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Le reazioni isteriche alla verità su Ventotene continuano

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Un piccolo scandalo è scoppiato intorno a Romani Prodi a tema Manifesto di Ventotene. A latere della presentazione di un libro scritto con Massimo Giannini (il direttore de La Stampa, il giornale dove certi articoli sugli ucronazisti sparivano carsicamente) Prodi si è fermato qualche secondo con dei giornalisti.

 

Alla domanda dell’inviata della trasmissione TV di Nicola Porro Quarta Repubblica Lavinia Orefici, che chiedeva all’ex premier e presidente della Commissione UE di commentare le parole del Manifesto di Ventotene sull’abolizione della proprietà privata, Prodi sembra perdere l’aplomb, schernisce l’intervistatrice, e – dice l’interessata – le afferra i capelli.

 

«Il presidente Prodi oltre a rispondere alla mia domanda con tono aggressivo ed intimidatorio, ha preso una ciocca dei miei capelli e l’ha tirata. Ho sentito la sua mano fra i miei capelli, per me è stato scioccante. Lavoro per Mediaset da dieci anni, inviata all’estero su vari fronti e non ho mai vissuto una situazione del genere. Mi sono sentita offesa come giornalista e come donna» ha commentato la Orefici.

 

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La stampa filogovernativa si sta sgolando per la scena offerta dal padre (o sarebbe meglio dire «patriarca», scherza qualcuno) dell’Ulivo, ipotizzando cosa sarebbe accaduto se le parti fossero state invertite, e un politico di destra avesse sfiorato una giornalista di sinistra.

 

Prodi non risulta ad ora che si sia scusato, e difende dicendo di averle messo «una mano sulla spalla» – un contatto comunque non consensuale che in vari frangenti (pensiamo agli uffici) oggi può, immaginiamo, essere visto come grave e passibile di conseguenze.

 

 

Ciò che dice Prodi, dopo aver perso la calma, è già stato ripetuto dalla sinistra isterica incapace di rispondere all’evidenza: cioè che il Manifesto di Ventotene contiene un programma dittatoriale, dove le élite rivoluzionarie non badano alle masse e al «metodo democratico» per giungere al potere e istituire l’Europa super-Stato.

 

Delle origini storiche e umane del Manifesto, con tutte le sue radici e ramificazioni tra il «laicismo» (cioè, la massoneria?) e certe influenze ebraiche Renovatio 21 ha scritto negli scorsi giorni.

 

Ci si chiede come sia stato possibile, ad ogni modo, che la sinistra, sepolto il PCI (che voleva rovesciare lo Stato e istituire la dittatura del proletariato, peraltro, non quella delle élite) e introdotto il dogma democratico (PDS, DS, PD: la parola «democrazia» c’è sempre) elevasse Ventotene a testo sacro, indiscutibile e non criticabile, pena la jihad democratica contro gli infedeli blasfemi.

 

Alla domanda risponde un denso articolo su La Verità di oggi. Secondo quanto riportato, la santificazione di Ventotene ha origini recenti, ed aveva già inquietato tanti intellettuali e politici lontani dalla destra meloniana. È il caso di Giuliano Amato ed Ernesto Galli della Loggia, che scrissero nel libro del 2014 Europa Perduta? (pubblicato dall’editore «prodiano» Il Mulino) un capitolo dal titolo «Un manifesto inattuale».

 

«È abbastanza sorprendente che schiere di esponenti politici, presidenti del Consiglio, vertici della Banca d’Italia e giornalisti di grido ostentino una devozione encomiastico-celebrativa di maniera verso i propositi giabobini di Spinelli, Rossi e Colorni, elevati a Magna Charta del federalismo continentale. Non c’era proprio un testo più confacente – ci si può chiedere – qualcosa di più presentabile?» accusano l’ex premier detto «Dottor Sottile» e l’editorialista del Corriere compagno di Lucetta Scaraffia.

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Il giornale milanese nota che sì, qualcosa di meglio – decisamente più sobrio, istituzionale, condivisibile al punto da essere già stato condiviso dalle Nazioni del continente – c’era: i Trattati di Roma, cioè lo stesso fondamento della Comunità Economica Europea firmati nel 1957 dagli Stati fondatori, lanciati all’epoca dal ministro degli Esteri, il liberale Gaetano Martino (1900-1967). Il quale ha la sventura di essere padre di un ministro berlusconiano, il politologo (sempre liberale) Antonio Martino (1942-2022), ministro Esteri e Difesa nel Berlusconi I, II e III (nonché grande fautore del sonno polifasico alla romana, la cosiddetta «pennichella»).

 

Ciò, si suppone, può aver inficiato per la gauche italica la possibilità di fare degli stessi Trattati un testo fondativo irrinunziabile. Martino senior nel discorso per la firma dei Trattati parlò di «un’Europa patria spirituale», una prospettiva lontana anni miglia dalle invettive «sovietiche», antidemocratiche e, ovviamente, anticlericali di Ventotene.

 

Ecco quindi che appare all’orizzonte Altiero Spinelli, sopravvissuto al confino e anche al fascismo, che ancora in qualche foto barbuta recente lo si può vedere in tutta la sua simiglianza con Enrico Beruschi, pur senza la tenera simpatia del comico lombardo.

 

«L’operazione Spinelli (…) fu decisa a tavolino nei primi anni Duemila da un’Europa boccheggiante, che aveva affidato la comunicazione istituzionale a una piccola élite progressista specializzata in campagna di fuffa a uso e consumo mediatico» racconta La Verità. «Al Parlamento europeo di Bruxelles, dove si stavano costruendo i nuovi locali che avrebbero dovuto ospitare i deputati dei nuovi dieci Paesi dell’allargamento a Est della UE, si cercavano i nomi da dare ai nuovi building e si decisa di dare a quello più importante il nome di “Batiment Spinelli”. Scoppiò una polemica sul perché l’immobile principale non fosse dedicato a Martino anziché a lui ma si decise di accontentare la pattuglia socialista, proiettando d’emblée Spinelli nel parterre dei “padri fondatori” dell’Europa».

 

Una manovra, se è vera questa ricostruzione, lontana dai contenuti del Manifesto ventoteniano, che – forse giustamente – nessuno ha mai letto, nemmeno coloro che oggi lo propugnano o dicono di farlo. Renovatio 21 nota che gli anni della supposta «operazione Spinelli» a Bruxelles coincidono con quelli in cui Romano Prodi, quello che oggi si arrabbia parlando del Manifesto, era volato a presiedere la Commissione Europea (1999-2004).

 

La Verità riporta anche altre reazioni passate da parte di commentatori non ascrivibili all’area sovranista. «La metodologia politica democratica sarà un peso morto nella crisi rivoluzionaria» scrive il Manifesto: «c’è molto Lenin in questo verdetto» ha scritto nel 2022 l’esperto di Geopolitica del gruppo GEDI Lucio Caracciolo nel libro La pace è finita. Così ricomincia la storia d’Europa (Feltrinelli).

 

«Leggetelo questo benedetto manifesto di cui tutti parlano» ha detto il politologo, ritenuto di sinistra, Luca Ricolfi. «Perché se non lo leggete non potete rendervi conto di quale spaventosa distopia antidemocratica avessero in mente i suoi autori. I quali avevano in mente un edificio grandioso, un unico super-Stato europeo, propedeutico a un futuro Stato unico mondiale. Ma pensavano di imporlo dall’alto, con una crisi rivoluzionarie e socialista, attraverso “la dittatura del partito rivoluzionario”, senza libere elezioni, contro le timidezze dei democratici, accusati tra le altre cose – di non ammettere un sufficiente ricorso alla violenza».

 

Apprendiamo che esiste un libro intitolato Contro Ventotene (2017), scritto dal costituzionalista Alessandro Somma, già collaboratore della pubblicazione filosofico-goscista Micromega e di altre pubblicazioni GEDI. «Tra i miti nei quali è impossibile non imbattersi occupandosi di Europa, quelli costruiti sul manifesto di Ventontene occupano un posto di tutto rispetto» scrive lo studioso, parlando di una «venerazione» che «definisce l’appartenenza alla schiera eterogenea ma pur sempre riconoscibile dei “buoni europeisti”».

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Secondo il Somma, scrive La Verità, lo Spinelli ha promosso l’unione della tecnocrazia europea e centri di potere economico, à la World Economic Forum di Davos, verrebbe da dire: un punto sul quale aveva insistito la compianta antropologa Ida Magli nel suo j’accuse La dittatura europea (2010), ricordando il rapporto stretto dello Spinelli (che nel Manifesto, oltre a distruggere la proprietà privata, parlava di redistribuzione delle ricchezze e delle industri dei grandi capitalisti) e Gianni Agnelli.

 

Va ricordata, sempre in tema di eurotecnocrazia, l’appartenenza dello Spinelli al club Bilderberg.

 

Si registrano anche gli sbuffi del sindaco filosofo gnostico Massimo Cacciari, che tra il programma della Gruber e dichiarazioni alla testata Affari italiani ha ricordato che «Spinelli è stato deputato indipendente nelle liste del PCI ed è stato isolatissimo nella sinistra italiana. Questi della sinistra di oggi che protestano contro la Meloni andassero a fare un corso accelerato di storia politica e culturale, perché sono di una ignoranza impressionante».

 

Non siamo sicuri, tuttavia, che si tratti sempre di ignoranza. Gratta il piddino e trovi il comunista, verrebbe da dire: in tanti, specie tra la generazione boomer, sognano ancora la rivoluzione sovietica in casa – specie se cresciuti con stipendio e benessere garantito.

Sono gli stessi che, pur di veder realizzare il loro infantile ideale ottocentesco, sono disposti a favorire con ogni mezzo l’avvento della tecnocrazia in Europa. E lo abbiamo esattamente visto con il COVID – e a breve, con la piattaforma di controllo totale chiamata «Euro digitale», prossimamente nei vostri telefonini, cioè nelle vostre vite.

 

La maschera giacobina – ancora tenuta in piedi in tutta la sua violenza: lo abbiamo visto alle Olimpiadi parigine – dietro cela una prospettiva molto più oscura, quella del controllo totale, perfino a livello subcellulare. Cioè, la trasformazione definitiva dell’umanità in una società di schiavi.

 

Gratta Ventotene, e dietro trovi il biototalitarismo che abbiamo subìto e che, ricordiamo, non abbiamo ancora sconfitto…

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Immagine del Batiment Altiero Spinelli di Parolo Margari via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-ND 2.0

Politica

Ben Gvir raggiante inaugura un centro di impiccagione per palestinesi

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Israele sta costruendo un centro di esecuzione per i prigionieri palestinesi condannati a morte per terrorismo, come annunciato dal ministro della Sicurezza Nazionale ultranazionalista Itamar Ben-Gvir. Oltre alla camera di esecuzione, la struttura ospiterà delle cabine di osservazione dove le «vittime del crimine» e le loro famiglie potranno assistere alle impiccagioni, un’opzione «consueta in molti paesi», ha affermato Ben-Gvir durante la presentazione del progetto martedì.   Il complesso verrà utilizzato per impiccare i «terroristi» condannati in base alla legge sulla pena di morte per i terroristi, recentemente approvata. La Knesset ha approvato la legge, promossa dal partito Otzma Yehudit di Ben-Gvir, a marzo. Essa prevede la pena di morte per coloro che vengono condannati per attacchi terroristici mortali volti a «porre fine all’esistenza di Israele», una disposizione che, secondo i critici, di fatto esenta gli israeliani di origine ebraica, rendendo la legge applicabile quasi esclusivamente ai palestinesi. Le esecuzioni devono essere effettuate entro 90 giorni dalla sentenza, senza possibilità di appello.   L’ubicazione esatta del centro di esecuzioni non è stata rivelata, se non che si trova in un’ala di recente costruzione del braccio della morte in un carcere del centro di Israele. In un video parzialmente sfocato girato sul posto, un raggiante Ben-Gvir mostra con orgoglio il cantiere, presentandolo come il compimento delle promesse fatte ai suoi sostenitori.  

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«Stiamo facendo la storia. I terroristi meritano una sola cosa: la morte per impiccagione», ha dichiarato il ministro. «Mi sono insediato promettendo di porre fine ai “campi estivi” nel sistema penitenziario. Questa promessa è stata pienamente mantenuta. Ho promesso di emanare una legge sulla pena di morte per i terroristi. Anche questo è stato fatto. E ora anche il braccio della morte e la struttura per le impiccagioni stanno iniziando a prendere forma».   Ben-Gvir è noto per la sua retorica nei confronti dei palestinesi ed è stato sanzionato da diversi Paesi per aver ripetutamente incitato alla violenza.   Il ministro dello Stato Ebraico famoso per aver affermato che avrebbe garantito che «i terroristi [in prigione] ricevessero il minimo indispensabile» in termini di cibo e per aver sostenuto l’anno scorso che «non esiste un popolo palestinese».   A inizio maggio 2026, in occasione del suo 50° compleanno, la moglie di Ben-Gvir, Ayala, e i membri del suo partito hanno regalato al ministro delle torte di compleanno decorate con un cappio, a festeggiare l’approvazione della legge sulla pena di morte per i detenuti palestinesi accusati di terrorismo.   La legge sulla pena di morte ha suscitato ampie critiche da parte di gruppi per i diritti umani e attivisti legali, anche in Israele, per discriminazione, violazione del giusto processo e potenziali violazioni del diritto internazionale e israeliano. Gli esperti delle Nazioni Unite per i diritti umani hanno avvertito che l’impiccagione in particolare è incompatibile con il divieto assoluto di tortura, mentre l’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem ha sostenuto che il metodo, altamente visivo, contribuisce alla «disumanizzazione» dei palestinesi.   L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Turk, l’ha definita «profondamente discriminatoria» e una grave violazione del diritto internazionale. I parlamentari israeliani e le organizzazioni per i diritti umani, tra cui Adalah – il Centro legale per i diritti della minoranza araba in Israele – hanno recentemente presentato ricorso alla Corte Suprema per chiedere l’annullamento della legge in quanto incostituzionale.   In precedenza, Israele consentiva la pena capitale solo in casi eccezionali, tra cui il tradimento e i crimini di guerra commessi durante il periodo nazista. Solo due persone sono state giustiziate dalla creazione dello Stato: un ufficiale dell’esercito israeliano per tradimento nel 1948 e Adolf Eichmann, uno degli artefici dell’Olocausto nazista, nel 1962. Nessun prigioniero palestinese è stato condannato a morte da quando la nuova legge è stata approvata.

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Secondo dati della Palestinian Prisoner Society, Israele detiene attualmente circa 9.400 prigionieri palestinesi, tra cui quasi 100 donne e oltre 370 minori. Le organizzazioni per i diritti umani hanno ripetutamente denunciato maltrattamenti nei confronti dei palestinesi nelle carceri israeliane, con ex detenuti e organizzazioni di difesa che hanno segnalato abusi, torture, fame, danni fisici e psicologici, violenze sessuali e negazione di cure mediche. Lo Stato degli ebrei detiene inoltre i corpi di oltre 100 palestinesi deceduti sotto la sua custodia.   In una trasmissione della scorsa settimana Ben Gvir ha dichiarato che Israele dovrebbe effettuare dai 30 ai 40 «assassinii mirati» a Gaza ogni notte.   A giugno il ministro aveva detto che il Libano dovrebbe essere il «parco giochi» di Israele. In precedenza, su X, aveva scritto che «tutto il Libano dovrebbe bruciare», in risposta agli attacchi di Hezbollah.   Come riportato da Renovatio 21, Ben Gvir, come il collega ministro sionista religioso Bezalel Smotrich, ritiene che il popolo palestinese non esista. In questi mesi ha spinto per il ritorno della guerra a Gaza. In varie occasioni si è recato a pregare sulla spianata delle Moschee – atto proibito per gli israeliani – di modo da infiammare gli animi.   L’anno passato, quando il Regno del Belgio pose sanzioni contro lo Stato Ebraico, Ben Gvir disse oscuramente che «i Paesi europei sperimenteranno il terrore».

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Politica

Kiev tra fronde e accuse di corruzione: Zelens’kyj sta perdendo il controllo?

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Secondo quanto riportato dai principali media statunitensi ed europei, Volodymyr Zelens’kyj , presidente dell’Ucraina, si trova ad affrontare la sfida politica più grave degli ultimi anni, a causa di un nuovo scandalo di corruzione che travolge il suo ufficio e della aperta contestazione della sua leadership da parte di un ex funzionario.

 

Mercoledì Zelens’kyj ha licenziato la vice direttrice del suo ufficio, Irina Mudraya, dopo che le autorità anticorruzione sostenute dall’Occidente hanno avviato un’indagine su un presunto schema di riciclaggio di denaro da 3,4 milioni di dollari che coinvolge alti funzionari presidenziali. Mudraya ha negato ogni addebito. Si tratta dell’ultimo di una serie di scandali di corruzione che coinvolgono funzionari vicini a Zelens’kyj .

 

Il giorno prima, l’ex ministro della Difesa Mikhail Fedorov, il cui inaspettato licenziamento il mese scorso ha scatenato settimane di proteste pubbliche, aveva diffuso un video in stile campagna elettorale in cui denunciava la corruzione del governo e chiedeva nuove elezioni in un contesto che ha definito «una crisi sistemica di governance».

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Il mandato presidenziale quinquennale di Zelens’kyj è scaduto nel maggio 2024, ma egli si è rifiutato di indire nuove elezioni, adducendo come motivazione la legge marziale imposta dopo l’escalation del conflitto con la Russia nel febbraio 2022.

 

I giornali occidentali stanno martellando sulla crisi attorno al presidente ucraino.

 

Il Wall Street Journal ha definito la crisi la «più grande sfida» alla «presa di potere di Zelens’kyj» dal 2022, affermando che Fedorov sembrava volersi posizionare come uno dei principali sfidanti in un contesto di crescente frustrazione per i ricorrenti scandali di corruzione.

 

Il Financial Times ha osservato che la crescente lista di alleati di Zelens’kyj coinvolti in indagini per corruzione ha contribuito al calo del suo indice di gradimento e ha destato preoccupazione tra i sostenitori occidentali di Kiev, citando un analista che ha concluso che «la crisi politica è evidente».

 

Il Washington Post ha descritto l’intervento di Fedorov come una «sfida straordinariamente diretta» all’autorità di Zelensky.

 

Il Telegraph ha affermato che Zelensky è stato «ferito da una serie di scandali di corruzione persistenti» e che le indagini «continuano ad arrivare», sostenendo che sta accumulando potenti rivali che un tempo gli erano profondamente fedeli e ha affermato che sembra «sempre più probabile» che non guiderà l’Ucraina verso la pace.

 

Il Guardian ha descritto Fedorov come un «potente avversario politico». Gli esperti citati dal giornale hanno definito la corruzione un «sintomo» di problemi più profondi legati alla «cattiva governance», avvertendo che la stanchezza dell’opinione pubblica e l’incapacità di Zelensky di spiegare le proprie decisioni avevano creato una «miccia perfetta».

 

Secondo Le Monde, Fedorov ha «oltrepassato un limite» che nessun importante politico ucraino aveva osato superare dal 2022, chiedendo nuove elezioni. Il quotidiano ha affermato che Fedorov stava cercando di capitalizzare su un «accumulo» di crisi, tra cui ripetuti scandali di corruzione.

 

Der Spiegel ha citato un analista politico ucraino che ha descritto la sfida di Fedorov come una «candidatura al ruolo di leader dell’opposizione». La rivista germanica ha affermato che Zelens’kyj si trova ora ad affrontare il suo primo «avversario pubblico e diretto» dall’escalation del conflitto.

 

Zelens’kyj non ha risposto pubblicamente alle accuse di Fedorov. Il suo discorso di mercoledì sera si è concentrato su questioni militari e sulla nomina di un nuovo ministro della Difesa, senza affrontare la crescente pressione politica.

 

Un simile coro che canta all’unisono in tutto l’Occidente può significare che i padroni della stampa, e della guerra ucraina, stanno mollando l’attore comico assurto a presidente di un Paese in guerra permanente?

 

La corruzione sembra una caratteristica endemica del Paese. La stampa mondiale parlava spesso dell’incredibile corruzione dilagante a Kiev prima della guerra.

 

Si tratta quindi di un tema tirato fuori alla bisogna, sia dalla stampa che dagli altri Paesi.

 

Come riportato da Renovatio 21, il mese scorso la procura generale ucraina ha accusato l’ex direttore di una fabbrica dell’industria della difesa di aver venduto i macchinari dello stabilimento come rottame, accumulando nel frattempo un parco auto di lusso.

 

Negli ultimi tempi, gli inquirenti hanno scoperto presunti schemi fraudolenti che prevedono appalti militari gonfiati, il furto di milioni di dollari da progetti energetici e il trasferimento di 4,7 miliardi di dollari all’estero attraverso oltre 2.000 società di comodo.

 

L’operatore nucleare statale Energoatom è stato anche al centro di una presunta rete di tangenti da 100 milioni di dollari legata all’imprenditore Timur Mindich, stretto collaboratore di Volodymyr Zelens’kyj, soprannominato «il portafoglio di Zelens’kyj» dai media ucraini.

 

L’anno scorso il governo di Kiev fu colpito da un ulteriore mega-scandalo di corruzione, nel quale fu sacrificato Andryj Yermak, il braccio destro di Zelens’kyj, che questi aveva inizialmente rifiutato di licenziare.

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Nonostante gli scandali, il FMI, incurante di precedenti prese di posizione, ha approvato un ulteriore pagamento di 690 milioni di dollari all’Ucraina, pur riconoscendo delle «margini di miglioramento» nel sistema di governo di Kiev e nelle riforme anticorruzione.

 

Come riportato da Renovatio 21, la leader del partito tedesco AfD Alice Weidel ha chiesto la fine dei finanziamenti all’Ucraina «corrotta». Il premier slovacco Robert Fico aveva definito l’Ucraina «un buco nero» che inghiotte miliardi. Due anni fa l’ex ministro delle finanze tedesco Oskar Lafontaine aveva ammesso che la corruzione in Ucraina è «dilagante», mentre la Danimarca aveva, per via della corruzione, tagliato gli aiuti.

 

Anche l’ex premier ungherese Vittorio Orban aveva domandato la fine dei finanziamenti UE per la «corrotta mafia di guerra ucraina», ricordando lo scandalo dei «cessi d’oro» degli oligarchi ucraini.

 

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 Immagine di OSCE Parliamentary Assembly via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic

 

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Politica

Musk ricuce con Trump donando 100 milioni di dollari

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Il miliardario della tecnologia Elon Musk e il presidente Donald Trump hanno ripreso i contatti dopo la rottura dell’anno scorso. Come riferito giovedì dal Wall Street Journal, citando fonti che hanno viaggiato con i due in Cina, Musk starebbe organizzando una cospicua donazione a favore dei repubblicani in vista delle elezioni di medio termine.   I rapporti tra i due si erano deteriorati a metà del 2025, quando Musk aveva criticato il pacchetto di riforme fiscali e di spesa di Trump, definendo la bozza «assolutamente folle e distruttiva». La frattura si era verificata nonostante il ruolo centrale svolto da Musk nel ciclo elettorale del 2024. Dopo la vittoria di Trump, il miliardario era stato nominato a capo del Dipartimento per l’Efficienza Governativa (DOGE), nel frattempo sciolto.   Il rientro di Musk nella cerchia ristretta di Trump è emerso chiaramente durante il volo per Pechino di maggio, quando si è unito al presidente, ai membri dell’amministrazione, ai dirigenti aziendali e ai familiari a bordo dell’Air Force One. I due apparivano cordiali: Musk parlava dei progetti per nuove fabbriche negli Stati Uniti, mentre Trump commentava un video di un lancio spaziale e chiedeva notizie di uno dei figli di Musk, secondo quanto raccontato al Wall Street Journal da alcune persone presenti sull’aereo.

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Nel corso del volo Musk avrebbe inoltre comunicato a Trump l’intenzione di destinare almeno 100 milioni di dollari a un’operazione di mobilitazione elettorale a sostegno dei repubblicani nelle elezioni di medio termine di novembre, per aiutarli a conservare il controllo del Congresso, stando a quanto riportato dal giornale sulla base di fonti a conoscenza della strategia.   Il riavvicinamento sarebbe stato il risultato di quasi un anno di contatti riservati, tra telefonate private, sollecitazioni di amici comuni, inviti a Mar-a-Lago e una cena alla Casa Bianca. Trump e Musk si sono scambiati poche parole anche alla cerimonia in memoria dell’attivista conservatore assassinato Charlie Kirk, il quale a quanto pare aveva tentato di riconciliarli.   Il Wall Street Journal ha scritto che il vicepresidente JD Vance, insieme al capo di gabinetto della Casa Bianca Susie Wiles, ha preso contatto con Musk dopo la rottura pubblica con Trump per attenuare le tensioni e ha poi mantenuto i rapporti con lui e i suoi alleati. Vance, secondo quanto riferito, riteneva Musk troppo rilevante per essere messo da parte, considerando i cospicui contratti di SpaceX con la difesa e la NASA.   Musk, da parte sua, avrebbe rinunciato ai progetti di un nuovo partito politico, in parte per salvaguardare i legami con Vance, considerato un possibile candidato alla presidenza nel 2028.   Secondo i collaboratori di Trump, è improbabile che i due recuperino l’intesa stretta di un tempo. Tuttavia hanno ricominciato a sentirsi circa una volta al mese, parlando di intelligenza artificiale, Cina e questioni internazionali, come riferito da persone a conoscenza delle conversazioni.   Musk aveva avuto un ruolo determinante nella vittoria elettorale di Trump del 2024, sostenendolo pubblicamente e destinando, secondo quanto riportato, almeno 288 milioni di dollari a supporto di Trump e di altri candidati repubblicani.   La rinnovata intesa arriva in un momento in cui i Democratici risultano in vantaggio sui Repubblicani negli ultimi sondaggi nazionali in vista delle midterm di novembre, mentre il tasso di approvazione netto di Trump è sceso vicino al minimo storico a causa della crescente insoddisfazione dell’opinione pubblica nei confronti della sua presidenza, in particolare per la gestione del conflitto con l’Iran.   L’anno passato rottura tra i due era stata grave – al punto che Musk avrebbe cambiato numero di telefono – e molto pubblica, con il magnate tecnologico a minacciare uno stop al programma spaziale americano, che in larga parte ora dipende dalla sua azienda SpaceX. Musk aveva insinuato che il presidente fosse nei file epsteiniani, dove in realtà da qualche parte appare tangenzialmente pure lui stesso.

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Trump aveva detto persino di prendere in considerazione la deportazione dell’«immigrato» sudafricano Musk, che oggi gode comunque della cittadinanza.   Come riportato da Renovatio 21, due settimane fa Trump sembrava aver porto un ramoscello d’olivo a Musk, il quale parrebbe aver accantonato l’idea di creare un terzo partito USA, il cosiddetto America Party. I due avevano poi ricompattato il rapporto all’evento Memorial per Charlie Kirk assassinato agli inizi di settembre.   Elone ancora a metà 2025 sembrava mostrare segni di pentimento per gli attacchi a Trump, il quale a sua volta aveva lasciato intendere di poterlo perdonare.   Tornare in buoni rapporti col presidente era il consiglio che diede ad Elone anche suo padre, Errol, personaggio geniale e fumantino con cui il figlio non parla più. «Ricucisci con Trump, ha vinto lui», aveva detto l’Errollo, il quale è, tra le altre cose, ammiratore di Vladimiro Putin e grande sostenitore della teoria secondo cui Michelle Obama è in realtà un uomo.

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 Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia  
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