Connettiti con Renovato 21

Geopolitica

330° giorno di guerra

Pubblicato

il

– Il governo dell’Ucraina ha presentato alla Verkhovna Rada (il Parlamento unicamerale ucraino) una legge volta a vietare la Chiesa Ortodossa Ucraina che fino allo scorso marzo si riconosceva subordinata al Patriarcato di Mosca.

 

– Il direttore della CIA William Burns ha visitato Kiev ed ha incontrato Zelensky per condividere le informazioni in suo possesso sui piani dei Russi nei prossimi mesi.

 

– Il capo del Pentagono Lloyd Austin nel suo discorso alla base di Ramstein ha affermato che il conflitto in Ucraina sta arrivando a un punto di svolta.

 

– Gli USA sostengono l’Ucraina nel tentativo di «recuperare i territori» con ogni mezzo. Lo ha affermato il vice segretario stampa del Pentagono Singh, commentando le pubblicazioni dei media sull’intenzione di Washington di sostenere attacchi in Crimea.

 

– Il Pentagono ha pubblicato l’elenco di armi incluse nel nuovo pacchetto di assistenza militare all’Ucraina.

– Munizioni per il sistema di difesa aerea NASAMS;
– 8 sistemi di difesa aerea a corto raggio AN / TWQ-1 Avenger;
– 59 veicoli da combattimento di fanteria M2 Bradley con 590 missili anticarro TOW e 295.000 munizioni da 25 mm;
– 90 veicoli corazzati Stryker;
– 53 veicoli blindati MRAP;
– 350 veicoli corazzati HMMWV;
– 20.000 proiettili di artiglieria da 155 mm;
– Circa 600 proiettili Excalibur M982 ad alta precisione da 155 mm;
– 95.000 proiettili di artiglieria da 105 mm;
– 11.800 mine di mortaio da 120 mm;
– Munizioni aggiuntive per HIMARS;
– 12 veicoli di trasporto e ricarica;
– 22 veicoli corazzati con sistemi anticarro TOW;
– missili aggiuntivi AGM-88 HARM;
– circa 2.000 missili anticarro;
– più di 3.000.000 di cartucce per armi leggere;
– attrezzature di smantellamento per la distruzione di ostacoli;
– mine antiuomo M18 Claymore;
– dispositivi per la visione notturna;

 

– Il governo tedesco smentisce le indiscrezioni secondo cui Scholz avrebbe condizionato la fornitura di Leopard all’ Ucraina alla fornitura di Abrams da parte USA.

 

– La moglie di Zelens’kyj al WEF ha consegnato alla delegazione cinese una lettera di Zelens’kyj a Xi Jinping, in cui lo invita al dialogo, scrive the Wall Street Journal. Al WEF, la Cina è rappresentata dal vice primo ministro Liu He. Dall’inizio del conflitto Xi Jinping non ha mai incontrato Zelens’kyj e non gli ha parlato al telefono.

 

– Nel 2022 i principali partner commerciali della Russia sono stati Cina, Turchia, Olanda, Germania e Bielorussia. il commercio con la Cina ha segnato + 28%, con la Turchia + 84%, con l’Olanda – 0,1%, con la Germania -23% e con la Bielorussia + 10%.

 

– Meno del 9% delle aziende con sede nei paesi della UE e del G7 ha lasciato la Russia dall’inizio della guerra, la maggior parte continua a lavorare nella Federazione Russa, secondo un sondaggio condotto dall’Università Svizzera di San Gallo.

 

– Secondo il Center for Energy and Clean Air Research, i ricavi delle esportazioni di combustibili fossili della Russia sono diminuiti del 17% m/m a dicembre e si prevede che diminuiranno ulteriormente del 23% o, secondo al Financial Times, addirittura del 45% rispetto al 2023.

 

– Nel 2022 la popolazione tedesca ha raggiunto 83,4 milioni, aumentando di 1,1 milioni, grazie a circa 1,4 milioni di immigrati. I profughi ucraini accolti in Germania sono stati circa un milione.

 

– Teheran, nonostante gli ottimi rapporti con Mosca, non riconosce l’adesione delle nuove regioni alla Russia, ha affermato il ministro degli Esteri iraniano.

 

– I negoziati tra il presidente russo Vladimir Putin e il leader turkmeno Serdar Berdimuhamedov hanno portato alla ripresa della costruzione del gasdotto Turkmenistan-Afghanistan-Pakistan-India (TAPI), che potrebbe diventare un’alternativa all’alleanza trilaterale del gas di Russia, Kazakistan e Uzbekistan. Il Turkmenistan è interessato al progetto per avere sbocco sui nuovi mercati. Le economie in rapido sviluppo del Pakistan e dell’India hanno bisogno del gas. Le autorità afghane hanno dato garanzia della sicurezza del gasdotto. La Russia assume il coordinamento dei lavori e la gestione di TAPI. Il Pakistan è pronto a fornire finanziamenti per la costruzione. Per concordare i dettagli dell’accordo, il 19-20 gennaio il primo ministro russo Mikhail Mishustin andrà ad Ashgabat. La capacità di TAPI sarà 30 miliardi di metri cubi all’anno con la possibilità di aumento. Il gasdotto sarà utilizzato anche dall’Iran e dalla Russia per pompare il loro gas nella regione indo-pacifica attraverso la rotta terrestre.
Il TAPI può porre fine all’unione trilaterale del gas. E non si tratta solo della vaga posizione del Kazakistan e dell’Uzbekistan. Le gelate anomale in Asia centrale di quest’anno hanno dimostrato che i gasdotti usurati nelle repubbliche non presentano un serio interesse.

 

– La Serbia aiuterà l’Ucraina a ripristinare le infrastrutture energetiche distrutte. «Il governo della Serbia ha deciso di inviare aiuti umanitari all’Ucraina, prima di tutto attrezzature per sostenere il sistema energetico di questo Paese», ha affermato il governo serbo in una nota.

 

– La Russia e le nazioni africane si stanno muovendo verso gli scambi in valute nazionali, ha rivelato mercoledì il ministro degli esteri russo Sergey Lavrov, aggiungendo che le parti stanno preparando documenti su come riorganizzare il meccanismo di cooperazione.

 

– L’Iran ha firmato un accordo su una zona di libero scambio con l’EAEU (Unione Economica Euroasiatica), riferisce l’agenzia iraniana Irna. Le autorità iraniane hanno annunciato l’intenzione di rafforzare la cooperazione con l’Unione eurasiatica. Nell’ambito dell’accordo sulla zona di libero scambio, che entrerà in vigore entro la fine di settembre, l’Iran e l’EAEU hanno concordato zero dazi doganali sul 90% delle merci. Il ministro del commercio della Commissione economica eurasiatica Andrej Slepnev ha affermato che l’Iran è uno stretto partner dei paesi dell’Unione eurasiatica. Secondo lui, nonostante tutte le restrizioni, il fatturato commerciale della EAEU con l’Iran è aumentato del 20% nell’anno scorso.

 

 

 

 

Rassegna tratta dal canale Telegram La mia Russia

 

 

 

Immagine da Telegram

 

 

 

Continua a leggere

Geopolitica

Israele rifiuta la pressione degli Stati Uniti per fornire batterie di difesa aerea all’Ucraina

Pubblicato

il

Da

Gli Stati Uniti starebbero facendo pressione su Israele perché trasferisca i suoi vecchi missili antiaerei Hawk in Ucraina per favorire il regime di Kiev contro la Russia. Lo riporta la testata amercana Axios.

 

Israele ha 10 batterie Hawk, insieme a centinaia di intercettori per loro, che ha ritirato dieci anni fa e ha tenuto in deposito.

 

Inoltre, il funzionario israeliano sentito da Axios ha riferito che i sistemi Hawk di Israele sono «obsoleti» e disfunzionali per essere stati immagazzinati a lungo senza manutenzione.

 

Al contempo, i funzionari israeliani ribattono che mentre i lanciatori potrebbero essere completamente disfunzionali, le centinaia di intercettori Hawk che Israele ha in deposito possono essere rinnovati e utilizzati.

 

Tuttavia, il ministero della Difesa israeliano ha ribadito ad Axios in una dichiarazione che «la posizione dell’establishment della sicurezza israeliana [sulla concessione di aiuti militari all’Ucraina] non è cambiata. Ogni richiesta viene esaminata caso per caso».

 

Come riportato da Renovatio 21, le pressioni dell’amministrazione Biden su Tel Aviv per la fornitura di armi a Kiev risale ad inizio conflitto.

 

Tre mesi fa l’ex presidente russo e attuale vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo Dmitrij Medvedev aveva messo in guardia Israele dal fornire armi all’Ucraina in risposta alle affermazioni secondo cui l’Iran sta vendendo missili balistici e droni da combattimento alla Russia.

 

Israele a inizio 2022 ha rifiutato la vendita di armi cibernetiche all’Ucraina o a Stati, come l’Estonia, che potrebbero poi rivenderle al regime Zelens’kyj.

 

Il ritorno al potere di Bibi Netanyahu, uomo con forti e pluriennali relazioni con Putin (che, si dice, andava a trovare a Mosca anche due volte al mese), parrebbe non favorire Kiev – o così sembra al momento, per lo meno.

 

Nel frattempo, è emerso che la guerra ha raddoppiato l’immigrazione in Israele da parte di cittadini ucraini di origine ebraica.

 

Continua a leggere

Geopolitica

La Turchia lascerà la NATO tra 5 o 6 mesi: politico turco

Pubblicato

il

Da

Ethem Sancak, vice leader del Vatan Partisi 0 il Partito patriottico di Turchia – ha suggerito che la Turchia potrebbe lasciare la NATO entro cinque o sei mesi.

 

«Gli sviluppi ci spingono a compiere tali passi. Ce lo fa fare la NATO con le sue provocazioni. La Turchia lascerà la NATO tra cinque o sei mesi. Hanno cercato di farci prendere dal fuoco incrociato in Medio Oriente. Infine, puoi vedere campagne contro il Corano in Svezia e nei Paesi Bassi», ha detto il quotidiano del partito Aydinlik facendo riferimento alle proteste viste in Svezia, con l’effige del presidente Erdogan calpestate e il Corano bruciato in pubblica piazza.

 

Il Sancak, un businessmen considerato vicino all’Erdogano, ha fatto poi riferimento a recenti sondaggi che mostrano che almeno l’80% della popolazione turca ritiene che «gli Stati Uniti siano un paese che conduce la politica più ostile e distruttiva» nei confronti della Repubblica – un sentimento strisciante non nuovissimo in Anatolia, riemerso anche dopo l’attentato terroristico a Costantinopoli dello scorso novembre.

 

«Il popolo turco ha recentemente mostrato simpatia per la Russia e Putin», ha concluso il politico. Come noto, la posizione di Ankara riguardo alla guerra in corso, è piuttosto anfibola: vende droni a Kiev (i Bayraktar, dell’azienda controllata dal genero di Erdogan) ma al contempo riesce a tenere tutte le porte aperte con la Russia di Putin.

 

Il 19 gennaio, il Vatan Partisi ha annunciato una campagna nazionale affinché la Turchia lasci la NATO.

 

Il Partito Patriottico si considera un partito nazionalista nella tradizione di Müstafa Keml Ataturk, il leader fondatore della Repubblica Turca. Il partito  sostenuto la politica del governo nei confronti di Russia e Ucraina, nonché la Belt and Road Initiative, cioè il colossale e controverso progetto di «Nuova via della Seta» intrapreso da Pechino, e ora, dopo il COVID e le tensioni internazionali, messo in forse.

 

Come riportato da Renovatio 21, ad aprile 2022 il ministro degli Esteri turco Mevlut Cavusoglu ha accusato alcuni alleati della NATO di voler prolungare la guerra in Ucraina per indebolire la Russia.

 

I progetti di Erdogan, che confliggono con gli interessi russi in Azerbaigian/Armenia e in Libia e probabilmente in Siria e Iraq, potrebbero andare molto al di là delle questioni NATO, sognando l’instaurazione del «grande Turan», un’area di influenza turca che va dall’Oriente asiatico fino al Mediterraneo.

 

La Turchia sta vivendo in questo momento una crisi economica senza precedenti.

 

Come riportato da Renovatio 21, già un anno fa si vociferava che Ankara stesse reclutando jihadisti da mandare in Ucraina. I jihadisti, di fatto, avrebbero il motivo della vendetta per l’operazione russa in Siria. Il rapporto tra Turchia e ISIS è tuttora fonte di grandi dubbi ed imbarazzi internazionali.

 

È emerso che Abu Ibrahim al-Hashimi al-Qurayshi, l’uomo definito dalla Casa Bianca come successore di al-Baghdadi a capo Stato Islamico e per questo eliminato con un raid delle forze speciali USA, di fatto abitava in una residenza a più piani ad Atmeh, nella città di Idlib, che si trova in un’area controllata dalla Turchia e da Hay’at Tahrir al-Sham («Organizzazione per la liberazione del Levante»), conosciuta anche come al-Qaeda in Siria, spesso abbreviata nell’acronimo HTS. È emerso altresì che a Istanbul miliziani ISIS ottengono passaporti falsi con i quali poi fuggono in Europa e in America.

 

La Turchia nel 2021 aveva arrestato un analista strategico locale accusandolo di spionaggio a favore dell’Italia, Paese considerato concorrente nell’area di influenza libica.

 

 

 

Continua a leggere

Geopolitica

Un viaggio del Papa ad alto rischio

Pubblicato

il

Da

Papa Francesco ha programmato di compiere il suo prossimo viaggio apostolico nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) e in Sud Sudan, dal 31 gennaio al 5 febbraio 2023. Due regioni dove i cristiani sono spesso le prime vittime del jihadismo e della guerra civile.

 

 

Il viaggio africano del successore di Pietro nella RDC e nel Sud Sudan avrebbe dovuto svolgersi nel luglio 2022, ma era stato rinviato a causa dei timori per la salute del Sommo Pontefice.

 

In questi due Paesi regolarmente scossi dalla violenza, l’incolumità del Papa promette di essere una sfida importante per i servizi di protezione e gli organizzatori in loco.

 

La RDC è un Paese che conta circa il 40% di cattolici, il 35% di protestanti e pentecostali, il 9% di musulmani e il 10% di kimbanguisti (setta derivata dal cristianesimo) su cento milioni di abitanti; il Paese non vedeva un Papa mettere piede nella sua terra dalla storica visita di Giovanni Paolo II nel 1985, quando il Paese si chiamava ancora Zaire.

 

Il pontefice argentino troverà lì una situazione critica. Nell’Est del Paese la situazione della sicurezza è molto complessa: vi operano più di cento gruppi paramilitari, jihadisti o mafiosi, spesso entrambi, a volte sovvenzionati dall’estero.

 

Le violenze contro i cristiani sono all’ordine del giorno: il 15 gennaio 2023, un attentato perpetrato in un luogo di culto pentecostale, e attribuito a terroristi delle ADF – Allied Democratic Forces – ha provocato 10 vittime e quasi quaranta feriti.

 

L’ADF – insieme a un altro gruppo terroristico autoproclamato Madina a Tauheed Wau Mujahedeen (MTM) – ha promesso fedeltà al ramo africano dell’organizzazione dello Stato islamico (IS) che porta il nome di ISCAP (Islamic State Central Africa Province).

 

All’indomani dell’attacco, l’ISCAP ha rivendicato la responsabilità del massacro: «I combattenti dello Stato Islamico sono riusciti a piazzare e far esplodere una bomba all’interno di una chiesa cristiana nella città di Kasindi, ulteriore prova del fallimento delle recenti campagne militari delle forze congolesi e dei loro alleati per garantire la sicurezza dei cristiani».

 

Nel Nord-Est del Paese, nella provincia di Ituri, dall’inizio di gennaio 2023 sono morti più di 80 civili in un contesto largamente sfavorevole ai cristiani.

 

Il 3 febbraio Papa Francesco volerà a Juba, capitale del Sud Sudan. Paese a maggioranza cristiana diventato indipendente nel 2011 dopo essersi staccato dal suo fratello maggiore musulmano, il Sud Sudan è sprofondato in una guerra civile tra il 2013 e il 2018 che ha causato quasi 400.000 morti.

 

Vi si oppongono due clan, uno guidato dal presidente Salva Kiir, l’altro dal vicepresidente Riek Machar, accusato di aver fomentato un golpe. Entrambi sono cristiani, uno cattolico e l’altro protestante. Nonostante la firma di un accordo di pace nel 2018, le tensioni continuano e si accumulano ritardi nel calendario per l’accordo di pace.

 

Si tratterà del quarantesimo viaggio all’estero di papa Francesco dalla sua elezione nel 2013. Un viaggio ad alto rischio diplomatico, perché se il pontefice argentino è risolutamente impegnato nel dialogo con l’islam, non può ignorare la sorte di decine di milioni di cristiani perseguitati per la loro fede, nelle regioni che deve attraversare.

 

 

 

 

 

Immagine pubblico dominio CCO via Flickr

 

 

 

Continua a leggere

Più popolari