Razzismo
Musk: Starlink vietato in Sud Africa «perché non sono nero»
Il miliardario della tecnologia Elon Musk ha affermato che il suo servizio Internet satellitare Starlink non può funzionare in Sudafrica perché «non è nero». I funzionari sudafricani hanno risposto, insistendo sul fatto che la questione non ha nulla a che fare con la razza di Musk.
Musk, nato a Pretoria ma residente negli Stati Uniti, ha rilasciato queste dichiarazioni venerdì in risposta a un podcast con l’imprenditore sudafricano Rob Hersov. In un frammento condiviso online, Hersov ha affermato che «le leggi basate sulla razza in Sudafrica sono tutte anti-bianchi» e ha sostenuto che il Paese è stato «infettato… da un malvagio virus della mente sveglia».
«A Starlink non è consentito operare in Sudafrica, perché non sono nero», ha scritto Musk su X.
Il portavoce diplomatico sudafricano Clayson Monyela ha respinto le affermazioni di Musk. «Signore, NON è vero e lo sa! Non ha nulla a che fare con il colore della sua pelle», ha scritto il Monyela su X. Ha aggiunto che Starlink è benvenuta a operare in Sudafrica «a condizione che ci sia conformità con le leggi locali».
Le leggi sudafricane concepite per affrontare le disuguaglianze razziali rimaste dall’era dell’apartheid impongono che le aziende di telecomunicazioni straniere siano possedute almeno al 30% da «persone provenienti da gruppi storicamente svantaggiati». Starlink, una sussidiaria di SpaceX di Musk, non vende le sue azioni pubblicamente.
L’anno scorso, la società madre di Starlink ha scritto una lettera all’ente regolatore delle telecomunicazioni sudafricano ICASA, descrivendo il requisito di una quota azionaria del 30% come un «ostacolo significativo» agli investimenti.
Il mese scorso, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha minacciato di tagliare gli aiuti al Sudafrica, accusando il Paese di essersi alleato con l’Iran e ha condannato la sua causa presso la Corte internazionale di giustizia, che sosteneva che Israele stava commettendo un genocidio a Gaza.
Trump ha anche sostenuto che la riforma agraria del Sudafrica viola i diritti umani.
Il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa ha negato che il suo governo tolleri le violazioni dei diritti umani. «Non ci faremo intimidire», ha detto in un discorso a febbraio. Ramaphosa ha incontrato Musk il mese scorso, discutendo di «questioni di disinformazione e distorsioni sul Sudafrica», secondo l’ufficio del presidente.
Il governo sudafricano afferma che il controverso Expropriation Act («legge di espropriazione») mira a porre rimedio alle disparità nel Paese, dove i contadini bianchi possiedono ancora la maggior parte delle terre, nonostante i bianchi costituiscano circa il 7% della popolazione. Il governo ha fissato l’obiettivo di trasferire il 30% delle terre agricole ai contadini neri entro il 2030.
Come riportato da Renovatio 21, vari gruppi boeri da anni ritengono di essere oggetti di una vera persecuzione se non di una pulizia etnica, con abbondanza disperante episodi di crimine, torture e violenza efferata di ogni sorta. Le loro proteste hanno ottenuto l’attenzione sia del presidente russo Putin che di quello statunitense Trump, che ha offerto un’opzione di reinsediamento ai sudafricani bianchi.
In varie occasioni i giornali mainstream americani hanno tentato di incastrare Musk e la sua famiglia nella questione dell’apartheid, ottenendo però l’effetto contrario di quello desiderato: Musk e il controverso padre sono ricordati a Pretoria per la loro opposizione alle leggi razziali africane.
Musk di recente si è scagliato più volte contro il leader del partito sudafricano EFF Julius Malema, che incita all’uccisione dei bianchi con il canto «Kill the boer», fatto risuonare in stadi con migliaia di seguaci. Elon ha attaccato anche i giornali come il New York Times che tentano di minimizzare la retorica genocida del leader nero. Nel frattempo, la Corte Suprema sudafricana ha stabilito che il canto che invita all’assassinio dei boeri non è hate speech.
Come riportato da Renovatio 21, il mese scorso il partito dell’ex presidente sudafricano Jacob Zuma MK ha presentato una denuncia per tradimento contro un gruppo della minoranza afrikaner.
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Immagine di Gage Skidmore via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic
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La BBC paga i dipendenti bianchi meno di quelli appartenenti a minoranze etniche
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Ben-Gvir come i nazisti: «ci sono persone che non meritano di vivere»
Dichiarazioni del ministro ministro della Sicurezza Nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir tornano a far discutere.
Come riportato da Renovatio 21, Ben Gvir ha recentemente chiesto in maniera pubblica l’assassino sistematico quotidiano di diecine di palestinesi.
Intervenendo domenica al podcast di Rom Braslavski e contestando l’adesione temporanea di Netanyahu alla posizione di Trump sulla riduzione del numero di gazani uccisi ogni giorno, il responsabile delle carceri israeliane, il Ben-Gvir, ha auspicato l’uccisione di 30-40 gazani ogni notte: «Non è un segreto, non sono d’accordo con il primo ministro. Credo che a Gaza si debbano effettuare omicidi mirati, eliminando 30-40 persone ogni notte. Non solo coloro che rappresentano una minaccia immediata: ci sono persone che non meritano di vivere. Non dovrebbero vivere. Non sono nemmeno persone».
Le parole del potente ministro dello Stato Ebraico hanno ricordato immediatamente a molti l’espressione nazista «Lebensunwertes Leben» («vita non degna di essere vissuta»), una definizione usata dal regime nazista per indicare quelle fasce della popolazione che, secondo il regime nazista, non avevano diritto alla vita e venivano destinate al programma di «eutanasia involontaria», Aktion T4.
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Il termine deriva dal saggio del 1920 Die Freigabe der Vernichtung lebensunwerten Lebens di Karl Binding e Alfred Hoche, che proponeva l’eliminazione di malati mentali, disabili gravi e “vite senza valore” per ragioni etiche ed economiche. I nazisti lo radicalizzarono all’interno della Rassenhygiene (igiene razziale) e del darwinismo sociale.
A partire dal 1939, con l’Aktion T4, il regime organizzò l’uccisione sistematica di decine di migliaia di bambini e adulti con disabilità fisiche o psichiche (incluso l’autismo, il cui studio fu iniziato proprio da un medico austriaco, il dottor Hans Asperger), attraverso gas, iniezioni e fame. I medici selezionavano le vittime in base a criteri di «produttività» e «purezza razziale»: chi non poteva lavorare o generare prole «sana» era considerato un peso per la Volksgemeinschaft (comunità del popolo) e quindi eliminabile.
Il concetto non si limitò ai disabili: fu esteso a ebrei, rom, omosessuali, «asociali» e prigionieri politici, presentando lo sterminio come atto «scientifico» (anche a quell’epoca c’erano «gli esperti») e «umanitario», liberando risorse economiche e sociali e purificando la razza ariana.
Il programma quindi si estese ai campi di concentramento, ma anche al ghetto di Varsavia, i cui profughi hanno con probabilità discendenti tra coloro che ora perpetrano la pulizia etnica Striscia di Gaza.
Il ministro della Propaganda nazista Joseph Goebbels descrisse costantemente il popolo ebraico come «subumano» e dotato di «caratteristiche marcatamente parassitarie». Goebbels si suicidò il 1° maggio 1945 a Berlino, dopo aver ucciso la moglie e i sei figli con il cianuro.
Hans Frank, capo del regime nazista sulla Polonia occupata, rinchiuse gli ebrei nei ghetti, ridusse le loro razioni e sovrintese alla liquidazione del ghetto di Varsavia. «In ogni caso, inizierà una grande migrazione ebraica. Ma cosa dovremmo fare con gli ebrei? Pensate che si insedieranno nell’Ostland, nei villaggi? A Berlino ci dissero: “Perché tutta questa fatica? Non possiamo fare nulla con loro né nell’Ostland né nel Reichskommissariat. Quindi liquidateli voi stessi”. Signori, vi chiedo di liberarvi da ogni sentimento di pietà. Dobbiamo annientare gli ebrei ovunque li troviamo e ogniqualvolta sia possibile». Frank fu impiccato a Norimberga.
Dopo il 1945 il termine «Vita indegna di essere vissuta» era divenuto simbolo della barbarie nazista e dell’abisso etico raggiunto quando lo Stato decide chi merita di vivere. Con evidenza, i tempi stanno cambiando.
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Immagine screenshot da YouTube
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E l’avvocato israeliano disse: la vita di un ebreo vale 10 milioni di palestinesi
Israeli lawyer Yehuda Shimon has sparked a viral debate after calling for the complete genocide of the survivors in Gaza because he says one Jewish life is equivalent to 10 million Palestinians.
“That just sounds racist.” “Yes, I know.” https://t.co/0IiliidFg5 pic.twitter.com/lZpPNgBWhk — Alex Jones (@RealAlexJones) August 2, 2026
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