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Predazione degli organi

Espianto degli organi: ma quale «Morte»?

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Cercherò, nel breve spazio di questa trattazione, di almeno accennare ad alcuni degli aspetti fondamentali della pratica dell’espianto di organi a cuore battente al fine di successivo trapianto, argomento attorno al quale è stato montato negli ultimi mesi un battage pubblicitario rigorosamente a senso unico e caratterizzato da una carica di disinformazione e mistificazione che non ha precedenti, a mia conoscenza, nella pur non breve storia della «divulgazione medica» di massa.

 

Io vorrei iniziare mostrandovi questo giovane  che si chiama Martin Banach.

 

«Donatori» sono specialmente i giovani vittime di incidenti stradali, ed in ogni famiglia questo potrebbe accadere

Il caso: Martin B., 18 anni, trascorre le vacanze in Italia. Ha un incidente, viene ricoverato in ospedale. II medici si arrendono. Lo dichiarano praticamente morto. Vogliono eseguire l’espianto degli organi. I genitori vengono tenuti a bada, respinti. È vivo, è morto? Giace privo di conoscenza in un letto. Dopo una lunga battaglia, i genitori riescono a portare il figlio in Germania. Oggi Martin ha finito gli studi, gioca a pallacanestro. Nessuna lesione permanente. Dice: «ho avuto fortuna, e per questo lotterò perché nessuno possa prelevare gli organi da persona definita cerebralmente morta. Ringrazio i miei meravigliosi genitori, l’interprete e specialmente la dottoressa che mi hanno portato via da lì»..

 

È qualche cosa che ci riguarda tutti molto da vicino, almeno potenzialmente. Quello di Banach  non è l’unico di questi casi (1)  e non è un «incidente di percorso» estrinseco: casi simili accadono perché la morte cerebrale come vedremo non è una diagnosi ma una prognosi. «Donatori» sono specialmente i giovani vittime di incidenti stradali, ed in ogni famiglia questo potrebbe accadere.

 

Si tratta di capire come si sia potuto introdurre presso il grosso pubblico l’accreditamento come «atto altruistico» ed altamente etico quello che, a ben vedere si configura come diretta uccisione di un paziente con prognosi infausta, spesso preceduta da una forma estrema di accanimento terapeutico, finalizzato alla «cura» non già del paziente (che si intende anzi sopprimere), ma bensì dell’organo che si intende espiantare

Si tratta di capire come si sia potuto introdurre presso il grosso pubblico l’accreditamento come «atto altruistico» ed altamente etico quello che, a ben vedere si configura come diretta uccisione di un paziente con prognosi infausta, spesso preceduta da una forma estrema di accanimento terapeutico, finalizzato alla «cura» non già del paziente (che si intende anzi sopprimere), ma bensì dell’organo che si intende espiantare, come dichiarano apertamente per primi alcuni dei più autorevoli tra gli stessi fautori e diretti esecutori della pratica. 

 

Il perno su cui giostra l’operazione è la innovativa definizione di «morte cerebrale», contrapposta al concetto tradizionale di «morte cardiorespiratoria»: a questo aspetto, peraltro fondamentale, io mi limiterò qui oggi.

 

 

Referendum del 2000 e disinformazione di Stato

In occasione della consultazione referendaria popolare del 21 maggio 2000, a cura del Ministero della Sanità (e a spese di tutti i cittadini), è recapitata personalmente a casa di ogni italiano maggiorenne una scheda intitolata «una scelta consapevole» , con un significativo corredo di informazioni faziose, sommarie e inesatte. Mi riferisco a questo documento anche perché paradigmatico di tutta la «informazione» pubblica sull’argomento.

 

Al centro della scheda, sta la menzogna della c.d. «morte cerebrale», nemmeno indicata come tale, ma contrabbandata come «morte» tout court.

 

In occasione del referendum del 21 maggio 2000, a cura del Ministero della Sanità (e a spese di tutti i cittadini), è recapitata personalmente a casa di ogni italiano maggiorenne una scheda intitolata «una scelta consapevole»

L’unica precisazione è contenuta in una nota in caratteri minori, in cui essa viene fatta falsamente coincidere con la «completa distruzione delle cellule cerebrali» (anziché, come nel testo di legge, la ben più problematica «cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo»).

 

Per chi volesse saperne di più, il riferimento raccomandato, nel nome della obbiettività e della par condicio, è quello disinteressato e neutrale del Centro Nazionale Trapianti.

 

Ma al di là dei sotterfugi lessicali idonei a raggirare quello ce viene evidentemente ritenuto da lorsignori il «Popolo Bue», di quale «morte» si parla davvero qui? Partendo da questa entreremo subito nel cuore di un esempio di sconcertante «disinformazione di Stato».

 

 

Morte cardiorespiratoria e «morte cerebrale»

 

In medicina può chiamarsi morte solamente la cessazione totale e definitiva di ogni funzione vitale (cardiaca, respiratoria, cerebrale), ed essa è riscontrabile solo in presenza di tali condizioni. 

 

Il Regolamento di Polizia Mortuaria e le altre norme tuttora vigenti in merito (tranne una parte di esse significativamente abrogate, ma solo per la «morte cerebrale», dall’art.6 del DM 582/94), impongono una doppia certificazione di morte, a distanza di non meno di 15 ore, entrambe da redigersi a cadavere freddo e rigido, con definitivo arresto cardiocircolatorio ed assenza di respiro.

 

In medicina può chiamarsi morte solamente la cessazione totale e definitiva di ogni funzione vitale (cardiaca, respiratoria, cerebrale), ed essa è riscontrabile solo in presenza di tali condizioni

Certificato necroscopico redatto dal medico necroscopo tra la 15^ e la 30^ ora dal decesso, per constatare la realtà della morte (presenza di macchie ipostatiche, rigidità e raffreddamento naturali del cadavere, essiccamento delle mucose, ecc), dopo un adeguato periodo di osservazione.

 

Tutto ciò in ragionevole concordanza con il concetto medico di … Morte.

 

MORTE = «Cessazione della vita che si verifica in assenza di battito cardiaco spontaneo e di respiro» (dal Churchill’s Medical Dictionary). 

 

MORTE = «Cessazione della vita che si verifica in assenza di battito cardiaco spontaneo e di respiro» (dal Churchill’s Medical Dictionary). 

«Cessazione della vita; cessazione permanente delle funzioni corporee vitali. Per scopi legali e medici, è stata proposta la seguente definizione di morte: cessazione irreversibile di tutte le seguenti funzioni: funzione cerebrale totale funzione spontanea del sistema respiratorio funzione spontanea del sistema circolatorio» (dal Dizionario medico Dorland). 

 

È la tradizionale definizione di «Morte cardiorespiratoria», universalmente accettata ed in pieno accordo con l’osservazione comune e l’intuito. 

 

La «nuova» definizione di «morte cerebrale»  che si pretende contrapporle viene formulata ad hoc (per la prima volta  in America nel 1968), a sostegno della pratica dei trapianti d’organo (segnatamente di cuore), e dichiaratamente al fine di reperire organi.

La «nuova» definizione di «morte cerebrale»  che si pretende contrapporle viene formulata ad hoc (per la prima volta  in America nel 1968), a sostegno della pratica dei trapianti d’organo (segnatamente di cuore), e dichiaratamente al fine di reperire organi

 

Si tratta di  una diagnosi di morte in base a criteri neurologici (e sia pure insufficienti, poiché trascura il midollo spinale): «La morte si identifica con la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo».

 

In realtà, essendo tra l’altro questa circostanza (un assurdo scientifico e giuridico), impossibile a riscontrarsi (la morte cerebrale non è diagnosticabile), ciò che si è fatto è stato di artificiosamente stabilire l’equivalenza tra «coma profondo» e «morte cerebrale», e le modalità clinico strumentali per accertare quest’ultima sono demandate a decreto del Ministro della Sanità.

 

[Continua…]

 

 

Dr. Luca Poli

medico

 

 

NOTE

(1) P.e. Il Corriere della Sera 22 aprile 1999; Il Resto del Carlino del 12 settembre 1999; il sacerdote di Empoli su Libero estate 2000

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Linee cellulari

Vaccini e ricerca su tessuti fetali, il viaggio nel mondo oscuro continua

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Renovatio 21 pubblica la traduzione di questo articolo su gentile permesso dell’autrice e di Catholic News Report. La prima parte del saggio è stata pubblicata da Renovatio 21 lo scorso 12 novembre.

 

 

 

Seconda parte: principi di base

«Ancora in vita nel momento in cui i ricercatori iniziano ad estrarre il tessuto».

 

È così che la biologa Pamela Acker ha descritto i neonati abortiti che hanno fornito i tessuti per le linee cellulari fetali.

 

In un’intervista del gennaio 2021 con LifesiteNews, la Acker ha parlato dei vaccini anti COVID-19 attualmente disponibili negli Stati Uniti, tutti coinvolti in un modo o nell’altro con linee cellulari fetali umane. Nel 2012 la Acker rinunciò al suo dottorato di ricerca piuttosto che lavorare con HEK 293, una linea cellulare immortalizzata derivata dai reni di una bambina abortita nel 1972.

 

Nella prima parte di questa inchiesta, ho esaminato le prove circostanziali a supporto della dichiarazione della Acker, dapprima prendendo in esame le sue fonti e in seguito facendo le mie proprie ricerche sui legami di lunga data che legano l’industria dei vaccini con l’aborto. Mi sono imbattuta in una serie di rapporti scientifici, testimonianze al Congresso, articoli di giornale e libri sulla ricerca sui tessuti fetali.

 

L’uso di bambini abortiti vivi ha fatto parte della ricerca e della produzione di vaccini per quasi un secolo

Ad ogni incursione nella tana del web-coniglio, mi aspettavo di trovare la prova che l’affermazione fosse semplicemente retorica sensazionalistica. Eppure, più leggevo, più mi convincevo che l’uso di bambini abortiti vivi ha fatto parte della ricerca e della produzione di vaccini per quasi un secolo.

 

Acker mi ha accompagnata in un viaggio nella storia dei vaccini come viene tratteggiata dalle parole dell’industria stessa. Documenti scientifici dagli anni ’30 in poi documentavano aborti su aborti al servizio della ricerca sui vaccini.

 

Il più esplicito, un articolo del 1952 del Canadian Journal of Medical Science, descriveva bambini abortiti e inviati al laboratorio con i cuori ancora pulsanti. In seguito, mi servii delle fonti della Acker come punto di partenza per la mia esplorazione personale. Mi ritrovai spesso a tornare sui miei passi man mano che acquistavo familiarità con la terminologia biomedica e cominciavo a decodificare il linguaggio dei rapporti scientifici. La mia ricerca non era affatto esaustiva, ma fu sufficiente per convincermi che le affermazioni della Acker non erano per nulla esagerate.

 

Tuttavia, in nome dell’accuratezza giornalistica, ritornai su un elemento chiave: nessun documento indica che il bambino le cui cellule hanno dato origine a HEK 293 fosse effettivamente vivo al momento in cui i suoi reni sono stati rimossi. E volevo ancora convincermi che la breve esistenza di quel bimbo fosse stata priva di dolore.

«La cosa deve essere detta senza mezzi termini: così come non si può trapiantare un organo morto in un corpo vivo, non si può creare una linea cellulare a partire da tessuto morto»

 

Ma Pamela Acker fu categorica. Nonostante il mistero che avvolge le origini della HEK 293, «la cosa deve essere detta senza mezzi termini: così come non si può trapiantare un organo morto in un corpo vivo, non si può creare una linea cellulare a partire da tessuto morto».

 

La Acker citò il defunto medico e bioetico spagnolo Dr. Gonzalo Herranz. Deceduto il 20 maggio 2021, ex membro della Pontificia Accademia per la Vita, Herranz fu membro del Comitato Internazionale di Bioetica dell’UNESCO, consigliere del Parlamento Europeo e autore di 65 articoli di patologia. Celebre autore, conferenziere internazionale e consigliere di bioetica, era stato professore emerito di Anatomia Patologica all’Università di Navarra. In altre parole, Herranz studiava le anomalie delle cellule e dei tessuti, ed era eminentemente qualificato per affrontare questo argomento.

 

«Per ottenere cellule embrionali da coltivare, si deve adottare un aborto programmato, scegliendo l’età dell’embrione e sezionandolo mentre è ancora in vita per rimuovere i tessuti da porre nei mezzi di coltura»

Citato in Vivisection or Science dello scienziato italiano Pietro Croce, Herranz affermava semplicemente: «(…) per ottenere cellule embrionali da coltivare, si deve adottare un aborto programmato, scegliendo l’età dell’embrione e sezionandolo mentre è ancora in vita per rimuovere i tessuti da porre nei mezzi di coltura». (1)

 

La dichiarazione di Herranz è forse la più autorevole a sostegno del principio secondo il quale cellule vive devono provenire da corpi vivi. Ma ve ne sono altre, in particolare quella dell’embriologo americano C. Ward Kischer, che affermava in The Media and Human Embryology (Linacre Quarterly, Vol. 64, Issue 2, May 1, 1998), riferendosi ai trapianti di organi da bambini abortiti: «La verità è che tessuti morti non servirebbero a nulla. Il trapianto deve contenere cellule vive, e l’unico modo per esserne sicuri è ottenerle da feti vivi».

 

Riguardo alla ricerca sulle cellule fetali, Kischer ha mitigato solo leggermente la radicalità della citazione precedente: «per preservare il 95% delle cellule, il tessuto vivo dovrebbe essere prelevato entro 5 minuti dall’aborto. Già dopo un’ora le cellule continuerebbero a deteriorarsi, rendendo i campioni inutilizzabili».

 

«La verità è che tessuti morti non servirebbero a nulla. Il trapianto deve contenere cellule vive, e l’unico modo per esserne sicuri è ottenerle da feti vivi»

La finestra temporale incredibilmente breve rende questa distinzione virtualmente irrilevante, considerando il tempo supplementare necessario per operare, somministrare fluidi per la conservazione dei tessuti e rimuovere gli organi.

 

Alvin Wong, il cui articolo del 2006 The Ethics of HEK 293 spinse la Acker a rinunciare alle sue ricerche di dottorato, concorda:

 

«Se di fatto l’embrione o il feto è ancora vivo mentre il tessuto viene estratto da esso, allora chi lo fa commette un atto di violenza ancora più grave direttamente su un altro essere umano vivente. Questo potrebbe accadere, dato che sembra essere un criterio scientifico che il tessuto sia ottenuto in uno stato vitale per essere adatto alla ricerca».

 

«Per preservare il 95% delle cellule, il tessuto vivo dovrebbe essere prelevato entro 5 minuti dall’aborto. Già dopo un’ora le cellule continuerebbero a deteriorarsi, rendendo i campioni inutilizzabili»

Nel corso della mia ricerca, ho discusso con il dottor Paul Byrne. Byrne è un neonatologo, ex presidente dell’Associazione Medica Cattolica, e un’autorità sulla morte cerebrale e il trapianto di organi.

 

«È vero – chiesi – che i campioni di tessuto per le linee cellulari fetali, per essere utilizzabili, devono essere prelevati da bambini vivi?»

 

«Sì» rispose Byrne.

 

«Quando la procedura viene avviata il bambino deve essere in vita per poter ottenere tessuto vivo… Dopo la morte, la distruzione delle cellule non è immediata: prendete lo scheletro, per esempio. Ma quando viene avviata la procedura di aborto e di dissezione per ottenere organi e tessuti da prelevare, il bambino è vivo».

 

Lo incalzai: «è vero che i campioni di tessuto per le linee cellulari fetali, per essere utilizzabili, devono essere prelevati da bambini vivi? Non deceduti di recente, ma vivi nel momento in cui il tessuto o gli organi vengono prelevati?»

 

«il bambino è vivo quando viene sezionato per ottenere organi e tessuti»

La sua risposta: «il bambino è vivo quando viene sezionato per ottenere organi e tessuti».

 

Quando osservai che la terminologia medica può essere molto fuorviante, Byrne rispose asciutto: «il diavolo semina confusione. Dopo tutto, è il padre della menzogna».

 

Il dottor Keith Crutcher, professore di neurochirurgia all’Università di Cincinnati, affrontò l’argomento nel 1993:

 

«È importante riconoscere che il feto, o l’organo desiderato, deve essere vivo per servire come utile donatore di tessuti. Tuttavia esiste un certo disaccordo sul termine vivo. La definizione biologica tradizionale include i concetti di metabolismo, crescita, respirazione, ecc. Certamente, prima dell’aborto, il feto soddisfa tutti questi criteri. L’idoneità del tessuto fetale per il trapianto dipende dal modo in cui viene ottenuto. Il tessuto ideale è quello ottenuto da un feto vivo intatto». (2)

 

 

Aborti programmati

La dichiarazione di Herranz evidenziava ciò che Acker chiama la natura «programmata» dell’aborto finalizzato al prelievo di tessuti.

 

In generale, l’aborto con prostaglandina, introdotto all’inizio degli anni ’70, ha sostituito l’isterectomia (nota anche come «mini-cesareo») come metodo “ideale” per la raccolta di tessuto fetale.

 

In effetti l’uso della prostaglandina per indurre il travaglio ha rivoluzionato il campo del prelievo di tessuto fetale.

 

Inizialmente vista come «la temuta complicazione», i ricercatori si sono presto resi conto che la nascita di un bambino vivo dopo un aborto con prostaglandina poteva essere in realtà molto conveniente

Inizialmente vista come «la temuta complicazione», i ricercatori si sono presto resi conto che la nascita di un bambino vivo dopo un aborto con prostaglandina poteva essere in realtà molto conveniente: «con le prostaglandine», dichiarò il genetista e pediatra Dr. Kurt Hirschhorn nel 1973,«“si può programmare l’intero aborto, in modo che [il feto] ne esca vivo, nel senso che può sopravvivere alcune ore, o un giorno intero» (National Observer, 21 aprile 1973).

 

Tipicamente, feticidi come la digossina, comunemente usati negli aborti tardivi, non sono impiegati quando il tessuto fetale deve essere utilizzato per la ricerca perché causano «anomala morfologia cellulare, scarsa vitalità cellulare e qualità variabile dell’RNA» (3), limitando il valore del tessuto ai fini della ricerca.

 

In una e-mail alla dottoressa Kristina Howard della FDA riguardante il tessuto fetale per la ricerca sui topi umanizzati, Perrin Larton della Advanced Bioscience Resources si lamenta del fatto che «questa settimana abbiamo avuto quattro casi di 21 settimane a cui era stata iniettata la digossina il mercoledì, quindi il tessuto è inutilizzabile». (4)

 

La Acker è stata criticata per aver dichiarato senza mezzi termini che gli aborti per l’approvvigionamento di tessuto fetale avvengono tramite taglio cesareo. Il punto rimane: ciò che lei ha descritto è una procedura standard, descritta ripetutamente nei rapporti scientifici. L’isterectomia, l’aborto indotto o il D&X (Dilatazione ed Estrazione) (5), che è anche indicato da eufemismi come «dilatazione» e «visualizzazione ecografica in tempo reale», hanno tutti in comune lo stesso obiettivo: consegnare un feto intatto con organi freschi.

 

Si potrebbe sostenere che in un aborto D&X gli organi non vengono rimossi mentre il bambino è vivo. Vero: il D&X, conosciuto anche come aborto a nascita parziale, rasenta l’infanticidio uccidendo il bambino mentre è ancora parzialmente nel canale uterino.

 

Tuttavia, come per altri aborti per il recupero di organi vitali, l’aborto D&X è parte integrante del processo di recupero dei tessuti, tanto che si può dire che il feto viene ucciso dal processo stesso di raccolta.

 

Questo si applicherebbe anche al metodo più comunemente usato per l’aborto del secondo trimestre (6), la D&E (Dilatazione ed Evacuazione), conosciuta anche come aborto per smembramento.

 

Sebbene sia considerato – per ovvie ragioni – meno ideale per il recupero di organi, è comunque usato. La ragione è semplice: è molto raro che un abortista «induca la morte del feto» prima di eseguire un D&E. E nelle parole del fornitore di tessuto fetale James Bardsley, «abbiamo bisogno di tessuto abbastanza fresco. Dobbiamo processare il tessuto entro pochi minuti dal momento della morte». (7)

 

Secondo le conclusioni legislative di una legge redatta dal Bioethics Defense Fund (BDF):

 

«Il prelievo di organi, tessuti e cellule da bambini non nati la cui morte è direttamente causata dall’aborto indotto viola la regola del donatore deceduto… perché (a) i bambini non ancora nati sono vivi quando le decisioni sul riposizionamento del feto e sul punto di schiacciamento vengono prese da chi pratica l’aborto con l’obiettivo di ottenere cuore, polmoni, fegato, cervello e altri tessuti e organi fetali intatti; e (b) il riposizionamento del feto e lo schiacciamento sopra e sotto il torace per ottenere organi, tessuti e cellule fetali intatti è esso stesso la causa della morte dell’essere umano dal quale gli organi vengono poi raccolti». (8)

 

La vicepresidente della BDF, Dorinda Bordlee, mi esortò a effettuare ricerche più approfondite sull’aborto per smembramento, come esempio particolarmente brutale di aborto programmato per la raccolta di tessuto fetale.

 

«Il feto, in molti casi, muore esattamente come un adulto o un bambino: dissanguato a morte mentre viene smembrato… arto per arto». Il giudice della Corte Suprema Anthony Kennedy aggiungeva che talvolta è ancora possibile rilevare per ultrasuoni un battito cardiaco nel feto «allorché ampie parti ne sono state rimosse»

Nel farlo, sono rimasta sconcertata nel leggere la cruenta descrizione del giudice della Corte Suprema Anthony Kennedy: «il feto, in molti casi, muore esattamente come un adulto o un bambino: dissanguato a morte mentre viene smembrato… arto per arto». Kennedy aggiungeva che talvolta è ancora possibile rilevare per ultrasuoni un battito cardiaco nel feto «allorché ampie parti ne sono state rimosse». (9)

 

Per spiegarlo in raccapricciante dettaglio: gli organi fetali destinati alla ricerca (cioè il trapianto in topi umanizzati, o la coltura per la creazione di linee cellulari) possono anche essere ottenuti da feti vivi che vengono abortiti tramite D&E (aborto con smembramento). Il processo abortivo è organizzato in modo da non danneggiare gli organi desiderati.

 

È da qui che provengono le linee cellulari fetali. Non dobbiamo lasciare che la nostra repulsione stenda un velo mentale sui certi atroci dettagli, a scapito della nostra comprensione.

 

 

Paralleli con il dono di organi

Per tornare al principio secondo il quale cellule vive devono provenire da organismi vivi, uno sguardo al trapianto di organi aiuterà a capire.

 

I tessuti e gli organi per la ricerca sono soggetti agli stessi fattori che influiscono sugli organi per i trapianti: vale a dire la salute del donatore, la vitalità degli organi e il tempo di transito dal donatore al laboratorio o al ricevente. (10)

 

Le questioni in gioco nel trapianto di organi vitali sono così complesse che gli organi vitali sono generalmente recuperati da donatori cerebralmente morti il cui cuore batte ancora.

 

Consideriamo ora la donazione di organi da donatori che soddisfano la definizione tradizionale di morte: i cosiddetti donatori DCD (Donor after Cardiac Death, o Donatore dopo Arresto Cardiaco). La letteratura medica pullula di discussioni sulla donazione di organi da donatori DCD: non è una questione semplice, né dal punto di vista medico né da quello etico.

 

In effetti, nulla è semplice nel prelievo di organi per la ricerca o il trapianto. La finestra in cui recuperare organi vitali da donatori DCD dopo il ritiro dal supporto vitale è estremamente stretta; la procedura richiede una grande quantità di preparazione e una tempistica precisa, troppo complessa da dettagliare qui. In breve, il paziente è preparato per l’intervento chirurgico quando il supporto vitale viene ritirato, e il team operativo è pronto, gli occhi sull’orologio, a rimuovere gli organi vitali entro pochi minuti dalla morte cardiaca.

 

A causa della controversia che circonda l’HEK 293, creata a partire da cellule epatiche, diamo un’occhiata in particolare al dono di reni. Tra gli organi vitali, il rene ha una finestra di viabilità pre-ricerca o trapianto più ampia.

 

Tuttavia, dire che un rene può sopravvivere per un lungo periodo di tempo al di fuori dal corpo non significa dire che può rimanere in un cadavere privo di battito cardiaco per un lungo periodo di tempo ed essere ancora utilizzabile per il trapianto. Al contrario, il rene deve essere prelevato entro pochi minuti dalla morte cardiaca, e devono essere prese particolari precauzioni per conservarlo. Senza alcun intervento, comincia a subire un danno ischemico causato dall’ipossia (danno dovuto alla mancanza di ossigeno) anche prima che il cuore smetta di battere completamente. (11)

 

Anche i tessuti di organi non vitali, come le retine fetali (in un feto di 18 settimane) usate per la linea cellulare PER.C6, devono essere raccolti a meno di un’ora dalla morte se si vuole che sopravvivano in coltura. Si ritorna al principio enunciato dal Dr. Paul Byrne:

 

«Dopo la morte di un individuo, inizia una costante distruzione, disintegrazione, corruzione dei suoi resti mortali. Non può essere fermata. Gli organi, i tessuti e le cellule si disintegrano a ritmi diversi… Quando un organo, un tessuto o delle cellule sono utilizzati per il trapianto o la coltura o la replicazione di tessuti, c’è sempre la necessità di fornire dell’ossigeno per mantenerli in vita dall’inizio della procedura fino al momento del prelievo del tessuto dell’organo o delle cellule…» (12)

 

Per i nostri scopi, dobbiamo supporre che il neonato consegnato vivo dopo l’aborto sia equivalente al donatore DCD.

 

Tuttavia, è ingenuo pensare che lo stesso standard di cura si applichi alla piccola non-persona umana, all’aborto. Dobbiamo quindi ammettere un probabile scenario in cui gli organi sono rapidamente estratti da un bambino ancora in vita.

 

 

Ipotermia e «oculato raffreddamento»

Durante la mia ricerca, a volte mi sono trovata a ripercorrere i passi di altri. Un certo numero di ricercatori pro-vita hanno accuratamente documentato l’uso di feti vivi pre-viabili nella ricerca. Anche se ero tentata di fare affidamento solo sulle loro ricerche, quando possibile cercai le fonti originali.

 

Questo approccio portò i suoi frutti quando tentai di rintracciare l’origine di un’affermazione citata spesso dell’immunologo e bio-etico australiano Peter McCullagh. Il libro di McCullagh del 1987 The Foetus as Transplant Donor («Il feto come donatore di organi», ndr) è fuori stampa e quasi impossibile da trovare. Ormai disperavo di trovarlo quando un amico ne dissotterrò una copia per me.

 

Ironia della sorte, non ho mai trovato la citazione in questione. Tuttavia, il libro di McCullagh, documentato in modo impeccabile, confermò molte delle mie conclusioni, a partire dai parallelismi tra il trapianto di organi e la ricerca sui vaccini.

 

McCullagh trova sospetto che i rapporti scientifici non descrivano in dettaglio cosa succede al feto nato vivo nei minuti che intercorrono «tra l’espulsione e la sperimentazione», quando “«a sopravvivenza del feto dopo l’isterectomia… potrebbe ragionevolmente essere dell’ordine di ore piuttosto che di secondi».

Vi si narra la storia dell’uso del tessuto fetale nella ricerca sui vaccini, è descritto l’uso dell’aborto per prostaglandina e dell’isterectomia per ottenere tessuto fresco per la coltura cellulare, ed è documentato l’uso di neonati vivi e pre-viabili nella ricerca. McCullagh trova sospetto che i rapporti scientifici non descrivano in dettaglio cosa succede al feto nato vivo nei minuti che intercorrono «tra l’espulsione e la sperimentazione», quando “«a sopravvivenza del feto dopo l’isterectomia… potrebbe ragionevolmente essere dell’ordine di ore piuttosto che di secondi». (13)

 

Ma McCullagh fa un ulteriore passo avanti. I bambini prematuri, dice, presentano una straordinaria tolleranza all’ipotermia. Inoltre, «i segnali vitali del feto ex utero sono molto più sensibili alle influenze esterne rispetto ai segnali vitali negli adulti della stessa specie».

 

E prosegue:

 

«Qualsiasi raffreddamento del feto… tenderà a ridurre il deterioramento dei tessuti fetali. Inoltre… diminuirà la rilevabilità di eventuali segni vitali che erano in evidenza al momento del parto. Potrebbe non essere irragionevole suggerire che, in alcune circostanze, un oculato raffreddamento di un potenziale donatore (forse come risultato di una “negligenza benigna”) potrebbe convenientemente soddisfare un doppio intento». (14)

 

In altre parole, il raffreddamento (anche quello che potrebbe avvenire in sala parto) sopprime i segni vitali del neonato, e tuttavia, per lo stesso motivo, ne prolunga la vita.

 

McCullagh cita uno studio del 1961 in cui 23 neonati abortiti prematuri sono stati studiati a varie temperature. A temperatura corporea normale (37 gradi Celsius) i neonati sono sopravvissuti per circa 3 ore. Tuttavia, riducendo la temperatura corporea a 4 gradi Celsius «il tempo di sopravvivenza aumentava di altre 1-2 ore». (15)

 

Mentre leggevo tutto questo, mi tornò in mente la dichiarazione della Acker, «il bambino non era morto quando lo misero nel frigorifero». Potevo ancora sentire il tono leggermente esasperato della sua voce. Mi aveva appena letto un articolo del 1952 sulla coltivazione del virus della polio, che descriveva feti di 12-18 settimane di gestazione, abortiti e poi conservati per una successiva dissezione.

 

Ora capivo perché era così sicura:

 

«Quando possibile, l’embrione veniva rimosso dal sacco amniotico in condizioni sterili, trasferito su un telo sterile e tenuto a 5° C fino alla dissezione; di solito la dissezione veniva effettuata da 1 a 3 ore dopo l’isterectomia, ma in un’occasione il virus è stato propagato con successo nei tessuti di un embrione che era stato conservato complessivamente  per 24 ore a 5° C». (16)

 

La difficoltà di determinare la morte in un neonato prematuro abbinata alla tentazione di prolungare la sua vita a scopo di ricerca, come suggerito nella citazione di cui sopra, costituisce l’argomento più convincente di McCullagh contro la raccolta di tessuto fetale.

 

È molto probabile che l’estrazione del tessuto fetale avvenga il più delle volte mentre il bambino sopravvissuto all’aborto è ancora in vita. Questa conclusione è basata sull’evidenza di ciò che è stato praticato in passato, come documentato in articoli scientifici, e sulle condizioni necessarie per il buon esito della coltura cellulare o della donazione di organi.

 

Aggiungete a questo l’eccezionale tolleranza di un neonato prematuro alla temperatura ambiente, e si ha una situazione complessa che non può, in buona coscienza, essere ignorata.

 

 

Il mito dell’immortalità

La mia conversazione con la Acker e la successiva ricerca avevano modificato in profondità molte delle mie supposizioni. Tuttavia, dato che alcune linee di cellule fetali, incluse le HEK 293, sono immortalizzate, possiamo supporre che il loro uso non aumenterà la domanda di nuovi tessuti?

 

Potrebbe effettivamente diminuirla?

 

Se riusciamo a fare astrazione delle circostanze che accompagnano la creazione di una linea cellulare, sarebbe consolante poter pensare che tale deplorevole evento non si ripeterà.

 

È importante notare che molti vaccini sono derivati da linee cellulari fetali umane che non sono immortali. I vaccini comuni per polio, ROR, varicella e altri sono derivati da WI-38 e MRC-5, nessuno dei quali è immortale, anche se è vero che possono produrre un numero quasi illimitato di cellule da una singola fonte.

 

Per quanto riguarda le cosiddette linee cellulari immortalizzate, Acker dice che il termine «immortale» è fuorviante:

 

«Anche se queste cellule sono dette “immortalizzate”, una tale linea cellulare non è immortale, anche se ha una durata di vita indefinita: una durata di vita più lunga delle colture cellulari primarie. Se prendi delle cellule direttamente da me e non le immortalizzi, queste sopravviveranno in una piastra di Petri per un breve periodo di tempo. Se le immortalizzi, vivranno per un gran numero di colture cellulari, ma non vivranno per sempre. Alla fine moriranno e non sarete più in grado di sottocoltivarle. E a quel punto avrete bisogno di un’altra linea cellulare».

 

Per quanto riguarda la HEK 293, usata nella produzione di vaccini e una miriade di altri prodotti, Acker dice «è stata un’immortalizzazione particolarmente riuscita. Alcune [linee cellulari] hanno una durata di vita più lunga di altre, proprio come alcuni esseri umani hanno una durata di vita più lunga di altri…. Si dà il caso che questa sia stata una linea di grande successo».

 

Anche se molti prendono alla lettera il concetto di «immortalità» della linea cellulare, gli scienziati riconoscono che il termine non deve essere inteso in senso letterale.

 

Il biologo cellulare e pioniere dei vaccini Leonard Hayflick (responsabile del ceppo di cellule fetali umane WI-38), ammise che «le cosiddette linee cellulari “immortali”, come HeLa, che sono state coltivate continuamente per decenni, ma mai studiate come colture isolate, non possono essere considerate immortali» (17), e aggiunse che «più recentemente è stata formulata una presunzione di immortalità per le cellule staminali embrionali, ma la prova che queste cellule possono essere riprodotte continuamente per anni, con mantenimento delle proprietà normali, anche in assenza di ricombinazione genetica, deve ancora essere dimostrata».

 

Ed entrambi i tipi di linee cellulari, dice la Acker, possono «accumulare mutazioni dopo essersi replicate in vitro nel tempo».

 

Quindi c’è una continua richiesta di linee cellulari fetali umane, sia a termine che immortalizzate. «Finché continueremo a usare cellule fetali abortite nei vaccini – prevede Acker – ciò contribuirà a creare una domanda di ulteriori linee di cellule fetali abortite. Le persone che affermano che non sarà così, fanno prova di ingenuità sul tipo di scienza in questione».

 

A riprova di quanto sopra, la Acker attirò la mia attenzione su una nuova linea cellulare fetale umana. Walvax-2, creata in Cina a causa dell’età e della diminuzione della fornitura della linea cellulare MRC-5, ha comportato nove aborti. Alla fine, una bambina di tre mesi di gestazione ha fornito le cellule. Il travaglio è stato indotto per fornire un feto intatto. La letteratura sulla ricerca nota che è stata usata l’induzione del travaglio e i «tessuti dei feti appena abortiti sono stati immediatamente inviati al laboratorio per la preparazione delle cellule». (18)

 

L’industria dell’aborto e i suoi alleati sono fiduciosi: prevedono nei prossimi anni una crescita costante della domanda di tessuto fetale.

 

«Gli scienziati sono sicuri che il tessuto fetale è la chiave per una medicina maggiormente preventiva, per nuovi vaccini e per la messa a punto di trattamenti per le patologie  più devastanti del giorno d’oggi; la ricerca continua, e il suo corso è influenzato dalle minacce sanitarie globali»

«Gli scienziati sono sicuri che il tessuto fetale è la chiave per una medicina maggiormente preventiva, per nuovi vaccini e per la messa a punto di trattamenti per le patologie  più devastanti del giorno d’oggi; la ricerca continua, e il suo corso è influenzato dalle minacce sanitarie globali».

 

Alla luce della pandemia dei nostri giorni, questa dichiarazione suona come una profezia. È tratta dal rapporto amici curiae del 2016 nella causa della National Abortion Federation contro il Center for Medical Progress di David Daleiden. (19)

 

 

Reinventare la ruota e alternative etiche

Da decenni i cattolici sono alle prese con la questione dei vaccini derivati da linee di cellule fetali umane. Eppure le alternative etiche sono ancora pateticamente scarse.

 

La Acker ne attribuisce la causa in parte al fatto che in questo campo ad un approccio basato su tentativi ed errori.

 

Da decenni i cattolici sono alle prese con la questione dei vaccini derivati da linee di cellule fetali umane. Eppure le alternative etiche sono ancora pateticamente scarse

«Quando si fa ricerca sui vaccini, non c’è una formula standard per crearne uno nuovo. Non è come se stessi stabilendo, per dire, i principi fondamentali della ricerca medica. Stai solo provando qualcosa per vedere se funziona. Se qualcosa funziona in una linea di cellule di feti abortiti, allora è meglio usare una linea di cellule di feti abortiti, perché ha già funzionato. Usare linee cellulari di origine etica spesso significa reinventare la ruota. Dal punto di vista di un ricercatore ateo, ciò non ha alcun senso».

 

Tuttavia, la Acker sente che c’è anche un’altra ragione. Anni fa, in quanto ricercatrice posta di fronte ad un dilemma etico, i documenti della Chiesa – in particolare l’enciclica Dignitas Personae del 2008 – le hanno fornito una guida sicura. «In Dignitas Personae la Chiesa è stata molto chiara: i ricercatori non possono usare queste cellule. Non è complicato. È tutto lì».

 

La biologa ritiene che le recenti dichiarazioni del Vaticano siano meno utili:

 

«Questo è uno dei problemi principali di alcune delle recenti dichiarazioni sui vaccini da parte del Vaticano: non si rivolgono alle persone che possono effettivamente fare la differenza; cercando solo di dare indicazioni al cattolico medio. È una soluzione di ripiego, perché quando il cattolico medio accetta tranquillamente l’uso di questi vaccini, anche se poi manifesta qualche tipo di protesta verbale o scritta, in realtà le sue azioni parlano molto più forte delle sue parole».

 

 

Un’opportunità unica

D’altra parte, Acker vede la situazione attuale come un’opportunità unica.

 

Solo pochi anni fa, l’uso di cellule fetali abortite nella produzione di vaccini era a malapena riconosciuto. Oggi, sta finalmente ottenendo attenzione.

 

«Il vaccino COVID ha fatto saltare il coperchio dell’industria delle cellule fetali abortite. Ora molte persone che non hanno mai sentito che ci sono cellule fetali abortite nei vaccini, ne sono consapevoli».

 

Dice:

 

Fino a poco tempo fa, le voci pro-vita che sostenevano che i vaccini sono derivati da linee cellulari fetali erano liquidate come folli allarmismi

«Questo è probabilmente il vaccino che ha ottenuto la maggiore attenzione in termini di processo di produzione, perché, per così dire, viene creato sotto i nostri occhi. Tutti aspettavano con il fiato sospeso il vaccino che avrebbe messo fine ai lockdown e alla pandemia. Prima, si entrava nello studio del medico per ottenere un vaccino… e non si pensava veramente alla sua provenienza. [Con lo sviluppo dei vaccini COVID-19] ci sono stati aggiornamenti in tempo reale in termini di test di sicurezza ed efficacia: è tutto molto più trasparente. Penso che questo sia davvero utile. Sta rendendo le persone consapevoli che la ricerca sui vaccini è un’area che presenta una quantità di problemi».

 

La Acker inoltre riconosce il ruolo degli sforzi di organizzazioni come Children of God for Life, che fin dal 1999 ha lanciato l’allarme sulla produzione di vaccini.

 

Negli ultimi mesi ci siamo abituati a leggere di linee cellulari fetali, sia nella stampa religiosa che in quella secolare. Eppure, fino a poco tempo fa, le voci pro-vita che sostenevano che i vaccini sono derivati da linee cellulari fetali erano liquidate come folli allarmismi. Non sorprende che anche le denunce di coloro che sospettano che la storia sia ancora più oscura siano state liquidate con un’alzata di spalle.

 

Anche se molti prodotti oltre ai vaccini si basano su linee di cellule fetali, la situazione di oggi è unica in quanto un prodotto viene sollecitato sull’intera popolazione.

 

In un’industria che di solito ha pochi concorrenti, decine di vaccini COVID-19 sono attualmente in produzione, altri sono in sviluppo e vaccini di richiamo sono all’orizzonte.

 

Abbiamo l’opportunità di effettuare un cambiamento. Ma se i pronunciamenti morali sono progettati per calmare le coscienze piuttosto che suscitare un’indignazione morale ben informata, non si può dar torto all’industria dei vaccini per il fatto di ignorarli

In definitiva, l’industria dei vaccini, come ogni altra industria, è fatta per fare soldi. Se il consumatore fa pressione, i produttori di vaccini ascolteranno. Abbiamo l’opportunità di effettuare un cambiamento. Ma se i pronunciamenti morali sono progettati per calmare le coscienze piuttosto che suscitare un’indignazione morale ben informata, non si può dar torto all’industria dei vaccini per il fatto di ignorarli.

 

 

Il demone meridiano

Guardare in faccia gli aspetti più orribili della ricerca sui feti ci aiuta a svegliarci sia intellettualmente che emotivamente.

 

Ciò che motiva la Acker è che «la gente è totalmente desensibilizzata all’orrore intrinseco dell’aborto».

 

Abbiamo bisogno di riconoscere onestamente lo spregiudicato rapporto di lunga data che lega l’industria dei vaccini con l’aborto, la sua continua dipendenza dal tessuto fetale abortito, e ai metodi barbari comunemente usati per procurarsi quel tessuto. Dobbiamo continuare a fare domande.

«La gente è totalmente desensibilizzata all’orrore intrinseco dell’aborto»

 

Qualche settimana fa, il nostro parroco ha fatto un sermone sull’accidia, o indifferenza, talvolta chiamata il «demone meridiano». Per cullarci nella sonnolenza del mezzogiorno, ha detto, il diavolo a volte ci abbandona a noi stessi. Si aggira dietro le quinte, lasciandoci derivare indolenti in un tranquillo oblio. Perché quando le brave persone si trovano faccia a faccia con il vero volto del male, questo le scuote dalla loro indifferenza. E questa è l’ultima cosa che il diavolo vuole.

 

Ecco perché, per il diavolo, è importante che ci distacchiamo emotivamente, un’espressione accuratamente scelta dopo l’altra. Linee storiche di cellule fetali. Due aborti volontari. Migliaia di generazioni di distanza. Vecchie linee cellulari. Linee cellulari fetali, non tessuto fetale. Abortito volontariamente. Connessione remota e indiretta. Legame distante.

 

Se ci fermassimo a riflettere, riconoscessimo e affrontassimo apertamente la realtà del grave male al prezzo del quale così spesso sono stati acquistati i nostri vaccini, tutto potrebbe cambiare.

 

Abbiamo bisogno di riconoscere onestamente lo spregiudicato rapporto di lunga data che lega l’industria dei vaccini con l’aborto, la sua continua dipendenza dal tessuto fetale abortito, e ai metodi barbari comunemente usati per procurarsi quel tessuto.

Posso capire che non si voglia schiacciare sotto un senso di colpa coloro che sono a grave rischio di coronavirus. Ma quelli che possono far sentire la loro voce, vale a dire vescovi, bioeticisti, teologi morali, dovrebbero porre domande e sventolare una grossa  bandiera con su scritto «pericolo!» quando si tratta della partnership vaccino/aborto.

 

Dovremmo essere infuriati, e imbarazzati, che l’establishment scientifico abbia condotto ricerche spesso inaudite, proprio sotto il nostro naso, per quasi un secolo.

 

E dovremmo avere paura, molta paura, di ritrovarci in compagnia di coloro che, per riprendere le parole di padre Richard John Neuhaus, «guidano professionalmente l’Impensabile nel suo passaggio attraverso il Discutibile sulla strada per diventare il Giustificabile, fino a quando si sia finalmente definitivamente insediato come Ineccepibile».

 

 

Monica Seeley

 

 

Traduzione di Roberto Bonato

 

 

NOTE

1)  Pietro Croce, Vivisection or Science, pp. 99-108, Zed books, 2000.

2) Crutcher, Keith A., «Fetal Tissue Research: The Cutting Edge?», Linacre Quarterly, Vol. 60: n. 2, articolo 4.

3) Noah Gimbel, «Fetal Tissue Research and Abortion: Conscription, Commodification, and the Future of Choice», Harvard Journal of Law and Gender, Vol. 40, inverno 2012.

4) Edie Heipel, «Federal Government Caught Buying ‘Fresh’ Flesh Of Aborted Babies Who Could Have Survived As Preemies», The Federalist, aprile 15, 2021.

5) Legge sul divieto di aborto parziale del 2002: udienza davanti alla sottocommissione sulla costituzione della commissione sulla magistratura, Camera dei rappresentanti, 107° Congresso, seconda sessione, su HR 4965, 9 luglio 2002.

6)  https://www.prochoiceamerica.org/state-law/louisiana/

7) Gina Kolata, «Miracle or Menace?», Redbook, Sept. 1990.

8) Dorinda Bordlee, «Post-Abortion Organ Harvesting Ban: BDF Model Bill Enacted» (23 giugno 23 2016)

9) Giudice della Corte Suprema Anthony Kennedy, opinione dissenziente in Stenberg v. Carhart , giugno 2000.

10) McCarthy, Janine, Edward LeCluyse, Sharon Presnell, Gina Dunne Smith, Timothy L. Pruett, Ann Lam, Elizabeth Baker, Thomas Buersmeyer, and Kristie Sullivan, «Increasing the Availability of Quality Human Tissue for Research», ALTEX – Alternatives to Animal Experimentation Vol. 37, n.4, 2020

11) Luciano De Carlis, Riccardo De Carlis, Paolo Muiesan, «Past, Present and Future of Donation after Circulatory Death in Italy», 12 marzo 2019.

12) Peng-Yi Zhou, Guang-Hua Peng, Haiwei Xu, Zheng Qin Yin, «c-Kit+ cells isolated from human fetal retinas represent a new population of retinal progenitor cells», Journal of Cell Science, 2015.

13) Peter J. McCullagh, The Foetus as Transplant Donor: Scientific, Social and Ethical Perspectives. John Wiley and Sons, 1987

14) Ibid., p. 115

15) S. Kullander and B. Sunden, «On the survival and metabolism of normal and hypothermic pre-viable human foetuses», Journal of Endocrinology, Vol. 23, prima edizione, settembre 1961.

16)  Thomas H. Weller, John F. Enders, Frederick C. Robbins and Marguerite B. Stoddard; «Studies on the Cultivation of Poliomyelitis Viruses in Tissue Culture: I. The Propagation of Poliomyelitis Viruses in Suspended Cell Cultures of Various Human Tissue»; Journal of Immunology, 1952.

17) Leonard Hayflick, «The Illusion of Cell Immortality», British Journal of Cancer, novembre 2000.

18) Bo Ma, et al., «Characteristics and Viral Propagation Properties of a New Human Diploid Cell Line, Walvax-2, and its suitability as a candidate cell substrate for vaccine production», College of Life Sciences, Wuhan University, 2015.

19) Memoria Amici curiae a sostegno della causa della National Abortion Federation contro David Daleiden, Center for Medical Progress, Biomax Procurement Services, LLC e Troy Newman e Center for Medical Progress, 7 giugno 2016.

 

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Epidemie

Ospedali negheranno i trapianti ai non vaccinati in «quasi tutte le situazioni»

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Un sistema sanitario con sede in Colorado afferma che sta negando i trapianti di organi ai pazienti non vaccinati contro il coronavirus in «quasi tutte le situazioni», citando studi che mostrano che questi pazienti hanno molte più probabilità di morire se contraggono il COVID-19.  Lo riporta il Washington Post

Il deputato repubblicano dello stato del Colorado Tim Geitner ha dichiarato che sarebbe stato negato un trapianto di rene a una donna di Colorado Springs perché non vaccinata. Definendo la decisione «disgustosa» e discriminatoria, Geitner ha condiviso una lettera che  il paziente avrebbe ricevuto la scorsa settimana dal centro trapianti.

La lettera diceva che la donna sarebbe stata «inattivata» da una lista d’attesa per il trapianto di rene e aveva 30 giorni per iniziare la vaccinazione contro il coronavirus. Se si fosse rifiutata di essere vaccinata, diceva, sarebbe stata rimossa dalla lista d’attesa.

 

La lettera diceva che la donna sarebbe stata «inattivata» da una lista d’attesa per il trapianto di rene e aveva 30 giorni per iniziare la vaccinazione contro il coronavirus

La paziente in attesa di trapianto ha dichiarato a 9News che «è stata costretta a prendere una decisione che non mi sento a mio agio a prendere in questo momento per poter vivere». L’obbligo vaccinale, quindi, ha trovato un nuovo strumento di coercizione

 

«La politica illustra i costi crescenti di non essere vaccinati e si addentra in un territorio profondamente controverso: l’uso dello stato di immunizzazione per decidere chi riceve cure mediche limitate» scrive il WaPo. Bello l’aggettivo: controverso. Traduciamolo: non ancora completamente passato per la Finestra di Overton.

 

Renovatio 21 si oppone alla trapianto di organi, specie da persone ritenute «clinicamente morte» ma il cui cuore batte ancora, altrimenti non sarebbe possibile espiantarne gli organi: la «donazione», cioè la predazione, avviene solo a cuor battente, basandosi sulla artificiosa nozione di «morte cerebrale» i cui criteri cambiano da Paese a Paese e da un anno all’altro. Come abbiamo scritto, è il concetto di «morte cerebrale» a rendere possibile l’industria dei trapianti, un grande business per medici, ospedali e farmaceutiche che guadagnano clienti a vita di  farmaci come gli antirigetto.

 

Pare che si tratti in questo caso, di una donazione di rene da vivente, volontaria. È stato riportato infatti che la paziente e il suo donatore di reni stanno cercando altre opzioni fuori dallo Stato, poiché non hanno trovato un ospedale del Colorado che eseguirà la procedura prima di essere immunizzati.

 

La filiera della Necrocultura squarta e contamina, segrega e ricatta, in Europa oramai con la stessa mancanza di pudore che regna in Cina. Com’è possibile che il personale medico accetti questa mostruosità?

Non ci stupiamo di questa storia di ordinaria follia biomedica. Essa mette in luce diverse questioni:

 

1) L’instaurazione dell’utilitarismo – cioè il calcolo del piacere individuale – come filosofia che guida lo Stato e la Sanità, e quindi decide la vita e la morte delle persone. La qualità della vita ha perfino una formula, si tende a prediligere nelle cure quindi chi avrà più anni di piacere dinanzi rispetto a chi invece potrà vivere meno.

 

2) Il sistema di allocazione delle risorse mediche – il problema del triage che abbiamo visto in azioni con gli intubati durante la prima ondata pandemica – ora è utilizzabile come ricatto vaccinale.

 

3) il sistema grottesco della predazione degli organi, come riportato da Renovatio 21, non si è fatto scrupolo di espiantare e trapiantare organi di positivi al COVID: per quanto vi possa sembrare allucinante è così. Anzi, si parlava, qualche mese fa, di un boom di disponibilità di organi umani grazie ai morti di COVID. Ora però la faccenda si complica: a quanto è dato di capire potrebbe essere obbligato al vaccino anche il «donatore».

 

Ci rendiamo conto che stanno davvero rendendo accettabile l’idea che un non vaccinato merita di morire?

Qui subentra il paradosso ulteriore che abbiamo visto con il plasma iperimmune: colui che ha contratto il coronavirus ed è guarito può donare il sangue per la plasmaferesi, mentre chi è vaccinato ha dei limiti: egli, secondo le linee guida pubblicate dall’ECDC, deve attendere 48 ore dal vaccino, mentre se «ha sviluppato sintomi dopo la somministrazione del vaccino anti-SARS-CoV-2 può essere accettato alla donazione dopo almeno 7 giorni dalla completa risoluzione dei sintomi».

 

Non abbiamo dubbi che l’idea di escludere dalle cure i non vaccinati trova il favore in una larga parte della popolazione – gli stessi che paragonano i resistenti alla siringa come animali parassiti, subumani da gettare in campi da concentramento o da prendere a cannonate. Tutte cose che sono state davvero dette nel discorso pubblico.

 

La filiera della Necrocultura squarta e contamina, segrega e ricatta, in Europa oramai con la stessa mancanza di pudore che regna in Cina. Com’è possibile che il personale medico accetti questa mostruosità?

 

Ci rendiamo conto che stanno davvero rendendo accettabile l’idea che un non vaccinato merita di morire?

 

 

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Predazione degli organi

«Un puro atto di altruismo»: la donazione di organi dopo l’eutanasia

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Renovatio 21 traduce questo articolo di Bioedge. Ricordiamo che per Renovatio 21 la «donazione di organi» è «predazione di organi» da persona ancora vivente, in quanto il suo cuore batte ancora.

 

 

La donazione di organi dopo l’eutanasia è possibile nei Paesi Bassi, in Belgio e in Canada. Tuttavia, non è ancora un’opzione molto popolare.

 

Sembra che essa sia stata eseguita solo 70 volte nei Paesi Bassi. La maggior parte delle persone preferisce essere soppressa a casa e quando il loro corpo arriva in ospedale, gli organi non sono più in grado di essere utilizzati.

 

Tuttavia, diversi medici e un bioeticista hanno pubblicato un articolo su BMC Medical Ethics che registra come sono riusciti a portare con successo la combinazione di morte a casa e donazione di organi. L’uomo soppresso era il marito di una delle autrici dell’articolo.

 

La maggior parte delle persone preferisce essere soppressa a casa e quando il loro corpo arriva in ospedale, gli organi non sono più in grado di essere utilizzati

Dal punto di vista logistico, è un po’ complicato. L’uomo di 63 anni, che soffriva di atrofia multisistemica, è stato sedato a casa circondato dalla sua famiglia e poi trasportato in un vicino ospedale. Lì è stato soppresso dal suo medico di famiglia. Gli specialisti dei trapianti hanno aspettato i 5 minuti previsti e poi hanno estratto gli organi. Sono stati in grado di recuperare entrambi i reni, il fegato e il pancreas.

 

Legalmente, gli autori hanno riconosciuto che la procedura ha allungato la lettera della legge.

 

Nei Paesi Bassi, un paziente deve soffrire disperatamente e in modo insopportabile.

 

Tuttavia, dopo essere stato sedato, non soffre più. Come può acconsentire all’eutanasia?

 

Tuttavia, tutti i soggetti coinvolti hanno convenuto che la procedura rispettava lo spirito della legge.

Nei Paesi Bassi, un paziente deve soffrire disperatamente e in modo insopportabile. Tuttavia, dopo essere stato sedato, non soffre più. Come può acconsentire all’eutanasia?

 

Eticamente, gli autori hanno messo la spunta su tutti i principi Belmont di autonomia, beneficenza, non maleficenza e giustizia.

 

«Da una prospettiva utilitaristica – dicono – la decisione di onorare gli ultimi desideri del paziente ha prodotto il bene più grande per molti altri pazienti».

 

Concludono che «dal punto di vista del paziente, addormentarsi nell’intimità della propria casa e con i suoi cari presenti sembra essere una buona alternativa alla medicalizzazione della donazione di organi dopo l’eutanasia in ospedale».

 

 «La donazione di organi dopo l’eutanasia – dichiarano – è un puro atto di altruismo”.

 

Michael Cook

Direttore di Bioedge

 

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

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