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Risoluzione ONU di Srebrenica, «genocidio» e doppi standard in attesa della nuova balcanizzazione

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La recente risoluzione dell’ONU sul «Genocidio di Srebrenica» ha raccolto 84 voti a favore, 19 contrari e 68 astensioni, attribuendo ingiustamente la colpa dei tragici eventi del 1995 all’insieme serbo, mentre l’Occidente ignora la verità. Come previsto dai funzionari serbi, questa mossa non fa altro che approfondire le spaccature esistenti e aumentare le tensioni in Europa. Un articolo della testata governativa russa Sputnik fa il punto sulla situazione.

 

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato giovedì una controversa risoluzione che nomina l’11 luglio «Giornata internazionale di riflessione e commemorazione del genocidio di Srebrenica del 1995» e condanna «senza riserve qualsiasi negazione del genocidio di Srebrenica come evento storico».

 

I leader della Serbia e della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina (Republika Srpska) riconoscono la tragica morte di migliaia di musulmani bosniaci a Srebrenica come un crimine di guerra perpetrato da alcuni individui, ma rifiutano categoricamente la sua qualificazione come genocidio e contestano le affermazioni avanzate dalle autorità bosniache e dall’Occidente riguardo il bilancio delle vittime.

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«Questo documento non farà altro che aumentare il potenziale di conflitto dei Balcani», ha affermato Maria Zakharova, portavoce del Ministero degli Esteri russo.

 

Prima del voto, il presidente serbo Aleksandar Vucic aveva avvertito gli Stati Uniti e l’Unione Europea delle conseguenze problematiche della risoluzione.

 


L’ambasciatore russo all’ONU, Vassilij Nebentsia, aveva previsto che la risoluzione avrebbe portato alla «distruzione degli accordi di pace di Dayton» che hanno posto fine alla guerra in Bosnia nel 1995 e stabilirono l’attuale forma della Bosnia-Erzegovina. Le previsioni del diplomatico di Mosca hanno iniziato a materializzarsi il 23 maggio, scrive Sputnik.

 

Milorad Dodik, presidente della Republika Srpska, che fa parte della federazione della Bosnia ed Erzegovina, ha annunciato che entro i prossimi 30 giorni la Republika Srpska presenterà una proposta ai suoi partner in Bosnia ed Erzegovina delineando un piano di separazione pacifica.

 

«In primo luogo, la nostra proposta sarà quella di chiarire le competenze politiche di ciascuna delle nostre entità [compresa la Bosnia ed Erzegovina]. Proporremo di mantenere in vigore l’attuale modello economico, adattandolo poi al processo di separazione pacifica. Il popolo serbo non può più vivere in una Bosnia-Erzegovina simile. Ciò che hanno fatto i bosniaci con la risoluzione su Srebrenica è illegale e dimostra che [gli artefici della risoluzione] non rispettavano i serbi».

 

Nella sua essenza, la Bosnia-Erzegovina è una struttura fragile, scrive l’analisi di Sputnik. Lo Stato balcanico è costituito da due entità principali, la prima parte composta da croati cattolici e bosniaci musulmani – la Federazione della Bosnia ed Erzegovina, e la seconda, Republika Srpska, la parte cristiano-ortodossa, popolata da serbi.

 

L’emigrazione dei croati dalla Bosnia-Erzegovina è stata dilagante, soprattutto dopo il 2013, quando la Croazia è diventata membro dell’UE. Da allora, la comunità croata, composta da 550.000 persone, è andata dissolvendosi, mentre i giovani croati bosniaci partono per lavori migliori nelle grandi città dell’UE. Di conseguenza, la Bosnia-Erzegovina (BiH) è diventata sempre più dominata dai musulmani, spingendo così la Republika Srpska a cercare la riunificazione con la Serbia.

 

Il semplice metodo di conteggio dei voti durante la sessione dell’Assemblea generale dell’ONU su Srebrenica ha sollevato interrogativi. Gli 87 paesi che non hanno votato a favore della risoluzione hanno infatti superato gli 84 che hanno sostenuto la bozza, formalmente proposta da Germania e Ruanda.

 

In un’intervista sempre a Sputnik Darko Mladic, figlio del leader serbo-bosniaco Ratko Mladic, che attualmente sta scontando l’ergastolo per il suo coinvolgimento negli eventi di Srebrenica, ha spiegato perché la risoluzione ha provocato tanta indignazione tra il popolo serbo.

 

Nonostante il fatto che solo poche nazioni abbiano sostenuto l’idea di etichettare gli eventi del 1995 come «genocidio», i serbi hanno la sensazione che la loro intera nazione sia stata ingiustamente stigmatizzata come genocida. Qualsiasi tentativo futuro di sfidare questa percezione potrebbe essere visto come una forma di «negazione del genocidio», rendendo di fatto illegale per i serbi esprimere qualsiasi obiezione.

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«Hanno dovuto cambiare le regole delle Nazioni Unite per far approvare» questa risoluzione, ha spiegato Mladic. «Lo scopo degli autori di questa risoluzione è quello di… impedire alla comunità di ricerca di svolgere ulteriori indagini su ciò che realmente accadde allora [durante la guerra in Bosnia del 1992-1995, ndr]. Non solo a Srebrenica, ma in tutta la Bosnia… Questa risoluzione non promuove la pace, ha un enorme potenziale distruttivo».

 

In un’intervista all’agenzia di stampa Tanjug, Efraim Zuroff, direttore del Centro Simon Wiesenthal per la caccia ai criminali di guerra nazisti, ha criticato il recente voto dell’Assemblea generale dell’ONU definendolo di natura politica. Zuroff ha continuato descrivendo l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite come il «posto peggiore» per un simile voto.

 

In qualità di ricercatore del genocidio nazista contro gli ebrei durante gli anni Trenta e Quaranta, Zuroff ha spiegato che la definizione di «genocidio» accettata a livello internazionale va oltre i crimini di guerra, comprendendo omicidi premeditati con l’intenzione di sradicare un intero gruppo etnico, sostenendo che questa definizione non si applicava agli eventi di Srebrenica del 1995, dove tutte le donne e i bambini musulmani furono evacuati e la maggior parte degli uomini uccisi erano combattenti morti nei campi minati o durante gli scontri a fuoco.

 

Zuroff ha anche affermato che la risoluzione è stata in realtà redatta da musulmani bosniaci, che hanno utilizzato gli inviati tedeschi e ruandesi presso le Nazioni Unite come delegati. I serbi bosniaci e la Serbia ne sono consapevoli, e questo li rende sempre più determinati a far sì che la Republika Srpska lasci la Bosnia-Erzegovina e si unisca alla Serbia.

 

La storia rende i serbi scettici riguardo alle promesse fatte dagli inviati tedeschi all’ONU riguardo alla responsabilità individuale o collettiva nel «genocidio». Dei sette capi di entità post-jugoslave giudicati colpevoli dall’Aia e imprigionati, la maggioranza erano serbi. Serbi bosniaci, serbi croati e persino il defunto presidente Slobodan Milosevic furono tra le persone incarcerate, mentre nessun rappresentante musulmano o croato subì lo stesso destino.

 

I leader serbo-bosniaci Radovan Karadjic, Biljana Plavsic, Momcilo Kraishnik e il primo presidente della Repubblica Serba di Krajina in Croazia, Milan Babic, sono stati tutti condannati al carcere dal tribunale dell’Aja, mentre i leader albanesi del Kosovo Hashim Taci e Ramush Haradinaj sono stati liberati, nonostante ampie prove dei loro crimini, scrive la testata russa.

 

Sia Taci che Haradinaj sono stati rilasciati, nonostante le accuse del procuratore capo delle Nazioni Unite Carla del Ponte, che nei suoi due libri ha dettagliato il loro ruolo nella tortura e nell’omicidio di massa dei serbi del Kosovo.

 

«Se si attacca ‘individualmente’ solo ai politici di una certa origine etnica, allora ovviamente si ritiene responsabile questo gruppo», ha detto a Sputnik George Szamuely, ricercatore senior del Global Policy Institute con sede a Budapest.

 

Un esempio lampante dei doppi standard dell’Occidente può essere visto nel caso di Milan Martic, l’ex presidente della Repubblica Serba di Krajina, un’entità autoproclamata dalla popolazione di etnia serba abitante nelle regioni storiche di Krajina e Slavonia.

 

Nel 1995, le truppe croate invasero la Repubblica Serba di Krajina, provocando quello che è stato descritto come un atto di «pulizia etnica». Nonostante ciò, il Tribunale internazionale per l’ex Jugoslavia ha attribuito la colpa esclusivamente ai leader dell’entità serba distrutta e non ai leader politici e militari croati responsabili della sua distruzione.

 

Di conseguenza, non ci sono più serbi che vivono nella regione, eppure nessun politico musulmano croato o bosniaco è stato ritenuto responsabile del proprio ruolo in questi eventi.

 

La risoluzione delle Nazioni Unite su Srebrenica si aggiunge a un numero crescente di rimostranze inflitte ai serbi, e la Bosnia-Erzegovina potrebbe essere solo la prima vittima di questa ingiustizia legittimata a Nuova York il 23 maggio 2024.

 

A Trent’anni di distanza non possiamo dire che la «balcanizzazione» sia terminata. A gennaio Belgrado ha reso nota la sua contrarietà alla decisione di Washington di vendere missili anticarro alla provincia separatista islamica del Kosovo e intende in risposta rafforzare l’esercito, ha dichiarato venerdì il ministro della difesa serbo Milos Vucevic.

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«Gli Stati Uniti sono un alleato di lunga data di Pristina, quindi non siamo sorpresi da questa mossa, ma siamo ovviamente delusi e abbiamo espresso apertamente il nostro disappunto», ha detto Vucevic al quotidiano serbo Kurir.

 

Gli albanesi hanno dichiarato l’indipendenza nel 2008 con il sostegno degli Stati Uniti, ma la Serbia non ha mai riconosciuto la mossa, nonostante le continue pressioni da parte dell’Occidente, anche recenti: è stato riportato che l’anno passato il cancelliere tedesco Scholz ha detto al presidente serbo Vucic che Belgrado non sarebbe entrata nella UE fino a che non avrebbe riconosciuto l’indipendenza del nuovo Stato albanese.

 

Come riportato da Renovatio 21, le tensioni avevano portato Belgrado a muovere le truppe verso il confine. L’anno scorso in alcuni scontri la polizia kosovara aveva sparato sulla protesta serba. In un momento di tensione i poliziotti di etnia albanese avevano strappato bandiere, mostrato le armi e occupato una diga. Negli scontri tra polizia, manifestanti serbi e truppe NATO fa furono feriti, tra gli altri, alcuni militari italiani, suscitando una reazione rabbiosa da parte del premier Meloni, che potrebbe aver fatto capire da che parte sta quando ha fatto un misterioso viaggio estivo dal premier albanese Edi Rama, uomo di Soros il cui fratello fu accusato di aver interrotto una partita di calcio della nazionale a Belgrado con un drone recante una bandiera della «grande Albania», dove il territorio serbo del Kosovo risulta parte dello Stato di Tirana.

 

Come riportato da Renovatio 21, lo scorso autunno il presidente serbo Vucic ha dichiarato che e forze di pace NATO hanno dato al Kosovo «carta bianca» per uccidere i serbi. In precedenza aveva accusato il Kosovo albanese di voler «iniziare una guerra NATO-Serbia».

 

Una nuova guerra nei Balcani mirerebbe a riportare sui binari il progetto mondialista espletatosi con la presidenza Clinton e continuato con Bush e Obama.

 

Il Kosovo è essenzialmente una creazione dei Clinton, che si appoggiavano al cosiddetto «Ulivo mondiale»: Blair a Londra e l’ex comunista Massimo D’Alema a Roma, che fornì aiuto politico, materiale, militare dal nostro Paese. Lo «Stato» kosovaro fu creato grazie a massicci bombardamenti NATO della Serbia voluti dall’amministrazione americana a fine anni Novanta, in primis il senatore Joe Biden, che, amico personale di Tito, rivendica addirittura di aver indicato ai militari le zone da colpire.

 

Secondo il New York Times il Kosovo è percentualmente il più grande fornitore di foreign fighter ISIS in rapporto alla popolazione.

 

L’ex presidente kosovaro Hashim Thaci, pupillo del segretario di Stato clintoniano Madeleine Albright a lungo al vertice del Paese, è stato accusato di crimini tra cui il traffico di organi.

 

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Immagine di Michael Büker via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported

 

 

 

 

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Geopolitica

Perché Israele tifa Argentina?

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Molti osservatori hanno ipotizzato che nella finale del Campionati Mondiali di Calcio di stasera, l’ospite, cioè Donald Trump, tiferà per i sudamericani. Il presidente argentino Javier Milei non solo è stato definito come un epigono australe dell’ondata populista iniziata con Trump, ma è pure imbevuto di pensiero socioeconomico statunitense, in particolare l’ultraliberismo (o meglio l’anarco-capitalismo apertamente rivendicato dal nostro) di Milton Friedman e Murray Rothbard, suoi idoli intellettuali al punto che ai suoi cani clonati Milei ha dato il nome dei pensatori ultraliberisti.   Di fatto, con Milei si è avuto un cambio a Buenos Aires in senso filoamericano, una posizione che, nella terra del peronismo sempre strisciante, non può essere data per scontata, specie nell’epoca delle molteplici penetrazioni cinesi nel continente. Il feeling si è espresso esplicitamente nel piano argentino-statunitense di creare un’alternativa all’OMS.   Al contrario, Trump in questi mesi ha castigato il governo del Regno di Spagna, minacciandone l’espulsione dalla NATO e dichiarando l’interruzione di «tutti gli scambi commerciali». Come noto, quattro mesi fa Madrid aveva chiuso lo spazio aereo agli aerei USA coinvolti nelle operazione di guerra con l’Iran.

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È tuttavia molto più evidente, e denso di significato storico e geopolitico, il tifo mostrato dai vertici del governo israeliano per la squadra del Paese sudamericano.   Il premier dello Stato Ebraico Netanyahu si è mostrato con la maglia albiceleste. «Sosteniamo l’Argentina in tanti modi, anche domani. Non nascondo di fare il tifo per l’Argentina. Credo che la maggior parte dei cittadini israeliani tifi per l’Argentina. Buona fortuna! Vamos Argentina!» ha dichiarato il primo ministro israeliano, mostrando anche le sue capacità di colpo di testa.   A porgergli la palla e la maglietta è il rabbino Shimon Axel Wahnish, da sempre considerato come una grande influenza sul presidente argentino Javier Milei e ora ambasciatore presso lo Stato di Israele.   Non diverso il caso del controverso ministro delle Finanze, l’ultrasionista religioso Bezalel Smotrich, anche lui sorridentissimo in maglia futbolista argentina a favore di social.  

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C’è da capire che recentemente la Spagna qualche sgarbo lo ha fatto pure allo Stato Giudaico, annullando ad esempio gli accordi per le forniture di armamenti per oltre un miliardo di dollari e chiedendo sanzioni internazionali contro Israele. Proprio Netanyahu tre mesi fa aveva accusato Madrid di aver «diffamato gli eroi dell’IDF». Due anni addietro la Spagna chiese alla UE di sospendere l’accordo di libero scambio con Israele accusando il premier per gli attacchi al suo contingente UNIFIL, preso di mira, come il contingente italiano, dai soldati israeliani. La Spagna si è quindi rifiutata di far attraccare in un suo porto una nave che trasportava armi verso Israele, per poi, assieme a Irlanda e Norvegia, coordinarsi per il riconoscimento dello Stato palestinese.   Tuttavia, vi sono molti altri fattori storici sono in gioco.   Cosa non saputa da proprio tutti, la quarta città al mondo per numero di cittadini di religione ebraica è Buenos Aires, dove la comunità giudea è fiorente, alla faccia della nomea dell’Argentina come Paese ospite dei gerarchi nazisti fuggiti dall’Europa.   Con l’ascesa di Milei, la conversione della politica estera argentina in senso filoisraeliano ha assunto toni grotteschi. Due anni fa, dopo aver offerto «chiaro e inflessibile sostegno a Israele» contro l’Iran, Milei ha invitato l’ambasciatore dello Stato Ebraico a partecipare a una riunione del «gabinetto di crisi» argentino. La mossa lasciò stupefatto tutto il personale diplomatico nazionale.     Come riportato da Renovatio 21, della conversione al giudaismo di Javier Milei si parla da tanto tempo, e abbondano immagini e video in cui il personaggio sventola in pubblico grandi bandiere israeliane, così come i festosi balli con gli ebrei hassidici. Il vessillo con la stella di David (in realtà, un simbolo cabalistico) sembra essere apparsa anche su monumenti pubblici nelle città del Paese sudamericano.    

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    Sul Milei vi sarebbe l’influenza del rabbino Shimon Axel Wahnish, rabbino capo della comunità ebraica marocchina dell’Argentina (ACILBA), «un moderno dottore ortodosso in psicologia dell’educazione, Wahnish è stato direttore e professore presso un centro studi ebraico per giovani studenti universitari presso i Sucath David Programs» scrive Tablet Magazine, che riporta come dopo il loro incontro nel 2021, Milei abbia cominciato lo studio della Torah proprio sotto la guida di rabbi Wahnish, lo stesso che vediamo ora nei video calciofili con Netanyahu e Smotrich.   Secondo il sito ispanofono La Politica online, il rabbino Tzvi Grunblatt (anche lui della corrente dell’ebraismo Lubavitch) avrebbe accompagnato il presidente eletto «durante il Forum Economico Latam dove il libertario è stato il relatore principale. La Fondazione Chabab era co-organizzatrice dell’evento insieme a Dario Epstein, consigliere di Milei».   Secondo il sito ebraico Anash, i rapporti di Milei con il rabbinato andrebbero oltre la guida spirituale del rabbino Wahnish. «Secondo quanto riportato dalla stampa argentina, il rabbino Grunblatt ha contribuito a creare legami tra Milei e importanti uomini d’affari come Eduardo Elsztain». Elzstain, argentino di origine ebraica (il nonno fuggì dalla Russia sconvolta dalla rivoluzione del 1917) è considerato a capo del più grande impero economico del Paese, che spazia dagli immobili all’agricoltura, da settore minerario a quello bancario.   Devoto alla religione giudaica, si dice che il ricco Elzstain abbia costruito una sinagoga appena fuori da casa sua. Sua sorella vive in Israele. Il businessman sarebbe affiliato al movimento ebraico Chabad Lubavitch, corrente dello chassidismo nata nel XVIII secolo e ora avente come base principale Nuova York, in particolare nel quartiere di Crown Heights, a Brooklyn. Elsztain ha vissuto a Nuova York – seconda città più ebraica del pianeta dopo Tel Aviv – nel 1989-90. Durante quel periodo, nel 1990, «si presentò a un incontro con il leggendario investitore George Soros», secondo il quotidiano israeliano Haaretz.   Milei in Israele si è prodotto in danze e canti dinanzi al Netanyahu, oltre che alle ovvie lacrime dinanzi il Muro del Pianto – kippah d’ordinanza in testa.  

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  Tuttavia non si tratta solo della svolta filogiudaica del Milei, sedicente istruttore di sesso tantrico e membro del World Economic Forum.   Il sito Mintpressnews sostiene che le guardie del corpo del campionissimo Lionel Messi proverrebbero da Israele. «La sua sicurezza è affidata a un’élite di ex agenti israeliani, che pianificano ogni sua mossa, soprattutto a livello internazionale. Prende molto sul serio la sua sicurezza, tanto da aver saltato persino il matrimonio della cognata in Argentina per motivi di incolumità» scrive il sito americano. «Le stesse forze israeliane si occupavano della sicurezza anche al suo matrimonio nel 2017, sebbene la testata non abbia specificato se si trattasse di agenti del Mossad, dello Shin Bet o di un gruppo di commando d’élite».   Il calciatore argentino «ha visitato Israele più volte nel corso della sua carriera. Nel 2013, lui e la sua squadra, il Barcellona, ​​si sono recati in Israele e Palestina per quello che è stato definito un “tour per la pace”. Durante il viaggio, ha incontrato e parlato con Netanyahu e il presidente Shimon Peres, e ha stretto la mano ai soldati delle Forze di Difesa Israeliane. Ha anche indossato la kippah e visitato il Muro del Pianto, il luogo più sacro dell’ebraismo».   Non solo: Messi, che ha per sponsor solo brand globali come Adidas, Pepsi, Mastercard, ha stupito molti quando nel 2020 ha annunciato una partnership con OrCam, una società israeliana di intelligenza artificiale relativamente piccola che produce dispositivi indossabili per la visione artificiale (simili ai Google Glass). OrCam si propone di aiutare le persone ipovedenti a vivere una vita più appagante. Messi è diventato il suo ambasciatore globale del marchio e il volto dell’azienda.

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«OrCam è una ramificazione dell’apparato di sicurezza nazionale israeliano e impiega decine di ex agenti dell’Unità 8200, l’agenzia di spionaggio militare israeliana, molti dei quali in posizioni di grande influenza» spiega MintPress. Membri dell’Unità 8200 sono dietro a tantissime delle startup della cosiddetta Silicon Wadi, la Silicon Valley israeliana – includendo soprattutto le società di spyware, come quelle che producono strumenti di spionaggio e hacking di Stato come Pegasus.   Forse per tutto questo, il Netanyahu ha dichiarato Messi il suo giocatore preferito. Siamo ad anni luce di distanza dal precedente campionissimo argentino, Diego Armando Maradona, che, all’apice del suo terzomondismo, arrivò a dire di essere «il numero uno tra i fan del popolo palestinese»: «nel mio cuore, sono palestinese».   Al di là di questi affetti che riguardano i vertici dell’Argentina e forse nemmeno tutta la sua grande comunità ebraica, l’amore del Paese sudamericano verso lo Stato Ebraico sembra non essere decollato, con sondaggi Pew che mostrerebbero una maggioranza degli argentini come critici di Israele con un 34% di intervistati che esprimerebbe una visione «molto sfavorevole» dello Stato Giudaico, contro un 5% di cittadini argentini che vedono Israele molto positivamente.   I motivi di questa scarsa popolarità dello Stato degli ebrei presso gli argentini possono avere cause anche più recenti – cause che possiamo dire inquietanti.   Nel corso dell’ultimo anno sono emerse con insistenza voci di incendi di migliaia di ettari della Patagonia che sarebbero appiccati da «turisti israeliani». Le autorità argentine avrebbero inoltre riferito di aver rinvenuto, nelle vicinanze del lago Epuyén, nella provincia di Chubut, alcune granate M26 IM, ordigni in dotazione alle forze armate israeliane.   Le accuse ai «piromani israeliani» avvengono nel contesto della riforma della legge antincendio e del suolo: il governo Milei ha proposto modifiche e parziali deroghe alla Ley de Manejo del Fuego (n. 26.815). Il progetto di legge prevede la cancellazione del divieto che impediva di cambiare l’uso dei terreni bruciati per 30 o 60 anni, un divieto precedentemente stabilito per evitare la speculazione immobiliare o agricola.    

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Secondo alcuni commentatori, saremmo quindi dinanzi ad un’operazione di accaparramento immobiliare di enormi fette di territorio argentino, forse, dicono alcuni utenti, come backup per il popolo ebraico nel caso la situazione in Medio Oriente diventi talmente grave da implicare una migrazione dell’intero Stato.   Ma si tratta certamente di teorie del complotto, come quelle, fiorite tra gli arabi specie dopo le vittorie contro Giordania, Egitto ed Algeria, per cui vi sarebbe una cospirazione che arriva sin dentro la FIFA per far vincere l’Argentina favorendola in ogni modo.   Favoritismo arbitrale pro-argentina sono stati denunziati poi anche dagli inglesi dopo la semifinale. Qualcuno ha messo in rete una compilation che, per qualche ragione, ha una colonna sonora klezmer, la notoria musica di coloro che parlano lo yiddish.     Renovatio 21 quattro anni fa aveva parlato del tifo esoterico, a suon di malefizi, portato avanti da una vera armata organizzata di streghe argentine – con il risultato della vittoria ai Mondiali del Qatar . Quest’anno è evidente il supporto, neanche tanto occulto, di un’intero Stato religioso messianico, e tutte le sue ramificazioni planetarie.   Vediamo come andrà a finire.   Roberto Dal Bosco  

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Soldati statunitensi feriti negli attacchi iraniani

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Secondo quanto riportato venerdì da CBS News, diversi militari statunitensi sono rimasti feriti negli attacchi iraniani contro installazioni militari in Giordania all’inizio di questa settimana, proprio mentre l’Iran lanciava una nuova ondata di attacchi di rappresaglia.

 

Gli attacchi ad almeno due basi giordane utilizzate dalle forze statunitensi hanno provocato il ferimento di «diversi militari americani», secondo quanto riferito da funzionari statunitensi all’emittente televisiva, a condizione di anonimato. Non sono state segnalate vittime tra le fila americane o giordane; il numero dei feriti e la gravità delle loro lesioni rimangono sconosciuti.

 

Il dipartimento della Guerra degli Stati Uniti non ha ancora confermato i feriti né risposto alla versione della CBS. Non è chiaro nemmeno quando esattamente siano avvenuti gli attacchi o quali basi siano state colpite. Gli aerei da guerra statunitensi operano regolarmente dalle installazioni militari giordane, ma gli Stati Uniti non rendono pubbliche tutte le strutture utilizzate dalle proprie forze.

 

Nell’ultima settimana, l’Iran ha bombardato installazioni militari statunitensi in Giordania, Kuwait, Bahrein, Qatar, Oman, Iraq e Siria con missili e droni, in risposta ai rinnovati attacchi americani sul territorio iraniano.

 

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Venerdì sera, il Comando Centrale degli Stati Uniti ha lanciato attacchi contro l’Iran per la settima notte consecutiva, scatenando una nuova ondata di rappresaglie iraniane.

 

L’esercito iraniano ha annunciato sabato mattina che la quattordicesima fase dell’Operazione Fulmine ha preso di mira i serbatoi di carburante della base aerea di Al-Azraq in Giordania, un deposito di munizioni nel campo di Al-Udeiri in Kuwait, e gli edifici del quartier generale, i depositi di munizioni e i ponti di collegamento della base aerea di Ali Al-Salem.

 

I pasdaran hanno affermato separatamente che missili balistici iraniani hanno colpito aerei da combattimento statunitensi di stanza presso la base aerea di Muwaffaq Salti, in Giordania. Filmati diffusi da fonti di intelligence aperte sembrano mostrare il lancio di diversi intercettori MIM-104 Patriot mentre i missili si avvicinano alla base, seguiti da almeno due impatti apparenti. Né Washington né Amman hanno confermato danni o vittime a seguito degli ultimi attacchi.

 

Teheran ha affermato che i suoi attacchi di rappresaglia hanno causato vittime tra il personale statunitense. Venerdì, le Guardie Rivoluzionarie hanno dichiarato di aver colpito aerei da combattimento e velivoli per il rifornimento in volo statunitensi in Giordania, nonché forze statunitensi e un lanciatore HIMARS in Kuwait, causando «significative perdite e danni». Hanno inoltre affermato che «numerosi» membri delle forze speciali americane sono stati uccisi in Kuwait.

 

Nessuna delle affermazioni è stata confermata dal Pentagono. Il CENTCOM ha inoltre smentito separatamente l’affermazione iraniana secondo cui soldati americani sarebbero stati uccisi in un attacco alla base di Al-Tanf in Siria, dichiarando venerdì che nessun membro del personale americano nella regione è stato «recentemente ucciso o catturato».

 

All’inizio di questa settimana, i pasdaran hanno rivolto un appello diretto al «nobile popolo» di Giordania e Kuwait affinché si opponesse all’utilizzo dei loro paesi da parte dell’esercito statunitense come basi di lancio per attacchi contro l’Iran. Hanno descritto la Giordania come una terra sacra che non ha posto per occupanti stranieri e hanno esortato i giordani a «cogliere ogni opportunità per distruggere le istituzioni americane ed espellere l’esercito statunitense occupante».

 

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Geopolitica

L’Argentina mostra lo striscione sulle Falkland-Malvinas

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La Gran Bretagna ha invitato la FIFA a prendere provvedimenti contro l’Argentina, dopo che alcuni suoi calciatori hanno celebrato la sconfitta dell’Inghilterra ai Mondiali esibendo uno striscione che rivendicava le Isole Falkland per Buenos Aires.   I campioni del mondo in carica hanno superato l’Inghilterra per 2-1 nella semifinale di mercoledì, guadagnando così l’accesso alla finale di domenica contro la Spagna. Al termine dell’incontro, Lisandro Martinez e Giovani Lo Celso hanno mostrato brevemente uno striscione con la scritta «Las Malvinas son Argentinas» («Le Isole Falkland sono argentine»).   L’arcipelago situato nell’Atlantico meridionale, a circa 300 miglia a est dell’Argentina, rappresenta da tempo un motivo di tensione tra Londra e Buenos Aires, a partire dalla guerra delle Falkland del 1982, durata 74 giorni e conclusasi con la vittoria britannica. L’Argentina sostiene di aver ereditato le isole dopo l’indipendenza dalla Spagna nel 1816, mentre la Gran Bretagna le considera un proprio territorio d’oltremare.  

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L’episodio ha provocato una reazione indignata da parte dei politici britannici. Il Ministro del Commercio Peter Kyle ha sollecitato la FIFA a condurre «un’indagine approfondita», qualificando lo striscione come «del tutto inappropriato» e una «grave violazione» delle norme dell’organismo calcistico mondiale. Il leader dei Liberal Democratici Ed Davey ha sostenuto che i giocatori responsabili dovrebbero essere esclusi dalla finale di domenica.   Downing Street ha in seguito sostenuto le richieste di un’inchiesta. Il portavoce del Primo Ministro Keir Starmer ha affermato: «la Coppa del Mondo potrebbe non essere nostra, ma le Isole Falkland lo sono sicuramente». Pur precisando che eventuali sanzioni disciplinari competono alla FIFA, ha aggiunto che Starmer condivide la necessità di indagare sull’incidente.   La FIFA e l’International Football Association Board (IFAB) proibiscono messaggi di natura politica, religiosa o personale durante le partite. Le possibili sanzioni includono multe, sospensioni, penalizzazioni in classifica e squalifiche.   La federazione calcistica non ha ancora rilasciato commenti sull’accaduto. L’Argentina era già stata sanzionata con una multa nel 2014 per aver esposto lo stesso striscione con la scritta «Las Malvinas son Argentinas» al termine di un’amichevole contro la Slovenia.   Questo episodio costituisce l’ultimo caso di tensione politica nel corso del torneo. Il mese scorso, durante una partita dell’Iran a Los Angeles, alcuni spettatori hanno mostrato la bandiera nazionale iraniana pre-1979, simbolo adottato dagli oppositori del regime di Teheran, nonostante il divieto della FIFA sui messaggi politici.   Il Mondiale è stato inoltre segnato da varie polemiche legate ai visti, ai prezzi dei biglietti e alle decisioni arbitrali, tra cui la revoca della squalifica dell’attaccante statunitense Folarin Balogun da parte della FIFA in seguito alle presunte pressioni del presidente Donald Trump, il rifiuto da parte di Washington di far entrare l’arbitro somalo Omar Abdulkadir Artan nonostante un visto valido, e l’obbligo per l’Iran di disputare le proprie partite dal Messico dopo che inizialmente gli era stato impedito di allenarsi negli Stati Uniti.   Come riportato da Renovatio 21, negli ultimi anni l’Argentina di Milei aveva promesso di prendere il controllo delle isole contese, dicendo di volere discutere con Londra della loro restituzione.

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