
Pur sbracia.. a’l di fuori!
Non scopre’l suo debole,
Non segna ribasso
Un popol di sasso.
5)
Se latte mai chiede
De’ geni a la balia,
L’estrano, e poi vede
Il popol d’Italia
Un popolo «fuso»,
S’arresta confuso,
Ripensa e fra sé
Intanto domanda:
L’Italia! Oh, dov’è
La terra ammiranda?
– È questa – risposegli
La Squadra e’l Compasso –
L’Italia. – Di sasso?! -.
6)
– Di sasso, sicuro-.
– E i grandi ove sono,
I grandi che fûro
Si largo suo dono?-.
– Oh Dio! Non avete
Voi gli occhi? Vedete
Quei marmi ammirandi
Che s’ergono intorno?
Son essi quei grandi,
I grandi d’un giorno.
Li ammira ‘n statua,
Li imita ne’l masso
Il popol di sasso.
7)
E poi, se non sempre
Riesce a imitarli
(Ché ha deboli tempre,
Né spera arrivarli),
Di sasso una gente
Rossore non sente;
Va’nnanzi ignorante,
Non tira a gonfiare,
Per lei è bastante
Che s’abbia a mangiare…
Insomma l’iIalia
Devota e’a’ l Compasso…
L’Italia è di Sasso!
Il titolo del convegno odierno si richiama alle note considerazioni sulla servitù volontaria espresse quasi cinquecento anni or sono da Etienne de la Boétie, che lucidamente individuò il consenso dei dominati come la principale fonte di legittimazione del tiranno.
Credo che la realtà dei due anni trascorsi abbia mostrato in modo evidente la fondatezza di tali discorsi, i cui presupposti tuttavia andrebbero non soltanto limitati alle questioni di sorveglianza sanitaria ora discusse, ma ampliati a una più generale critica della società moderna, della società della sorveglianza e della tecnica, critica che analisti migliori di me potranno più convenientemente condurre; dal canto mio, voglio portare la riflessione su un altro aspetto. Mi par difatti evidente che, nel momento in cui approcciamo globalmente l’aspetto dell’autoritarismo sanitario durante la pandemia di COVID-19, non ci si possa esimere dal considerare come in alcuni luoghi la tirannide tecnico-sanitaria abbia trovato appiglio, consenso, e finanche volontaria dedizione da parte degli zelanti cittadini, laddove in altri la generale critica o inosservanza alle norme restrittive abbia fatto sì che queste avessero un impatto, anzitutto sociale e psicologico, molto meno devastante che in Italia.
Parlo di alcuni luoghi poiché non sarebbe inopportuno introdurre una distinzione tra gli spazî urbani e quelli agresti, una distinzione che non ha nulla di romantico o di oraziano, ma è pienamente provata, a una massimale analisi empirica, della maggiore osservanza dei precetti sanitari nelle aree densamente urbanizzate; e tuttavia in questo mio breve intervento mi premerebbe concentrarmi prevalentemente sulla distinzione che si può istituire tra alcune nazioni, e dunque tra alcuni popoli.
A tale scopo, è d’uopo riprendere il concetto di nationalgeist introdotto sul finire del Settecento da Herder nel suo saggio sulla Filosofia della Storia, forse meglio conosciuto col nome di volksgeist con cui Hegel lo ribattezzò pochi decenni dopo.
Detto concetto ha purtroppo conosciuto un inesorabile declino nella seconda metà del Novecento, in conseguenza della globalizzazione e in ossequio al malcostume di rifiutare quelle teorie i cui esiti storici contingenti, segnatamente quelli nazionalisti, siano sgraditi all’opinione pubblica. Esso nondimeno sembra oggi trovare una più forte prova empirica nell’osservazione dei fatti pandemici, e pertanto necessita di essere riconsiderato.
Anzitutto, occorre precisare che il volksgeist, in una definizione puramente herderiana e dunque purgata dagli accenti nazionalisti tedeschi di Savigny e Fichte, consiste nel fatto che «tutte le nazioni (meglio, con Hegel, “tutti i popoli”) della terra possiedono ciascuna un modo peculiare di esistere e di evolversi che le rende uniche e dotate di caratteristiche diverse dalle altre», ovvero di modi diversi di relazionarsi con dei fenomeni universali.
Mi sembra che la manifestazione di ciò nel regime pandemico sia sotto gli occhi di tutti: tralasciando i casi estremamente peculiari di alcune nazioni che non introdotto restrizione veruna, può colpire il fatto che alcuni governi siano stati costretti a rimuovere dopo pochi giorni dalla loro introduzione le restrizioni più pesanti, in quanto pressati da un’opinione pubblica non supinamente prona; o la tendenza in alcune nazioni, che posso confermare con erodotea autopsia, a non osservare in modo sistematico le disposizioni governative, rendendole di fatto vane (sendoché è l’osservanza della legge, sia essa frutto del consensus legis o della forza, che la rende effettiva).
Potrei continuare a lungo, ma come esempio finale basti una considerazione molto banale e immediatamente verificabile: ossia constatare, guardando all’interno di un supermercato veneziano, che coloro che continuano a portare la mascherina al chiuso (e taluni financo all’aperto), dimostrandosi più realisti del re ovvero compiutamente persuasi della propaganda terroristica degli ultimi due anni, sono pressoché solamente italiani, e tra gli stranieri prevalentemente gli asiatici, laddove cittadini di altre nazionalità tendenzialmente non lo fanno.
Torniamo dunque alle iniziali considerazioni del nostro Piper, e vediamo quanto calzanti siano per la situazione descritta: il popolo italiano può essere bastonato, insultato, ma non si muove d’un passo a reagire, «dà bene per male», oggi continua a credere all’impero della menzogna pur essendo palese la natura della sua falsità, e via dicendo.
Piper certo ha le sue ipotesi sull’origine di questo carattere: l’insussistenza di una nazione italiana e la sua artificiale creazione ad opera della massoneria. Lasciamole per un istante da parte.
Proviamo invece d’altra parte a considerare un popolo diverso, oggetto in questi giorni di molte narrative, ma di cui posso vantare una conoscenza autoptica, e cioè il popolo russo, e per estensione i popoli slavi orientali.
È cosa nota che in questi paesi le misure restrittive siano state notevolmente inferiori rispetto ai corrispettivi occidentali: anche tralasciando l’isola felice della Bielorussia, esente da qualsiasi restrizione, dobbiamo osservare come – ad esempio – nella Federazione Russa i cittadini, benché sottoposti alla medesima propaganda governativa, abbiano dimostrato una generale sfiducia nella campagna vaccinale e nell’uso dei dispositivi di protezione (non sono mai sussistiti obblighi all’aperto, e quelli al chiuso non erano generalmente rispettati, come ampia documentazione fotografica può testimoniare); il certificato verde, introdotto da 4 soggetti federali ad experimentum, non è di fatto mai stato applicato, finché la Duma di Stato non lo ha completamente bocciato; il governo e i media hanno dovuto rivedere, e quasi cancellare, la propaganda a favore della vaccinazione dopo aver considerato il notevole calo di affezione che questa aveva provocato, e – nota di colore – gli attori e le modelle, lungi dall’essere araldi governativi come nel caso italiano, erano i primi a manifestare i proprî dubbi sulla narrazione pandemica e la propria contrarietà alle misure.
Per quale motivo, però, il popolo russo ha reagito in modo così diverso da quello italiano?
Nikolaj Berdjaev affermava a buon diritto che «l’anarchismo è in buona sostanza una creazione dei Russi» (Русская идея, Parigi 1946, p. 142); la frase non deve essere oggetto di semplici considerazioni storico-politiche sulla condizione della Russia ottocentesca e delle reazioni a essa, come si tende oggi a fare, ma si deve leggere all’interno del quadro slavofilo e sostanzialmente libertario dell’autore, che individua nell’anarchismo (in senso mistico, alla Solovёv, in un certo senso tradizionalista e ruralista, quindi all’opposto di un Bakunin) come un elemento chiave del geist slavo; non a caso una leggenda assai diffusa in Russia vorrebbe che i Variaghi fossero giunti nei territori della Rus’ come giudici esterni chiamati dalle varie tribù slave, in quanto il loro spirito ribelle e indomabile impediva loro di costituirsi in delle forme politiche organizzate.
Similmente, un proverbio sovietico dice che «l’asprezza delle leggi russe è mitigata dal fatto che non è necessario osservarle».
Non v’è in questo frangente il tempo e il modo di condurre un’analisi approfondita di questo fenomeno, e tuttavia, fuor da ogni determinismo, vorrei brevemente prendere in considerazione alcuni elementi che differenziano sensibilmente la cultura slava orientale da quella occidentale e italiana in particolare.
Il primo è l’abitudine a una teoria politica sostanzialmente diversa, quella dell’auto-crazia (самодержавие), tanto naturale per i popoli della Rus’ (pur cambiando l’ideologia di base, il medesimo sistema autocratico è permanso paritariamente nella Rus’ imperiale, nell’Unione Sovietica e nell’attuale Federazione Russa) da avervi escogitato un naturale antidoto nella resistenza alle leggi percepite ingiuste, sistema che in fondo bilancia ottimamente la struttura formalmente autoritaria del governo.
Osserviamo che gli analisti politici occidentali, leggendo la Russia come una «dittatura» o un «Paese illiberale» tendono purtroppo a proiettare modelli occidentali su popoli che non sono occidentali, ma hanno un carattere intrinseco diverso, e in questo modo – concentrandosi sulla forma politica e non sulla sostanza dei rapporti civili – tali analisti finiscono per percepire come nemica della libertà naturale la forma autocratica, che invece trova perfetto bilanciamento dallo spirito di resistenza, e invece elogiare come sistema protettore delle medesime libertà la forma democratica, che è purtroppo priva nella sua applicazione pratica di qualsiasi forma di bilanciamento, e di fatto si concretizza come dittatura della maggioranza, la quale poi, essendo massa, conclude per essere eterodiretta dalle élites politiche stesse.
Una disamina più cruda e completa della pericolosità intrinseca della forma democratica quand’essa nasconde una sostanza profondamente illiberale e anti-libertaria si può trovare nei magistrali articoli del teorico politico ed economico tedesco-americano Hans Hermann Hoppe.
Egli individua con lucidità che nelle democrazie liberali (più correttamente il Nostro le definirebbe utilitarie, cioè benthamiane) l’illusione del popolo di avere nelle proprie mani il potere politico lo conduce sostanzialmente a fidarsi ciecamente dei propri governanti, come si fiderebbe di se stesso.
La differenza sostanziale tra lo spirito occidentale di chi è assuefatto alle forme democratiche e quello anarchico di chi vive nell’autocrazia orientale (senza concedere più del necessario alle tesi orientaliste di Said) è che i popoli pervasi dal primo sono radicalmente convinti che chi li governa lo faccia per il loro bene, e i cui precetti pertanto appaiono da seguirsi senza discussione veruna; viceversa, lo spirito anarchico orientale, abituato a confrontarsi con l’autocrate, sa che questi tenderebbe a governarlo per tornaconto personale, e non certo per il bene generale, ed è abituato a sottrarsi alle sue decisioni quando gli parvano ingiuste, finché a un certo punto l’autocrate stesso è costretto a muoversi e ad agire nell’interesse del popolo.
Un secondo elemento che vale la pena di considerare è quello religioso. Anche senza dar troppo credito alle letture anarchico-religiose di Solovёv, Berdjaev e Florenskij, la struttura dell’Ortodossia è segnatamente diversa da quella del Cattolicesimo nel rifiutarsi di individuare un principio univoco di autorità terrena, e nel rifiutarsi di riconoscere all’autorità «mediata» comunque costituita (l’episcopato conciliare) una qualsiasi forma di infallibilità.
Il «diritto di resistenza» è piena parte della mens ortodossa, laddove il pliroma della Chiesa (ovvero, l’insieme di tutti i fedeli che professano la fede autentica) è deputato a essere custode della Tradizione e dell’Ortodossia, e il pliroma stesso è il metro di approvazione delle decisioni conciliari, della sanzione dell’ortoprassi, e persino il garante dell’episcopato, che può essere ricusato, mediante l’interruzione della commemorazione da parte del clero, o con l’anaxios del popolo.
Quella che Romanidis definirebbe la confusione tra pliroma e atomon tipica del cattolicesimo, ha portato lo stesso – soprattutto dall’Ottocento – a individuare nel Papa e nella gerarchia ecclesiastica l’unica fonte (positiva, infallibile e indiscutibile) di ogni norma e costume.
L’argomento ex auctoritate è il più forte nella logica cattolica post-ultramontana, l’obbedienza perinde ac cadavere di gesuitica memoria il valore più grande, e questo si riflette anche nell’atteggiamento politico dello spazio cattolico; non c’è viceversa posto per il diritto di resistenza, o almeno lo si è gradualmente eliminato.
Se ancora sul principiare del XVI secolo – c’informa il Righetti – il popolo di Saragozza poté prendere a pietrate i canonici della cattedrale poiché avevano sostituito l’ufficio romano tradizionale con il più conciso Breviarium de S. Cruce artefatto dal card. Quiñonez, ottenendo la restituzione delle forme antiche, le parimenti artefatte e ben più devastanti riforme liturgiche del secolo scorso – nonché sovversive della concezione teologica stessa della liturgia cristiana – hanno incontrato una resistenza decisamente inferiore, e anzi più in generale una prona accettazione, in ossequio al principio dell’Autorità che «governa la chiesa per il bene», o anzi – nella definizione neo-catechetica – «si occupa di individuare il bene della chiesa»; con lo stesso spirito, allora, si accetta l’autorità laica che «governa il popolo per il bene» e «ne individua il bene».
Questi sono ovviamente solo spunti per un discorso che meriterebbe di essere ripreso e trattato in modo più ampio ed esaustivo, pur nella consapevolezza – e qui una considerazione un po’ pessimistica sul «futuro delle libertà» su cui c’invita a riflettere il titolo del convegno – che resteranno sempre considerazioni di una nicchia intellettuale, mentre la società precipita sempre più nell’abisso autoritario, in quanto «Di sasso una gente / Rossore non sente; / Va’nnanzi ignorante, / Non tira a gonfiare, / Per lei è bastante / Che s’abbia a mangiare».
Nicolo Ghigi
Pensiero
La lettera di Charles Dickens contro le esecuzioni pubbliche
Si riaccende il dibattito sulla pena di morte, e più specificamente sulle sue modalità, nel momento in cui in America si ricomincia a parlare di esecuzioni pubbliche, con il segretario della guerra Pete Hegseth che dichiara di voler trasmettere in streaming l’esecuzione di un ex psichiatra dell’esercito americano maggiore Nidal Malik Hasan, ex maggiore dell’esercito condannato a morte per la sparatoria del 2009 in una base militare in Texas costata , sostenendo che gli americani debbano vedere le conseguenze di crimini di questo tipo. Lo Hasan, islamista, sarà giustiziato con plotone di esecuzione nella stessa base alla stessa ora della strage da lui perpetrata.
Quasi due secoli fa lo scrittore britannico Charles Dickens inviò al giornale londinese The Times in cui riportava il suo resoconto di un’esecuzione pubblica e auspica che la pratica di giustiziare i prigionieri avvenga a porte chiuse. Dickens assistette all’impiccagione pubblica di Frederick e Marie Manning (i coniugi condannati per il «delitto di Bermondsey», dove era stato assassinato e derubato l’amante della donna) fuori dal carcere di Horsemonger Lane a Londra, un evento a cui assistettero oltre 30.000 persone.
Renovatio 21 pubblica di seguito la traduzione della lettera che l’autore di Oliviero Twist scrisse al Times il 14 novembre 1849. Il Dickens è sconvolto non tanto dalla morte in sé, ma dal comportamento volgare, festoso e brutale della folla: risate, schiamazzi e bisticci. Dickens non affronta in modo astratto il concetto filosofico della pena capitale, ma chiede con forza che le esecuzioni fossero rimosse dalla vista del pubblico e svolte in forma privata all’interno delle mura del carcere, per evitare il degrado morale della società. Le sue denunce hanno contribuito al dibattito che portò, nel 1868, all’abolizione definitiva delle esecuzioni pubbliche nel Regno Unito.
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Al direttore del Times
Egregio signore,
Sono stato testimone dell’esecuzione a Horsemonger lane questa mattina. Mi sono recato qui con l’intenzione di osservare la folla radunatasi per assistere all’esecuzione, e ho avuto ottime opportunità di farlo, a intervalli per tutta la notte e ininterrottamente dall’alba fino a dopo la fine dello spettacolo.
Non mi rivolgo a voi con l’intenzione di discutere la questione astratta della pena capitale, né le argomentazioni dei suoi oppositori o sostenitori.
Desidero semplicemente trarre un vantaggio per il bene comune da questa terribile esperienza, ricorrendo al mezzo più immediato e pubblico per richiamare un’indicazione data da Sir G. Grey nell’ultima sessione del Parlamento, affinché il Governo fosse indotto a sostenere una misura che rendesse l’esecuzione della pena capitale una cerimonia privata all’interno delle mura carcerarie (con garanzie che l’ultima sentenza della legge venga eseguita in modo inesorabile e certo, tali da essere soddisfacenti per l’opinione pubblica), e supplicando con la massima insistenza Sir G. Grey, come solenne dovere verso la società e responsabilità che non può mai sottrarsi, di promuovere personalmente tale modifica legislativa.
Credo che uno spettacolo così inconcepibilmente orribile come la malvagità e la leggerezza dell’immensa folla radunatasi per l’esecuzione di questa mattina non possa essere immaginato da nessun uomo, né potrebbe essere presentato in nessun Paese pagano sotto il sole. Gli orrori del patibolo e del crimine che aveva condotto quei miserabili assassini su di esso, svanirono nella mia mente di fronte all’atroce comportamento, agli sguardi e al linguaggio degli spettatori riuniti.
Quando giunsi sulla scena a mezzanotte, l’acuto grido e gli ululati che si levavano di tanto in tanto, segno che provenivano da un gruppo di ragazzi e ragazze già radunati nei posti migliori, mi fecero gelare il sangue. Con il passare della notte, strilli, risate e urla in coro di parodie di melodie nere, con la sostituzione di «Mrs. Manning» a «Susannah» e simili, si aggiunsero a questi.
All’alba, ladri, prostitute di basso livello, teppisti e vagabondi di ogni genere si riversarono sul posto, dando vita a ogni sorta di comportamento offensivo e volgare. Risse, svenimenti, fischi, imitazioni di Punch, battute brutali, tumultuose dimostrazioni di indecente piacere quando donne svenevoli venivano trascinate fuori dalla folla dalla polizia con gli abiti in disordine, diedero nuovo slancio allo spettacolo generale.
Quando il sole sorse splendente – come accadde – indorava migliaia e migliaia di volti rivolti verso l’alto, così inesprimibilmente odiosi nella loro brutale allegria o insensibilità, che un uomo aveva smesso di vergognarsi del proprio aspetto e di ritrarsi da se stesso, come se fosse stato plasmato a immagine del Diavolo.
Quando le due miserabili creature che attiravano tutta quella vista orribile intorno a loro furono scagliate tremanti in aria, non c’era più emozione, non c’era più pietà, non c’era più il pensiero che le due anime immortali fossero andate al giudizio, non c’era più moderazione in nessuna delle precedenti oscenità, come se il nome di Cristo non fosse mai stato udito in questo mondo e non ci fosse tra gli uomini altra convinzione che perissero come bestie.
Ho visto, abitualmente, alcune delle peggiori fonti di contaminazione e corruzione in questo Paese, e credo che non ci siano molti aspetti della vita londinese che possano sorprendermi. Sono solennemente convinto che nulla di ciò che l’ingegno potrebbe escogitare in questa città, nello stesso arco di tempo, potrebbe causare una rovina simile a un’esecuzione pubblica, e rimango sbalordito e inorridito dalla malvagità che essa manifesta.
Non credo che una comunità possa prosperare laddove una scena di orrore e demoralizzazione come quella che si è consumata stamattina fuori dal carcere di Horsemonger lane si presenta proprio alle porte dei buoni cittadini, e passa inosservata, sconosciuta o dimenticata. E mentre, nelle nostre preghiere e nei nostri ringraziamenti per questo periodo, esprimiamo umilmente davanti a Dio il nostro desiderio di eliminare i mali morali del Paese, vorrei chiedere ai vostri lettori di considerare se non sia giunto il momento di pensare a questo e di estirparlo.
Sono, signore, il vostro fedele servitore,
Charles Dickens
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Pensiero
La Nuova Destra: il paganesimo salverà l’Europa?
All’origine, il rifiuto del cristianesimo
La Nuova Destra prende forma all’indomani della guerra d’Algeria, in un clima di disillusione per una parte della gioventù nazionalista francese. Nel 1963, Dominique Venner partecipa alla creazione di Europe-Action, movimento che intende promuovere una coscienza nazionale europea, ma che si caratterizza fin dalle origini per un anticristianesimo militante e per ricorrenti riferimenti al paganesimo. Dopo il fallimento della candidatura di Jean-Louis Tixier-Vignancour alle elezioni presidenziali del 1965, diversi di questi militanti abbandonano progressivamente l’azione politica diretta a favore di un lavoro intellettuale e culturale di lunga lena. Questo orientamento sfocia, nel 1968, nella fondazione del GRECE, il Groupement de recherche et d’études pour la civilisation européenne. L’obiettivo è ormai agire sulle mentalità per trasformare, alla fine, la società stessa. Sotto l’impulso di Alain de Benoist e di diversi collaboratori, la Nuova Destra ottiene un’audience considerevole alla fine degli anni Settanta, grazie in particolare alla sua presenza sulle colonne del Figaro Magazine, allora diretto da Louis Pauwels. Jean-Pierre Maugendre ripercorre anche i prolungamenti di questa influenza nel Club de l’Horloge e poi all’interno del Front national, in particolare tra il 1984 e il 1998. Mostra così come un movimento inizialmente marginale sia riuscito a diffondere alcuni dei suoi temi in una parte della vita politica francese.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Dietro l’identità europea, un’altra visione dell’uomo
Dietro la difesa dell’identità europea si delinea una concezione dell’uomo, della religione e della morale che si oppone su punti essenziali alla filosofia cristiana. È quanto mette in luce Jean-Pierre Maugendre risalendo alle fonti intellettuali della Nuova Destra. L’autore studia in particolare l’influenza di Friedrich Nietzsche, Julius Evola, René Guénon e Louis Rougier. Nonostante le loro differenze, questi autori hanno contribuito a nutrire un pensiero segnato dal rifiuto dell’universalismo cristiano, dall’esaltazione della forza, dal relativismo morale e dal fascino per certe tradizioni religiose precristiane od orientali. In questa prospettiva, ogni popolo sarebbe portatore di una propria concezione del mondo e di una propria religione. Il cristianesimo, con la sua pretesa di annunciare una verità destinata a tutti gli uomini, appare allora come un elemento estraneo all’identità europea originaria, o addirittura come una causa del suo indebolimento. Una simile concezione entra direttamente in contraddizione con la fede cattolica, che riconosce in Gesù Cristo il Salvatore di tutti gli uomini e afferma l’esistenza di una legge morale naturale universale. Misconosce inoltre il ruolo decisivo della Chiesa nella formazione della civiltà europea. L’autore rileva inoltre le conseguenze morali di questa antropologia: esaltazione della volontà di potenza, concezione permissiva della sessualità, giustificazione dell’aborto per motivi eugenetici e rifiuto di una morale trascendente.Un’influenza che supera i circoli intellettuali
Lungi dal considerare la Nuova Destra un fenomeno concluso, Jean-Pierre Maugendre ne esamina i prolungamenti contemporanei. Cita in particolare i lavori dell’Institut Iliade, fondato sulla scia di Dominique Venner, le pubblicazioni della rivista Éléments, nonché l’azione di personalità provenienti da questa famiglia intellettuale nei media alternativi. L’Institut Iliade, in particolare, si è dato la missione di trasmettere la memoria della civiltà europea attraverso conferenze, convegni e corsi di formazione destinati soprattutto alle giovani generazioni. Queste iniziative incontrano interesse presso chi rifiuta l’individualismo, il materialismo e la scomparsa delle eredità nazionali. Jean-Pierre Maugendre non nega né la qualità intellettuale di alcuni rappresentanti di questa corrente né il coraggio che dimostrano nella loro opposizione alle ideologie dominanti. Riconosce diverse convergenze con le preoccupazioni dei cattolici legati alla Tradizione: difesa dallo sradicamento, rifiuto del livellamento egualitario, attaccamento al bene comune, senso dell’onore, fedeltà alla parola data e volontà di trasmettere un’eredità di civiltà. Ma questi avvicinamenti non possono nascondere le divergenze dottrinali. In un’intervista concessa a Boulevard Voltaire il 25 settembre 2026, l’autore insiste su questo punto: «l’anticristianesimo resta un marcatore forte della Nuova Destra».Sostieni Renovatio 21
Difendere la civiltà senza rinnegare Cristo
È nell’ultima parte che l’opera trova la sua portata più rilevante. Sotto il titolo «Né irrigidimento né ingenuità», Jean-Pierre Maugendre invita a non confondere l’opposizione agli errori moderni con l’adesione alla verità. La critica del materialismo, dello sradicamento o della cancellazione delle identità non basta a costituire una dottrina giusta. Il successo incontrato da queste idee presso una parte della gioventù invita inoltre a interrogarsi sull’indebolimento della trasmissione della fede e della cultura cristiana, particolarmente incisivo nei decenni successivi al Concilio Vaticano II. Questa rottura ha lasciato campo libero a correnti che pretendono di ritrovare le vere radici dell’Europa in un passato precristiano, relegando in secondo piano l’opera civilizzatrice della Chiesa. Ma al di là di questa crisi di trasmissione, la divergenza fondamentale riguarda la natura stessa dell’uomo. Dove certe filosofie della Nuova Destra esaltano l’individuo forte, creatore dei propri valori, la dottrina cattolica insegna che l’uomo è una creatura di Dio, ferita dal peccato originale e chiamata alla vita soprannaturale dalla grazia. Questa opposizione si ritrova nella concezione stessa della società. Jean-Pierre Maugendre ricorda allora una distinzione cara a Jean Madiran: se la fede è un dono di Dio, la cristianità è anche il frutto dell’azione degli uomini, quando si sforzano di stabilire un ordine sociale conforme alla legge divina. È proprio su questa nozione di cristianità che si rivela una delle opposizioni più profonde tra il pensiero cattolico tradizionale e la Nuova Destra. Il libro si conclude con una nota di speranza, con l’evocazione della conversione di Guillaume Faye, uno degli intellettuali di spicco di questo movimento. Il suo ritorno alla fede cattolica, alla fine della vita, ricorda che gli smarrimenti filosofici e morali non chiudono mai definitivamente la strada della grazia. Con La Nouvelle Droite en question, Jean-Pierre Maugendre offre un’opera breve, documentata e accessibile, particolarmente utile ai giovani cattolici attratti dai movimenti di difesa dell’identità europea. Ricorda loro che il vero risollevamento di una civiltà non può costruirsi contro i princìpi cristiani che l’hanno plasmata. Articolo previamente apparso su FSSPX.NewsIscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Pensiero
Papa Leone «medical dimension»
«I medici mi hanno trovato un nodulo al polmone allo stato iniziale e ben localizzato. I medici ritengono opportuno intervenire e allora seguendo i loro consigli ho deciso di operarmi per toglierlo. L’intervento è già programmato per i prossimi giorni»: è lo scioccante annuncio del papa ieri in piazza San Pietro.
Il portavoce vaticano Matteo Bruni aveva pronta la puntualizzazione: «L’intervento è previsto per i primi giorni della prossima settimana e il tempo previsto per il ricovero post-operatorio è di circa una settimana». Tutto al Gemelli, comme d’habitude. L’agenda resterebbe quasi del tutto invariata, compreso il viaggio apostolico nell’amato Perù (Paese di cui ha la cittadinanza) il prossimo novembre.
Non pare ci sia un’emergenza sanitaria preoccupante: Un nodulo polmonare (un’opacità circolare di diametro inferiore a 3 cm) è considerato pericoloso o sospetto di malignità principalmente quando presenta dimensioni superiori agli 8 mm, margini irregolari o «spinati», una crescita rapida nel tempo e si sviluppa in persone ad alto rischio. Il papa non ha dettagliato millimetricamente, tuttavia possiamo capire che l’emergenza non è assoluta.
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Tuttavia, non ci interessa qui il rilievo medico-chirurgico, ma la novità dell’annuncio fatto dal pontefice stesso.
Non riusciamo a trovare, andando indietro con la memoria, un caso in cui una diagnosi medica venga annunciata all’Angelus dal papa in persona.
Papa Francesco, grande novatore della materia, più volte ha parlato all’Angelus dei propri problemi di salute. Tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025 ha detto che la bronchite gli rendeva faticoso leggere e ha fatto leggere il testo a un collaboratore. Nel 2021, dopo l’intervento al colon, ha recitato l’Angelus dalla finestra del Policlinico Gemelli e ha ringraziato per le preghiere. Durante il ricovero del 2025 l’Angelus è stato diffuso in forma scritta, con riferimenti alla sua condizione.
Giovanni Paolo II ha recitato più volte l’Angelus dall’ospedale Gemelli, ad esempio dopo l’intervento del 1992. Nel maggio 1981, dopo l’attentato, il Regina Caeli fu trasmesso in audio dal ricovero, e lì ebbe parole di perdono per l’attentatore Ali Agca. Negli ultimi anni mostrava apertamente la sua sofferenza, ma non risulta che abbia mai nominato il Parkinson dalla finestra.
Paolo VI e altri predecessori comunicavano di solito le malattie tramite la Sala Stampa vaticana o con messaggi, non con una dichiarazione all’Angelus (a parte quella volta che diede una smentita – cioè una notizia data due volte – riguardo l’accusa di omosessualità mossagli sui giornali a partire dalla rivelazione dello scrittore e diplomatico francese Roger Peyrefitte).
Insomma, l’annuncio diagnostico dettagliato in un momento sacro, per quanto sfiorato in precedenza, non ci pare fosse mai capitato: non è un’allusione alla malattia, qui Leone ha detto esattamente di cosa si tratta.
Il galateo non vieta in modo assoluto di parlare di salute, ma sconsiglia fortemente di farlo in determinati contesti—soprattutto a tavola o in occasioni formali—perché argomenti legati a malattie, dolori e disturbi fisici possono turbare l’appetito e la serenità altrui.
Secondo esperti ed accademici del Galateo, malattie, interventi chirurgici e problemi fisici sono considerati argomenti tabù. Se qualcuno vi chiede come state per pura cortesia, si risponde in modo breve e generico (ad esempio «Bene, grazie») senza dilungarsi sui propri acciacchi. È per questo che ricordo con un certo disagio quando un conoscente, noto per la sua lagneria, un giorno al mio «ciao» mentre gli offrivo la mano mi rispose «Vobevto ho il cancvo». Il cancro non provocava la erre moscia, che era diacronica, ma era probabilmente riferito a qualcosina di non terrificante alla prostata (credo).
Ad ogni modo, c’è da sapere che la questione della pubblicità della propria condizione medica è talmente codificata che il galateo moderno ritiene poco educato dire «Salute!» quando qualcuno starnutisce. Tale gesto, anziché essere gentile, richiama l’attenzione su un fatto intimo o involontario, mettendo in imbarazzo chi lo ha emesso; la regola vuole che si faccia finta di nulla. (Parentesi: non si dice nemmeno «buon appetito», espressione amatissima da papa Francesco, perché in origine era rivolta da Lorenzo il Magnifico ai servi che potevano da quel momento consumare gli avanzi dei luculliani pranzi strategici del signore di Firenze)
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Per i protocolli di bon-ton parlare di cure mediche, diete restrittive o terapie prolungate con persone poco conosciute risulta noioso, invadente e privo di eleganza. È preferibile riservare questi argomenti a rapporti di profonda confidenza.
Non possiamo dire che il papa, re di uno Stato millenario, possa sottrarsi ai protocolli. Non solo per questioni d’uso diplomatico, ma per la mistica stessa del corpo del papa. Ricordiamo come, fino a Giovanni XXIII che chiese la fine dell’espressione, L’Osservatore Romano scriveva sistematicamente, quando si doveva virgolettare il papa, «come abbiamo appreso dalle auguste labbra» del Santo Padre. Lo stesso Paolo VI, nell’epica smentita in piazza San Pietro riguardo le accuse di avere un amante attore milanese, parlò di «ingiuria alla Nostra augusta persona».
La persona del Santo Padre era «augusta», come le sue labbra, le parti del suo corpo – che è appunto, il corpo di un Santo Padre. Questo è il motivo, mi spiegavano quando ancora piccino mi ponevo domande sulla morte improvvisa di papa Luciani, per cui un’autopsia nemmeno lontanamente era pensabile, un vero spasso per qualsiasi cospiratore, americano, vaticano, massone che fosse.
Eccoci quindi precipitati nel Kali Yuga in cui il papa dettaglia con minuzia i suoi problemi medici. Qualcuno può dire che è un effetto della sinodalità, cioè, in soldoni, della democratizzazione della chiesa: il re si rivolge ai sudditi come ai suoi confidenti, il padre parla ai figli come fossero suoi amici, il discorso sacro diviene una chiacchiera al bar, con tutte le sue sfumature di realtà ed amarezza.
In realtà, un altro pensiero si fa avanti. È quello del vaticano invaso da spin doctor oramai indistinguibili da sceneggiatori televisivi, quello del papato come fiction.
È quanto profeticamente suggeriva, oramai una decade fa o più, il leggendario padre Florestano Pizzarro, personaggio creato dal genio di Corrado Guzzanti, probabilmente inconsapevole di quanto stesse, in realtà, non tratteggiando una caricatura, ma descrivendo la situazione iperrealisticamente.
Padre Pizzarro è molto ricco nel suo discorso sullo showbusiness papale: non solo c’è il rischio che l’attenzione degli spettatori sia dirottata altrove – con l’idea che padre Georg Gänswein, ora vescovo, potesse essere «rubato» dal Trono di spade –, ma evvi anche la necessità di creare colpi di scena, di utilizzare inventi narratologici per mantenere alto l’intrattenimento, l’engagement, del popolo consumatore dello spettacolo vaticano.
È così. A questo punto bisogna considerare quanto all’audience (sì, dall’udienza all’audience) piacciano le serie TV di carattere medico. C’è da ricordare il successo, anni fa, del Dottor House, che era in pratica uno Sherlock Holmes claudicante ed infinitamente antipatico – cioè esponente di quel teatro della crudeltà che, come con i talent show culinari, oramai ha conquistato il gusto pubblico rendendolo sadico – che operava forsennatamente in ambito nosocomiale.
La passione della gente per le fiction mediche era resa con parodia irresistibile nella stupenda, insuperata serie comica Boris, basata sulle avventure di una sgangherata troupe alle prese con la produzione della serie Gli occhi del cuore, ambientata tra dottori e pazienti di una clinica. Gli stessi personaggi venivano poi spinti a raddoppiare lo sforzo realizzando un’ulteriore inguardabile serie ospedaliera, chiamata, proprio per non lasciare dubbi, Medical Dimension.
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Nella storia di Boris, Medical Dimension era progettata come una serie avveniristica, dove finalmente regista e sceneggiatori potevano osare con colpi di scena drammatici, morti e feriti, salvataggi – tutto basato sui fatti sanitari dei personaggi. Il problema è che, alla fine, si scopre che la rete nemmeno vuole mettere in onda la serie, gli invisibili despoti (politici, burocratici) a capo della televisione italiana l’hanno commissionata solo per dimostrare che una televisione di qualità non era possibile, che il popolo doveva continuare a sorbirsi prodotti scadenti, senza possibilità di avanzamento.
Ora, sembra proprio che, galateo a parte, il papato si dirige verso Medical Dimension. Se il papato ora, per eterogenesi dei fini, finisca fuori dagli schermi, sepolto dal grottesco, dal materiale, dal laido non lo sappiamo.
Ma gli spin dottori papali ce la stanno mettendo tutta. Il lettore di Renovatio 21 sa che il dubbio se stiano facendo apposta ce lo abbiamo davvero, e da anni.
La nostra fortuna è che, come annunziato da Nostro Signore, non prevalebunt. No, non prevarranno: nemmeno gli orrendi sceneggiatori invertiti della chiesa conciliare.
Roberto Dal Bosco
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Immagine di Catholic Church England and Wales via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.0 Generic (CC BY-NC-ND 2.0)
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