Predazione degli organi
Sempre più affamati di organi: i chirurghi di trapianti inventano la «resurrezione parziale»
Renovatio 21 traduce questo articolo di Bioedge. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21. Ricordiamo che la posizione di Renovatio 21 sull’industria dei trapianti è che essa debba chiamarsi con il suo vero nome, cioè predazione degli organi. Il trapianto a cuor battente è omicidio per squartamento, è la Necrocultura che uccide l’indifeso negli ospedali ogni giorno. Renovatio 21 aveva riportato degli esperimenti di «resurrezione» sui suini ai fini di predazione d’organo alcuni mesi fa.
Conoscete una cosa chiamata procedura di «resurrezione parziale»? È così che MedPage Today ha fatto riferimento ad essa in un recente articolo. Si potrebbe supporre che sia una specie di schema transumanista per riportare in vita i morti, ma è una tecnica emergente usata dai chirurghi trapianti su donatori di organi.
Prima di sapere qualcosa su questa procedura, la prima cosa che si nota è l’arroganza della terminologia, come se fosse di competenza degli scienziati, persino dei chirurghi, fornire una sorta di «resurrezione».
Poiché ciò non è possibile, possiamo concludere, per logica elementare, che questa procedura di trapianto viene eseguita su una persona che non è ancora morta e quindi è ancora in vita.
È proprio così: in questa procedura, i medici dichiarano un paziente morto prematuramente (poco dopo uno scompenso cardiaco), quindi attuano interventi per riprendere la circolazione nel paziente al fine di ottimizzare la vitalità dell’organo. Ma – sentite questa – bloccano deliberatamente la circolazione del sangue ossigenato dal raggiungere il cervello.
Garantire che il cervello sia privato del sangue ossigenato mentre altri organi vengono perfusi con esso fa due cose: preserva gli organi per il trapianto e assicura che il paziente muoia – per mano dei chirurghi, in un modo diverso da quello in cui il paziente stava già morendo naturalmente.
Cosa è successo alla regola del donatore morto?
Questa è roba complicata con tutti i tipi di basi fisiologiche e filosofiche e potrei essere andato un po’ troppo avanti. (Discuto questi argomenti in modo approfondito nel mio recente libro, Determining Death by Neurological Criteria: Current Practice and Ethics). Ma si può intuitivamente capire che questo è uno sviluppo preoccupante, dal momento che l’intera impresa del trapianto di organi si basa sulla «regola del donatore morto» – la clausola che i donatori di organi vitali debbano in effetti essere morti.
Un aspetto positivo di questo tipo di notizie potrebbe essere che i potenziali donatori di organi e il pubblico in generale diventeranno più consapevoli del fatto che alcune procedure di trapianto di organi iniziano prima che un donatore sia effettivamente morto. Per ora, tuttavia, ciò è sembrato solo suscitare scalpore tra specialisti dei trapianti e bioeticisti.
La maggior parte delle persone è totalmente inconsapevole che ci sono due diversi mezzi con cui si determina la morte. In parole povere, uno si basa sulla funzione cerebrale, l’altro sulla funzione cardiaca. Questi metodi non sono né identici né intercambiabili, il che suggerisce quindi che uno di essi potrebbe essere carente in circostanze particolari.
Problemi con l’utilizzo dell’insufficienza cardiaca per determinare la morte
Quindi cosa comporta questa procedura? Innanzitutto avviene in protocolli che utilizzano i criteri circolatori per determinare la morte. Questi pazienti non sono cerebralmente morti, ma hanno esaurito le opzioni di trattamento. Saranno rimossi dal supporto vitale, con l’aspettativa che l’arresto cardiaco ne consegua naturalmente. Supponendo che si verifichi effettivamente un’insufficienza cardiaca, i medici osservano un periodo di attesa – in genere da 2 a 5 minuti – prima di dichiarare la morte e procedere con il recupero dell’organo in quel momento.
Questo è di per sé problematico perché un periodo di attesa così breve non è sufficiente per stabilire la morte. Le stesse autorità mediche ammettono questo punto. È possibile che un dato paziente possa essere rianimato bene dopo che sono trascorsi cinque minuti, il che significa che la cessazione della circolazione non è irreversibile in quella fase.
E l’irreversibilità è necessaria per stabilire la morte.
Tuttavia, lo standard circolatorio viene regolarmente utilizzato per una percentuale consistente e in crescita di donatori: circa il 25% negli Stati Uniti e il 40% nel Regno Unito.
Ci sono seri scrupoli e alcune giustificate proteste all’interno della comunità medica su questi protocolli (perché la regola del donatore morto non è chiaramente soddisfatta), ma la pratica continua a marciare.
Alcune autorità mediche che ammettono che questi pazienti non sono ancora morti, tuttavia avanzano altre giustificazioni per questa procedura. E c’è il problema: una volta che ci si accontenta di qualcosa di diverso dalla morte effettiva come criterio per il recupero degli organi vitali, ci saranno sempre altre linee da attraversare, altri metodi da perseguire e altre giustificazioni da avanzare.
Trovata problematica nella pratica dei trapianti: perfusione regionale normotermica
E abbastanza sicuro, la procedura in questione va ancora oltre, rafforzando e aggravando le preoccupazioni etiche preesistenti rispetto ai protocolli circolatori standard. Va sotto il nome di «perfusione regionale normotermica» (PNR). Implica l’uso di tecnologie come l’ossigenazione extracorporea a membrana (ECMO) o il bypass cardiopolmonare per uno scopo molto specifico: ripristinare una misura della circolazione al fine di mantenere gli organi desiderati perfusi con sangue ossigenato.
Ma questa circolazione è mirata e limitata. Questo è il significato di «regionale» nel nome di questa tecnica di perfusione indotta. È specificamente progettato per impedire al sangue circolante di raggiungere il cervello, assicurando che si verifichi la morte cerebrale.
Che questo passo debba essere compiuto costituisce un’ulteriore prova che tutti i donatori circolatori non dovrebbero essere considerati morti in quel momento. Dimostra anche che lo standard neurologico è più rigoroso dello standard circolatorio.
Per riformulare la questione in modo leggermente diverso, molte autorità mediche che supportano i protocolli circolatori si oppongono all’uso dell’ECMO in questi contesti. Una voce di spicco e di lunga data in questo campo ha notato che ristabilendo il flusso sanguigno al cervello, l’uso dell’ECMO «negherebberebbe retroattivamente» la dichiarazione di morte basata sulla cessazione della funzione cardiaca che era stata emessa pochi istanti prima.
Questo da solo porta alla chiara conclusione che tali pazienti non sono ancora morti, quindi sanzionare questi protocolli equivale ad abbandonare la regola del donatore morto e ad adottare un’altra giustificazione per il recupero di organi da pazienti vivi in queste circostanze intense.
Manovre aggressive e di sfruttamento
La tecnica alquanto nuova della NRP presenta lo stesso problema fondamentale, ma lo esacerba manipolando chirurgicamente un paziente morente in un modo che normalmente preverrebbe la morte consentendo la funzione cerebrale in corso, se non fosse per l’atto intenzionale di negare al cervello l’accesso al sangue circolante.
Sottoporre i pazienti a manovre così aggressive e di sfruttamento difficilmente sembra corretto. Quanti donatori si iscriverebbero o i propri cari concederebbero il consenso, se conoscessero questi dettagli? Se nessuno protesta, quanto tempo passerà prima che venga introdotto il prelievo di organi ancora prima, sempre più lontano dalla morte?
Non tutti i paesi consentono la tecnica NRP. Ma è in corso e si sta espandendo negli Stati Uniti, che sono anche uno dei pochi Paesi che consentono la donazione circolatoria in contesti non controllati, vale a dire quando qualcuno in giro subisce inaspettatamente un arresto cardiaco al di fuori del reparto di terapia intensiva.
Anche questa pratica è altamente problematica.
Una «carenza di organi» non può essere una scusa per una carenza di etica
Ciò che richiede procedure come queste è, ovviamente, la «carenza di organi». Non ce ne sarà sempre una? C’è qualcosa di sconveniente nel continuo parlare di una «carenza di organi» e nella necessità di aumentare la «offerta».
Sarebbe interessante sapere, per inciso, quanti che enfatizzano una «carenza di organi» pensano anche che siamo di fronte a una crisi di «sovrappopolazione». Sarebbe sorprendente se molti pensassero contemporaneamente che abbiamo troppe persone e troppo pochi organi?
Data la natura singolare della morte, abbiamo bisogno di uno standard che sia oggettivo, ragionevole e affidabile, uno che fornisca la necessaria certezza morale che una persona sia morta. Questo standard dovrebbe applicarsi anche ai pazienti che non sono donatori di organi. Qualsiasi deviazione da questo standard deve essere contrastata.
Abbiamo bisogno di limiti fermi.
Lo standard circolatorio sembra piuttosto ovvio – e certamente non presenta problemi al di fuori del contesto sensibile al tempo della donazione di organi. Non è difficile capire che questo metodo secolare è spesso visceralmente preferito come alternativa da coloro che sono a disagio con la morte cerebrale, una realtà particolare che semplicemente non sarebbe possibile senza la tecnologia moderna.
Ma è valido o intelligibile solo se la cessazione del battito cardiaco e della circolazione persiste abbastanza a lungo da far morire il cervello.
Abbiamo gli strumenti per «negare retroattivamente» una precipitosa determinazione della morte basata sui criteri circolatori. Al contrario, non possediamo alcuna capacità, nessun intervento, di negare retroattivamente la morte come determinato dai criteri neurologici.
Dovrebbe prevalere lo standard più rigoroso.
Questa tecnica NRP nuova, contorta e problematica ci offre l’opportunità di fare un passo indietro e rivedere alcune domande fondamentali. Sulla mortalità. A proposito di motivazioni. Circa l’uso appropriato della tecnologia. Dobbiamo respingere il saccheggio dei pazienti che stanno uscendo.
Matthew Henley
Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.
Predazione degli organi
Trapianto di organi, prima la persuasione e poi l’obbligo?
Se donare gli organi è un gesto libero e volontario, perché lo Stato finanzia iniziative per ridurre il numero di coloro che si rifiutano di farlo? E soprattutto, fino a quando il rifiuto continuerà a essere considerato un diritto anziché un ostacolo da eliminare?
La domanda nasce da un decreto del ministero della Salute del 24 giugno 2026, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 28 agosto, che dispone uno stanziamento di dieci milioni di euro annui per il potenziamento del sistema trapiantologico italiano.
Tre milioni sono destinati a interventi per ridurre le liste d’attesa, diminuire le opposizioni alla donazione, incrementare le attività di reperimento degli organi, il cosiddetto procurement, e rafforzare i centri trapianto. Gli altri sette milioni finanziano tecnologie per la perfusione, la conservazione e il trasporto degli organi.
Sostieni Renovatio 21
Il documento ministeriale è esplicito: «Risulta fondamentale sostenere le azioni mirate ad una riduzione delle opposizioni alla donazione».
Il rifiuto di donare, espressione di una volontà individuale che dovrebbe essere insindacabile, diventa così un problema da affrontare attraverso finanziamenti pubblici e iniziative istituzionali. Non si tratta soltanto di informare i cittadini, ai quali viene abitualmente proposta una rappresentazione della cosiddetta donazione che lascia completamente nell’ombra gli aspetti più controversi, ma di perseguire un risultato preciso: ottenere un numero maggiore di consensi.
Del resto, secondo i dati del Centro Nazionale Trapianti, nel 2025 il 40,1 per cento dei cittadini che hanno espresso la propria volontà al momento del rilascio o del rinnovo della carta d’identità elettronica si è dichiarato contrario alla donazione, contro il 36,3 per cento dell’anno precedente.
Un risultato che evidentemente preoccupa la macchina trapiantologica, impegnata ad aumentare costantemente il numero degli organi disponibili.
In sostanza, si celebra la libertà di donare, ma si considera indesiderabile la libertà di rifiutare. E quando il rifiuto diventa un ostacolo all’efficienza del sistema, il passo successivo potrebbe essere quello di eliminarlo.
Non si tratta di una prospettiva così lontana dalla realtà: nel febbraio 2025, intervistata dal Corriere della Sera, la cardiologa Maria Frigerio, già direttrice della Cardiologia 2 dell’Ospedale Niguarda di Milano, aveva lamentato che, a causa delle opposizioni, su dieci trapianti potenzialmente realizzabili se ne effettuassero soltanto sette ed era arrivata a prospettare che la donazione «potrebbe diventare un obbligo».
Dietro la retorica della generosità affiora dunque la possibilità della coercizione: gli organi umani non vengono più concepiti come qualcosa che una persona può liberamente offrire, ma come una risorsa della quale la collettività potrebbe arrogarsi il diritto di disporre.
Del resto, la legislazione italiana aveva già compiuto un primo passo in questa direzione nel 1999, quando la legge n. 91 introdusse il principio del silenzio-assenso.
Il meccanismo, mai diventato operativo per la mancata realizzazione delle condizioni previste dalla legge, avrebbe consentito di considerare favorevole al prelievo, in determinate circostanze, chi non avesse espresso alcuna volontà. Pertanto, non più un consenso manifestato esplicitamente, ma attribuito al cittadino sulla base del suo silenzio. Un rovesciamento significativo, visto che non è il sistema sanitario a dover ottenere una dichiarazione favorevole, ma il cittadino a dover manifestare il proprio dissenso per impedire il prelievo dei suoi organi.
Ma la pressione esercitata sul consenso dei cittadini è soltanto un aspetto di un fenomeno più vasto: la continua ricerca di nuove possibilità di reperimento degli organi; una ricerca che ha ormai investito anche le procedure con cui viene gestito il fine vita.
È il caso della cosiddetta donazione a cuore fermo, o DCD controllata.
In questa procedura il prelievo viene programmato per un paziente ancora in vita, dopo che è stata assunta la decisione di sospendere i trattamenti che ne sostengono le funzioni vitali. La morte viene accertata secondo il criterio cardiocircolatorio e si procede quindi al recupero degli organi.
Il 7 ottobre scorso, agli Ospedali Riuniti Padova Sud di Schiavonia, è stato effettuato il primo prelievo di organi da donatore a cuore fermo controllato in un ospedale periferico del Veneto. Il paziente aveva 87 anni e una prognosi infausta. Secondo quanto comunicato dall’azienda sanitaria, il percorso si è svolto in accordo con i familiari e ha consentito il prelievo del fegato, grazie anche all’impiego di una macchina ECMO per la perfusione degli organi.
L’operazione è stata presentata come un successo organizzativo e tecnologico, ma nella ricostruzione pubblica dell’episodio non vengono chiarite le circostanze cliniche che hanno condotto alla sospensione dei trattamenti.
Ma è proprio la stretta connessione con la pratica eutanasica a rendere la DCD controllata una delle espressioni più problematiche della moderna medicina dei trapianti: la morte del paziente e il successivo prelievo vengono inseriti in un percorso programmato in cui, tra l’altro, la tempistica assume un’importanza fondamentale per preservare la funzionalità degli organi.
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Il collegamento con il decreto ministeriale del giugno 2026 diventa ancora più significativo se si osserva che sei dei dieci milioni di euro stanziati sono destinati proprio alle apparecchiature per la perfusione degli organi, tecnologie impiegate anche nello sviluppo della donazione a cuore fermo. E il fenomeno è in rapida espansione: secondo i dati del 2025, riportati dalla Newsletter Transplant 2026 del Consiglio d’Europa, in Italia i donatori a cuore fermo sono stati 456, pari a un quarto di tutti i donatori deceduti. Appena dieci anni prima, nel 2015, i donatori erano stati soltanto 6. Le strutture abilitate a effettuare questo tipo di donazione sono inoltre passate, nell’ultimo anno, da 85 a 111.
Pertanto, da una parte si finanziano iniziative per ridurre le opposizioni, dall’altra si investe nell’espansione delle tecniche che consentono di aumentare il numero degli organi utilizzabili.
Il risultato è un sistema nel quale la disponibilità di organi umani assume un’importanza sempre maggiore, alimentando una complessa organizzazione sanitaria, tecnologica ed economica.
In questo contesto, la prospettiva dell’obbligatorietà evocata dalla cardiologa Frigerio lascia intravedere una possibile evoluzione: oggi si finanzia la riduzione delle opposizioni, domani si potrebbe intervenire sulla legge per rendere più difficile rifiutare, fino ad arrivare a considerare il prelievo degli organi un obbligo.
A quel punto cadrebbe definitivamente la maschera della donazione. Non ci sarebbe più alcun gesto di generosità, nessuna libera scelta, nessun dono: rimarrebbe soltanto un corpo umano sul quale lo Stato esercita il pieno possesso.
Sarebbe il compimento di una trasformazione antropologica profonda, il logico approdo di un sistema filosofico e culturale che ha già separato l’uomo dal suo corpo, riducendo quest’ultimo a un insieme di organi e tessuti da utilizzare secondo le necessità altrui.
Una medicina nata per servire l’uomo potrebbe così arrivare a pretendere che sia l’uomo a servire la medicina, fino a consegnarle ciò che gli rimane quando la sua vita volge al termine.
Alfredo De Matteo
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Morte cerebrale
Budget sanitario e morte cerebrale: la predazione degli organi come obiettivo del sistema
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Sostieni Renovatio 21
Iscriviti al canale Telegram ![]()
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Morte cerebrale
Morte cerebrale: donatore o no, decidono loro quando sei morto
Due recenti fatti di cronaca ci consentono di mettere a fuoco un aspetto della cosiddetta morte cerebrale che rimane quasi sempre sullo sfondo e che, in realtà, precede la stessa questione dei trapianti. E che quindi ci sembra opportuno ribadire.
Nel primo caso, un cinquantenne è stato ricoverato in Rianimazione a Pescara dopo essere stato colpito con violenza mentre cercava di difendere il figlio diciottenne durante una lite. Pochi giorni dopo è stato avviato l’iter di accertamento della morte encefalica, culminato nella dichiarazione del decesso, cui ha fatto seguito la cosiddetta donazione degli organi.
Nel secondo fatto di cronaca, a Verona, un ragazzo di appena diciotto anni, colpito alla testa con una bottiglia durante una lite, è stato ricoverato in condizioni molto gravi. Anche in questo caso l’ospedale, appena due giorni dopo, ha avviato la procedura per l’accertamento della morte cerebrale. Non si hanno notizie se anche per questo paziente si procederà all’espianto degli organi, ma a questo punto la questione del consenso alla donazione degli organi appare francamente marginale.
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Già, perché si tratta di due episodi diversi ma accomunati dallo stesso schema operativo: l’aggressione subita, il ricovero in ospedale in stato di incoscienza e in condizioni molto gravi, l’attivazione della medesima procedura alcuni giorni dopo. È proprio questa sequenza di eventi che permette di sgombrare il campo da un equivoco molto diffuso: la questione della morte cerebrale non è innanzitutto legata a quella dei trapianti.
Il prelievo degli organi vitali rappresenta certamente una delle sue conseguenze più evidenti e brutali, ma sarebbe un errore pensare che l’accertamento della morte cerebrale venga effettuato soltanto nei confronti di potenziali donatori.
La legge italiana stabilisce infatti che «la morte si identifica con la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo» e il D.M. 11 aprile 2008 prevede che, quando ricorrono determinate condizioni cliniche, il medico debba darne immediata comunicazione alla Direzione sanitaria affinché venga attivato il procedimento previsto. La volontà relativa alla donazione degli organi appartiene dunque a un piano successivo e distinto.
In altre parole, non essere donatori non mette al riparo dall’accertamento della morte cerebrale e i familiari non dispongono di un diritto di veto sulla procedura di accertamento della morte quando ne ricorrano le condizioni previste dalla legge.
La morte cerebrale stabilisce infatti il momento nel quale un essere umano gravemente cerebroleso cessa giuridicamente di essere un paziente. Per il nostro ordinamento, una volta concluso l’accertamento egli è equiparabile a un cadavere; e anche qualora non si proceda all’espianto, non esiste comunque più il presupposto per continuare un trattamento terapeutico finalizzato alla sua sopravvivenza.
Ma quali sono i criteri attraverso i quali si arriva a una conseguenza tanto definitiva?
Il punto meriterebbe molta più attenzione di quanta normalmente ne riceva. L’accertamento neurologico, infatti, non consiste semplicemente nell’osservare passivamente un organismo fino alla comparsa degli inequivocabili segni tradizionali della morte. Richiede una serie di verifiche cliniche, tra cui l’assenza di coscienza e dei riflessi del tronco encefalico e la verifica dell’assenza di respirazione spontanea attraverso il cosiddetto test di apnea.
Proprio il test di apnea costituisce uno degli aspetti che più contrastano con la deontologia medica: per verificare se il paziente sia ancora capace di respirare autonomamente viene consentito che la concentrazione di anidride carbonica nel sangue aumenti fino ai valori stabiliti dal protocollo, mentre il paziente non riceve la normale ventilazione meccanica. La letteratura medica riconosce che durante questa procedura possono verificarsi complicanze quali ipotensione e ipossiemia e prevede criteri per interrompere il test qualora si produca instabilità clinica significativa.
La questione assume un significato particolare proprio perché ci troviamo davanti a un individuo del quale si sta cercando di stabilire se sia morto: se la premessa fosse sbagliata, quelle procedure verrebbero effettuate su un paziente vivo e gravemente cerebroleso, precisamente nel momento in cui avrebbe bisogno della massima protezione e della massima cura.
E non esiste neppure, a livello internazionale, un unico protocollo universalmente applicato. Nel corso degli anni numerosi studi hanno documentato differenze tra Paesi e sistemi sanitari riguardo ai prerequisiti, alla durata dell’osservazione, al numero degli esaminatori, all’impiego di test strumentali e alle modalità dell’accertamento. Proprio per ridurre questa variabilità è stato elaborato il World Brain Death Project, che ha proposto raccomandazioni internazionali comuni; il fatto stesso che sia stato necessario tentare un’armonizzazione mostra quanto i criteri abbiano storicamente presentato differenze significative.
Eppure, dall’esito di questi accertamenti dipende una conseguenza radicale: da un lato del confine abbiamo un paziente gravissimo da assistere, dall’altro un presunto cadavere.
La medicina intensiva permette oggi di sostenere per periodi prolungati organismi gravemente cerebrolesi che necessitano di ventilazione, assistenza continua, personale specializzato e posti di terapia intensiva. Con la dichiarazione di morte cerebrale quel problema scompare alla radice, perché non esiste più, giuridicamente, un paziente da assistere.
Iscriviti al canale Telegram ![]()
Evidentemente, la normativa non dichiara come proprio scopo quello di liberare posti letto o risparmiare risorse. Ma questo non impedisce di porre una domanda scomoda: quanto è funzionale al sistema sanitario (e al sistema in generale) una definizione della morte che consente di trasformare un paziente gravemente cerebroleso, potenzialmente bisognoso di assistenza per un tempo indefinito, in un soggetto nei confronti del quale non esiste più alcun dovere terapeutico?
La questione non è marginale, perché ci riporta alle origini stesse del paradigma. La legge italiana non afferma semplicemente che la cessazione irreversibile delle funzioni encefaliche costituisca un segno dal quale dedurre che l’organismo è morto; stabilisce che la morte si identifica con quella cessazione.
È proprio a questo punto che la questione diventa antropologica: medicina e diritto si sono arrogati il potere di stabilire che un essere umano le cui funzioni cerebrali vengono considerate definitivamente compromesse non appartenga più al mondo dei vivi.
È questo che rende riduttivo concentrare il dibattito esclusivamente sulla donazione. Anche se domani non venisse più effettuato un solo trapianto di organi vitali, rimarrebbe intatta la domanda fondamentale: quell’essere umano è veramente morto?
E la domanda riguarda tutti, donatori e non donatori, perché la morte cerebrale non stabilisce soltanto quando gli organi possono diventare disponibili, ma quando un essere umano gravemente compromesso cessa di essere considerato un paziente al quale prestare cure.
Il lettore ci permetterà un’amara riflessione a margine: quando al rinnovo della carta d’identità ci viene chiesto se acconsentiamo alla donazione degli organi, possiamo ancora decidere che cosa verrà fatto del nostro corpo, ma non quando possiamo essere considerati cadaveri.
Quella decisione è già stata presa. E non da noi.
Alfredo De Matteo
Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
-



Immigrazione2 settimane faIl sacco di Milano della barbarie anarco-tirannica. Invochiamo il flagello di Ambrogio
-



Vaccini2 settimane faChiesta la pena di morte per la madre accusata per i due gemelli deceduti 8 giorni dopo la vaccinazione
-



Trapianti2 settimane faTrapianti, il prossimo passo: prelevare gli organi senza attendere la «morte»
-



Politica3 giorni faCaos per l’emendamento sul reintegro dei medici definiti «no-vax». Intervista al dottor Dario Giacomini
-



Persecuzioni2 settimane faVescovo mette a tacere famoso esorcista
-



Spirito2 settimane faSacerdote ucciso dalla caduta di un crocifisso durante la messa. Se fosse stato ad orientem si sarebbe salvato?
-



Geopolitica2 settimane faColoni israeliani attaccano diplomatici europei in Cisgiordania
-



Geopolitica1 settimana faL’Arabia Saudita giustizia una coppia bengalese per essersi baciata all’interno di una moschea












