Economia
L’AI potrebbe spazzare via 100 milioni di posti di lavoro nei soli USA
Un rapporto pubblicato lunedì dal senatore americano Bernie Sanders evidenzia che l’intelligenza artificiale e le tecnologie di automazione rappresentano una minaccia per circa 100 milioni di posti di lavoro negli Stati Uniti nei prossimi dieci anni.
Il rapporto sottolinea che i disagi colpiranno in modo trasversale sia le professioni impiegatizie sia quelle manuali.
Secondo Sanders, membro di spicco della Commissione del Senato per la salute, l’istruzione, il lavoro e le pensioni, l’intelligenza artificiale e l’automazione potrebbero sostituire il 40% degli infermieri diplomati, il 47% degli autotrasportatori, il 64% dei contabili, il 65% degli assistenti didattici e l’89% dei lavoratori dei fast food.
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«La rivoluzione agricola si è sviluppata nell’arco di migliaia di anni. La rivoluzione industriale ha richiesto più di un secolo», si legge nel rapporto. «Il lavoro artificiale potrebbe rimodellare l’economia in meno di un decennio».
L’avvertimento si scontra con la posizione dell’amministrazione Trump, che promuove la leadership statunitense nello sviluppo dell’intelligenza artificiale, sostenendo che perdere la corsa tecnologica contro la Cina rappresenterebbe una minaccia per la sicurezza nazionale.
In un editoriale per Fox News pubblicato insieme al rapporto, Sanders ha messo in discussione le motivazioni dietro questi massicci investimenti, osservando che «alcune delle persone più ricche del mondo», come Elon Musk, Larry Ellison, Mark Zuckerberg e Jeff Bezos, stanno destinando centinaia di miliardi alla tecnologia.
Il senatore statunitense sedicente socialista ha avvertito che «l’intelligenza artificiale e la robotica sviluppate oggi da questi multimiliardari consentiranno alle aziende americane di eliminare decine di milioni di posti di lavoro dignitosamente retribuiti, tagliare i costi del lavoro e aumentare i profitti».
Sanders ha sostenuto che la tecnologia viene utilizzata principalmente per incrementare i profitti aziendali e concentrare la ricchezza, citando casi di dirigenti che hanno annunciato investimenti significativi nell’automazione, accompagnati da licenziamenti di massa e altre misure di riduzione dei costi.
Il senatore ha evidenziato che i lavoratori nei settori manifatturiero, dei trasporti su strada e dei servizi di taxi saranno particolarmente colpiti, a causa dei rapidi progressi nei progetti di guida autonoma da parte di case automobilistiche e aziende tecnologiche.
Ha inoltre espresso scetticismo sul fatto che l’obiettivo di queste innovazioni sia migliorare la condizione del «60% della nostra popolazione che vive di stipendio in stipendio», ritenendo invece che il vero scopo sia che «investire nell’intelligenza artificiale e nella robotica aumenterà esponenzialmente la loro ricchezza e il loro potere».
Questa tendenza è già evidente: grandi aziende americane come Amazon e Walmart hanno eliminato decine di migliaia di posti di lavoro intensificando l’automazione.
Uno studio del 2019 dell’Harvard Business Review, stimava che il 10% dei posti di lavoro negli Stati Uniti sarebbe stato automatizzato nel 2021. Un altro studio del colosso internazionale della consulenza McKinsey stimava che quasi la metà di tutti i posti di lavoro negli Stati Uniti potrebbe essere automatizzato nel prossimo decennio.
«Le persone vogliono rimuovere la manodopera» aveva affermato in tranquillità un l’amministratore delegato di una società di robotica a Bloomberg l’anno scorso.
Come riportato da Renovatio 21, la scorsa estate si era detto che il Bild, il tabloid tedesco di proprietà e gestito dalla principale casa editrice europea Axel Springer, aveva in piano di sostituire oltre un centinaio di lavori editoriali umani con l’Intelligenza Artificiale.
A maggio il CEO di IBM Arvind Krishna aveva affermato che la società prevede di sospendere le assunzioni per ruoli che ritiene possano essere sostituiti con l’Intelligenza Artificiale nei prossimi anni. Di conseguenza, le assunzioni nelle funzioni di back-office, come le risorse umane, saranno sospese o rallentate, ha detto Krishna in un’intervista. Tali impieghi non rivolti al cliente ammontano a circa 26.000 lavoratori, ha affermato Krishna. «Potrei facilmente vedere il 30% di questi essere sostituiti dall’Intelligenza Artificiale e dall’automazione in un periodo di cinque anni». A conti fatti, ciò significherebbe la perdita di circa 7.800 posti di lavoro.
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Come riportato da Renovatio 21, IBM aveva già lavorato con il colosso del fast food McDonald’s per la sostituzione dei dipendenti con robot. Nei ristoranti gli esperimenti di soppressione della manodopera umana vanno avanti da un po’.
Autisti, giornalisti, piloti di aereo, trader finanziari, giornalisti, stilisti, artisti, autisti, medici, insegnanti, persino psicanalisti e soldati. Nessuno è al riparo dalla disruption dell’automazione, la potenza socialmente distruttiva (ma, per pochi, economicamente conveniente) della sostituzione dell’uomo con la macchina.
Come riportato da Renovatio 21, l’IA ha attaccato anche Hollywood, e il recente sciopero di attori e sceneggiatori era percorso anche da questa paura – a breve per fare film fotorealistici non vi sarà più bisogno di esseri umani.
Le macchine stanno davvero sostituendoci. È una verità, ormai, incontrovertibile, ed è pure il modo più solare di pensare alla trasformazione in corso: perché là fuori in molti sono convinti che l’AI annienterà gli esseri umani.
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Economia
Jaguar Land Rover taglierà 4.000 posti di lavoro
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Economia
Volkswagen licenzia 100.000 lavoratori: «ristrutturazione»
Il più grande gruppo automobilistico europeo, Volkswagen, si prepara a sopprimere circa 100.000 posti di lavoro a livello mondiale, dopo l’intesa tra vertici e sindacati su un ulteriore taglio di 50.000 posizioni entro la fine del decennio, come comunicato dall’azienda. Si tratterebbe di circa un settimo della forza lavoro globale.
Il megataglio, che riguarda anche fabbriche italiani come quella della Ducati, che è di proprietà del colosso germanico dell’automotive, era stato annunziato ancora a giugno, ma era con evidenza nell’aria da ancora più di tempo, con licenziamenti di massa pianificati ancora due anni fa, e l’amministratore delegato che dichiarava che l’azienda non poteva più continuare come prima.
Come gran parte dell’industria tedesca, Volkswagen affronta una crisi finanziaria e operativa pesante, con margini di profitto in forte calo. L’amministratore delegato Oliver Blume ha indicato tra le cause principali l’interruzione delle forniture energetiche russe e la crescente concorrenza cinese.
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La portata della ristrutturazione segna una svolta netta per un’impresa a lungo vista come emblema della potenza industriale della Germania. L’azienda aveva già avviato un piano di riduzione di circa 50.000 posti nei marchi principali, Audi, Porsche e nella controllata software CARIAD, soprattutto tramite uscite volontarie e pensionamenti anticipati. Il nuovo piano di fatto raddoppia quella cifra.
Se applicato per intero, il piano di riduzione del personale, con la perdita di circa 100.000 posti, sarebbe il più ampio ridimensionamento mai attuato da una casa automobilistica globale. Volkswagen occupa circa 650.000 persone nel mondo.
I tagli non si fermano al personale. Il gruppo ha ammesso che gli impianti europei hanno una capacità di oltre 500.000 veicoli all’anno superiore alla domanda attuale. Resta incerto il destino degli stabilimenti di Hannover, Emden, Zwickau e Neckarsulm una volta conclusi, tra il 2031 e il 2034, i programmi di produzione in corso. Per i quattro siti non sono ancora stati individuati modelli sostitutivi competitivi.
L’azienda sta rivedendo al ribasso anche altre ambizioni. La gamma di modelli sarà dimezzata e gli investimenti e la spesa in ricerca per il periodo 2027-2031 sono stati limitati a 135 miliardi di euro. Volkswagen si riorganizza puntando a vendite annue di circa 9 milioni di veicoli e a un margine operativo del 9% entro il 2030.
Colpita dai dazi statunitensi e da una domanda altalenante di auto elettriche, la maggiore casa automobilistica europea si trova in difficoltà su più fronti. In patria la crisi è stata aggravata dal rialzo dei costi energetici, dopo che Berlino ha abbandonato il gasdotto russo a basso costo in seguito all’escalation del conflitto in Ucraina nel 2022, ricorrendo sempre più a importazioni di GNL più onerose, anche dagli Stati Uniti.
Lo shock energetico ha giocoforza eroso il vantaggio competitivo che per decenni aveva caratterizzato la manifattura tedesca. Il Paese ha poi registrato due anni consecutivi di contrazione economica, seguiti da una crescita debole, con le imprese manifatturiere costrette a tagliare produzione, investimenti e occupazione. Due mesi fa l’Istituto di Ricerca Economica di Halle (IHW) aveva esposto dati che registravano il numero più alto di fallimenti aziendali degli ultimi venti anni.
Nel frattempo Volkswagen ha perso posizioni in Cina (dove aveva impianti di produzione in Xinjiang, la turbolenta provincia uigura dove il governo cinese è accusato di utilizzare il lavoro forzato), un tempo il suo mercato principale, a favore di concorrenti locali come BYD e Geely. Le case automobilistiche cinesi si sono inoltre espanse rapidamente in Europa, aumentando la pressione su Volkswagen, che fatica a rendere i propri veicoli elettrici competitivi per prezzo e costi. In Europa, BYD e altri marchi cinesi come Chery, SAIC e Leapmotor hanno tutti raddoppiato la loro quota di mercato nell’ultimo anno.
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Come riportato da Renovatio 21, mesi fa VW affrontò la crisi dei chip dopo che l’Olanda aveva sequestrato una fabbrica cinese. Allo stesso tempo si parlò di una crisi di liquidità della grande società germanica.
Il gruppo ha progressivamente ridotto la produzione in Germania. Lo scorso dicembre ha interrotto la produzione di veicoli nello stabilimento di Dresda: per la prima volta in novant’anni di storia un impianto tedesco dell’azienda ha sospeso la fabbricazione di automobili.
Come riportato da Renovatio 21, BMW ha dichiarato il mese scorso che taglierà 8.000 posti di lavoro. Anche BASF, Bosch, Continental e altri grandi produttori tedeschi hanno chiuso o ridimensionato i propri siti negli ultimi anni.
Ora il destino del colosso automobilistica sembra essere quello di tornare ad una piena produzione di armi come ai tempi di Adolfo Hitler. Per un bizzarro, ma non inspiegabile, ricorso storico, ora VW valuta un accordo per la fornitura di armi ad Israele, con il governo tedesco che ha dato semaforo verde per un patto col produttore di armi israeliano Rafael.
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Immagine di Daniel Zimmermann via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-ND 2.0
Economia
Uber abbandona l’Africa
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