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Cina

Hong Kong, dopo arresto arriva l’incriminazione per il cardinale Zen

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Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di Asianews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

Il processo nei suoi confronti e di cinque attivisti democratici inizierà il 19 settembre. Per il momento cade l’accusa di aver minacciato la sicurezza nazionale. L’imputazione è di non aver registrato un fondo di beneficienza di cui era amministratore fiduciario. L’udienza preliminare oggi proprio nella Giornata di preghiera per la Chiesa in Cina. Intanto la diocesi annulla le tradizionali messe per il massacro di Tiananmen.

 

 

La Corte di West Kowloon ha accusato oggi il card. Joseph Zen Ze-kiun, e cinque noti esponenti del fronte democratico di non aver registrato correttamente un fondo umanitario di cui erano amministratori fiduciari.

 

La polizia aveva arrestato il vescovo emerito della città e gli altri accusati con la ben più grave imputazione di «collusione» con forze straniere, in violazione della draconiana legge sulla sicurezza nazionale imposta da Pechino nell’estate 2020.

 

Fino alla sua chiusura nell’ottobre scorso, il Fondo 612 ha assistito migliaia di manifestanti pro-democrazia coinvolti nelle proteste del 2019. Tutti gli imputati si sono dichiarati non colpevoli: i loro difensori hanno messo in questione che l’organizzazione benefica avesse l’obbligo di registrarsi in base alla Societies Ordinance.

 

Il processo vero e proprio inizierà il 19 settembre. Senza l’incriminazione per minacce alla sicurezza nazionale, gli imputati rischiano al massimo una pena pecuniaria di 1.750 dollari. Uno di loro, l’attivista Cyd Ho, si trova però già in prigione per aver partecipato a una manifestazione non autorizzata, un’accusa che ha colpito diverse personalità democratiche, tra cui il magnate cattolico Jimmy Lai.

 

All’udienza odierna erano presenti diplomatici italiani, tedeschi, francesi e svedesi. Molti Paesi occidentali denunciano da tempo le azioni repressive condotte dalle autorità di Hong Kong, che nei fatti hanno cancellato le tradizionali libertà garantite alla popolazione dopo il ritorno sotto sovranità cinese nel 1997.

 

A dimostrazione del clima di paura vissuto nell’ex colonia britannica, la diocesi cittadina ha annunciato oggi che quest’anno non saranno celebrate le tradizionali messe in ricordo del massacro di Tiananmen del 4 giugno del 1989, quando migliaia di studenti e cittadini cinesi sono stati massacrati a Pechino per aver chiesto libertà e democrazia nel Paese.

 

Lo stop alle celebrazioni è motivato con la preoccupazione di poter violare la legge sulla sicurezza nazionale.

 

Per la festa di Maria Ausiliatrice e di Nostra Signora di Sheshan – che per volontà di Benedetto XVI dal 2007 è la Giornata mondiale di preghiera per la Chiesa in Cina – stasera [ieri 24 maggio, ndr] alle 20 (ora locale) il card. Zen celebrerà una Messa organizzata dalla Commissione Giustizia e pace, mentre un’altra celebrazione alle 18 sarà presieduta dal card. John Tong presso l’Holy Spirit Study Center.

 

 

 

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Cina

Paura nuovi blackout: la Cina ordina aumento uso carbone per produrre energia

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Ondate di calore nelle province centrali e settentrionali del Paese hanno spinto i consumi elettrici a livelli record. Accantonati gli sforzi per la lotta ai cambiamenti climatici. La leadership vuole evitare ulteriori danni all’economia. Anche le inondazioni al sud minacciano gli obiettivi di crescita.

 

 

Il Paese deve aumentare la produzione di carbone per prevenire in ogni modo i blackout.

 

È l’istruzione data ieri da Li Keqiang durante una visita a un impianto termoelettrico a Zhuozhou (Hebei). I timori del premier cinese è che si ripetano le interruzioni elettriche dello scorso autunno: avevano colpito 16 province su 31, causando gravi danni all’economia nazionale.

 

Li ha sottolineato che il consumo energetico in Cina è ai massimi. Il suo obiettivo dichiarato è di evitare razionamenti della corrente elettrica.

 

Oltre alla produzione «efficiente e pulita» di energia alimentata a carbone, egli si aspetta una accelerazione nella costruzione di nuove centrali idroelettriche.

 

Un’ondata di calore ha spinto la domanda di energia elettrica a livelli record nelle province centrali e settentrionali.

 

Shandong, Henan ed Hebei registrano in questi giorni temperature sopra i 40° centigradi, e milioni di abitanti locali sono costretti a ricorrere ai condizionatori per trovare refrigerio.

 

Come riporta la Reuters, nello Shandong al suo picco la rete elettrica ha segnato ieri un carico di 92.94 milioni di kilowatt, superando il record di 90.22 milioni del 2020.  Con più di 100 milioni di abitanti, lo Shandong è la provincia più popolosa del Paese dopo il Guangdong. Record di consumi elettrici si sono avuti anche nell’Henan.

 

Secondo diversi osservatori, negli ultimi tempi Li ha assunto un ruolo più proattivo per tentare di ravvivare l’economia nazionale, frenata dalla ripresa dei contagi da COVID-19 e da una serie di riforme «centraliste» volute dal presidente Xi Jinping.

 

Una nuova crisi energetica farebbe svanire ogni speranza di riuscire a centrare l’obiettivo di crescita per il 2022, fissato al 5,5%. Per farlo, il governo cinese sembra pronto ad accantonare gli sforzi contro i cambiamenti climatici, come mostrano gli ordini per incrementare la produzione elettrica da centrali a carbone.

 

Per i suoi obiettivi economici, la leadership cinese non deve fronteggiare solo la minaccia climatica del caldo torrido, ma all’opposto anche quella delle inondazioni nel sud del Paese, che stanno devastando sette province.

 

Già maggio è stato un mese difficile per l’economia cinese, come Bloomberg dimostra presentando i dati di Pechino e Shanghai, entrambe alle prese con l’emergenza pandemia.

 

Nella capitale i consumi sono calati del 26% rispetto all’anno prima; a Shanghai, l’hub economico e finanziario del Paese, il declino è stato anche più marcato (-37%).

 

La produzione industriale a Pechino è scesa in un anno del 40%, e a Shanghai del 28%.

 

 

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Immagine di SunRuikang via Wikimedia pubblicata su licenza Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0)
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Cina

Summit BRICS: Xi attacca l’Occidente (senza grandi risultati)

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Riunione annuale del gruppo formato da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica. Il tratto d’unione è la volontà di accrescere la cooperazione commerciale e promuovere un mondo multipolare. Nel comunicato finale non si fa riferimento alle proposte di Putin per indebolire il ruolo del dollaro. Dissidi sino-indiani ostacolano il rafforzamento della partnership tra i cinque Paesi.

 

 

Un’invettiva contro l’Occidente, accusato di avere una mentalità da Guerra fredda e di imporre sanzioni illegali. Nel suo intervento ieri al summit virtuale dei Paesi BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), in quanto a retorica il presidente cinese Xi Jinping ha sposato la linea del suo omologo russo Vladimir Putin: le nazioni emergenti devono opporsi all’egemonia USA e lavorare alla creazione di un modo multipolare.

 

I BRICS si riuniscono regolarmente dal 2009. Nell’insieme rappresentano il 41% della popolazione mondiale, il 24% del PIL globale e il 16% del commercio internazionale. Nel loro dialogo però non sono mai andati oltre a impegni di maggiore cooperazione commerciale.

 

Anche il meeting di ieri non sembra aver raggiunto risultati concreti.

 

La dichiarazione finale congiunta è vaga, soprattutto su un tema centrale come l’invasione russa dell’Ucraina. La Cina non ha condannato l’attacco di Mosca e nelle dichiarazioni ufficiali incolpa «l’espansionismo» della NATO per la crisi. I partecipanti al summit hanno evitato di citare le parole «conflitto» e «guerra», riferendosi alla «situazione in Ucraina»: una cortesia a Putin, che parla di «operazione militare speciale». Hanno aggiunto solo di sostenere gli sforzi umanitari dell’Onu per la popolazione colpita.

 

Nel documento non si dice nulla su due punti sollevati da Putin per liberare la Russia dalla dipendenza finanziaria dall’Occidente. Alla vigilia del summit, il capo del Cremlino aveva detto che i partner BRICS stavano lavorando a una nuova valuta di riserva da opporre al dollaro, e a un sistema di pagamenti internazionali alternativo allo Swift, controllato da Washington.

 

L’unico vero tratto di unione tra i BRICS è la volontà di dare più voce ai Paesi emergenti nelle istituzioni multilaterali globali. Cina e India stanno comprando più petrolio dalla Russia, colpita dalle sanzioni occidentali. Dietro alla mossa vi è però l’opportunità economica (i prezzi scontati), non certo il sostegno alle mire territoriali di Putin.

 

Sulla rilevanza del formato BRICS incide poi sempre la difficile relazione tra Cina e India, che da due anni sono tornate a fronteggiarsi sull’Himalaya per questioni di confine.

 

Gli attacchi di Xi alla NATO nascono dal timore di veder nascere un gemello asiatico dell’Alleanza atlantica a guida USA. Pechino vede ad esempio con preoccupazione tutte le mosse del Quad (Quadrilateral Security Dialogue), ritenuto da Xi l’embrione di una «NATO asiatica» di cui fa parte l’India, oltre a Stati Uniti, Giappone e Australia.

 

Le tensioni sino-indiane si riflettono anche sul piano commerciale. La Cina ha proposto un accordo di libero scambio tra i Paesi BRICS, segnalando che il loro interscambio rimane ancora basso.

 

Il progetto ha scarse probabilità di successo proprio per le posizioni di Delhi al riguardo. È da ricordare che nel novembre 2020 il governo indiano si è rifiutato di aderire alla Regional Comprehensive Economic Partnership, il patto commerciale multilaterale dominato dalla Cina, sottoscritto anche dai 10 Paesi ASEAN, più Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda.

 

 

 

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Cina

Biden chiede al presidente di BlackRock di consigliare il Dipartimento di Stato sulle politiche cinesi

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La nuova scelta dell’amministrazione Biden per consigliare il Dipartimento di Stato sulla «competizione strategica» con Pechino presiede BlackRock, un think tank sugli investimenti che ha esortato gli azionisti a investire pesantemente in Cina.

 

Il segretario di Stato Antony Blinken ha scelto il presidente del BlackRock Investment Institute Tom Donilon venerdì per co-presiedere il Foreign Affairs Policy Board, che fornirà «consigli, feedback e prospettive» al Dipartimento di Stato su «sicurezza informatica e tecnologie emergenti, clima ed energia, economia internazionale, salute globale e concorrenza strategica con la Repubblica popolare cinese».

 

Donilon è stato in precedenza consigliere per la sicurezza nazionale dell’amministrazione Obama dal 2010 al 2013.

 

Ma la scelta di Blinken rappresenta un chiaro conflitto di interessi perché BlackRock ha espressamente affermato che la “competizione strategica” con la Cina è dannosa per gli affari.

 

«Anche la concorrenza strategica tra Stati Uniti e Cina e le conseguenti tensioni hanno contribuito all’incertezza nel panorama geopolitico e normativo», si legge nell’ultimo rapporto annuale di BlackRock.

 

In altre parole, le politiche del Dipartimento di Stato sulla «competizione strategica» con la Cina saranno ora consigliate da un leader di una società che ha attivamente scoraggiato la «competizione strategica» con la Cina.

 

In particolare, il Dipartimento di Stato afferma che gli incontri con il Foreign Affairs Policy Board sono chiusi al pubblico a causa di «discussioni su argomenti e materiali sensibili e spesso classificati».

 

A settembre, BlackRock è diventata la prima società americana in assoluto ad aprire un fondo comune di investimento in Cina.

 

In effetti, BlackRock ha esortato gli azionisti a investire di più in Cina, arrivando persino a investire in società di sorveglianza cinesi sanzionate come Hikvision e iFlytek, che sono state inserite nella lista nera nel 2019 dal Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti per collegamenti con l’esercito cinese.

 

Secondo il Dipartimento del Commercio, Hikvision e iFlytek sono due delle 28 società «che sono state implicate in violazioni e abusi dei diritti umani nella campagna cinese contro gli uiguri e altre minoranze etniche prevalentemente musulmane nella regione autonoma uigura dello Xinjiang».

 

Le mosse sono così palesemente in contrasto con la sicurezza nazionale degli Stati Uniti che persino il miliardario di sinistra George Soros ha condannato gli investimenti di BlackRock in Cina come un «tragico errore» nel 2021.

 

«L’iniziativa BlackRock mette in pericolo gli interessi di sicurezza nazionale degli Stati Uniti e di altre democrazie perché il denaro investito in Cina aiuterà a sostenere il regime del presidente Xi, che è repressivo in patria e aggressivo all’estero», aveva scritto Soros sul Wall Street Journal.

 

La «strana faida cinese» tra Soros e BlackRock potrebbe aver motivi profondi, come evidenziato da questo sito.

 

Come riportato da Renovatio 21, il CEO di BlackRock tre mesi fa aveva dichiarato che la guerra ucraina avrebbe accelerato il processo di abolizione del contante.

 

 

 

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