Pensiero
Rapture mRNA
Facciamo un racconto di fantasia. Facciamoci un piccolo film.
L’altra sera, mentre lavoravo, arriva il messaggino di un’amica.
«E comunque io sono più inquieta ora dell’anno scorso. Prima ti tenevano lontano perché avevano paura (una paura idiota, ma pur sempre paura); ora ti odiano, perché sanno di essere stati degli imbecilli mentre tu hai resistito e hai avuto ragione. È odio allo stato puro».
È tardi, e durante il giorno non c’eravamo sentiti. Quindi deve essere una cosa, come dire, meditata, sentita nel profondo.
Io ostento sicumera.
«Stai tranquilla, non succede nulla. A parte le morti a raffica».
Proseguo.
«È facile che chi ti odia muoia senza che tu abbia il tempo di augurarglielo».
Infine mando un altro messaggio con un consiglio: metti un gregoriano bordone in sottofondo e non pensarci più.
La realtà è che, nell’ora successiva, quello inquietato sono diventato io. Stanno morendo in quantità indicibili. Serque, branchi, sciami. Non è chiaro se statisticamente riusciranno ad insabbiare, anche perché stanno cascando a terra stecchiti ovunque, e in pubblico, in diretta TV: nei campi di calcio, nei teatri, alle maratone, in televisione, ai concerti.
Ho negli occhi le immagini messe in fila dal documentario Died Suddenly, di cui Renovatio 21 vi ha parlato pochi giorni fa. In particolare, ci inquieta quella strana danza che precede gli attacchi: i malcapitati alzano un braccio verso il cielo, cominciano a girare su stessi avvitandosi, poi cadono a terra, tra qualche convulsione – oppure, come si vede nel film, magari finiscono sotto le rotaie della metropolitana…
Li avete visti?
Sempre dallo stesso documentario, non posso a non pensare ai calamari, che per la prima volta vediamo estratti a favor di telecamere, tentacoli fibrosi (attenzione: non sono coaguli di sangue) lunghi anche un metro, che crescono dentro di noi, perfino attorno al cuore (si vede anche quello…).
Li avete visti?
Sì, ci stanno uccidendo. Sì, è un progetto di depopolazione mondiale. È mio diritto pensarlo. È mio dovere pensarlo.
Ci ritroveremo in un mondo in cui sono spariti tutti. Le strade vuote. Le piazze vuote. Le case vuote. Sto pensando a quanto ho visto in una bella serie recente vista in streaming, The Peripheral (in italiano Inverso), tratta da un romanzo di William Gibson: viene mostrata una Londra sopravvissuta a disastri eco-nuclear-pandemici multipli, quindi depopolata, dove tuttavia è rimasta una parvenza di ordine sociale, perfino di agio, tra tecnologia di controllo e crudeltà delle autorità. I sopravvissuti, algidi e eleganti, proiettano ologrammi di persone che passeggiano per il lungo Tamigi deserto, famigliole, coppiette, come quelle che si vedono la domenica – lo fanno, ovviamente, per ingannare il proprio cervello riguardo alla loro solitudine, che non può essere curata da nessun androide, per quanto perfettamente realizzato esso sia.
L’iniezione di mRNA su tutto il pianeta lo svuoterà a questo punto? Dobbiamo abituarci all’idea di veder sparire per malori improvvisi così tante persone che conosciamo?
Qui mi viene in mente un’altra cosa, il Rapture. È un concetto escatologico sconosciuto a cattolici, ortodossi e perfino anglicani, ma molto vivo tra battisti e pentecostali americani: al liminare dell’apocalisse vi sarà un «rapimento» – Rapture in inglese – come annunciato dalla prima lettera ai Tessalonicesi:
«Quindi noi, i vivi, i superstiti, saremo rapiti insieme con loro tra le nuvole, per andare incontro al Signore nell’aria, e così saremo sempre con il Signore» (1 Tes 4,17)
Orde di evangelici americani credono quindi in un evento in cui i credenti in Cristo verranno «rapiti» in cielo lasciando sulla terra il resto dell’umanità che dovrà invece affrontare le tribolazioni di cui parla l’Apocalisse di San Giovanni.
L’idea, che è ben presente nell’America fondamentalista, da noi è conosciuta solo tramite film e cultura popolare prodotti sull’argomento. C’è una serie di romanzi, vendutissimi, che tratta esattamente di questo. Si chiama Left Behind, e descrive questo mondo dove d’improvviso milioni di persone spariscono, lasciando lì solo i vestiti (compresi piloti d’aereo che stanno guidando un Jumbo con centinaia di passeggeri). L’Anticristo, nella storia, è un funzionario ONU di origine romena, che considerato un santo umanitario dalla popolazione, riesce a mettere in piedi un governo mondiale – quello predetto nella rivelazione.
Dei romanzi Left Behind hanno tentato di fare dei film. Una serie di tre film di una ventina di anni fa con Kirk Cameron, il ragazzo belloccio della sit-com Genitori in Blue Jeans, che nel frattempo è diventato stempiato e fondamentalista protestante. La qualità si dirada, la credibilità pure. Ecco che, immaginiamo con capitale protestante, hanno rebootato la serie cinematografica con protagonista Nicholas Coppola, conosciuto come Nicholas Cage, il quale è in eterna bancarotta quindi ogni tanto fa dei film, diciamo così, alimentari.
In verità, il Rapture non è un concetto che si relega alla sottocultura. Nel 1991 sull’argomento ci fece un film il regista intellettuale Michael Tolkin (Sacrificio finale, in italiano; in originale si chiama invece proprio Rapture), ed è una visione abbastanza sconvolgente. In anni recenti hanno poi provato a riformattare la Rapture per il pubblico secolare millennial, con la HBO, canale che produce zozzerie e Finestre di Overton ammille, che ci ha imbastito un serial cerebrale e sentimentale, enigmatico fino allo schifo, che si chiama Leftovers, dove dall’evento di sparizione improvvisa di gran parte dell’umanità viene sottratta ogni possibile radice religiosa e soprannaturale.
Ecco. La gente sparisce. Forse che la gente sparirà fino a che interi Paesi saranno evacuati?
La gente che se ne va, andranno «incontro al Signore nell’aria»? Difficile che ve lo diciamo noi, che da più di un lustro, da prima della pandemia, abbiamo strillato in tutti i modi che i sieri contengono pezzi di sacrificio umano, al punto che su queste colonne abbiamo chiamato ripetutamente il vaccino come «Battesimo di Satana».
E quindi, noi che restiamo… perché siamo ancora qui?
Riformuliamo: com’è possibile che ci lascino stare, dopo che potrebbero aver lanciato un genocidio del popolo degli obbedienti?
Uno pensa: magari arriva il momento in cui davvero iniziano a morire in massa, come dice qualche complottista, come in una Rapture mRNA. E noi, che facciamo?
Potrebbe essere che ci tocca una situazione stile L’alba dei morti viventi, con i sopravvissuti che vanno a vivere nei centri commerciali, e, in pochi, tirano avanti nel tempo con le abbondanti risorse lasciate dalla catastrofe umana.
Oppure potrebbe toccarci una situazione stile I figli degli uomini (libro e film troppo poco citati in un momento in cui quantità spaventose di donne hanno il ciclo alterato) in cui, nel mondo biologicamente collassato, tra i sopravvissuti esiste una parvenza di ordine, tenuto dall’autorità con violenza pervasiva, ma dove a nessuno importa più nulla, né del lavoro, né delle relazioni, né di vivere.
E allora, spingiamo ancora un po’ in là la fantasia. E ricordiamoci che in un mondo spopolato, coloro che hanno programmato il processo di morte mondiale saranno ancora vivi e reclameranno il pianeta.
Quindi, la presenza di noi scampati al grande apocalittico rapimento mRNA programmato, è un fastidio da non poco.
Cosa sarà di noi?
Beh, non è immaginazione se vi diciamo che potrebbero scatenarci dietro dei robot killer. Voi sapete che la cosa è già realtà – istituzionale – in varie parti del mondo. Robocani o carrarmati, aerei militari, androidi assassini bipedi o droni slaughterbots: basta che vi diano la caccia.
Oppure, potrebbero farci altro?
Potrebbero, chessò, oscurarci il sole, magari dopo averci fatto convertire tutti al fotovoltaico?
Potrebbero far uscire un nuovo virus chimerico, magari un Ebola a lungo rilascio, così da sterminare noi ultimi?
Tutto questo, chiaro, sempre che in realtà non siamo anche noi già stati vaccinati anche senza siringa, come sta cominciando a temere qualcuno: mRNA che si propaga per via area, ho sentito dire ad un dottore in un video che sta impazzando nelle chat. Non crediamo sia possibile. Tuttavia, lo abbiamo scritto più volte qui: l’idea dei «vaccini autopropaganti» c’è eccome. E gli esperimenti in materia, pure.
Quindi, schiatteremo anche noi, così, di botto, per il malore diffuso?
Oppure, come si vede in altri film fantastici – Predator, The Hunt, o il classicone dell’ignoranza anni Ottanta American Ninja – ci lasceranno in giro per darci la caccia per spirito venatorio?
Non sappiamo. Sappiamo però una cosa, che il nostro Paese, il nostro mondo, la nostra casa, il nostro corpo non ci appartengono più.
Davanti alla distruzione della nostra libertà e della nostra stessa esistenza non posso che tornare a pensare alla Parola del Signore.
Beati i miti, perché erediteranno la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. (…)
Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. (…)
Ma beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché sentono.
Queste parole dovrebbero ricordarle anche i nostri nemici. Perché nonostante il massacro e l’afflizione, nonostante la tortura e l’orrore, nonostante la prepotenza e la crudeltà, il loro fallimento è certo.
Nel momento del giudizio, essi non saranno rapiti in cielo per essere risparmiati: anzi, è molto facile che prima dovranno rispondere alla giustizia terrena – dovranno rispondere a noi. E non siamo sicuri che ci troveranno di buon umore.
Diremo allora che il film è finito.
Roberto Dal Bosco
Pensiero
Arriva la «scomunica marinata»?
Nel momento in cui il Vaticano bombarda 600 mila e più persone con lo scomunicone anti-FSSPX, diviene naturale rifugiarsi nei sonetti di Giuseppe Gioacchino Belli (1791-1863), che da romano vero conoscitore della Città der papa non poteva non aver trattato il tema nella sua poesia in vernacolo romanesco.
Havvi, ad esempio, Er cedolone der vicario, sonetto scritto il 22 aprile 1834, che bene illustra la minaccia di scomunica e le pene per chi trattiene i beni ecclesiastici. Si parla di un «cedolone», cioè un manifesto pubblico, affisso a Roma. Il cedolone era un avviso ufficiale del vicario del papa che imponeva, pena la scomunica, la restituzione dei beni di un sacerdote defunto. La scomuniica è quindi qui intesa come strumento di pressione burocratica e poliziesca.
La scummunica è uguale ar marfrancese,
Che tte penetra l’osse a la sordina,
E tte manna a fà fotte in men d’un mese.
Chi ssarà ll’animaccia ggiacubbina
Che nnun ridìi le cose che ss’è pprese,
Doppo der cedolon de stammatina?
Notare come, con sprezzo totale, il Belli paragona la scomunica al «marfrancese» – cioè alla sifilide – una malattia che agisce «a la sordina» (di nascosto) consumando da dentro l’individuo: il poeta vuole qui parlarci della devastante azione dello Stato Pontificio sulla vita interiore dei cittadini posti sotto la minaccia di essere scomunicati. «Animaccia ggiacubbina», era l’etichetta usata per indicare chiunque si opponesse all’autorità ecclesiastica, che oggi che li giacobini sono al comando dello Stato pontificio, suona buffissima.
L’espressione «sta ffresco» evidenzia la rassegnazione del popolo di fronte alla potenza ecclesiastica dotata della superarma scomunicante, il cui effatto megatonico sull’animo umano è ancora brandito con sicumera dal (già) Sant’Uffizio.
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Evvi poi un ulteriore sonetto del Belli riguardo al tema della scomunica. Si tratta di quello intitolato, appunto, La scummunica, scritto il 25 agosto 1825.
La scummunica inzomma è una parola
Che ddisce er Papa, e appena Iddio l’ha intesa,
L’ubbidissce ar momento, e vve conzola
Cór cacciàvve dar gremmo de la Cchiesa.
Abbasta una scummunica, una sola,
Pe’ sbattezzavve; e gguai chi sse l’è ppresa!
Pò vvenì Ggesucristo co’ la stola
A bbenedillo, bbutta via la spesa.
Domenica er Curato l’ha spiegata,
E ha detto: “Iddio ne guardi, si pprennete
La scummunica nata e mmarinata.
Un libbro, un c…., un scappellotto a un prete,
Un sputo, una scorreggia, una pissciata
Ve pò scummunicà cquanno volete.„
Nelle prime quartine si satireggia sul paradosso teologico: le gerarchie universali sono invertite: il papa comanda e Dio esegue cecamente. La scomunica diventa una formula magica o un atto burocratico a cui persino Nostro Signore deve «ubbidire al momento». Nemmeno Gesù Cristo in persona, scendendo sulla terra con tanto di paramento liturgico, avrebbe il potere di annullare la scomunica del papa. La grazia divina viene così sottomessa alla burocrazia eclesiastica.
Interessante l’elenco, messo in bocca ad un parroco durante l’omelia domenicale, dei motivi per cui si può essere scomunicati: leggere un «libbro» proibito, aggredire un sacerdote («un scappellotto a un prete»), così come atti di volgarità corporale: uno sputo, un peto, una minzione («una pissciata»). La lista grottesca serve ad indicare come all’epoca (solo all’epoca?) la Chiesa utilizzasse l’arma della scomunica in modo indiscriminato: la scomunica serviva a punire sia il dissenso intellettuale sia, volendo, i comportamenti triviali, riducendo un grave provvedimento spirituale ad uno strumento di sottomissione politica continua.
Tra i peccati qui listati non vi è, curiosamente, la consacrazione dei vescovi senza mandato.
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Vi è poi da rivelare al lettore cosa il poeta intenda con «scummunica nata e marinata»: si tratta di come il popolano, soggetto enunciante della poesia bellica, capisce l’espressione «scomunica Maranathà», ossia la scomunica usque Dominus veniet (tradotto letteralmente: «fino a quando verrà il Signore»), la forma estrema e permanente di sanzione religiosa utilizzata storicamente dalla Chiesa cattolica, inflitta per colpe considerate talmente gravi da non poter essere perdonate da nessuna autorità umana terrena. La rimozione della scomunica veniva rimandata direttamente al Giudizio Universale, lasciando il verdetto finale a Dio, con il colpevole colpevole escluso in modo perpetuo dalla comunità dei fedeli e dai sacramenti – una scappatoia di perdonanza terrena, dicono dalla regia, da qualche parte c’era comunque.
La scomunica Maranathà veniva riservata a reati eccezionali, come le eresie ostinate, le profanazioni estreme o i gravi crimini contro la figura del papa. Si trattava di una scomunica che poteva prevedere anche un preciso cerimoniale di maledizione, sempre presente nel pontificale romano, benché caduto in disuso praticamente già nell’età moderna, con rare eccezioni.
Interessante pure ricordare come, in epoca pre-codiciale – cioè antecedente al Codice di Diritto Canonico (Codex Iuris Canonici), promulgato nel 1917 da Papa Benedetto XV – chi ordinava vescovi senza mandato pontificio veniva semplicemente sospeso fino a dispensa – di fatto, ‘na bazecola. Anzi, la scomunica per la consacrazione illecita di vescovi è perfino successiva, è stata introdotta da Pio XII in risposta alle ingerenze del regime comunista in Cina, che oggi invece, nella Chiesa invertita, ordina i vescovi che gli pare senza incorrere in scomunica e ricevendo poco dopo, dopo un mezzo silenzio di qualche ora, la ratifica del Sacro Palazzo.
A questo punto ci chiediamo quanto vescovi, sacerdoti e fedeli FSSPX siano andati vicini alla scomunica marinata. La quale, sì, è sparita con l’arrivo del Codice, ma col Fernandezzo non si sa mai, magari resuscita pure quella per far danno ai mostri tradizionalisti.
Il cardinale orgasmologo infatti, in punta di diritto positivo assoluto, potrebbe usare le parole del sonetto belliano Li soprani der monno vecchio (21 gennaio 1831), rese immortali dal Marchese del Grillo del democristiano Alberto Sordi.
C’era una vorta un Re cche ddar palazzo
Mannò ffora a li popoli st’editto:
“Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo,
Sori vassalli bbuggiaroni, e zzitto.”
Eccoci che torniamo alla grande saggezza del poeta vernacolare, che visse i suoi 72 anni sotto sei papi, descrivendo una città sordida e in abbandono, di plebi tra le più incolte d’Italia, dove il papa era anche temuto, ha scritto un critico, «come capo della fatiscente società del putrido Stato pontificio».
I tempi sono cambiati, o forse, nella Rroma eterna e nelle sue cloache umane, no.
Anvedi.
Roberto Dal Bosco
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Immagine di Dipietroff via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
Pensiero
Peter Thiel: Benedetto XVI «credeva di vivere negli ultimi tempi»
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Palantir Founder Peter Thiel makes his first appearance on South Park, mocking his recent lectures in San Fransisco on the Antichrist pic.twitter.com/8leMiG4IBV
— HOT SPOT (@HotSpotHotSpot) October 16, 2025
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Pensiero
Ecône e il vero ordine mondiale
Quando lo ho compreso, imbottigliato nel traffico, mi è scappata una risata. Sì, avevo finalmente visto l’Europa Unita. In Svizzera. In realtà, avrei capito poi, era persino qualcosa di più, era il mondo unito, o perfino oltre: era il vero ordine cosmico che si manifestava, tuonando e pregando, dinanzi a me e alla storia.
La mattina del primo luglio ero, ovviamente, ad Econe per le consacrazioni dei vescovi della Fraternità Sacerdotale San Pio X, la realtà dentro la quale sto crescendo i miei figli.
Ecône è considerata la sede della FSSPX, perché vi, adagiato sulla montagna che scende con dolcezza verso la valle verde e calmissima, il seminario internazionale creato da monsignor Lefebvre. Vi è in pratica una sola superstrada che attraversa il Canton Vallese, e quel giorno, alle sei della mattina, era già intasata. Vi era una fila infinita di macchine con ogni sorta di targa: c’erano le station wagon francesi, c’erano i pulmini tedeschi, e ancora auto spagnole, svedesi, ceche, britanniche, olandesi, belghe, slovacche – e italiane, chiaro. Gli americani, si suppone, erano quelli che le corriere scaricavano in grande copia. Più tardi avrei veduto anche brasiliani, messicani e africani.
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Ho, senza rendermene conto, riso: eccotela l’unione europea, eccoti le nazioni unite. Solo basate sul contrario di quello su cui sono basate le istituzioni che portano questi nomi – basate cioè su Gesù Cristo. Ho sorriso pensandoci: i democristiani che azzardano con timidezza riguardo le radici cristiane dell’Europa, negate a Brusselle, dovrebbero vedere questo ingorgo fedele, dove ci sono non solo le radici, ma anche il tronco, i rami, le foglie, i fiori, i frutti.
Usciti dalla coda (dopo aver incontrato ad ogni rondò un giovane volontario FSSPX in pettorina fluorescente che dispensava direttive per il parcheggio), diretti a piedi verso il grande prato delle consacrazioni, l’effetto diventa ancora più evidente: l’albero della Fraternità, cioè di ciò che rimane della Chiesa vera, è fatto di famiglie, famiglie stupende.

Le famiglie felici, diceva Leone Tolstoj, si assomigliano tutte. È la verità: il maschio, spesso giovane, è in giacca e cravatta, magari con un elegante cappello di paglia in testa, mentre i figli – in genere quattro o più – gli corrono biondissimi innanzi, sotto lo sguardo attento della madre, che, fasciata in un tipo di mise che qualcuno chiama lefebvrian-hippy-chic (cioè vestito leggero lungo con stampa, apparentemente spensierato e al contempo estremamente femminile, materno. Va anche aggiunto: le persone in sovrappeso sono pochissime. Persone con sguardo triste praticamente non ci sono.
È una pianta viva, vitale, sana, rigogliosa. La sua energia, moltiplicata a migliaia, è travolgente.
Ho passato buona parte delle sei ore di cerimonia di consacrazione a pochi metri dall’altare, dove avevano messo, invisibile a tutti, un gabbiotto per la stampa. Se dico «gabbiotto» è perché in effetti era una vera prigione per i giornalisti – sì, una razza infida: conveniamo – accreditati. In pratica si era a poche file di suore di distanza dall’altare, ma non si poteva uscire: se beccavano un giornalista sul prato, i ragazzotti bénévoles, frutto dell’esercito elvetico dove militano almeno 20 giorni l’anno, lo rimandavano indietro scortato.
«On se sent controllés», mi ha sussurrato sardonica la vecchia inviata del giornale ultragoscista e rothschildiano Libération. Ho realizzato, tuttavia, che con questa precisione logistica e di sorveglianza, se volessero fare un golpe in Vaticano potrebbero compierlo in trenta minuti netti.
La cerimonia è durata più di cinque ore. La precisione liturgica, la ricchezza di paramenti sacri, la potenza del canto gregoriano che risuonava in tutta la valle, erano solo alcuni degli elementi che rendevano questa cerimonia come la più impressionante mai vista. Un sacerdote della Fraternità mi ha raccontato che, tra i riti perduti con il Concilio, c’è proprio quello della consacrazione dei vescovi, che ora nella Chiesa modernista è liturgicamente corrotto.

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C’è stato quindi un momento davvero metafisico, o meteocinetico, che ha colpito tantissimi – specie i non fedeli. A scriverne, paradossalmente, sono state solo testate «laiche» di fact-checker, che annusando quello che si scriveva in rete in diretta si sono buttati sul bizzarro caso.

Il celebrante, monsignor De Gallareta (il vescovo più anziano rimasto degli ordinati da monsignor Lefebvre) stava consacrando l’ostia. Il cielo da qualche minuto era divenuto nerissimo, e pareva di essere dentro una nuvola scura, e del resto siamo praticamente in montagna.
Ecco che quando il vescovo abbassa l’ostia dopo averla consacrata un tuono squarcia l’aria. Il fragore è potentissimo, scuote le ossa delle migliaia di persone. La portata simbolica della scena, con il cielo che urla nel momento più sacro di questa messa così importante, è innegabile, si innesta direttamente nella mente di chiunque.
Io stesso, che ero inginocchiato come altri giornalisti nel gabbiotto-stampa, ricordo di aver tremato. Cosa sta succedendo?
In verità c’era chi stava messo peggio di me. Il tizio di una celeberrima agenzia stampa internazionale, che se ne stava seduto lì a fianco a gambe incrociate, si gira e mi guarda sconvolto: era in cerca, anche da uno sconosciuto, di una spiegazione a ciò che aveva appena vedute. Io, sempre genuflesso, mi sono limitato ad assentire in silenzio, beffardo ed anche soddisfatto, guardandolo di sottecchi per un attimo: «caro mio, benvenuto laddove il Cielo è qualcosa di concreto, e il Cielo reagisce alla Terra. Il Cielo e la Terra sono legati. Il Cielo e la Terra sono ordinati. Benvenuto nella realtà». Era il sottotitolo invisibile che, spero, abbia recepito.
A quel punto si è scatenata una tempesta immane. Pioggia a catinelle, che rimbalzava sul tendone principale e scendeva a cascate sulla sala stampa, obbligando quanti avevano telecamere e macchine fotografiche a spostarsi di colpo. Qualche giornalista fedele resta inginocchiato in mezzo all’acqua, come l’inviata di LifeSite che si inzuppa il gonnellone in maniera irreparabile.

Consacrazione vescovi FSSPX, 1 luglio 2026 pic.twitter.com/9HLHEUHqhy
— Renovatio 21 (@21_renovatio) July 17, 2026
La cerimonia doveva quindi prevedere la comunione per i 17.000 fedeli partecipanti, ma, con quel tempo avverso, non era possibile. Si è deciso così di procedere con un rosario, che parte cantato da preti, suore e masse di fedeli. Monsignor De Gallareta sta seduto sul trono, irradiando un misto di concentrazione e forza, una gravitas, come mai ho visto prima.
«Ave Maria, grazia plena / dominus tecum…»
Consacrazione vescovi FSSPX, 1 luglio 2026 pic.twitter.com/xqKM7l2sEe
— Renovatio 21 (@21_renovatio) July 17, 2026
Mi affaccio a guardare le migliaia di fedeli sul prato. Pochissimi sono andati a rifugiarsi nei tendoni preparati per il pranzo. La totalità è rimasta ferma dov’era, inginocchiata nel fango. I fedeli FSSPX non mollano la barca nella tempesta. Questo è il primo significato, direttamente evangelico, che viene alla mente guardando la scena. Esso spiega tutto, illustra tutto, riassume tutto.
Dal Vangelo secondo Matteo (8, 23-27) «Entrato poi nella barca, lo seguirono i suoi discepoli. Ed ecco sollevarsi una tempesta tanto grande che la barca era coperta dalle onde; e siccome egli dormiva, i discepoli gli si accostarono e lo svegliarono, gridando: “Salvaci, o Signore, che siam perduti!”. Gesù disse loro: “Perchè temete, uomini di poca fede?”. E, alzatosi in piedi, comandò ai vènti e al mare, e subito si fece una gran calma. Del che meravigliati, tutti dicevano: “Chi è costui, al quale ubbidiscono anche i vènti e il mare?”».
I fedeli della Fraternità hanno fede nei comandi di Gesù, e nella sua potenza reale.
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Quando finisce il rosario, ecco che la bufera si placa completamente. Partono i sacerdoti per tutto il pratone per dare la comunione al popolo. Il terreno non sembra nemmeno troppo fangoso. Qualcuno, poi, mi ha detto: il Cielo ha voluto quel rosario per ricordarci della Santa Vergine. Che, in effetti, è diventato uno dei punti di contesa con la Chiesa di Fernandez, che l’ha privata, sulla strada della protestantizzazione slatentizzata, del titolo di «corredentrice».
Poco dopo, quando ancora i vescovi stanno eseguendo le ultime parti del rito, il bel tempo arriva. La burrasca è davvero finita. Quando i discendenti degli apostoli escono benedicenti fra la folla il tempo è sereno, è persino caldo.
A fine pomeriggio, durante i vespri, il neovescovo americano Michael Goldade fa una breve omelia. Il sole splende, e gli occhi di questo ragazzo del Kansas brillano pure, nello zelo e in quello che amo chiamare «sorriso lefebvriano» (guardatevi le foto del monsignore, e dei suoi vescovi: sorrisi più autentici non ne troverete).
Monsignor Goldade fa una breve omelia di lucidità assoluta.
New SSPX bishop +Michael Goldade preaching at Vespers:
If the Catholic Church in her Tradition brings forth life, the modernist church is a desert that kills everything that it touches
It kills the supernatural life, the sources of grace & has placed man in the place of God. pic.twitter.com/TaO9hKgEIq
— Michael Haynes 🇻🇦 (@MLJHaynes) July 1, 2026
«Quando si contemplano queste magnifiche cattedrali, si scorgono rappresentazioni artistiche della vita: viti, vegetazione, acqua che scorre. Non si tratta semplicemente di elementi naturali, ma di simboli della vita soprannaturale che ci giunge attraverso la Chiesa cattolica (…) Se la Chiesa cattolica, nella sua Tradizione, genera vita, la Chiesa modernista è un deserto. Uccide, uccide tutto ciò che tocca, uccide la vita soprannaturale, distrugge le fonti della grazia, fa appassire ogni cosa. Perché? Perché ha posto l’uomo al posto di Dio e si è così allontanato dalle fonti stesse della vita».
La potenza divina della vita mi è stata chiara guardando queste migliaia di famiglie stupende, da ogni parte del globo terracqueo, che perseverano nonostante possano piovere su di esse, e sulla propria progenie, tempeste e scomuniche.
Mi è subito evidente la valutazione politica da fare: lo Stato moderno non dispone, e non può disporre, di simili cittadini, e questa è esattamente la sua condanna, la ragione della sua inevitabile disintegrazione. E quindi, lo Stato del futuro, lo Stato che agisca come garante della continuazione della vita umana, non può che essere uno Stato cristiano.
In assenza di un simile popolo, ogni tentativo di creare consorzi nazionali ed internazionali è destinato a fallire nella miseria e nella morte.
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L’ulteriore considerazione da farsi è di carattere metafisico. Quello a cui ho assistito è, in orizzontale e in verticale, la vera religione. La parola, lo sapete, viene dal latino religare, «legare strettamente», cioè «rilegare». Per alcuni la religione rilega, sul piano terrestre, le genti, unendole. Altri, più mistici, ritengono che la parola esprima il vincolo di unione e dipendenza tra l’essere umano e il divino, tra Cielo e la Terra.
Ecco, le genti di tutta la Terra, unite fra loro, unite al Cielo, che parla loro, agisce nelle loro vite, dentro ad un rito, cioè, secondo la radice indoeuropea réi, al principio dell’ordine. Ecco la religione, l’unica vera.
Ecco il vero ordine mondiale. Ecco il vero ordine cosmico. Come in Cielo così in Terra.
E così sia.
Roberto Dal Bosco
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