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La Turchia espelle i cristiani perché minacciano la sicurezza nazionale

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In Turchia i cristiani vengono espulsi dal Paese con l’accusa di rappresentare una «minaccia alla sicurezza nazionale». Lo riporta LifeSite.

 

Durante la conferenza sui diritti umani tenutasi a Varsavia il 13 ottobre, Lidia Rieder, esperta legale di Alliance Defending Freedom International, ha denunciato che i cristiani sono nel mirino del governo turco. «Classificare i pacifici residenti cristiani come “minacce alla sicurezza” è un evidente abuso del diritto e un attacco alla libertà religiosa», ha dichiarato le Rieder. «Quando i governi manipolano i sistemi amministrativi o di immigrazione per escludere le persone solo per la loro fede, ciò compromette lo stato di diritto e i principi di tolleranza e coesistenza pacifica che l’OSCE è stata creata per difendere».

 

La popolazione turca è composta per circa il 99% da musulmani, con meno dell’1% di cristiani. Sotto il governo autoritario di destra di Recep Erdogan, la Turchia riveste un ruolo geopolitico chiave grazie alla sua posizione strategica tra Europa e Medio Oriente. Sebbene membro della NATO, mantiene stretti legami con paesi musulmani come Qatar e Azerbaigian, che di recente, con il supporto di armi turche, hanno costretto oltre 100.000 cristiani a fuggire dal Nagorno-Karabakh verso l’Armenia.

 

Un comunicato di ADF ha riportato che dal 2020 «più di 200 lavoratori cristiani stranieri e le loro famiglie, circa 350 persone, sono stati espulsi dalla Turchia, molti dei quali residenti da decenni». Il ministero degli Interni ha assegnato a questi individui «codici di sicurezza» come N-82 e G-87, vietandone il rientro e classificandoli come minacce alla sicurezza nazionale.

 

Un rapporto del 2024 della Freedom of Belief Initiative ha confermato le conclusioni di ADF, indicando i cristiani come la minoranza religiosa più perseguitata in Turchia, con oltre 50 episodi di violenza contro di loro dal 2020.

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Interpellata da Fox News Digital, l’ambasciata turca a Washington ha rimandato a una dichiarazione del Centro per il Contrasto alla Disinformazione del Paese, che il 15 ottobre ha respinto le accuse di Rieder, definendole «infondate e parte di una campagna di disinformazione deliberata». «Il rispetto delle fedi e il pluralismo sono elementi essenziali dell’ordine democratico del nostro Paese», si legge. «La Turchia, come ogni Stato sovrano, può adottare decisioni amministrative sui cittadini stranieri per vari motivi, come violazioni dei visti, disturbi dell’ordine pubblico o mancanza di permessi legali».

 

Rieder ha citato il caso Wiest contro Turchia, che sarà esaminato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. Il caso riguarda Kenneth Wiest, un cristiano americano residente legalmente in Turchia per oltre trent’anni, a cui è stato negato il rientro nel 2019 senza prove di illeciti.

 

«I divieti di ingresso e le espulsioni sono sempre più usati per silenziare i lavoratori cristiani stranieri, mentre la formazione teologica rimane fortemente limitata», ha affermato ADF. «Ai seminari protestanti è negato lo status legale, l’educazione biblica è vietata, mentre i corsi di teologia islamica sono permessi sotto supervisione statale. Anche le proprietà ecclesiastiche subiscono restrizioni ingiuste, con comunità come quella protestante di Bursa costrette ad abbandonare luoghi di culto storici».

 

Come riportato da Renovatio 21, in questi anni la Turchia è stata teatro di attacchi contro chiese, come quello nel quartiere Sariyer di Costantinopoli, ascritto all’ISIS. Vi è inoltre il fenomeno di cristiani uccisi in storie su dispute su terreni. La persecuzione anticristiana è parimenti alimentata dall’islam e dal nazionalismo turco.

 

Bombe turche hanno distrutto una chiesa assira nel Nord-Est della Siria tre anni fa. Altri luoghi sacri cristiani, come Santa Sofia (convertita all’Islam alla presenza dell’Erdogano) e Chora (dove sono stati coperti affreschi e mosaici, e dove persino il museo diviene luogo di culto musulmano) a Costantinopoli e la cattedrale di Ani sono divenute moschee.

 

All’inizio di questa settimana, l’organizzazione Aiuto alla Chiesa che Soffre ha pubblicato il rapporto 2025 sulla persecuzione religiosa globale, evidenziando che 5,4 sugli 8 miliardi di persone del pianeta subiscono discriminazioni per le loro convinzioni religiose. Il cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, ha espresso preoccupazione martedì, affermando che «uomini e donne meritano ovunque libertà da ogni forma di coercizione in materia di fede».

 

Come riportato da Renovatio 21, il Parolin ha negato che in Nigeria vi sia in atto una persecuzione di cristiani: quello nigeriano «non è un conflitto religioso, è più un conflitto di tipo sociale, per esempio tra gli allevatori e gli agricoltori», ha dichiarato il segretario di Stato Vaticano, suscitando gli strali di monsignor Carlo Maria Viganò.

 

 

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Immagine dalla chiesa di Santa Irene, Costantinopoli

Immagine di Carole Raddato via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic

 

 

 

 

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Persecuzioni

Il vescovo di Gerusalemme denuncia l’escalation degli attacchi terroristici dei coloni israeliani contro i cristiani

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Un vescovo ausiliare del Patriarcato latino di Gerusalemme si è espresso contro l’impresa illegale degli insediamenti israeliani e le sue crescenti aggressioni violente contro i palestinesi e, più recentemente, contro specifiche città cristiane in Cisgiordania. Lo riporta LifeSite.   Il vescovo William Shomali ha dichiarato a EWTN giovedì scorso che dall’inizio dell’anno «le aggressioni contro i cristiani in Cisgiordania si stanno moltiplicando».   Sebbene la situazione per i cristiani palestinesi fosse stata generalmente «tranquilla» nelle loro zone, inclusa Betlemme, «ora si assiste a una maggiore espansione degli insediamenti e a un aumento delle aggressioni da parte dei coloni (israeliani)», ha lamentato il vescovo.   «Hanno iniziato cacciando gli agricoltori della Zona C dalle loro proprietà», con minacce, aggressioni fisiche e atti di vandalismo, tra cui l’incendio delle loro auto, ha affermato.   «Questa situazione è diventata una vera minaccia per le famiglie cristiane, perché hanno perso il loro sostentamento e la loro fonte di reddito», ha spiegato il vescovo palestinese. Per questo motivo, la Chiesa si impegna a fornire aiuto a queste famiglie per aiutarle a sopravvivere.   Shomali ha inoltre spiegato come in Cisgiordania esistano ormai più di 200 insediamenti israeliani illegali, costruiti su terre palestinesi rubate, e sebbene i palestinesi abitino queste terre dei loro antenati da molti secoli, i coloni sionisti israeliani «credono che tutta la terra di Palestina debba essere ebraica» e che, di conseguenza, i palestinesi debbano essere espulsi dalle loro terre.  

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Taybeh, l’ultima città interamente cristiana della Cisgiordania, ha subito un aumento degli attacchi da parte dei coloni israeliani a partire da giugno dello scorso anno, con una nuova escalation iniziata la scorsa settimana quando questi terroristi hanno fatto irruzione e saccheggiato una fabbrica di cemento e una cava nella parte più occidentale della città.   Come riportato da Vatican News, da giovedì mattina scorso gli invasori hanno preso il controllo della proprietà e vi hanno celebrato riti talmudici e preghiere, issando una bandiera israeliana sulla sommità di uno dei serbatoi di stoccaggio della struttura.     Mentre gli occhi del mondo sono puntati sulla guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran, queste escalation si sono intensificate nel fine settimana, quando centinaia di coloni terroristi israeliani hanno preso d’assalto diverse città palestinesi in Cisgiordania, incendiando case, cliniche mediche e veicoli, lanciando molotov, vandalizzando proprietà, perpetrando aggressioni fisiche, tra cui una ferita da arma da fuoco e una frattura cranica, e imbrattando i muri con graffiti razzisti.  

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Una vittima, la cui casa è stata data alle fiamme, ha raccontato a Middle East Eye (MEE): «Hanno bruciato tutto, mandato in frantumi le finestre e il fuoco ha consumato tutti i mobili».   «Hanno addirittura divelto le tegole del tetto e lanciato molotov attraverso il tetto e le finestre, e la casa è immediatamente esplosa in fiamme», ha detto.   Più di 200 terroristi israeliani hanno partecipato a un attacco alla città di al-Fandaqumiya e, a giudicare da come i diversi gruppi si sono sparsi per la città, un testimone ha affermato che l’attacco sembrava organizzato.   «Hanno attaccato improvvisamente le case e bruciato tutti i veicoli che trovavano. Hanno bruciato l’auto di un medico che era in visita in città e anche l’autobus di un vicino», ha raccontato a MEE il residente Sami Azzam.   «Hanno lanciato delle bombe molotov contro la casa di un altro vicino, provocando un incendio che l’ha completamente distrutta», ha raccontato.

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  Dopo il ritiro dei terroristi coloni dalla città di Silat al-Dhahr, l’esercito israeliano è arrivato ma ha chiuso l’ingresso principale del villaggio, impedendo ai vigili del fuoco e alle ambulanze di raggiungere le case in fiamme e i feriti.   A conferma della gravità di questi attacchi in escalation, alcuni funzionari governativi israeliani, sia in carica che in pensione, hanno denunciato sia questo continuo «terrorismo ebraico» inflitto al popolo palestinese dai coloni israeliani, sia il governo israeliano che chiude un occhio, o addirittura protegge, le attività criminali dei terroristi ebrei radicali.   La scorsa settimana la deputata israeliana Meirav Cohen ha pronunciato un discorso alla Knesset condannando il «terrorismo ebraico» che si sta intensificando in Cisgiordania, dove «i villaggi vengono attaccati, le comunità vengono cacciate dalle loro case con premeditazione, le pecore vengono macellate, i frutteti bruciati e le persone vengono attaccate per il semplice fatto di essere arabe».   «È terrorismo, ed è terrorismo ebraico», ha affermato la signora Cohen, accusando inoltre i funzionari del governo israeliano di facilitarlo attraverso l’occultamento, l’incoraggiamento o assicurandosi che «i terroristi non vengano arrestati; tutte queste persone sono responsabili di questo terrorismo non meno dei terroristi che operano dalle colline». «Il silenzio è sporcizia. Questo fenomeno inaccettabile deve essere fermato», ha concluso.   Inoltre, alla fine di gennaio, l’ex ministro della Difesa israeliano Moshe Yaalon ha condannato i «pogromisti ebrei che attaccano i palestinesi» in Cisgiordania, lamentando che «nessun terrorista ebreo è stato arrestato» per aver commesso questi crimini in corso.   Ha avvertito che «l’ideologia della ‘supremazia ebraica’… è diventata dominante nel governo israeliano, (e) ricorda la teoria razziale nazista» che, con la violenza esercitata contro i palestinesi, sta trasformando la nazione in «giudeo-nazisti».  

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Infine, insieme ad altri funzionari israeliani che si sono espressi contro queste atrocità, l’ex primo ministro Ehud Olmert ha avvertito il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu nel luglio 2024 che sarebbe stato arrestato e processato. Olmert ha accusato Netanyahu di permettere questi crimini in corso, perpetrati da «rivoltosi che sono cittadini israeliani, che odiano gli arabi» e che li commettono contro i palestinesi «con la chiara intenzione di cacciarli dalle loro case e dai villaggi in cui hanno vissuto per tutta la vita».   Secondo l’Autorità Palestinese, sei palestinesi sono stati uccisi da colpi d’arma da fuoco in attacchi terroristici perpetrati dai coloni in Cisgiordania a partire dal 1° marzo 2026.   Inoltre, dall’inizio della guerra a Gaza nell’ottobre 2023, questi attacchi terroristici israeliani sono aumentati drasticamente, con i dati del ministero della Salute palestinese che riportano 1.050 palestinesi uccisi in Cisgiordania dalle truppe israeliane o dalla violenza dei coloni.   A seguito di questi orribili attacchi contro i palestinesi autoctoni avvenuti nel fine settimana, Middle East Eye riferisce che «non è stato effettuato alcun arresto».   Le persecuzioni anticristiane in Israele sono diventate mainstream negli ultimi mesi grazie alla copertura mediatica di personaggi come Tucker Carlson, che l’ha denunciata in più occasioni recandosi fisicamente in Giordania.   Come riportato da Renovatio 21, continui attacchi dei coloni giudei terrorizzano le cittadine cristiane della Cisgiordania come Taybeh, i cui sacerdoti chiesero aiuto durante l’assedio di mesi fa.

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L’annessione della Cisgiordaniaconsiderata come il vero premio per Israele dell’attuale crisi, è nei progetti dello Stato Ebraico da tempo. Incursioni militari si sono viste a inizio anno a seguito dell’esplosione di alcuni autobus, e poco prima erano stati effettuati raid aerei con relativa strage a Tulkarem. Due anni fa si ebbe l’episodio dei commando israeliani che entrarono in un ospedale cisgiordano travestiti da donna.   A febbraio 2024 ministri del gabinetto Netanyahu si trovarono ad un convegno che celebrava la colonizzazione celebrato con balli sfrenati su musica tunza-tunza.   In una strana umiliazione inflitta agli USA, due mesi fa il Parlamento israeliano (la Knesset) aveva votato per la «sovranità» sionista sulla Cisgiordania proprio mentre era in visita il vicepresidente americano JD Vance, che disse di sentirsi «insultato» dalla «stupida trovata». Trump ha dichiarato quindi che toglierà i fondi ad Israele qualora annettesse la Cisgiordania. Il presidente americano, contrariamente a quanto auspicato da ministri sionisti all’epoca della sua elezione, non sembra voler concedere allo Stato Giudaico l’anschluss di quella che gli israeliano chiamano «Giudea e Samaria».  

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Frammento di missile iraniano colpisce vicino al Monte del Tempio a Gerusalemme

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Venerdì, parte di un missile iraniano ha colpito un’area vicino al Monte del Tempio a Gerusalemme, uno dei luoghi più sacri per musulmani, cristiani ed ebrei.

 

Le immagini mostrano un frammento di missile, proveniente da un missile iraniano abbattuto, cadere a circa 400 metri dal sito religioso nella Città Vecchia di Gerusalemme.

 

L’Iran ha lanciato nove salve di missili balistici contro Israele dalle prime ore di venerdì mattina fino a notte fonda, almeno tre dei quali sembravano essere dotati di testate a grappolo, danneggiando case e ferendo leggermente alcuni residenti, mentre Israele ha reso noti i nomi di diversi funzionari iraniani uccisi nei giorni scorsi.

 

Frammenti di un missile intercettato sono caduti nella Città Vecchia di Gerusalemme, danneggiando un parcheggio nel quartiere ebraico, a circa 400 metri dal Muro Occidentale e dal complesso della moschea di Al-Aqsa sul Monte del Tempio.

 

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Non sono stati segnalati feriti.

 

Un uomo presente sul posto ha documentato l’impatto in un altro video.

 

 

Il Monte del Tempio riveste un’importanza fondamentale per il cristianesimo ed è uno dei luoghi sacri più importanti sia per gli ebrei che per i musulmani; l’attacco è avvenuto proprio mentre la festività islamica di Eid al-Fitr segna la fine del Ramadano.

 

«Gerusalemme è un simbolo globale di santità; danneggiare l’area in cui si trovano i luoghi sacri dell’ebraismo, del cristianesimo e dell’islam è un atto grave e inaccettabile», ha dichiarato in un comunicato il rabbino del Muro Occidentale Shmuel Rabinowitz, dopo la caduta di frammenti nella Città Vecchia all’inizio di questa settimana. «Il mondo intero riconosce che i luoghi sacri devono rimanere al di fuori di qualsiasi conflitto», ha aggiunto.

 

L’episodio ha fatto pensare tuttavia alle recenti parole di un altro rabbino, Yosef Mizrachi, che in un video ampiamente circolato in rete invoca un’operazione sotto falsa bandiera per distruggere la moschea di Al-Aqsa.

 

 

 

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«I missili colpiranno la moschea e spianeranno il terreno per la costruzione del Monte del Tempio ebraico. Se fosse dipeso da me, l’ultima volta che hanno lanciato centinaia di missili, avrei finto che uno di essi provenisse dall’Iran e l’avrei abbattuto» dice il rabbino.

 

La moschea di Al-Aqsa a Gerusalemme è il terzo luogo più sacro dell’Islam, dopo la Kaaba (la pietra nera) alla Mecca e la Moschea del Profeta a Medina. Il suo nome deriva dal Corano (Sura al-Isra’ 17:1), che descrive il viaggio notturno (Isra’ e Mi’raj) del profeta Maometto, che secondo il credo musulmano fu trasportato miracolosamente dalla Mecca ad Al-Aqsa, lì guidò in preghiera tutti i profeti precedenti, poi ascese al cielo.

 

La Moschea è al contempo al centro della guerra teologica di Israele, che ritiene che il Terzo Tempio, legato all’arrivo del messia giudaico, debba essere costruito proprio dove ora è al-Aqsa.

 

Come riportato da Renovatio 21, quest’anno Israele ha rifiutato di aprire la moschea per la festa di fine Ramadano, Eid al Fitr.

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Israele rifiuta di riaprire la moschea di Al-Aqsa per la fine del Ramadano

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La moschea di Al-Aqsa, uno dei siti più sacri per i musulmani a Gerusalemme, è rimasta chiusa dalle autorità israeliane, nonostante i musulmani di tutto il mondo stiano celebrando l’Eid al-Fitr, l’ultimo venerdì del Ramadano che segna la fine del digiuno.   Il complesso è stato chiuso durante l’attuale guerra con l’Iran e, per la prima volta dal 1967, ai fedeli non è stato concesso di celebrare la festività in quel luogo.   Venerdì, decine di persone si sono radunate a Gerusalemme per pregare, ma i loro tentativi di avvicinarsi alle porte della Città Vecchia sono stati respinti con gas lacrimogeni dalle forze di sicurezza israeliane dislocate ai posti di blocco, come documentano le immagini girate sul posto.  

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Il 28 febbraio, Israele ha imposto restrizioni all’accesso alla Città Vecchia, incluso il complesso della moschea di Al-Aqsa, motivandole con ragioni di sicurezza in concomitanza con l’attacco congiunto contro l’Iran da parte di Israele e Stati Uniti. La moschea resta inaccessibile mentre il conflitto entra nella sua quarta settimana. All’inizio di marzo, un gruppo di otto nazioni a maggioranza musulmana – Egitto, Giordania, Indonesia, Pakistan, Qatar, Turchia, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti – ha diffuso una dichiarazione congiunta di condanna per la chiusura.   «Le restrizioni di sicurezza all’accesso alla Città Vecchia di Gerusalemme e ai suoi luoghi di culto, unitamente alle restrizioni di accesso discriminatorie e arbitrarie agli altri luoghi di culto nella Città Vecchia, costituiscono una flagrante violazione del diritto internazionale», ha affermato il gruppo, sottolineando che Israele «non ha alcuna sovranità su Gerusalemme occupata o sui suoi luoghi sacri islamici e cristiani».   Con l’approssimarsi della Pasqua, le misure di sicurezza imposte da Israele nella Città Vecchia mettono a rischio anche le celebrazioni cristiane. La Chiesa del Santo Sepolcro, il luogo più sacro del cristianesimo, rimane inaccessibile, alimentando timori per la cerimonia del Fuoco Santo, un rito ortodosso di grande importanza che si svolge ogni anno il Sabato Santo.   Come riportato da Renovatio 21, la cerimonia del fuoco sacro subisce restrizioni da parte dello Stato Ebraico che le chiese definiscono «irragionevoli».   Quest’anno la cerimonia è prevista per l’11 aprile e non è ancora chiaro se ai gerarchi cristiani e ai fedeli sarà permesso l’accesso alla chiesa. Per i cristiani ortodossi, l’impossibilità di ottenere il Fuoco Sacro è considerata un cattivo presagio e potenzialmente un segnale dell’avvicinarsi della fine dei tempi.   Come riportato da Renovatio 21, quattro anni fa emersero immagini preoccupanti di un raid delle forze israeliane nella Moschea di Al-Aqsa, dove rimasero feriti molti fedeli musulmani palestinesi.

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La moschea di Al-Aqsa a Gerusalemme è il terzo luogo più sacro dell’Islam, dopo la Kaaba (la pietra nera) alla Mecca e la Moschea del Profeta a Medina. Il suo nome deriva dal Corano (Sura al-Isra’ 17:1), che descrive il viaggio notturno (Isra’ e Mi’raj) del profeta Maometto, che secondo il credo musulmano fu trasportato miracolosamente dalla Mecca ad Al-Aqsa, lì guidò in preghiera tutti i profeti precedenti, poi ascese al cielo.   Per i musulmani rappresenta un simbolo di unità profetica, santità e connessione divina. Fu la prima qibla (direzione della preghiera) prima di volgersi verso la Mecca.   Oggi è al centro del complesso del Monte Majid, detto anche al-Haram al-Sharif (il «Nobile Santuario»), considerato benedetto e vicino al paradiso. Rappresenta fede, identità e resistenza per i musulmani, specialmente palestinesi, e suscita profonda emozione globale quando la sua integrità è minacciata.  

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