Sorveglianza
Starmer annuncia l’obbligo di ID digitale con il pretesto di contrastare l’immigrazione illegale
Il primo ministro britannico Keir Starmer sarebbe pronto a introdurre l’obbligo dell’identità digitale per tutti i cittadini adulti del Regno Unito, utilizzando l’immigrazione illegale come principale leva politica. Secondo il Tony Blair Institute for Global Change, il 62% dei britannici sarebbe favorevole a programmi di identità digitale, un dato che sta alimentando il dibattito pubblico e politico.
Come riportato da Renovatio 21, il controverso ex premier britannico Tony Blair (che si diceva, poteva prendere il posto di Klaus Schwab a Davos) è da anni al centro di iniziative per il controllo digitale della popolazione, dai passaporti vaccinali ai chip biometrici alla censura sui social.
Secondo quanto riportato dalla stampa britannica, entro venerdì il governo annuncerà un programma di identità digitale obbligatorio. Il Tony Blair Institute, nel suo recente rapporto «È ora dell’identità digitale: un nuovo consenso per uno Stato che funziona» (settembre 2025), sottolinea: «Un sistema di identificazione digitale moderno e ben progettato può ostacolare i fattori che determinano l’immigrazione illegale, rendendo più difficile lavorare o risiedere illegalmente nel Regno Unito».
Il rapporto, pubblicato mercoledì, utilizza la crescente frustrazione dell’opinione pubblica sull’immigrazione illegale come argomento chiave per promuovere l’adozione obbligatoria di identità digitali. Tuttavia, un’analisi del sondaggio commissionato dal Blair Institute e condotto da Yonder Consulting rivela che le domande poste non menzionano mai l’obbligatorietà del sistema.
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Il sondaggio chiede genericamente se i cittadini sosterrebbero «l’introduzione» di un sistema di identità digitale, senza specificare se questo debba essere obbligatorio. «Una ‘superapp’ di identificazione digitale dovrebbe diventare il progetto di punta del governo, un simbolo di cambiamento tangibile e dello Stato reinventato in azione», si legge nel rapporto.
Il Blair Institute sostiene che «l’identità digitale è il fondamento di un nuovo sistema che porta equità, controllo e comodità nelle interazioni quotidiane delle persone tra loro e con lo Stato». Tuttavia, i critici sottolineano che il sondaggio non affronta direttamente il tema dell’obbligatorietà, concentrandosi invece su questioni generiche come l’utilità di un’«app governativa» per servizi pubblici o la gestione delle buche stradali. Solo alla fine viene chiesto ai partecipanti se sosterrebbero un sistema di identità digitale, senza menzionare imposizioni.
«Una ricerca sull’opinione pubblica commissionata dal Tony Blair Institute, pubblicata per la prima volta in questo documento, mostra che l’ID digitale gode del sostegno della maggioranza tra il pubblico britannico, con il 62 percento a favore e solo il 19 percento contrario» scrive il rapporto. Tuttavia, il dato appare fuorviante, poiché l’obbligatorietà non è mai stata esplicitamente proposta agli intervistati.
Le preoccupazioni sull’identità digitale non si limitano al dibattito sull’immigrazione. Come ammesso blandamente in un un rapporto del World Economic Forum del 2018, «questa identità digitale determina a quali prodotti, servizi e informazioni possiamo accedere o, al contrario, cosa ci è precluso».
È ovvio, quindi, che tale sistema obbligatorio di identificazione potrebbe trasformarsi in uno strumento di controllo, limitando l’accesso a servizi, conti bancari o informazioni in base al rispetto di norme, leggi o narrazioni ufficiali.
L’immigrazione illegale sembra essere il «cavallo di Troia» per giustificare l’introduzione di un sistema di identità digitale obbligatorio, una strategia che alcuni analisti collegano al modello problema-reazione-soluzione. Creando un problema (l’immigrazione incontrollata), si genera una reazione pubblica che spinge verso la soluzione predefinita (l’identità digitale).
Da semplice strumento di comodità, l’ID digitale può trasformarsi rapidamente in uno strumento di tirannia. Questo è il destino di ogni emergenza postaci negli anni: il cambiamento climatico, le elezioni o gli obblighi sanitari sono tutti mirati a portare a restrizioni significative e controllo sempre più capillare, persino biologico, della popolazione umana.
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Internet
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Sorveglianza
Rapporto DSA della UE: le aziende Big Tech complici della censura
L’UE ha pubblicato una vasta serie di rapporti che descrivono le misure adottate da aziende di social media come TikTok e Meta per adeguarsi al Digital Services Act (DSA). I rapporti mostrano l’ampiezza della censura richiesta per restare nelle grazie di Bruxelles.
In base al «Codice di condotta volontario sulla disinformazione» della Commissione Europea, le maggiori piattaforme online operanti nell’UE devono presentare relazioni semestrali sulle misure adottate per contrastare la cosiddetta «disinformazione». L’adesione al codice è definita «volontaria», ma chi non lo rispetta è soggetto a sanzioni ai sensi del DSA, in vigore dal 2023.
Mercoledì la Commissione ha pubblicato i rapporti di Meta, TikTok, Google, Twitch e di oltre una ventina di altre piattaforme. Ogni rapporto si estende per centinaia di pagine e descrive le restrizioni alla libertà di espressione e le politiche di censura introdotte su richiesta dell’UE.
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Tra queste ci sono i limiti alla libertà di espressione politica in prossimità delle elezioni, imposti dall’UE in ogni importante consultazione europea dal 2024, con il pretesto di contrastare le «interferenze russe». Secondo i documenti pubblicati all’inizio di quest’anno dalla Commissione Giustizia della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, tali misure sono state usate quasi sempre «per svantaggiare i partiti politici conservatori o populisti».
Nel suo rapporto TikTok ha ammesso di aver rimosso quest’anno oltre mezzo milione di post legati alle elezioni in Bulgaria, Cipro, Danimarca, Ungheria, Malta, Portogallo e Slovenia.
Ogni rapporto è lungo centinaia di pagine e tutte le principali aziende di social media hanno ammesso di affidarsi ormai ai fact-checker (i famigerati «verificatori di fatti») approvati dall’UE per controllare i contenuti sulle proprie piattaforme. Meta ha spiegato di declassare automaticamente i contenuti segnalati dai verificatori di fatti, mentre YouTube ha dichiarato di aver addestrato modelli di intelligenza artificiale per rimuovere in anticipo i contenuti che ritiene possano violare le regole di questi gruppi.
Numerosi report precisano che sono le piattaforme stesse a pagare lo stipendio dei verificatori di fatti. Questi ultimi hanno segnalato oltre 14 milioni di post su Facebook solo nei primi sei mesi di quest’anno.
Ogni piattaforma di social media ha dedicato un capitolo del proprio rapporto al conflitto tra Russia e Ucraina, e Facebook ha sottolineato che tutti i post relativi al conflitto sono sottoposti a monitoraggio per «disinformazione e notizie false» da parte di verificatori di fatti filo-UE.
Le testate giornalistiche russe sono escluse da Facebook, mentre quelle ucraine possono operare e Kiev è autorizzata a raccogliere fondi sulla piattaforma. Nonostante menzioni la «disinformazione» più di una dozzina di volte, il DSA non ne fornisce una definizione.
La censura in Europa aveva subito un’accelerazione decisiva la scorsa estate, quando sulla scia delle elezioni europee, i vertici dell’Unione stanno lavorando per rendere ancora più controverso il DSA, che molti osservatori hanno definito come una legge di censura radicale.
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L’Unione Europea ha iniziato a far leva sul DSA per intensificare la repressione di quella che definisce «disinformazione» sullecampagne di vaccinazione.
L’espansione delle maglie della censura da parte dell’Europa è risalente, e ha trovato fiato soprattutto durante gli anni pandemici, nei quali sono stati mandati avanti appalti per la realizzazione elettronica del sistema.
Come riportato da Renovatio 21, Elon Musk due anni fa aveva raccontato che X (già Twitter) ha respinto la richiesta di Bruxelles di censurare segretamente le opinioni sulla piattaforma, ricevendone in risposta una persecuzione ai sensi del DSA.
Come riportato da Renovatio 21, l’Europa si sta scagliando contro i colossi della pornografia web con il pretesto della protezione dei minori ma con il fine, nemmeno tanto dissimulato, di introdurre sistemi di identificazione digitale di precisione per tutti i cittadini, il famoso portafoglio UE.
Sullo sfondo, l’avvio dell’euro digitale, la piattaforma di controllo che ingollerà mezzo milione di europei comandandone per sempre le esistenze. Il credito sociale della Repubblica Popolare Cinese al confronto sembrerà una mite misura liberale.
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Intelligence
«Stasi 2.0»: Merz vuole una polizia segreta
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