Pensiero
Rapture mRNA
Facciamo un racconto di fantasia. Facciamoci un piccolo film.
L’altra sera, mentre lavoravo, arriva il messaggino di un’amica.
«E comunque io sono più inquieta ora dell’anno scorso. Prima ti tenevano lontano perché avevano paura (una paura idiota, ma pur sempre paura); ora ti odiano, perché sanno di essere stati degli imbecilli mentre tu hai resistito e hai avuto ragione. È odio allo stato puro».
È tardi, e durante il giorno non c’eravamo sentiti. Quindi deve essere una cosa, come dire, meditata, sentita nel profondo.
Io ostento sicumera.
«Stai tranquilla, non succede nulla. A parte le morti a raffica».
Proseguo.
«È facile che chi ti odia muoia senza che tu abbia il tempo di augurarglielo».
Infine mando un altro messaggio con un consiglio: metti un gregoriano bordone in sottofondo e non pensarci più.
La realtà è che, nell’ora successiva, quello inquietato sono diventato io. Stanno morendo in quantità indicibili. Serque, branchi, sciami. Non è chiaro se statisticamente riusciranno ad insabbiare, anche perché stanno cascando a terra stecchiti ovunque, e in pubblico, in diretta TV: nei campi di calcio, nei teatri, alle maratone, in televisione, ai concerti.
Ho negli occhi le immagini messe in fila dal documentario Died Suddenly, di cui Renovatio 21 vi ha parlato pochi giorni fa. In particolare, ci inquieta quella strana danza che precede gli attacchi: i malcapitati alzano un braccio verso il cielo, cominciano a girare su stessi avvitandosi, poi cadono a terra, tra qualche convulsione – oppure, come si vede nel film, magari finiscono sotto le rotaie della metropolitana…
Li avete visti?
Sempre dallo stesso documentario, non posso a non pensare ai calamari, che per la prima volta vediamo estratti a favor di telecamere, tentacoli fibrosi (attenzione: non sono coaguli di sangue) lunghi anche un metro, che crescono dentro di noi, perfino attorno al cuore (si vede anche quello…).
Li avete visti?
Sì, ci stanno uccidendo. Sì, è un progetto di depopolazione mondiale. È mio diritto pensarlo. È mio dovere pensarlo.
Ci ritroveremo in un mondo in cui sono spariti tutti. Le strade vuote. Le piazze vuote. Le case vuote. Sto pensando a quanto ho visto in una bella serie recente vista in streaming, The Peripheral (in italiano Inverso), tratta da un romanzo di William Gibson: viene mostrata una Londra sopravvissuta a disastri eco-nuclear-pandemici multipli, quindi depopolata, dove tuttavia è rimasta una parvenza di ordine sociale, perfino di agio, tra tecnologia di controllo e crudeltà delle autorità. I sopravvissuti, algidi e eleganti, proiettano ologrammi di persone che passeggiano per il lungo Tamigi deserto, famigliole, coppiette, come quelle che si vedono la domenica – lo fanno, ovviamente, per ingannare il proprio cervello riguardo alla loro solitudine, che non può essere curata da nessun androide, per quanto perfettamente realizzato esso sia.
L’iniezione di mRNA su tutto il pianeta lo svuoterà a questo punto? Dobbiamo abituarci all’idea di veder sparire per malori improvvisi così tante persone che conosciamo?
Qui mi viene in mente un’altra cosa, il Rapture. È un concetto escatologico sconosciuto a cattolici, ortodossi e perfino anglicani, ma molto vivo tra battisti e pentecostali americani: al liminare dell’apocalisse vi sarà un «rapimento» – Rapture in inglese – come annunciato dalla prima lettera ai Tessalonicesi:
«Quindi noi, i vivi, i superstiti, saremo rapiti insieme con loro tra le nuvole, per andare incontro al Signore nell’aria, e così saremo sempre con il Signore» (1 Tes 4,17)
Orde di evangelici americani credono quindi in un evento in cui i credenti in Cristo verranno «rapiti» in cielo lasciando sulla terra il resto dell’umanità che dovrà invece affrontare le tribolazioni di cui parla l’Apocalisse di San Giovanni.
L’idea, che è ben presente nell’America fondamentalista, da noi è conosciuta solo tramite film e cultura popolare prodotti sull’argomento. C’è una serie di romanzi, vendutissimi, che tratta esattamente di questo. Si chiama Left Behind, e descrive questo mondo dove d’improvviso milioni di persone spariscono, lasciando lì solo i vestiti (compresi piloti d’aereo che stanno guidando un Jumbo con centinaia di passeggeri). L’Anticristo, nella storia, è un funzionario ONU di origine romena, che considerato un santo umanitario dalla popolazione, riesce a mettere in piedi un governo mondiale – quello predetto nella rivelazione.
Dei romanzi Left Behind hanno tentato di fare dei film. Una serie di tre film di una ventina di anni fa con Kirk Cameron, il ragazzo belloccio della sit-com Genitori in Blue Jeans, che nel frattempo è diventato stempiato e fondamentalista protestante. La qualità si dirada, la credibilità pure. Ecco che, immaginiamo con capitale protestante, hanno rebootato la serie cinematografica con protagonista Nicholas Coppola, conosciuto come Nicholas Cage, il quale è in eterna bancarotta quindi ogni tanto fa dei film, diciamo così, alimentari.
In verità, il Rapture non è un concetto che si relega alla sottocultura. Nel 1991 sull’argomento ci fece un film il regista intellettuale Michael Tolkin (Sacrificio finale, in italiano; in originale si chiama invece proprio Rapture), ed è una visione abbastanza sconvolgente. In anni recenti hanno poi provato a riformattare la Rapture per il pubblico secolare millennial, con la HBO, canale che produce zozzerie e Finestre di Overton ammille, che ci ha imbastito un serial cerebrale e sentimentale, enigmatico fino allo schifo, che si chiama Leftovers, dove dall’evento di sparizione improvvisa di gran parte dell’umanità viene sottratta ogni possibile radice religiosa e soprannaturale.
Ecco. La gente sparisce. Forse che la gente sparirà fino a che interi Paesi saranno evacuati?
La gente che se ne va, andranno «incontro al Signore nell’aria»? Difficile che ve lo diciamo noi, che da più di un lustro, da prima della pandemia, abbiamo strillato in tutti i modi che i sieri contengono pezzi di sacrificio umano, al punto che su queste colonne abbiamo chiamato ripetutamente il vaccino come «Battesimo di Satana».
E quindi, noi che restiamo… perché siamo ancora qui?
Riformuliamo: com’è possibile che ci lascino stare, dopo che potrebbero aver lanciato un genocidio del popolo degli obbedienti?
Uno pensa: magari arriva il momento in cui davvero iniziano a morire in massa, come dice qualche complottista, come in una Rapture mRNA. E noi, che facciamo?
Potrebbe essere che ci tocca una situazione stile L’alba dei morti viventi, con i sopravvissuti che vanno a vivere nei centri commerciali, e, in pochi, tirano avanti nel tempo con le abbondanti risorse lasciate dalla catastrofe umana.
Oppure potrebbe toccarci una situazione stile I figli degli uomini (libro e film troppo poco citati in un momento in cui quantità spaventose di donne hanno il ciclo alterato) in cui, nel mondo biologicamente collassato, tra i sopravvissuti esiste una parvenza di ordine, tenuto dall’autorità con violenza pervasiva, ma dove a nessuno importa più nulla, né del lavoro, né delle relazioni, né di vivere.
E allora, spingiamo ancora un po’ in là la fantasia. E ricordiamoci che in un mondo spopolato, coloro che hanno programmato il processo di morte mondiale saranno ancora vivi e reclameranno il pianeta.
Quindi, la presenza di noi scampati al grande apocalittico rapimento mRNA programmato, è un fastidio da non poco.
Cosa sarà di noi?
Beh, non è immaginazione se vi diciamo che potrebbero scatenarci dietro dei robot killer. Voi sapete che la cosa è già realtà – istituzionale – in varie parti del mondo. Robocani o carrarmati, aerei militari, androidi assassini bipedi o droni slaughterbots: basta che vi diano la caccia.
Oppure, potrebbero farci altro?
Potrebbero, chessò, oscurarci il sole, magari dopo averci fatto convertire tutti al fotovoltaico?
Potrebbero far uscire un nuovo virus chimerico, magari un Ebola a lungo rilascio, così da sterminare noi ultimi?
Tutto questo, chiaro, sempre che in realtà non siamo anche noi già stati vaccinati anche senza siringa, come sta cominciando a temere qualcuno: mRNA che si propaga per via area, ho sentito dire ad un dottore in un video che sta impazzando nelle chat. Non crediamo sia possibile. Tuttavia, lo abbiamo scritto più volte qui: l’idea dei «vaccini autopropaganti» c’è eccome. E gli esperimenti in materia, pure.
Quindi, schiatteremo anche noi, così, di botto, per il malore diffuso?
Oppure, come si vede in altri film fantastici – Predator, The Hunt, o il classicone dell’ignoranza anni Ottanta American Ninja – ci lasceranno in giro per darci la caccia per spirito venatorio?
Non sappiamo. Sappiamo però una cosa, che il nostro Paese, il nostro mondo, la nostra casa, il nostro corpo non ci appartengono più.
Davanti alla distruzione della nostra libertà e della nostra stessa esistenza non posso che tornare a pensare alla Parola del Signore.
Beati i miti, perché erediteranno la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. (…)
Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. (…)
Ma beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché sentono.
Queste parole dovrebbero ricordarle anche i nostri nemici. Perché nonostante il massacro e l’afflizione, nonostante la tortura e l’orrore, nonostante la prepotenza e la crudeltà, il loro fallimento è certo.
Nel momento del giudizio, essi non saranno rapiti in cielo per essere risparmiati: anzi, è molto facile che prima dovranno rispondere alla giustizia terrena – dovranno rispondere a noi. E non siamo sicuri che ci troveranno di buon umore.
Diremo allora che il film è finito.
Roberto Dal Bosco
Eutanasia
La festa della morte in Veneto
Come tutti sanno, mercoledì 2 settembre, vigilia della festa di San Gregorio Magno, il Consiglio regionale veneto ha approvato la legge sul «suicidio medicalmente assistito».
Come tutti sanno, a favore hanno votato 32 consiglieri, in 14 si sono opposti e cinque si sono voltati dall’altra parte. Come tutti sanno, il Veneto è la prima regione del centrodestra a munirsi di una legge del genere, la quarta in assoluto dopo Emilia Romagna, Toscana e Sardegna, i cui presidenti si sono congratulati alla grande.
C’è proprio di che far festa. Lo Stato mette a disposizione del richiedente il farewell kit e l’assistenza medica per fuggire da questa valle di lacrime, per poi finire – sst, non si dice.
Il punto è il trionfo della libertà senza se e senza ma. No, non quella di avere delle cure: per una TAC occorrono sempre sei mesi-un anno; porti pazienza, signora.
La libertà di cui si parla è quella di farla finita, andarsene, sciò, raus. Per troppo tempo si è aspettato. Intanto che si procedeva con i tira e molla, si legge, ben quattro candidati al suicidio sono morti. Scandaloso, no? Roba da chiodi. Ora però è finalmente sancito il primato della libertà di morire. «Decidi di decedere» poteva essere un bello slogan. I radicali hanno preferito il banale «Liberi fino alla fine». De gustibus.
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Ma liberi de che? Mettiamoci per un istante nei panni dei promotori, e di chi ha appoggiato l’iniziativa, e di chi l’ha votata, e di chi giubila a prosecco. Passata la sbornia, non c’è di che stare allegri.
Il suicidio è approvato, lodato, facilitato; si può dire incentivato? D’accordo.
Ma la legge soffre pur sempre, come di una tara congenita, dell’impronta asfittica dei radicali, il loro essere grigi, burocratici, conformisti, piatti e privi di fantasia. Non c’è scampo: al netto della retorica fatta di boati e giochi verbali, l’anima del radicale è quella di un impiegato di concetto.
Occorre infatti avvertire che a chi desidera farsi tirare le cuoia dalla Regione Veneto, la legge prevede solo una modalità: l’estinzione via farmaco. La morte viene somministrata in un letto, in un lettino, in una barella, in una poltrona, al massimo su una sedia; insomma, da sdraiati o da seduti. Prima di sgocciolare il veleno in vena, è contemplato che il morituro venga sedato e intontisca, così che non si accorga della vita che sfugge e non gli venga l’uzzolo di avere imbarazzanti ripensamenti, non si dice di pentimenti, in extremis, validi per l’aldilà.
Nella testa dei radicali, che come le radici affonda nella gleba, questa è la dipartita che ognuno desidera. «La morte migliore è quella nel sonno»: il mantra così volentieri ripetuto dall’uomo medio per l’eco che fa nel vuoto della zucca, e in fondo l’emblema stesso della nostra civiltà occidentale in agonia.
Ma ecco una dissonanza: se così non fosse? Se il candidato al trapasso avesse un’idea diversa da quella della morte in pantofole? Se volesse lasciare una traccia, un monito, fare della propria scomparsa un suggello, uno spettacolo, un’esperienza indimenticabile?
Non è impossibile. Un morituro che ne ha fatte un po’ troppe in passato potrebbe voler morire espiando alla Damiens, l’attentatore di Luigi XV. Fissato su una tavola, le braccia e le gambe legate con catene a quattro possenti cavalli incitati al galoppo in quattro direzioni opposte, così da squartarlo e farlo a brani. E che! Il suicida non sarebbe forse libero di chiedere, o meglio di esigere che la Regione gli metta a disposizione, anziché una mezza cartuccia di infermiere, quattro destrieri frisoni?
E che pensare degli appassionati delle rievocazioni storiche e della ghigliottina, tanto per rimanere in Francia? La premurosa Regione non dovrebbe adoperarsi per realizzare con venete operose maestranze, o alla peggio acquistare nel mercato dell’usato il drastico marchingegno? Se i costi si rivelassero eccessivi, e non spuntasse il solito mecenate, si potrebbe tutt’al più sollecitare un contributo del richiedente, diciamo un ticket.
Un apicultore potrebbe volersene andare affogato in un barile di miele: la dolce morte. Un veneto-spagnolo, volendo omaggiare i suoi avi, forse gradirebbe essere incornato da un toro alle cinque del pomeriggio, spaccate. Dopo essere stato il protagonista di tanti incubi, il lancio senza paracadute avrebbe probabilmente qualche suggestione catartica per l’ex della Folgore. Siamo davvero certi che non ci sia qualche ricco che non ambisca a fare la fine di Crasso, cioè farsi versare in gola una colata d’oro fuso?
Ecco, niente di tutto questo può essere fatto. I radicali e la politica non sono riusciti ad andare oltre il sanitario con la mutria, il veleno endovena e le babbucce. E questa sarebbe libertà? In realtà l’autodeterminazione è qui conculcata e avvilita, e la Regione viene meno ai suoi doveri.
Questa mordacchia non può non deludere i fans del boia di Stato. E c’è dell’altro.
Prendiamo Luca Zaia, il grande sponsor della legge regionale. Leggere l’intervista pubblicata il giorno dopo il fattaccio è istruttivo. Gli argomenti sono malfermi sulle gambe, le risposte non sono proprio a fuoco, c’è qualche eccesso, qualche azzardo, si capisce che il buon uomo le sballa, è più volenteroso che strutturato. Vi è qualcosa nelle sue parole che ricorda lo zio Peppo quando torna dalla sagra del paese. A ben pensarci, quello ci guarda nella fotografia a corredo dell’articolo, dove l’ex governatore è ritratto sorridente e col pollicione in su, è lo zio Peppo sputato.
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E qui si arriva al motivo di insoddisfazione di base, quello che unisce noi e loro: la scadente qualità di come ci si occupa della cosa pubblica. Dall’intervista, si tolgano il troppo e il vano: non rimane nulla.
Essa tuttavia rispecchia alla perfezione il mood del nostro Paese nell’epoca presente. Le parole dell’ex governatore, più o meno, si possono infatti trovare sulle labbra di tutti.
«Quando senti di certe sofferenze, per carità: meglio darci un taglio e via», dice il salumiere, sferrando il colpo per staccare la fiorentina. Incalza la contessa dagli occhialoni scuri: «la Chiesa fa il suo mestieve, ma lo Stato deve esseve laico». «Io sono cattolico e non lo farei», borbotta l’appuntato, «però non posso importi il mio punto di vista». «Ognuno è libero di fare quel che gli pare, basta che mi lasci in pace», dice il tassista passando col rosso. «Se dovesse capitare a me, vorrei che mi si staccasse la spina», confida il vecchio impiantista al figlio che lo ascolta attento e, ad ogni buon conto, lo registra di nascosto con il cellulare.
È un’infilata di luoghi comuni, le idées reçues del nostro tempo che soppiantano quelle di Flaubert senza smettere per un istante di essere delle bêtises, delle fesserie.
A questo punto potrebbe sostenersi che i politici, nel bene e nel male, si sono dimostrati una volta tanto in sintonia con il popolo e ne hanno espresso la volontà. Anche.
Ma per impostare il fatto in modo più corretto occorrerebbe piuttosto ammettere che l’italiano ha i governanti che si merita. La pochezza di chi decide sulla vita e sulla morte offre la misura della nostra decadenza.
E qui cade a fagiolo San Gregorio Magno, a cui si accennava all’inizio. «Se l’ira di Dio ci dà i superiori che meritiamo, impariamo dal loro modo d’agire quello che dobbiamo pensare di noi», osservava. «Perché il cuore dei governanti viene disposto secondo che meritano i sudditi».
Però c’è un altro aspetto da considerare, ancora più preoccupante.
L’approvazione della legge regionale attesta soprattutto che la mano di Dio si sta ritraendo dal nostro Paese. Le evidenze sono ormai dovunque, non vale la pena neppure di parlarne. È sufficiente scorrere le statistiche. Quel che è successo in Veneto, e presto succederà dappertutto, è un segno della Vita che si allontana dall’Italia.
E allontanandosi la Vita, che cosa si pretende che ne prenda il posto?
Massimo Zanetti
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Cremazione
Le ceneri di Guccini. Con benedizione cardinalizia
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Civiltà
Chi sono i fabiani?
Renovatio 21 pubblica l’intervento apparso su X del pensatore conservatore polacco Krzysztof Szczawinski, matematico e filosofo, già trader di derivati, protagonista in rete di numerose riflessioni sullo stato delle cose da un punto di vista storico, filosofico, politico. Lo Szczawinski aveva trattato la Fabian Society tra i gruppi di controllo globale in un precedente intervento. L’analisi è, in superficie, buona, tuttavia impressiona l’assenza totale di una menzione della religione nella costruzione della Civiltà occidentale. Di qui qualche ingenuità, come quella di ritenere, in un finale che fa scendere la catena, la Dichiarazione dei diritti e Winstone Churchill un apice della nostra storia (!).
(…) La Fabian Society fu fondata a Londra nel 1884. Prende il nome da Quinto Fabio Massimo, il generale romano famoso per aver sconfitto Annibale non con uno scontro diretto, ma con pazienza, logoramento e la lenta disfatta del nemico. Il nome fu scelto deliberatamente. Era la strategia. Il loro emblema era un lupo travestito da agnello. Lo scelsero loro stessi.
Vale la pena soffermarsi un attimo su questo: un’organizzazione che scelse come proprio simbolo l’immagine di un intento predatorio mascherato da apparenza innocua – l’inganno come principio fondante, metodo operativo, ciò di cui andavano più fieri. Non imposto dai critici. Scelto autonomamente. Ne erano orgogliosi. La strategia era semplice e devastante: non assaltare le istituzioni. Infiltrarsi al loro interno.
Infiltrarsi – per usare le loro parole – gradualmente, pazientemente, nel corso delle generazioni, collocando persone formate secondo i principi fabiani in posizioni di influenza nel governo, nel mondo accademico, nei media e nella pubblica amministrazione, fino a quando le istituzioni non produrranno risultati fabiani senza che nessuno debba annunciare una rivoluzione.
La rivoluzione avverrà, ma lentamente, in modo invisibile, burocratico e democratico. Quando qualcuno se ne accorgerà, le istituzioni saranno già cambiate.
I’ll be honest with you: until recently I didn’t know much about the Fabian Society. Maybe it’s because the English know how to be smooth – so correct me if I am getting something wrong.
The Fabian Society was founded in London in 1884. Named after Quintus Fabius Maximus – the… https://t.co/jvd7MHLpsW pic.twitter.com/NWXYjatLs3
— Krzysztof Szczawinski 🇵🇱 (@Kristof_Poland) August 19, 2026
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Fondarono la London School of Economics nel 1895, l’istituzione che ha formato generazioni di politici, funzionari pubblici, economisti e giornalisti in tutto il Commonwealth e oltre. Furono determinanti nella creazione del Partito Laburista nel 1900. Diedero forma alla BBC. Progettarono lo stato sociale britannico.
George Bernard Shaw, H.G. Wells, Tony Blair, Gordon Brown, Keir Starmer: l’elenco dei fabiani che hanno plasmato la politica britannica e globale non è una nota a piè di pagina. È la storia della sinistra del ventesimo secolo, raccontata senza mezzi termini.
Starmer non è un caso fortuito né un’evoluzione del Partito Laburista. Egli rappresenta l’espressione attuale di un progetto in corso da centoquaranta anni: paziente, istituzionale e pienamente coerente con la strategia originaria.
La Fabian Society è la lunga marcia di Gramsci attraverso le istituzioni, ma inglese, quindi meglio vestita e meglio finanziata, e con cinquant’anni di anticipo. Gramsci teorizzò ciò che i fabiani stavano già facendo. I fabiani ne furono i praticanti.
La Scuola di Francoforte fornì la filosofia. La Fabian Society fornì il modello operativo. E la teoria francese fornì il confezionamento culturale. Tre progetti, origini diverse, destinazione identica: lo smantellamento delle fondamenta della civiltà occidentale attraverso la paziente occupazione delle sue istituzioni.
Ciò che rende il modello fabiano più pericoloso del socialismo rivoluzionario è proprio la sua fluidità. La rivoluzione è visibile. Si possono indicare le barricate. L’approccio fabiano non produce barricate: solo programmi di studio che cambiano gradualmente, linee editoriali che si modificano sottilmente, linee guida per la pubblica amministrazione riviste progressivamente e una successione di riforme apparentemente ragionevoli che, singolarmente, sembrano modeste, ma che nel loro insieme trasformano ogni cosa.
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Il lupo travestito da pecora non è solo un predatore mascherato, ma un predatore che ha imparato a parlare la lingua delle pecore, ad adottarne i modi, a mostrare preoccupazione per il loro benessere e a riscrivere gradualmente le regole del gregge dall’interno
Quando ve ne accorgete, il lupo è già nella stanza da decenni. Ha indossato le vesti di pecora così a lungo che alcuni si sono dimenticati che non lo era. L’inganno non è stato casuale. Era il metodo. Il lupo travestito da pecora è obłuda [termine polacco traducibile con l’italiano «doppiezza», ndt] con una strategia a lungo termine. Zakłamanie [«inganno», ndt] con un piano centenario. La menzogna sistemica con un think tank e un patrimonio.
Sono stati pazienti. Sono stati deliberati. Sono stati efficaci. E la civiltà che ha prodotto la Magna Carta, la Dichiarazione dei Diritti e Churchill se n’è accorta a malapena, finché non è stato troppo tardi.
Krzysztof Szczawinski
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Immagine generata artificialmente
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