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Immigrazione

Immigrazione e stupro sistemico: la guerra contro la donna e la società è qui

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L’ultimo caso è quello della bella modella scampata per un pelo da una molestia del branco.

 

«Mi hanno inseguita e hanno iniziato a toccarmi. Ho cercato in tutti i modi di oppormi, ma erano troppi» dice la vittima nei virgolettati finiti sulla stampa.

 

I giornali sono prodighi di dettagli, tranne uno. Cioè, ci dicono come si chiama la ragazza, da dove viene (Polonia) che lavoro fa (la modella: a quanto pare esistono ancora, ma l’IA si mangerà questa professione nel giro di pochi mesi), quanti anni ha (30), dove è accaduto il fattaccio (Milano, Porta Romana, anzi per precisione via Livenza), dove stava andando (al supermercato), dove è stata colpita (è stata picchiata «con pugni al volto e all’addome»), e ci viene raccontato anche perché come si sarebbe salvata – un giovane sconosciuto avrebbe ingaggiato una colluttazione con il gruppo di malintenzionati, mettendoli, pare di capire, in fuga.

 

L’eroismo del piccolo guerriero samaritano («giovane alto e robusto, sembrerebbe italiano» scrive il Corriere lasciandosi sfuggire qualcosa) si prende il centro della notizia: visto, esistono ancora persone coraggiose, si buttano da soli contro la ridda dei molestatori, e vincono. Anzi, dalla cronaca nera, a questo punto la notizia viene ritorta ancora più pazzescamente verso la cronaca rosa: ora la ragazza – una modella, quindi bellissima, praticamente una principessa – vuole conoscere il suo salvatore, il cavaliere senza volto.

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Tutto fantastico, letteralmente. Guardate dove ci sta portando la forza impressa nell’architettura di questa notizia: è l’happy ending, è la favola. Evviva: tutti vivranno felici e contenti – soprattutti i lettori, i cittadini contribuenti per cui questa fiaba è confezionata con cura.

 

Manca solo un dettaglio: chi erano i molestatori? Negli articoli che circolano sulla vicenda non ce n’è traccia. Il lettore non affetto da formi ingravescenti di prosciutto oftalmico lo presente: ma non è che… il gruppo di molestatori… è di origine straniera? In realtà, quando parlano dell’eroe che «sembrerebbe italiano» sembrano implicitamente ammetterlo. Ma chissà.

 

Lo spettro di una parola aleggia in ogni riga dei resoconti: maranza. Eppure, il lemma non è di quelli usati ad abundantiam recentemente, al punto che lo stesso Corriere aveva dedicato articoli alla loro «moda», con tanto di analisi delle «maranzine», cioè le ragazze finite nei gruppi di ragazzini afroislamici.

 

Ora, il lettore di Renovatio 21 sa che il giornalista diligente, che voglia tenersi stretti il suo tesserino dell’Ordine, deve attenersi a ai dettami della Carta di Roma, cioè il «Protocollo deontologico concernente richiedenti asilo, rifugiati, vittime della tratta e migranti» oggi parte integrante del «Testo unico dei doveri del giornalista».

 

Secondo la deontologia giornalistica, titolare scrivendo la provenienza etnica di un aggressore, in quest’ottica, è sbagliato: «è necessario ribadire che la provenienza o l’appartenenza culturale di una persona vanno specificate solo quando è strettamente necessario al fine della comprensione della notizia». «Evitare di “etnicizzare” le notizie non significa censurare certe informazioni?» si domandano le linee guida della Carta. «Non si chiede di censurare informazioni, ma di selezionare, tra le varie caratteristiche proprie di una persona, solo quelle veramente pertinenti a capire cosa è successo».

 

L’associazione Carta di Roma è un ente nato nel 2011 per attuale tale «protocollo deontologico per una informazione corretta sull’immigrazione». La pagina internet «Chi siamo» nel 2018 riportava il supporto del UNHCR (Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati), dell’Otto per Mille Chiesa Valdese e di Open Society Foundation, il sistema di fondazioni di George Soros. La stessa pagina oggi non vede più inserito il logo dell’ente di Soros, sostituito da quello dell’UNAR.

 

Sappiamo che la tendenza non è solo italiana: pensiamo ad esempio alla Francia, dove l’anno passato un gruppo di deputati verdi e di sinistra aveva denunciato la «strumentalizzazione politica» dei fatti di cronaca nera, per cui si chiedeva ai media pubblici di «effettuare una revisione editoriale del ruolo delle notizie nella copertura mediatica».

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Il testo proposto dai goscisti dell’Assemblée Nationale citava il caso di Lola, 13 anni, violentata e uccisa a Parigi da una migrante algerina con un ordine di espulsione nel 2022, e quello di Thomas, assassinato da una banda di migranti a Crépol nel 2023.

 

Colpisce ad ogni modo che l’attenuazione mediatica sia richiesta anche per uno dei crimini più orrendi, specie considerando la sensibilità femminista arrivata a permeare gli ambiti istituzionale: la violenza sessuale.

 

Questo perché alla sinistra, ai giornali, non può riuscire di vedere il fenomeno nella sua essenza. I guardiani della soglia non vogliono che le masse arrivino a comprendere la tragica verità: e cioè che uno stupro non è solo uno stupro.

 

Uno stupro, in determinati contesti, non costituisce un atto isolato di violenza, ma è uno strumento politico. Chi conosce la storia lo sa: fuori dalla sua natura ferale, lo stupro nei secoli viene utilizzato deliberatamente come arma per affermare dominio, umiliare il nemico, distruggere comunità e consolidare il controllo.

 

Ciò è particolarmente evidente contesti di guerra o oppressione, lo stupro non riguarda principalmente le pulsioni belluine del maschio (che sono, a loro, volta, strumenti, come tutte le forze non sottoposte alla ragione) bensì il potere, l’umiliazione e la distruzione del tessuto sociale preesistente.

 

La violenza sessuale a terrorizzare e demoralizzare la popolazione nemica, compresi civili e famiglie. Un popolo terrorizzato e demoralizzato è incline alla resa e alla sottomissione: ciò è vero con i bombardamenti aerei (non solo di bombe: pure i volantini, a dimostrazione che si tratta di una battaglia psicologica) così come gli stupri sistematici visti nelle zone di guerra.

 

Lo stupro, sin dall’epoca più antica di cui abbiamo traccia, simboleggia la conquista: violando le donne, viste storicamente come simbolo dell’onore del gruppo, si afferma la superiorità del vincitore e l’impotenza del perdente. In epoca pre-aborto, ma anche ora in vari contest, esso era chiaramente impiegato anche per alterare la composizione demografica attraverso gravidanze forzate (cioè pulizia etnica tramite il ventre delle donne conquistate, cioè genocidio per sostituzione etnogenetica), per aumentare il morale delle truppe – perché la guerra tira fuori il peggio di qualsiasi uomo – e per devastare i legami sociali, provocando traumi collettivi e stigma che fa implodere il gruppo sociale.

 

Il fenomeno, lo sappiamo è antico. Già nell’Iliade e nelle conquiste dell’antichità e del Medioevo, lo stupro delle donne dei vinti faceva parte del bottino di guerra.

 

Fino al Novecento era spesso considerato un «danno collaterale» o addirittura un diritto del vincitore. Solo con le Convenzioni di Ginevra e, soprattutto, con i tribunali internazionali degli anni Novanta, lo stupro è stato esplicitamente riconosciuto come crimine di guerra e crimine contro l’umanità, talvolta, ufficialmente, come strumento di genocidio.

 

È stato durante la Seconda Guerra Mondiale che ha cominciato a notarsi i contorni del fenomeno: nel Massacro di Nanchino i soldati giapponesi stuprarono decine di migliaia di donne cinesi. Il museo dello stupro di Nanchino, che lo scrivente ha visitato, è un titanico e dedalico monumento a queste crudeltà efferate: il Giappone ridusse in schiavitù sessuale («donne di conforto», erano chiamate) circa 200.000 donne.

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L’Armata Rossa in Germania commise centinaia di migliaia di violenze sessuali come forma di vendetta e terrore. Negli anni Novanta, durante le guerre jugoslave, gli stupri sistematici in Bosnia (soprattutto di donne musulmane) furono organizzati come strumento di pulizia etnica, tanto da essere riconosciuti come crimine contro l’umanità dal Tribunale dell’Aja.

 

Nel genocidio del Ruanda del 1994 lo stupro fu usato massicciamente contro le donne vatusse. Casi simili si sono ripetuti in Congo, Tigray, Birmania, Siria e molti altri conflitti contemporanei, dove lo stupro viene impiegato ancora oggi come arma di guerra a basso costo.

 

L’Italia stessa dovrebbe ricordare le «marocchinate» nel 1944, una delle pagine più tragiche e controverse della campagna d’Italia durante la Seconda Guerra Mondiale. Con questo termine quasi giocoso, si indicano stupri di massa, violenze sessuali, saccheggi e omicidi compiuti principalmente dai goumiers (truppe coloniali marocchine, ma anche algerine e di altre origini nordafricane) inquadrati nel Corpo di Spedizione Francese in Italia (CEF), comandato dal generale Alphonse Juin.

 

I fatti si concentrarono soprattutto dopo la battaglia di Montecassino, tra maggio e giugno 1944. Dopo aver contribuito in modo decisivo allo sfondamento della Linea Gustav, le truppe francesi avanzarono nella Ciociaria (provincia di Frosinone) e nel basso Lazio, estendendo poi le violenze fino a parti della Campania e della Toscana meridionale. Secondo numerose testimonianze e rapporti dell’epoca, ai soldati fu concessa una sorta di «carta bianca» per circa 50 ore come ricompensa per le pesanti perdite subite a Cassino. Questo permise saccheggi sistematici e violenze incontrollate sulla popolazione civile italiana, considerata «nemica» per via dell’alleanza precedente con la Germania nazista.

 

Le vittime furono soprattutto donne di ogni età: dalle bambine di 11 anni alle anziane di oltre 80. Molte furono stuprate a turno da gruppi di soldati (spesso da 2-3 fino a decine o centinaia in casi estremi), picchiate e in alcuni casi uccise. Non furono risparmiati nemmeno uomini e bambini: centinaia di maschi furono sodomizzati e assassinati, spesso per aver tentato di difendere le proprie familiari. Interi paesi furono devastati, con furti, incendi e distruzioni.

 

I comandi alleati (americani e britannici) erano a conoscenza dei fatti, ma intervennero in modo limitato per non creare tensioni con i francesi. In Italia l’evento rimase a lungo in ombra per non offuscare il racconto della cosiddetta «Liberazione». Solo nel 1952 la deputata comunista Maria Maddalena Rossi lo denunciò in Parlamento. Il caso divenne noto al grande pubblico grazie al romanzo La Ciociara di Alberto Moravia e al film di Vittorio De Sica con Sophia Loren.

 

Tutta la questione degli stupri che finiscono (se vi finiscono) nella cronaca dei giornali può divenire comprensibile solo se realizziamo che non si tratta più, con evidenza, di immigrazione, ma di invasione. In termini logici, non si tratta di un processo sociale, ma di un processo bellico. Gli stupri quindi non sono crimini sociali, magari legati al disagio: sono veri e proprio strumenti di guerra, utilizzati, coscienti o no che siano, dalle truppe di occupazione terzomondiali, così da disintegrare il morale degli autoctoni e sabotarne il tessuto sociale a partire dall’elemento fondante della società, la donna.

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Le statistiche parlano piuttosto chiaro. In Italia, secondo i dati del Ministero dell’Interno e dell’ISTAT relativi al 2022, gli stranieri rappresentano circa l’8,5-10% della popolazione residente. Tuttavia, nel 2022 su 5.775 autori noti di violenze sessuali denunciati o arrestati, il 42,2% erano stranieri. Gli immigrati risultano quindi sovrarappresentati rispetto al loro peso demografico, con un fattore di 4-5 volte superiore. Questa sovrarappresentazione è ancora più marcata tra i giovani e nei reati commessi da sconosciuti. Gli irregolari mostrano tassi particolarmente elevati in vari studi.

 

In Europa il quadro è analogo in diversi Paesi con alti livelli di immigrazione. In Svezia, che ha uno dei tassi di denuncia di stupro più alti del continente, studi e inchieste mostrano che tra il 58% e i due terzi dei condannati per stupro hanno background immigrato (prima o seconda generazione), con forte sovrarappresentazione da Medio Oriente, Africa e Afghanistan.

 

In Germania gli stranieri sono sovrarappresentati nei reati sessuali, con un aumento evidente dopo il 2015. A Parigi, in Francia, nel 2023 il 77% dei stupri risolti aveva autori di nazionalità straniera. Tendenze simili emergono anche in Gran Bretagna e in altri Paesi europei per quanto riguarda i reati sessuali commessi da sconosciuti o di gruppo.

 

A livello europeo Eurostat registra un forte aumento generale delle denunce di violenze sessuali e stupri negli ultimi dieci anni. I Paesi con maggiore immigrazione extra-europea tendono a mostrare una maggiore incidenza di autori stranieri nei reati predatori.

 

In breve, abbiamo importato a casa nostra lo stupro sistemico. Lo abbiamo pagato con le nostre tasse, abbiamo lasciato che lassù qualcuno lo programmasse per ferire le nostre donne e quindi far collassare la nostra società.

 

Questo è evidente leggendo le cronache dei giornali, in ispecie quelli locali.

 

Agosto 2025: «Violenza di gruppo su una 19enne a Padova: stupro in un edificio abbandonato. Tre stranieri arrestati». Marzo 2026, provincia di Bergamo: «La colpisce con una sciabola e la stupra ripetutamente: arrestato a Bottanuco marocchino di 43 anni». Rovigo, luglio 2025: «Stupro a Rovigo, preso anche il secondo aggressore: arrestato un 19enne egiziano». Catania: «13enne stuprata da sette egiziani. Confermata la condanna a 12 anni per uno degli aggressori». Liguria, ottobre 2025: «25enne sequestrata e stuprata nell’entroterra di Chiavari: la ragazza ha lottato per un’ora». Napoli, stesso mese: «Napoli, turista stuprata a Porta Capuana: arrestato 29enne marocchino». Milano, settembre 2025: «impiegata trascinata nel bosco e violentata mentre fa jogging: allo stupratore altro sconto di pena in Appello». Novembre 2025: «Donna violentata nel centro di Firenze, due arrestati per stupro di gruppo». Abruzzo, poche ore fa: «Avezzano, egiziano stupra una 16enne nel parcheggio della scuola».

 

È solo un mazzetto. Possiamo andare avanti per giorni, raccogliendo orrori raccapriccianti. sia nel passato che nel futuro.

 

Ora, perché nessuno parla delle nuove «marocchinate»? Perché sui giornali non esiste ancora il termine «maranzate»?

 

C’è questa tendenza, a non vedere la questione migratoria come un vero e proprio fenomeno militare, una guerra neanche più tanto occulta in pieno svolgimento in Occidente.

 

Eppure, per tanti immigrati è tutto logico: Dar al-Harb è il termine classico della giurisprudenza islamica che significa letteralmente «dimora della guerra». Storicamente, indicava i territori al di fuori del controllo islamico (Dar al-Islam) non governati dalla legge coranica e abitati da non musulmani, con cui non esistevano trattati di pace o alleanze.

 

E quindi, per l’islamismo nemmeno patentemente jihadista – dove, dopo qualche bisboccia e qualche arresto, confluiscono per forza di gravità tutti gli sbandati afroislamici, e non solo loro – è chiaro che se il Paese non è sottomesso all’Islam, allora è terra di guerra, e quindi, per conseguenza naturale, di stupro.

 

Tutti i fatti di cronaca che leggete, e quelli che non leggerete perché non riportati, o trasformati in favolette, vengono da questa matrice metapolitica ancestrale.

 

Lo stupro come sistema per disintegrare le società cristiane, dove vigeva la sicurezza del cittadino e la dignità dell’essere umano: ecco la cifra sessuale dell’anarco-tirannia e del suo programma di violenza totalista.

 

Roberto Dal Bosco

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Immigrazione

Mons. Viganò contro la barbarie orchestrata

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Renovatio 21 pubblica il commento dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò apparso su X a riguardo delle rivolte giovanili in Europa.   Le scene di guerriglia urbana che in questi giorni hanno devastato Parigi, Lione, Marsiglia, Limoges e – in Italia – Milano, Torino, Bologna e altre città non possono ridursi a semplici disordini di piazza: sono manifestazioni di violenza e di barbarie che trasformano le strade in campi di battaglia. Saccheggi, incendi di edifici pubblici e di negozi, attacchi alle forze dell’ordine, feriti a centinaia, arresti a migliaia: ciò che viene presentato come protesta contro il carovita è in realtà uno degli strumenti principali della pianificazione scientifica con cui l’élite tecnocratica globalista intende introdurre e alimentare focolai di guerra civile nella popolazione.   Il disagio economico è reale, ma viene scientemente esasperato e poi dirottato. Gruppi organizzati — black bloc, nuclei dell’ultra-sinistra, bande di giovani per lo più extra-comunitari che agiscono «senza ordini» secondo il modello francese — trasformano manifestazioni teoricamente pacifiche in caos controllato e fomentato.   L’obiettivo è chiaro: creare il pretesto per legittimare nuove forme di repressione, di controllo sociale e di compressione delle libertà residue. In tutto questo non vi è nulla di spontaneo.  

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Condanno la complicità dei governanti. Essi hanno contribuito a generare le condizioni di impoverimento e di alienazione, e ora si servono del disordine per rafforzare l’apparato repressivo, mentre pronunciano condanne di facciata.   Condanno altresì il tradimento della gerarchia della chiesa conciliare-sinodale, totalmente asservita all’élite tecnocratica globalista. Invece di richiamare le anime all’ordine, alla giustizia e alla Verità perenne, essa tace, o peggio acconsente, preferendo il dialogo con i poteri del mondo alla fedeltà al Vangelo e al Magistero di sempre.   Quando l’autorità — civile ed ecclesiastica — cessa di trattenere l’errore e ne diventa veicolo, si consuma quella frattura che San Paolo descrive come mysterium iniquitatis (2 Ts 2, 7-8).   La divisione è opera del divisore, Satana. Chi alimenta deliberatamente il caos per poi imporvi il proprio ordine non agisce per il bene delle anime, ma per il consolidamento di un potere che ha ripudiato Cristo Re. Finché questa pianificazione non sarà smascherata, ogni pretesto di «rinnovamento» o di «giustizia sociale» resterà al servizio dell’iniquità.   Raccogliamoci intorno alla Verità immutabile e alla Tradizione apostolica. Non ratifichiamo l’errore, non consentiamo alla menzogna.   «State saldi e mantenete le tradizioni che avete appreso» (2 Ts 2, 15).  

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Il sacco di Milano della barbarie anarco-tirannica. Invochiamo il flagello di Ambrogio

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E così l’orda ha conquistato anche Milano. Perché il segnale, il sintomo, il comando, riguarda non la singola città, non il Paese, ma l’Europa e l’Occidente, la Civiltà tutta. L’anarco-tirannia ha rivendicato la capitale morale d’Italia, e non solo – usando lo schema medesimo della Francia, dove il progetto calergista è in stato più avanzato.

 

È il «sacco di Milano», andato in onda in mondovisione.

 

Lasciate perdere la manifestazione di facciata sul caro-vita, e pure le bandiere palestinesi, pardon, «pro-pal». Non facciamoci intortare dalla retorica profusa dallo Stato moderno (i suoi vertici, la sua stampa asservita) quella degli «infiltrati». C’era stato quel segmento televisivo involontariamente tragico e umoristico, ai tempi delle rivolte BLM, in cui l’inviato della TV americana parlava di «manifestazioni per lo più pacifiche» con alle spalle la città incendiata.

 

Ieri Macron ha parlato della legittimità degli obiettivi della protesta e dei casseurs infiltrati. Chiediamo di guardare le immagini: ma quali infiltrati? Ma quali obiettivi? Ma quale protesta?

 

È ovvio che non è una protesta, ma una devastazione programmata, il caos manifestato da chi sente il bisogno, o ha l’ordine, di farlo. Guardate questi giovinastri con la pelle scura, ben vestiti, ben nutriti, divertiti come neanche a Gardaland (anzi, nella vicina Peschiera…): quali obiettivi possono avere? Possiamo dire che sono «infiltrati», se poi per due giorni prendono possesso della città più importante d’Italia?

 

 

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Capite che per chi conosce Milano, e la ama, la portata simbolica di quanto è accaduto è enorme. Guardate voi stessi: piazza Duomo, luogo centrale della cristianità mondiale, assediata, sconvolta dalla teppa terzomondiale. L’invasore islamico, o islamo-nichilista, o semplicemente barbaro, espugna il luogo che i milanesi considerano con orgoglio il cuore assoluto della città.

 

Rimirate le immagini del Duomo, questo edifizio gotico meraviglioso, con dinanzi le fiamme. I milanesi ci hanno messo 578 anni per costruirlo, dalla posa della prima pietra di Gian Galeazzo Visconti nel 1386 al completamento principale con l’ultimo portone nel 1965. L’autore di questo miracolo architettonico, diceva Paolo VI, non c’è, o meglio – è l’intero popolo milanese.

 

Nel giro di poche ore, abbiamo compreso, il lavoro di mezzo millennio del popolo milanese può essere cancellato dai barbari, che pure non vengono dalla steppa, ma ora vivono a Milano, magari sovvenzionati dalle tasse dei milanesi. Se l’opera principale del popolo milanese può essere oltraggiata e financo distrutta, senza essere protetta, significa che il popolo milanese non esiste più.

 

 

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È così. sappiamo cosa è accaduto. La città che fu capitale dell’Impero romano, che fu la culla di santi incredibili, nel giro di un secolo si è venduta a famiglie di vampiri industriali, a politici inetti e corrotti, agli invertiti della moda, a catto-sette di ladri eunuchi, a caste di manager goscisti-elitisti. Nessuno di costoro aveva neanche lontanamente in mente di difendere Milano, ma di spolparla, di sfruttarla, di svenderla.

 

Siamo solo arrivati al momento in cui ciò è divenuto simbolicamente evidente.

 

 

Certamente non si tratta solo dei luoghi storici, le grandi piazze, le gallerie (dove sono rimasti, a permettersele, solo le multinazionali), i palazzi millenari. È la vita stessa dei milanesi che ora è minacciata. Guardate via Torino: un tempo luogo di baretti e negozietti, dove passeggiava, e comprava, la gente comune: c’era il negozio di scarpe, l’ottico bravo, la ricevitoria del lotto, la videoteca fornita, il pronto-moda a portata, la pizza al trancio, etc.

 

Ora dopo essere stata gentrificata – i negozi sono praticamente solo di grandi catene internazionali – via Torino viene razziata. Ecco che arrivano le immagini del looting di articoli sportivi, a quanto sembra amati dai baluba fino al punto di sfidare la legge per portarseli via aggratis.

 

Non che sia un fenomeno nuovo. Ricordiamo di averlo visto durante la rivolta di Los Angeles per il pestaggio di Rodney King nel 1992. Distintamente ricordiamo anche Londra nel 2011, quando vi furono disordini pre-olimpici nei quartieri immigrati che si riversarono poi ovunque vi fosse un negozio di scarpe da ginnastica da razziare. Per la Francia di questi anni, gli episodi non si contano.

 

Anche a Milano ora abbiamo la barbarie firmata, pronta a tutto pur di avere la felpa col loghetto figo. È un segnale chiarissimo: questa gente è disposta a tutto, per niente. Gli lancia una maglietta, e questi sono pronti a fare qualsiasi cosa. È il programma del conte Calergi: il meticcio, teorizzato in Praktischer Idealismus, è più «sentimentale», quindi più manovrabile, quindi ideale per la costruzione della «nuova Europa».

 

La «nuova Europa» sta nascendo tramite le razzie dei Footlocker. È la conclusione che dobbiamo trarne.

 

 

 

Notiamo anche: i negozi di libri possono essere distrutti senza portare via niente, come visibile alla Feltrinelli di Torino. I razziatori sono selettivi, lo sappiamo: lo scrittore William Gibson notava che nei saccheggi losangelini del 1992 venivano spaccati e depredati i negozi di TV Color, mentre quelli con in vetrina computer Apple da migliaia di dollari venivano lasciati intonsi (ora non è più così: ma abbiamo reso l’idea).

 

A colpire è soprattutto l’idea che l’incursione sia fatta in una libreria Feltrinelli, tempio della cultura goscista, cioè immigrazionista e permissivista, che ha consentito alla società di degenerare fino al punto di far vivere sul suo territorio individui simili. Il cane morde il padrone: o forse, il padrone non è mai stato padrone, era uno che dava da mangiare senza nemmeno sapere quello che faceva, ma credendosi, per questo, buono. La sinistra, e tutta la sua filiera economica, altro non è che una patologia narcisoide di una società che ha perduto la morale naturale.

 

 

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Milano non è stata l’unica città. Anche a Bologna, altra città invasa dagli immigrati, si sono avuti scontri. Tuttavia sono stati vicino alla stazione, lontani da San Petronio – che ha peraltro altre criticità: la macchina della polizia nei paraggi sta a significare la «protezione» dell’affresco dipinto da Giovanni da Modena tra il 1410 e il 1420 che raffigura il Giudizio Universale e l’Inferno con Maometto (indicato come «Machomet») nel girone dei seminatori di discordie e scismi come da Canto XXVIII dell’Inferno di Dante Alighieri.

 

Siamo certi che, prima o poi, gli «studenti» e la loro «protesta» arriveranno anche lì.

 

 

Torniamo a Milano. L’assalto alla città, con la polizia praticamente inerme – fa il giro dei siti di informazione il dirigente di polizia in borghese con il sangue in testa perché colpito da un sanpietrino – segna non solo una vittoria per i rivoltosi, ma una direzione precisa delle forze dell’ordine: esse non sono in grado, o non vogliono, risolvere una cosa del genere.

 

Eppure noi di piazza Duomo avevamo altri, tristi, ricordi. Rammentate le proteste pandemiche? Noi sì. Milano era diventata, ogni sabato, teatro delle più massicce marce contro lockdown, vaccini greenpass. Roba che neanche Melbourne. Per quanto ci è possibile testimoniare, possiamo dire si trattava di manifestazioni completamente organiche, e quelli che volevano metterci il cappello (tra cui qualche vecchio arnese confuso) duravano poco.

 

La repressione fu pazzesca. Manifestanti bloccati in periferia dalla polizia, che chiudeva vie ed accessi, di fatto mettendoli in trappola. In piazza Duomo, che oggi viene lasciata tranquillamente bruciare, cominciarono ad arrestare chiunque, dalla signora di mezza età al pensionato con la bici colorata, a quelli che sembravano passanti che semplicemente reagivano agli agenti in borghese che affiancavano e prendevano gli sparuti personaggi che protestavano, pensate un po’, con la loro presenza. Il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese aveva emanato il 10 novembre 2021 una direttiva per «limitare», cioè cancellare, le proteste contro le misure sanitarie COVID. Alla facciazza di qualche articolo della «Costituzione più bella del mondo».

 

Ricordo la malinconia totale che mi procuravano quelle immagini. Non solo perché vedevo quella stupenda protesta ridotta ad un cumulo di rauchi tizzoni che venivano spenti senza pietà. Ma perché quella era piazza del Duomo, il luogo più bello, più importante, più spirituale. San Carlo Borromeo è custodito proprio lì, nello Scurolo di San Carlo, ed è il santo che non aveva paura di andare dagli ammalati durante la peste, chiamata proprio Peste di San Carlo.

 

Milano aveva tradito se stessa. Lo Stato moderno aveva vinto contro il suo spirito antico.

 

Ora rivediamo in trasparenza lo stesso fenomeno, o meglio, ne vediamo la faccia ulteriore. L’anarco-tirannia vuole da una parte tiranneggiare il cittadino, schiacciargli la faccia sotto lo stivale dell’autorità (come visto col COVID), ma al contempo desidera lasciar libero l’elemento barbaro immigrato, così da creare quel caos sociale che permette alle élite di prosperare libere dalla responsabilità di nutrire e proteggere il popolo, divenuto troppo impegnato a proteggersi e nutrirsi da sé.

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Ecco spiegata l’impotenza, pubblicamente esposta, delle forze dell’ordine. Possono avere davvero l’ordine di reprimere gli immigrati le questure dove gli uffici per i loro documenti sono dozzine mentre l’ufficio per fare una denuncia è uno, con ore di attesa per dire alle autorità cosa ti è accaduto?

 

Curtis Yarvin, il teorico del Dark Illumnism fautore del ritorno ad una forma di governo puramente monarchica, ha scritto su X: «La racaille [in francese, la «teppa», con riferimento ai disordini di questi giorni, ndr], un piccolo problema, è sintomo di un problema ben più profondo: uno Stato restio a risolverlo. Una tale perversità non si era quasi mai vista nella storia dell’umanità».

 

È più difficile di così: lo Stato, in profondità, non vuole risolvere il problema perché non lo ritiene un problema, ma un obiettivo. POSIWID (The Purpose of a System is What it Does): lo scopo di un sistema è ciò che fa.

 

E quindi, quello che è programmato per noi e per i nostri figli è un futuro di imbarbarimento a cui nessuno sembra volersi opporre. Milano è, come sempre, la prima città ad anticiparlo chiaramente, come fu per l’industrialismo, il fascismo, il futurismo, il craxismo, etc.

 

È a questo punto che bisogna invocare il suo Santo – il nostro Santo. Ambrogio. Lo sapete che il flagello, lo scudiscio, è un attributo iconografico tipico del vescovo e patrono di Milano.

 

Immagine di Vassia Atanassova via Wikimedia CC BY-SA 4.0

 

Nell’arte cristiana a partire dal Medioevo (fine dell’XI secolo), il flagello viene messo in mano ad Ambrogio per simboleggiare la sua energica difesa della fede cattolica contro le eresie, in particolare l’arianesimo sulla Trinità e sulla natura di Cristo. Ambrogio applicava la tolleranza zero: non dovevano esserci, a Milano, aree in cui gli eretici ariani potessero stare tranquillamente: tradotto in termini attuali, Ambrogio combatteva le no-go zone. L’integrità di Milano, e della fede, era la priorità del Santo.

 

Nell’iconografia, quindi, il flagello di Ambrogio rappresenta la forza della sua parola e il suo ruolo di pastore deciso nel proteggere il popolo a lui affidato.

 

Eccoci: sconfiggere l’elemento tossico, proteggere il popolo. È esattamente quello che serve oggi a Milano, all’Italia, all’Europa, al mondo. Alla Civiltà – che altro non è se non la Civiltà cristiana.

 

Per questo, preghiamo Ambrogio. Ed agiamo, il prima possibile. Perché nulla potrebbe sopravvivere alla barbarie. Né Milano, né la nostra civiltà, né i nostri figli.

 

Roberto Dal Bosco

 

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Le violenze urbane scatenatesi in Francia hanno provocato la reazione del presidente americano Donald J. Trump che ha dichiarato «La Francia sta bruciando!» su Truth Social. Il vertice dello Stato americano, a differenza di stampa a e politici europei, sembra aver compreso la vera natura dei disordini, e non ha certo paura di dichiararlo.   «L’immigrazione di persone provenienti da un mondo completamente diverso, persone con l’odio nel cuore, ha distrutto quel Paese un tempo glorioso. Chiudete i vostri confini e riprendete il controllo, prima che sia troppo tardi!» ha scritto Trump.   Il vicepresidente JD Vance ha commentato l’escalation di violenza di estrema sinistra su X, affermando: «I progressisti occidentali hanno importato il terzo mondo in Francia e in altri Paesi in nome della diversità e della compassione. Hanno ignorato questioni fondamentali di assimilazione e compatibilità. Era stato detto loro che avrebbe portato a questo, ma non hanno ascoltato».   Le immagini che arrivano da Parigi e dalle altre città francesi sono a dir poco sconcertanti.      

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La stampa locale ha riportato che i rivoltosi hanno saccheggiato 1.500 negozi in diverse grandi città.   «Il mio pensiero va anche ai 1.500 negozi appartenenti a tutte le altre catene di distribuzione e a tutti i commercianti che hanno subito la stessa inaccettabile violenza», ha dichiarato Alexandre Bompard, presidente e amministratore delegato del Gruppo Carrefour, al giornale. Ha affermato che i disordini sociali avrebbero avuto «notevoli conseguenze umane ed economiche».   Il ministro dell’Interno francese Laurent Nuñez ha dichiarato oggi che le rivolte del fine settimana hanno causato il ferimento di oltre 600 tra poliziotti, gendarmi e vigili del fuoco, aggiungendo  che le autorità hanno arrestato più di 2.000 rivoltosi. La fase finale per la Francia si sta rapidamente avvicinando, poiché il suo generoso stato sociale non è più in grado di sostenere l’afflusso di migranti e i servizi si deteriorano.   Accuse si sono rivolte contro il presidente Macron, che mentre il suo Paese andava in fiamme, era con sua moglie a ballare al concerto di Céline Dion.   Come riportato da Renovatio 21, il medesimo momento neroniano si era avuto durante la rivolta etnica delle banlieues  del 2023, quando il presidente era invece a divertirsi al concerto del cantante omosessuale Elton John.  

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Nel suo ridicolo discorso alla nazione in seguito al caos, Macron ha tenuto a separare le legittime rivendicazioni pacifiche dei cittadini dalle azioni dei casseur e dei gruppi radicali «infiltrati». Il problema migratorio non è stato, ovviamente, neanche nominato per isbaglio.   Il declino della Francia, plasticamente reso dalla follia violenta visibile in istrada, è oggi un pensiero nella mente di tutti.  Difficile essere in disaccordo con questo meme: due guerre mondiali hanno fatto meno danni alla Francia che l’immigrazione.    

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Immagine screenshot da Twitter
 
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