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Incongruenze nel decreto di scomunica della FSSPX

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Dopo le consacrazioni episcopali di Ecȏne del 1° luglio scorso, la Santa Sede, tramite il Dicastero per la Dottrina della Fede, ha emesso un decreto di scomunica, a firma del Prefetto Fernandez, che dichiara la scomunica latae sententiae per consacratore e consacrati e dà altri elementi circa lo «scisma» che sarebbe in corso. Il decreto è seguito da un’apposita Nota esplicativa del Dicastero medesimo che ne individua la portata e i termini.

 

Rimandiamo qui all’infinità di studi prodotti non solo (e non tanto) sull’assoluta nullità di tali provvedimenti, ma soprattutto sulla situazione dottrinale all’interno della gerarchia ecclesiastica, che almeno dal 1965 apertamente e globalmente professa e accetta errori contro le dottrine definite, rendendo comprensibile e necessaria la consacrazione di vescovi senza mandato. Non sarà questo l’oggetto del presente articolo. Ci limiteremo ad alcune annotazioni sul documento stesso, che presenta diverse problematiche intrinseche e merita precise osservazioni.

 

Il testo ripresenta fedelmente il quadro del 1988. Ci sono due livelli di pene canoniche chiaramente esposte: la scomunica per consacrazione episcopale senza mandato pontificio, e quella per scisma. Correttamente sono individuate due diverse fattispecie di delitto, con pene analoghe ma distinte, ed eventualmente cumulabili. 

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Il primo delitto canonico, la consacrazione senza mandato, contravviene all’attuale canone 1387 (tra il 1988 ed oggi la parte penale del codice è stata ampiamente rivista da papa Bergoglio, per cui non tutti i canoni corrispondono a quelli citati all’epoca). Vengono citati come colpiti dalla sanzione il vescovo consacrante principale, monsignor De Galarreta, e i quattro consacrati.

 

Curiosamente, non viene citato il co-consacratore, monsignor Fellay, che verrà nominato esplicitamente per il secondo capo di accusa, come una specie di «primo aderente» allo scisma (e don Pagliarani?). I canonisti ritengono in genere che il co-consacratore non sia un semplice complice non necessario, ma un vero co-autore del delitto, e quindi incorra nella scomunica prevista dal can. 1387.

 

Tuttavia anche nel 1988, il decreto di scomunica Dominus Marcellus Lefebvre il co-consacratore monsignor Antonio de Castro Mayer (non menzionato nel motu proprio Ecclesia Dei adflicta) veniva scomunicato per scisma e non per consacrazione senza mandato. La fedeltà al quadro del 1988 si palesa anche nelle questioni canonicamente discutibili. Da notare anche che nel 1988 il decreto di scomunica fu emesso dalla Congregazione per i Vescovi, essendo monsignor Lefebvre (benché sospeso) ancora considerato membro della gerarchia. Oggi se ne occupa l’ex Sant’Uffizio (molto ex, e poco santo).

 

Il secondo delitto è lo scisma, concetto molto più vasto. Si dà per buona l’idea proveniente dal motu proprio Ecclesia Dei del 1988 (mille volte confutata), per cui il movimento di Mons. Lefebvre si formalizza come scisma vero e proprio almeno a partire dalle consacrazioni episcopali di quell’anno. Anzi nella nota esplicativa si fa riferimento a un’altra nota esplicativa, emessa dal Pontificio Consiglio per i testi legislativi il 24 agosto 1996, definita «ancora vigente» ed esplicitamente fatta propria dal Dicastero. Si spiega che i chierici della FSSPX sono certamente scomunicati come aderenti allo scisma (anche se il documento del 1996 era più cauto: «sembra indubbio», il che permetteva la prova del contrario).

 

Sui fedeli ovviamente la casuistica è più vasta, non bastando certo la frequenza occasionale ai sacramenti degli scismatici per costituire adesione formale allo scisma e quindi essere scomunicati. Ci vogliono elementi più profondi, che il documento delinea, pur facendo appello a chiarimenti dottrinali a riguardo, che nel 1996 si attendevano dalla Congregazione per la Dottrina della Fede (e mai furono prodotti).

 

Il quadro quindi è esattamente quello del 1988 (Ratzinger o Tucho, stessa battaglia: lo schema interpretativo dello «scisma Lefebvre» per la Congregazione lo ha inventato il mitico pastore tedesco, lo ricordino i fans del bavaro, non il Fernandez). Chi ha vissuto nella FSSPX gli anni Novanta ricorda certamente di essere stato «uno scismatico» per tutti, a partire dal proprio parroco. In questo senso l’unica cosa stupefacente è il far mostra di scandalo e stupore da parte di molti, come se si fosse prodotta una situazione inaudita, quando Roma ci sta dicendo che per loro non è MAI cambiato niente, data la vigenza del motu proprio del 1988 e della sua interpretazione ufficiale del 1996.

 

Ci si chiederà allora cosa sia avvenuto nel 2009, con la «remissione delle scomuniche» di ratzingeriana memoria. L’atto riguardava la scomunica numero 1, cioè quella per i vescovi consacrati (i consacranti erano morti ormai da anni), ma evidentemente quella per «scisma» era sempre «vigente» agli occhi di Roma. In effetti, a parte belle parole di cardinali e prelati o concessioni benevole di papa Bergoglio, quegli atti non furono mai ritirati. Quanto al modo di trattare canonicamente preti e fedeli, quello ha risentito di incertezze nella giurisprudenza e nella prassi a livello locale o occasionale, e non può far testo più di quel tanto.

 

Curiosamente Fernandez ricorda che i sacramenti della confessione e del matrimonio sarebbero invalidi. Sorvoliamo sulla confessione, ma se c’è un vero scisma, va ricordato che gli scismatici non sono soggetti alla forma canonica del matrimonio cattolico, e contraggono valide nozze secondo i loro riti. Quindi, quantomeno per il caso di due fedeli battezzati nella FSSPX dopo il 1988 che si sposano tra loro, la Santa Sede deve necessariamente ammettere la validità, pena una dimostrazione di plateale ignoranza della propria legislazione.

 

Andiamo alla conclusione. Dal 2000 in poi, con accelerazioni e decelerazioni, i vertici della FSSPX si sono impegnati in un dialogo a vari livelli con le autorità romane. Ci sono stati (molti lo dimenticano) vasti colloqui dottrinali, che hanno concluso all’incompatibilità del Vaticano II con le dottrine tradizionali (sostanzialmente ammessa da Roma stessa, si legga il libro Vaticano II: un dibattito aperto che ne è il resoconto ad opera dell’abbé Gleize, uno dei protagonisti). Ci sono state diverse concessioni pratiche e un periodo di relazioni meno tese e a un certo cambiamento di toni, pur nella fedeltà di fondo e nel rifiuto di compromessi dottrinali nei momenti decisivi. C’è stato anche molto malcontento e profonde crisi interne a causa di questo, la più nota avendo avuto come protagonista nientemeno che uno dei quattro vescovi consacrati nel 1988.

 

Ora, tutto questo ventennio abbondante non solo non ha generato (e grazie a Dio!) alcun accordo, ma ha portato nel momento decisivo (le improrogabili consacrazioni) ad una reazione romana uguale a quella del 1988, se non peggiore.

 

Se un monsignor Williamson avesse diretto la FSSPX in questi medesimi decenni, non avrebbe potuto ottenere da Roma in questo frangente reazione più grave di quella effettivamente esplosa, nonostante questi anni di trattative e ammorbidimento del linguaggio (non dei concetti, grazie a Dio – bis). L’auspicio quindi è che il linguaggio che monsignor Lefebvre usava nel 1988 riprenda tutto il suo vigore.

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La nullità e inanità di tutti questi provvedimenti non si dimostrano infatti con disquisizioni giornalistiche o para-canonistiche, ma con la netta e inequivocabile denuncia della «Roma anticristica, modernista e liberale, che procede nella distruzione del regno di Nostro Signore».

 

Non serve che siano le autorità moderniste o i vescovi amici a spiegare e accettare che la FSSPX è cattolica, tali patenti sarebbero controprove.

 

La cattolicità della FSSPX è dimostrata senza equivoco dai documenti immortali del Magistero ecclesiastico tradizionale, Mirari vos, Quanta cura, Mortalium animos, Quas primas, Mystici corporis, e i tanti altri che monsignor Lefebvre costantemente citava. Essi fanno il discrimine tra chi ne accetta la dottrina come rivelata e immutabile, e chi la nega quotidianamente ed esplicitamente da sei decenni.

 

Essi dimostrano la vera radice dell’opera di monsignor Lefebvre: è la gerarchia ad avere un enorme problema e a causarlo nella Chiesa, la reazione legittima del «mondo tradizionale» ne è solo lo specchio. Non c’è in effetti comunione tra la dottrina cattolica e la sua negazione.

 

O si torna a questo, o si blatera di obbedienza e decreti.

 

Don Anonymus

 

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Scomunicati anche i fedeli FSSPX. Ecco il genocidio tirannico del Vaticano moderno

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Un incredibile documento rilasciato in queste ore dal Dicastero della Fede (DDF) diretto da Victor Manuel «Tucho» Fernandez illustra in maniera definitiva come la scomunica contro la FSSPX non riguardi solo i vescovi, come delineato nel decreto uscito sempre ieri, ma anche i sacerdoti e perfino i fedeli della FSSPX.   Il documento è apparso sul sito del DDF con il titolo «Prassi per la riconciliazione di fedeli appartenenti alla Fraternità San Pio X». Esso sarebbe stato trasmesso alle nunziature apostoliche, e conterrebbe «e indicazioni da seguire per i sacerdoti e i fedeli laici appartenenti alla Fraternità San Pio X che desiderano ristabilire la piena comunione con la Chiesa».   Per quanto riguarda i sacerdoti,  la procedura che il Dicastero per la Dottrina della Fede adotta, a decorrere dal 1° luglio 2026, stabilisce che il sacerdote il quale abbia scelto di abbandonare la Fraternità Sacerdotale San Pio X, pronto ad accogliere il Concilio Vaticano II e la legittimità del novus ordo Missae pur restando legato al rito antico, debba «trovare un Ordinario (Vescovo diocesano, Superiore maggiore degli Istituti religiosi di diritto pontificio clericali e delle Società di vita apostolica di diritto pontificio clericali ecc.) disposto ad accoglierlo ad experimentum».   Pertanto il sacerdote dovrà «scrivere di proprio pugno al Santo Padre una lettera nella quale si presenta e chiede la remissione delle censure incorse a motivo dell’Ordinazione ricevuta da un Vescovo scomunicato o irregolare, o essendo stato ordinato validamente e legittimamente, sia entrato successivamente a far parte della Fraternità Sacerdotale San Pio X».

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Il sacerdote dovrà inoltre allegare il certificato di ordinazione sacerdotale e accludere, firmate e datate, «la Professio fidei e la Formula adhaesionis, datate e firmate». Si tratta della Professione che sintetizza i contenuti della fede cattolica e della Formula di adesione con la quale il sacerdote promette fedeltà al Papa impegnandosi a non attaccare pubblicamente lui e il suo magistero.   Il sacerdote dovrà far inviare i documenti (la lettera con il certificato, la Professione e la Formula di adesione) dall’Ordinario «il quale manifesterà nella lettera di accompagnamento la disponibilità ad accoglierlo ad experimentum nella propria Diocesi o nel proprio Istituto». Appena ricevuti i documenti dall’Ordinario, il Dicastero redige un Rescritto di remissione delle censure, autorizzando l’Ordinario ad accogliere il sacerdote richiedente «per un periodo di prova di almeno un anno e non più di tre, al termine del quale, si potrà procedere alla sua incardinazione».   Il primo modulo di adesione allegato, chiamato «Professio Fidei», notiamo, è in latino. «Ego ______  firma fide credo et profiteor omnia et singula quae continentur in Symbolo fidei, videlicet Credo in unum Deum Patrem omnipotentem (…)».   L’allegato B si chiama invece Formula Adhaesionis, e rende con più chiarezza quale sia il problema: l’accettazione del Concilio Vaticano II, considerato in pratica come dogma ineludibile della Chiesa attuale. «Accipio doctrinam, quae in n° 25 Constitutionis dogmaticae Lumen Gentium Concilii Vaticani II de Magisterio Ecclesiae et de adhaesione illi debita docetur», scrive. «Accetto la dottrina che viene insegnata nel n° 25 della Costituzione dogmatica Lumen Gentium del Concilio Vaticano II sul Magistero della Chiesa e sull’adesione a esso dovuta».   Il modulo dichiara inoltre di ritenere valida la celebrazione della Messa secondo i riti promulgati da Paolo VI e Giovanni Paolo II e di aderire alle norme del Codice di Diritto canonico promulgato da Giovanni Paolo II. «Declaro etiam me accipere validitatem Sacrificii Missae et Sacramentorum celebratorum cum intentione faciendi quod facit Ecclesia, et secundum ritus qui inveniuntur in editionibus typicis Missalis Romani necnon Ritualium a Summis Pontificibus Paulo VI et Ioanne Paulo II editis» («Dichiaro anche di accettare la validità del Sacrificio della Messa e dei Sacramenti celebrati con l’intenzione di fare ciò che fa la Chiesa, e secondo i riti che si trovano nelle edizioni tipiche del Messale Romano e dei Rituali editi dai Sommi Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II»).   C’è poi la parte più umanamente spinosa, che riguarda i fedeli della FSSPX, che sono più di 600 mila in tutto il mondo, ma sono coinvolte certamente più persone – financo milioni – che partecipano saltuariamente alle celebrazioni della Fraternità o simpatizzano.   Secondo il documento, la prassi di riconciliazione «afferisce alla questione della imputabilità o grado di responsabilità soggettiva dei fedeli laici che hanno aderito formalmente o frequentano la Fraternità Sacerdotale San Pio X e che chiedono di entrare nella piena comunione con la Chiesa Cattolica».   «L’imposizione della pena a laici appartenenti alla Fraternità Sacerdotale San Pio X non può essere presunta in modo automatico, ma deve essere valutata caso per caso» scrive il testo del DDF, che procede enucleando una morfologia del fedele FSSPX.   «Poiché l’imputabilità richiede piena avvertenza e deliberato consenso, esempi di imputabilità comprovata possono riguardare: 1. Laici facenti parte del Terz’Ordine della Fraternità Sacerdotale San Pio X; 2. Laici che partecipano abitualmente alle celebrazioni della Fraternità Sacerdotale San Pio X, condividendone formalmente le posizioni dottrinali. Al contrario, non sono da ritenersi imputabili: 3. Laici che abbiano frequentato la Fraternità Sacerdotale San Pio X solo per motivi liturgici o spirituali; 4. Laici che, pur consapevoli delle tensioni con la Santa Sede, non rifiutano il Magistero o l’autorità del Romano Pontefice».   «L’eventuale procedura da seguire per i laici appartenenti alla Fraternità Sacerdotale San Pio X ai quali è stata imposta una pena e che chiedono di entrare nella piena comunione con la Chiesa Cattolica implica un atto formale di piena adesione alla dottrina e obbedienza alla gerarchia cattolica, sotto la giurisdizione dell’Ordinario del luogo, garante dell’unità della Chiesa particolare».   «Pertanto, un fedele laico, di cui ai nn. 1-2, che ha deciso di lasciare la Fraternità Sacerdotale San Pio X deve:  • Presentare all’Ordinario del luogo la Professio fidei e la Formula adhaesionis, datate e firmate (cf. allegati A-B)». Si tratta del modulo di autocritica (i pensieri qui vanno al comunismo, alla Rivoluzione Culturale di Mao Zedong…) di cui sopra.   «Una volta ottenuta la documentazione, l’Ordinario del luogo provvederà ad accogliere il fedele laico nei tempi e nei modi che riterrà più opportuni, servendosi ad esempio del Rito dell’ammissione alla piena comunione della Chiesa cattolica di coloro che sono già stati validamente battezzati, debitamente adattato. Per quanto riguarda il fedele laico, di cui ai nn. 3-4, basterà che si rivolga ad un sacerdote in piena comunione, con la decisione di non frequentare in futuro la Fraternità Sacerdotale di San Pio X».   Il documento chiarisce una volta per tutte che, diversamente da quanto detto con le scomuniche del 1988 (quando, a mo’ di spaventapasseri avevano fatto spargere la voce che sarebbero stati colpiti tutti, ma si trattava probabilmente di una tattica per spaventare la gente), questa volta è interessato direttamente ed ufficialmente tutto il popolo dei fedeli FSSPX.

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Come abbiamo visto anche per il decreto, anche qui ci sono incongruenze, non sequitur, «buchi» vari nella sceneggiatura modernista: che cos’è una «condivisione formale» delle posizioni teologiche della FSSPX? A parte il Concilio – e di conseguenza il rito della Santa Messa – c’è altro che allontana la Fraternità dalla Chiesa?   E come mai nei confronti di Williamson e dei vescovi da lui consacrati negli ultimi anni non vi è stata alcuna scomunica comunicata dal Sant’Uffizio? Quindi i fedeli della cosiddetta Resistenza, a differenza di quelli della FSSPX, non incappano nella scomunica?   E ancora: i sedevacantisti, sempre a differenza dei fedeli lefebvriani, non sono scomunicati, pur essi rigettando con giusta virulenza il Concilio?   E i bambini? Sono scomunicati? In teoria no: il Canone 1323 stabilisce che chi non ha ancora compiuto i 16 anni di età non è passibile di alcuna pena ecclesiastica, inclusa la scomunica, dichiarando totalmente incapaci di commettere un delitto canonico coloro che mancano abitualmente dell’uso della ragione.   Tuttavia, possiamo fidarci della banda Tucho? Come abbiamo visto nel caso delle scomuniche al popolo fedele (e nella Fiducia Supplicans e nelle sue correzioni dopo lo scandalo, e in tante altre sconce occasioni), no, in nessun modo possiamo fidarci. Perché la cintura modernista che governa il pontificato, slatentizzatasi con gli ultimi papati, si ritiene legibus soluta, può decretare qualsiasi cosa, non solo contro il Magistero eterno della Chiesa, ma anche contro il diritto canonico: ecco il diritto assoluto del vertice, che in una parola si può definire tirannia.   È, chiaramente, l’istituzione di un sistema totalitario: l’autorità comanda e il popolo obbedisce anche contronatura e contra legem, pena la sua eliminazione – in questo caso, per scomunica.   Riflettendo, ciò ci porta fuori dall’equivoco del «ritardo cattolico». Il Vaticano conciliare non arriva dopo le tendenze sociopolitiche del mondo moderno, ma le anticipa (così come il Concilio Vaticano II con evidenza precorreva la dissoluzione della morale vista col ’68 e negli anni successivi).   Ecco quindi spiegato come, ad esempio, la città Stato del Vaticano sia divenuta, il Paese con il più terrificante obbligo vaccinale al mondo (in pratica, un grande laboratorio Pfizer, con espulsione a chi non si sottometteva alla dittatura pandemica e alla siringa genica).   Il Vaticano moderno stato paragonato, a quell’epoca, ad un altro Stato religioso, lo Stato di Israele, dove pure vaccini e lockdown – e danni mostruosi correlati – erano prosperati senza limiti. Notiamo qui un’altra similitudine, che ci mostra davvero la cifra moderna di ambo le realtà, che ne fanno vere espressioni dello Stato moderno: il genocidio.   Che cos’è, se non un genocidio spirituale, la scomunica di mezzo milione di persone?   Come possiamo aver rispetto di un potere che vuole eliminare il suo stesso popolo?   Come possiamo non reagire?   Roberto Dal Bosco

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Arte

Sorrentino, Mattarella, eutanasia, Pulcinella

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Qualche settimana fa il celebre regista Paolo Sorrentino ha fatto discutere con una dichiarazione sconcertante. Il presidente della nostra amata Repubblica riceveva i rappresentanti del mondo dello spettacolo. Una certa enfasi è stata data all’occasione, quasi a sfiorare l’avvenimento, che in realtà si ripete tutti gli anni. Fra le prerogative del presidente della Repubblica c’è anche quella di intrattenersi semel in anno con le categorie più popolari, come gli sportivi e appunto cantanti attori registi, ricevendo ossequio e porgendo belle parole di sostegno e conforto.

 

Da qualche tempo il presidente è molto presente: va in tram, dove raccoglie orsacchiotti, fa selfie con influencer truccatissime o con rapper affetti da sigmatismo. Si porge come un buon nonno, il nonno degli italiani, quasi a suggerire che all’età avanzata sia connaturata la bontà e la saggezza. E con ciò lancia un assist anche in favore della terza età.

 

Come che sia, alla cerimonia non poteva mancare il Paolo Sorrentino, il premio Oscar osannato per aver mostrato, sessant’anni dopo La dolce vita, che il Bel Paese è una latrina e Roma è la sua cloaca: cosa che dal XVI secolo piace sempre ai protestanti, maxime agli anglosassoni. Paolo Sorrentino, che da sempre irride la religione cattolica, il papa, i santi, la fede, l’Italia. Paolo Sorrentino, che sputa nel piatto ma con eleganza, apparecchiando inquadrature impeccabili per accompagnare l’ovvio che piace.

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L’opera dell’artista napoletano, ci pare, incarna un poco lo spirito di Pulcinella, che ride fingendo di piangere, lancia frizzi, si piega all’andazzo sia pure con una qualche sprezzatura e tira alla pagnotta. Un Pulcinella moderno, raffinato; un Pulcinella con gli scopettoni.

 

E così, prendendo la parola nel consesso, il Sorrentino Paolo se ne è uscito con una denuncia, come si diceva, sconcertante e anche imbarazzante: «se il mondo fosse abitato solo da lei e dagli artisti, presidente, vivremmo gioiosi e pacifici. Ma purtroppo» ha aggiunto sospirando «ci sono anche gli altri».

 

Ohibò, ci venne fatto di pensare, ma che corbelleria è mai questa?

 

Posto che si possano con un battito di mani eliminare tutti quelli che non sono il presidente e artisti, come andrebbe dal punto vista materiale e, si perdoni la volgarità, economico? Il presidente è certamente benestante, è un buon nonno che non si accontenterebbe di dare i soldini per il gelato. Ma vogliamo credere che davvero abbia la possibilità finanziaria e perché no, la voglia di comprare e ascoltare tutti i dischi, andare a tutti gli spettacoli, comprare tutti i biglietti per vedere tutti i film, e insomma mantenere da solo l’industria discografica, teatrale e cinematografica italiana? Tra l’altro, il nonno degli italiani tiene una certa età. Non so lui – ci diceva un amico – ma mio nonno a una cert’ora voleva andarsene a dormire, altro che film, concerti e teatro.

 

Se ci fossero al mondo solo gli artisti e Mattarella, come camperebbero i cantanti, gli attori, i registi, e Paolo Sorrentino, quindi?

 

E poi, la noia. Dopo un’ora di sorrisi, esaurite le poesie da declamare e stancati i saltimbanchi, cantata in coro per l’ultima volta Io e te da soli di Mina, probabilmente il presidente e la torma di artisti finirebbero per essere un poco tediati l’uno degli altri. Al primo languorino di pancia, c’è da scommettere che qualcuno tra i meno abbienti inizierebbe a preoccuparsi, a palesare inquietudine, a guardarsi intorno in cerca degli «altri», cioè l’invisa plebe che gli dava da mangiare, bere e vestir panni.

 

E ancora: pacifici de che? Tutti sanno che il mondo dello spettacolo è un verminaio, dove ci si fa la forca l’un l’altro. Invidie, rancori, rivalse e vendette sono all’ordine del giorno. I sorrisi sono in genere fatti da denti che mordono, la mano che si tende al collega in favore di pubblico nasconde spesso una lametta sul palmo. Di che parliamo?

 

E quanto al presidente, egli è uomo di pace ma ha dimostrato di saper fare anche la guerra. Sorrentino è nato, apprendiamo, nel 1970. Nel 1999, quando Mattarella era ministro degli esteri, era già ventinovenne. Forse il successo è una seconda nascita che cancella il passato. E siccome Sorrentino è nato alla gloria nel 2013, con La grande bellezza, e Mattarella è stato eletto nel 2015, è possibile che il regista tenda a far coincidere i ricordi e la felicità con il mandato del presidente.

 

Va bene, concludemmo provvisoriamente: una pulcinellata. È stata solo un’innocente esagerazione per compiacere l’illustre ospite, il quale deve aver sorriso come si sorride ai poeti che la sballano grossa.

 

Il punto è che Sorrentino ha da poco girato un film, La grazia.

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La pellicola gira intorno all’eutanasia, e non certo per biasimarla. C’è infatti un presidente cattolico, la cui fede è però un impiccio e non fa che renderlo irresoluto per due ore e mezza. C’è un papa amico del presidente, guarda un po’, che lo conferma non nella fede ma nel dubbio. C’è una grazia – non una Grazia – da concedere. C’è una donna che ha ucciso il marito violento, e che è convinta di aver agito per il suo bene, liberandolo dalla sua ossessione. C’è un uomo che, sempre per compassione, ha soppresso la moglie malata di Alzheimer.

 

Sullo sfondo, c’è il dibattito parlamentare sull’eutanasia, che tira per le lunghe perché siamo un Paese riluttante, corrotto e ignorante. Per non far mancare nulla, come un’oliva nel Martini, si parla anche di corna e di omosessualità.

 

Il film titilla un po’ tutti i recettori pseudo-intellettuali dell’ominide contemporaneo. Dovunque vada a toccare è certo di suscitare un muggito di approvazione.
L’ispirazione per il soggetto, lo ha spiegato Sorrentino, è venuta dalla grazia accordata proprio dal presidente Mattarella nel 2019 a un uomo condannato, appunto, per aver ucciso la moglie con il morbo di Alzheimer.

 

Apprendiamo oggi che l’opera ha sbancato i Nastri d’argento. Oltre cento giornalisti le hanno conferito i premi per il miglior film, la migliore regia, la migliore sceneggiatura, il migliore attore protagonista, la migliore attrice protagonista, la migliore attrice non protagonista, la fotografia e il sonoro.

 

Tutto si tiene, nel festino della Necrocultura, tutto fa l’occhiolino a tutto. Otto festosi Nastri d’argento cadono, come stelle filanti, sulla pellicola.

 

Apriamo a caso Ennio Flaiano – che sceneggiò La dolce vita, quella vera – e leggiamo: «Pulcinella quando protesta ruba un piatto di maccheroni».

 

Avv. Renzo Magalozzi

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Immagine di Paolo Benegiamo via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-ND 2.0

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Geopolitica

Ecco l’articolo censurato di Lavrov

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Lo scorsa settimana il ramo europeo della testata Politico ha rifiutato un articolo vergato dal ministro degli Esteri della Federazione Russa Sergej Lavrov. Renovatio 21 ne pubblica qui la traduzione del testo poi apparso sulla stampa russa. Non si è trattato della prima volta che era una simile censura si è abbattuta sulle parole del Lavrov: l’anno passato era stato il Corriere della Sera a rifiutare la pubblicazione di un’intervista al ministro russo che via Solferino aveva chiesto ed ottenuto. Anche in quel caso, Renovatio 21 aveva tradotto il testo una volta rilasciato dal Cremlino.  

Alcune riflessioni sulla risoluzione della crisi ucraina, sull’Europa e sulla sicurezza globale

In un incontro tenutosi a Londra il 7 giugno 2026, i leader di Gran Bretagna, Francia e Germania, insieme a Volodymyr Zelens’kyj, hanno delineato cinque precondizioni affinché la Russia possa garantire una «pace giusta e duratura» in Ucraina. Europa Unita presenta ora questo elenco di richieste come base per il dialogo con Mosca.  

Sfondo

Oltre vent’anni di negoziati con l’Europa, in quanto parte dell’Occidente collettivo, portano a un’unica conclusione: il dialogo con la Russia è servito da cortina fumogena diplomatica per l’espansione geopolitica delle istituzioni occidentali, soprattutto NATO e Unione Europea, verso est, fino ai confini della Russia.   La complicità dell’Europa nell’alimentare la crisi ucraina è innegabile. Insieme agli Stati Uniti, i paesi europei hanno orchestrato la Rivoluzione Arancione a Kiev nel 2004. Per creare una testa di ponte anti-russa in Ucraina, hanno trascorso anni a corrompere politici e interi partiti, a riscrivere la storia e i programmi scolastici, a coltivare e alimentare il nazionalismo ucraino e a fare di tutto per allontanare l’Ucraina dalla Russia.   Nel 2013, l’Unione Europea ha respinto categoricamente la nostra proposta di compromesso sull’accordo di associazione, un accordo che Bruxelles premeva da tempo affinché Viktor Yanukovich firmasse. Vale la pena ricordare che all’Ucraina era stata offerta un’apertura unilaterale del mercato senza impegni reciproci, condizioni che si sarebbero rivelate incompatibili con la permanenza di Kiev nella zona di libero scambio della CSI. Quando Viktor Yanukovich chiese un rinvio, gli europei fomentarono disordini di piazza che sfociarono rapidamente nel colpo di stato di Kiev del febbraio 2014.

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Germania, Francia e Polonia si sono poi dimostrate altrettanto sleali. Dopo aver garantito il rispetto dell’accordo raggiunto tra l’opposizione e Viktor Yanukovich, se ne sono lavate le mani nel momento stesso in cui quella stessa opposizione, da loro stessi creata, è salita al potere. «La democrazia», ​​hanno affermato con una scrollata di spalle, «prende svolte inaspettate».   L’Europa ha quindi dato il suo appoggio alle nuove autorità. A Odessa, il 2 maggio 2014, il rogo di decine di innocenti sostenitori di legami più stretti con la Russia non ha suscitato una sola parola di condanna da parte delle capitali europee.   In qualità di co-garanti degli accordi di Minsk del 2015, Francia e Germania hanno di fatto incoraggiato il regime ucraino a sabotare i propri impegni. Come ammisero in seguito Angela Merkel e François Hollande – dopo l’inizio dell’operazione militare speciale – l’attuazione da parte di Kiev degli accordi di Minsk, approvati all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, non era mai stata realmente prevista. L’obiettivo, ammisero, era semplicemente quello di guadagnare tempo: rafforzare le forze armate ucraine e inondarle di armamenti occidentali.   La Russia, dal canto suo, ha esplorato ogni via diplomatica per disinnescare la crisi di sicurezza europea. Tuttavia, nel gennaio 2022, gli Stati Uniti e la NATO hanno respinto la proposta russa di garanzie di sicurezza reciproca giuridicamente vincolanti. I membri europei della NATO hanno appoggiato attivamente tale rifiuto.   In seguito all’avvio dell’operazione militare speciale, l’Europa unita ha appoggiato gli sforzi del primo ministro britannico volti a sabotare i negoziati di Istanbul tra Russia e Ucraina. L’appello di Boris Johnson a Kiev – «non firmate nulla, combattete e basta» – ha chiuso la porta a qualsiasi forma di diplomazia autentica per il prossimo futuro.  

Situazione attuale

Cosa ha spinto i leader europei a cambiare improvvisamente retorica e a iniziare a parlare di negoziati, e cosa si prefiggono di ottenere con queste dichiarazioni? Ad esempio, l’Alto rappresentante dell’UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Kaja Kallas, ha affermato che lo scopo di qualsiasi dialogo con la Russia è quello di dettare le condizioni all’Europa. Queste includono il pagamento di «risarcimenti» all’Ucraina; il ritiro delle truppe dalla Transnistria e dal Caucaso meridionale; l’abolizione della legge sugli «agenti stranieri»; e l’accettazione di limiti rigorosi alle dimensioni delle forze armate della Federazione Russa.   Secondo la sua interpretazione, «non può esserci una pace giusta e duratura senza che la Russia risponda delle proprie azioni». Durante la sessione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite del 19 maggio 2026, un rappresentante dell’UE ha ribadito il concetto in modo inequivocabile: «Sostenere militarmente l’Ucraina non contraddice la ricerca della pace, ma rappresenta piuttosto un prerequisito fondamentale per qualsiasi negoziato credibile e in buona fede».   Il piano dell’Europa è quello di dialogare con la Russia, portando avanti al contempo una campagna di azioni legali orchestrata attraverso il Consiglio d’Europa. All’interno di quest’organizzazione, un tempo rispettata, si sta creando un’intera infrastruttura con lo scopo esplicito di «chiedere conto alla Russia»: un registro dei danni, una Commissione per i risarcimenti e un Tribunale speciale.   Anche l’Unione Europea ha dato il via libera al fermo di navi mercantili in alto mare. Diversi episodi si sono già verificati nel Mar Baltico e nell’Atlantico. Allo stesso tempo, l’Occidente distoglie accuratamente lo sguardo dagli atti terroristici di sabotaggio perpetrati dalle Forze Armate ucraine nel Mar Nero e nel Mar Mediterraneo.

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Il vero obiettivo dei leader europei, quindi, non è negoziare con la Russia. È piuttosto quello di consolidare il regime di Zelens’kyj e preservarlo come trampolino di lancio per un continuo confronto con la Russia. Con questo in mente, i leader europei si affannano per ottenere un cessate il fuoco il più rapidamente possibile e per un’unica ragione: impedire il collasso delle Forze Armate ucraine sul campo di battaglia. Il piano è quello di «congelare» il conflitto senza affrontarne le cause profonde, per poi schierare rapidamente sul suolo ucraino contingenti militari della «coalizione dei volenterosi» anglo-francese.   È risaputo che le élite europee hanno investito il loro «capitale politico» nello scontro con la Russia, stanziando centinaia di miliardi di dollari per sostenere il regime di Kiev e incrementare i bilanci militari degli Stati membri dell’UE e della NATO. L’Europa punta ora a raggiungere la «prontezza difensiva» contro la Russia entro il 2030. Fino ad allora, intende guadagnare tempo con ogni mezzo a disposizione. In una dichiarazione sorprendentemente schietta rilasciata lo scorso aprile, il capo di stato maggiore belga ha affermato senza mezzi termini: «abbiamo ancora qualche anno. Grazie al coraggio e al sangue degli ucraini, che ci stanno dando questo tempo».   L’Europa unita continua a sognare l’espansione. Intende assorbire l’Ucraina e la Moldavia, trascinando al contempo l’Armenia nella sua sfera d’influenza. La NATO si è già espansa verso est, inglobando Finlandia e Svezia. Quanto all’Ucraina, viene sempre più considerata come il «pugno d’arme» di una futura forza militare europea, indipendente dagli Stati Uniti e dalla NATO.  

Rischi per la sicurezza globale

Questa situazione rappresenta una seria minaccia per la sicurezza globale. Uno scontro diretto tra la NATO e la Russia potrebbe rapidamente degenerare in uno scambio di attacchi nucleari, con conseguenze catastrofiche.   Sotto la bandiera dell’ «autonomia strategica», l’Europa sta assistendo a un significativo rafforzamento delle proprie capacità militari, anche in ambito nucleare. L’intenzione di Parigi di estendere il suo «ombrello nucleare» a diversi Stati membri dell’UE e della NATO è fonte di profonda preoccupazione. Ciò non contribuirà in alcun modo a rafforzare la sicurezza della Francia stessa né dei beneficiari della sua cosiddetta protezione.   Nonostante tutto, l’establishment politico e militare europeo continua ad attribuire alla Russia piani aggressivi, piani che, a loro dire, si estendono ben oltre l’Ucraina. Il presidente russo ha affermato in numerose occasioni che tutto ciò è una sciocchezza, una provocazione e disinformazione, finalizzata unicamente a ottenere fondi di bilancio per la lotta contro la Russia. Questo non è certo il clima adatto per un dialogo costruttivo.

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La posizione della Russia

Per quanto riguarda i negoziati, Vladimir Putin ha ribadito al Forum economico internazionale di San Pietroburgo che la Russia non è contraria ai contatti con nessuna parte. Consideriamo tuttavia l’Europa come una parte intenzionata a sconfiggere la Russia – una posizione che gli stessi europei dichiarano apertamente. Il dialogo con l’Europa, pertanto, non può essere condotto come se fosse un osservatore terzo e imparziale.   La Russia preferirebbe raggiungere gli obiettivi dell’operazione militare speciale attraverso la diplomazia.   Ciò richiede di garantire in modo affidabile la sicurezza lungo i confini occidentali della Russia e di assicurare rispetto e dignità ai nostri cittadini e compatrioti, compreso il diritto di parlare la propria lingua madre, il russo, e di praticare la fede cristiana ortodossa. Un’ulteriore espansione militare, politica ed economica da parte dell’Occidente è inaccettabile: è contraria agli imperativi di un mondo multipolare.   I leader europei dovrebbero riconoscere che il modello di sicurezza regionale costruito in Europa nel corso dei decenni, sin dall’adozione dell’Atto finale di Helsinki nel 1975, è stato distrutto dalle loro stesse mani. E non potrà mai essere ricostruito. Dobbiamo ora muoverci verso la creazione di un’architettura di sicurezza continentale aperta a tutti i paesi eurasiatici e che rispecchi l’odierna realtà multipolare.   Il principio di sicurezza uguale e indivisibile, calpestato dagli euro-atlanticisti, può trovare incarnazione in una nuova architettura eurasiatica. Quando i tempi saranno maturi, anche l’Europa potrà unirsi a questo grande sforzo.   Il punto cruciale è che un dialogo significativo richiede il ripristino della fiducia, infranta dalle azioni anti-russe dell’Occidente, e dell’Europa in quanto parte di esso, nell’era post-Guerra Fredda. La fiducia può essere recuperata solo attraverso passi concreti che dimostrino un sincero impegno ad abbandonare l’uso della diplomazia come copertura per ambizioni espansionistiche. La fiducia non può essere ripristinata, né il dialogo può essere ripreso, attraverso ultimatum come quello rivolto alla Russia a Londra il 7 giugno 2026.   PS È degno di nota che l’ultimatum di Londra sia stato riaffermato inequivocabilmente dagli ambasciatori di Gran Bretagna, Francia e Germania durante l’incontro al Ministero degli Esteri russo l’11 giugno 2026, un incontro che avevano richiesto con tanta insistenza. Questo era l’unico scopo della loro visita al ministero.

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Immagine di Duma.gov.ru via Wikimedia Creative Commons Attribution 4.0 International
 
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