Economia
L’inflazione si abbatte disastrosamente sulla Germania
Destatis, l’Ufficio Statistico Federale che fa capo al Ministero dell’Interno tedesco, ha pubblicato la scorsa settimana numeri devastanti dell’impatto dell’inflazione sulla Germania. Lo riporta EIRN.
Secondo Destatis, nel secondo trimestre si è verificata una crescita economica pari a zero, mentre i prezzi alla produzione sono stati superiori del 37,2% rispetto al secondo trimestre del 2021, un altro salto indietro rispetto all’inflazione dei prezzi alla produzione del 32-33% registrata nei due mesi precedenti.
La crescita anno su anno dei prezzi alla produzione dell’energia ha raggiunto il 105%; per il gas naturale, 163,8%; e per l’elettricità delle macchine utensili universali, un catastrofico 125,4%.
Questi numeri sono economicamente insostenibili per le imprese, anche qualora si volesse trasferire gli aumenti alle famiglie e ai consumatori, come pare da certi discorsi del vicecancelliere tedesco Habeck, che aveva dichiarato che in caso di razionamento la priorità energetica sarebbe stata assegnata alle imprese invece che alle famiglie.
«Anche senza energia, i prezzi alla produzione sono aumentati del 14,6% nell’anno, includendo il 24,1% per i metalli» scrive EIRN.
E per i beni di produzione intermedi (parti e sistemi per beni di produzione non ancora finiti) l’aumento, esclusi i prodotti energetici, è stato del 19,1%, promettendo qui aumenti di prezzo per i beni di produzione finiti.
Come riportato da Renovatio 21, un recente studio dell’Istituto dell’Economia Tedesca (IW) ha calcolato che la carestia di gas distruggerà in Germania 330 mila posti di lavoro.
Sindaci tedeschi stanno domandando a gran voce l’apertura del gasdotto dalla Russia Nord Stream 2, la cui inaugurazione doveva avvenire nei giorni in cui è partita la guerra in ucraina.
Anche le grandi industrie tedesche chiedono di rivedere la questione energetica; si moltiplicano nel frattempo le voci che suggeriscono di ritardare il phase-out dell’energia nucleare programmato dalla Merkel, infrantosi contro la triste realtà delle rinnovabili non affidabili.
Il taglio del gas russo potrebbe portare problemi anche alle forze armate USA di stanza in Germania.
Nonostante la riapertura delle centrali a carbone, Berlino sta approntando una strategia di «luoghi di riscaldamento» per cittadini privati dell’uso dei termosifoni, cittadini del maggiore Paese d’Europa ridotti improvvisamente a «sfollati energetici».
Economia
Uber abbandona l’Africa
La società statunitense di trasporto privato Uber ha cessato le attività in Nigeria e in Uganda, chiudendo una presenza durata 12 anni nel Paese più popoloso d’Africa e un decennio di servizio in questo Stato dell’Africa orientale.
I licenziamenti sono scattati mercoledì, dopo quella che Uber ha definito una «revisione approfondita» della propria attività. L’azienda non ha comunicato il numero di dipendenti o autisti coinvolti, ma ha dichiarato che fornirà assistenza durante la fase di transizione.
Uber ha precisato che le chiusure riguardano solo i due mercati e che l’impegno in Africa resta invariato. La decisione coincide con una ristrutturazione globale che prevede il taglio di circa 3.300 posti di lavoro, pari a circa il 10% della forza lavoro. In un messaggio pubblicato mercoledì, l’amministratore delegato Dara Khosrowshahi ha spiegato che la ristrutturazione ridurrà i costi e libererà risorse da destinare alla crescita e all’innovazione, nell’ottica di Uber di «costruire il futuro della guida autonoma».
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La società di logistica tecnologica aveva avviato le operazioni a Lagos nel 2014 e a Kampala nel 2016. Le sue attività in Africa sono state segnate da continue controversie su guadagni degli autisti, commissioni e regolamentazione.
All’inizio di quest’anno gli autisti nigeriani hanno scioperato per protestare contro le tariffe, considerate insufficienti rispetto all’aumento dei costi del carburante e della manutenzione dei veicoli. L’Unione dei Trasportatori di App della Nigeria ha definito il modello di business di Uber sfruttatore e ha criticato l’azienda per essersi ritirata senza consultare adeguatamente gli autisti, come riportato giovedì da diverse testate locali citando il portavoce nazionale del sindacato.
L’uscita di Uber dal mercato nigeriano è seguita anche a una controversia sull’accesso agli aeroporti gestiti dall’Autorità Federale degli Aeroporti della Nigeria. Uber ha smentito che la questione abbia determinato la decisione, affermando che essa rifletteva un cambiamento nelle priorità aziendali e nei piani di investimento. Con la chiusura, Bolt, inDrive e LagRide, sostenuta dal governo, restano tra le principali alternative in Nigeria.
In Uganda Uber ha dovuto fronteggiare la concorrenza di piattaforme come SafeBoda e Faras, mentre gli autisti si lamentavano delle tariffe basse e delle commissioni elevate. I resoconti locali segnalavano anche l’aumento dei costi operativi e le difficoltà nel trattenere gli autisti.
Le ultime chiusure confermano il progressivo ritiro dell’azienda dal continente. Uber si è ritirata dalla Costa d’Avorio nel 2025 e dalla Tanzania nel gennaio 2026, dopo anni di controversie con le autorità di regolamentazione tanzaniane su tariffe controllate e limiti alle commissioni della piattaforma. Il colosso del trasporto sanfranciscano ha sospeso le operazioni in Marocco nel 2018 a causa dell’incertezza normativa, per poi riprenderle nel novembre 2025.
Le recenti uscite limitano la presenza diretta di Uber in Africa a Sudafrica, Kenya, Ghana, Egitto e Marocco. La sua tecnologia è utilizzata anche a Mauritius da Taxi by ala-lila, un servizio gestito localmente e basato sulla tecnologia di Uber.
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Immagine di Focal foto via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC 2.0
Economia
Anche l’Olanda trasferisce oro fuori dagli Stati Uniti. E l’Italia?
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Economia
Trump rivuole indietro i miliardi di Biden dall’Ucraina
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha detto di voler presentare all’Europa un conto, seppur in ritardo, per i miliardi di dollari che Washington ha speso per armare l’Ucraina durante la presidenza del predecessore Joe Biden.
In un post pubblicato giovedì su Truth Social, Trump ha ribadito le critiche sull’entità dell’aiuto offerto dall’amministrazione Biden a Kiev, affermando che «centinaia di miliardi di dollari sono stati dati gratuitamente all’Ucraina e alla NATO, soldi che l’Europa avrebbe pagato, se solo glielo avessero chiesto».
«Chiederemo quei soldi, anche se con un certo ritardo!»
Trump non ha precisato l’importo che Washington intenderebbe richiedere, quali Paesi europei sarebbero tenuti a pagare né come sarebbero strutturati eventuali versamenti retroattivi. All’inizio della settimana aveva dichiarato che Biden aveva fornito all’Ucraina armi per oltre 300 miliardi di dollari «gratuitamente».
La cifra è contestata. Un rapporto di maggio dell’Ispettore Generale Speciale per l’Operazione Atlantic Resolve ha stimato gli stanziamenti complessivi degli Stati Uniti per l’Ucraina e per la risposta più ampia al conflitto a circa 195 miliardi di dollari da febbraio 2022, di cui 67,8 miliardi impegnati in articoli e servizi di difesa a Kiev.
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Sotto l’amministrazione Trump, Washington ha trasferito il costo delle nuove armi statunitensi destinate all’Ucraina ad altri membri e partner della NATO attraverso la Lista dei Requisiti Prioritari per l’Ucraina (PURL). Avviato lo scorso anno, il programma consente loro di pagare armi e munizioni di fabbricazione americana fornite a Kiev. La NATO afferma che oltre 6 miliardi di dollari di equipaggiamento militare statunitense sono stati finanziati con questo meccanismo.
Le ultime dichiarazioni di Trump sono arrivate mentre smentiva le notizie secondo cui il conflitto con l’Iran avrebbe ridotto in modo grave le scorte di munizioni, affermando che gli Stati Uniti stanno aumentando la produzione e al momento trattengono le munizioni di nuova fabbricazione per le proprie forze armate invece di venderle all’estero.
L’amministrazione ha inoltre presentato il conflitto in Ucraina come un fattore che impone un costo economico più ampio agli Stati Uniti. Il segretario del Tesoro Scott Bessent ha detto questa settimana che gli attacchi ucraini alle infrastrutture energetiche russe, insieme alla guerra con l’Iran, hanno contribuito a uno «shock energetico» che ha fatto salire i prezzi negli Stati Uniti.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
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