Pensiero
Le idee di Luc Montagnier vivranno per tutto il XXI secolo
Luc Montagnier è morto, ma le sue idee vivranno per tutto il XXI secolo, e anche oltre.
C’è stata esitazione nell’avere conferma della morte. Alla fine la notizia l’ha data France Soir, il quotidiano che ospita spesso pensieri disallineati rispetto alla narrazione COVID, forse per questo degradato dal Corriere in questi giorni a semplice «sito», quando invece si tratta di un quotidiano di grande rilevanza nato nel 1944.
Quindi, non fidandosi di France Soir perché troppo di parte, i giornalisti del mondo intero hanno aspettato che la notizia la scavasse il giornale goscista Libération, che si è fatta dare dal comune di Neully notizie sul certificato di morte.
Il silenzio, che ha generato la ridda di notizie che si rincorrevano, è probabilmente dovuto al fatto che Montagnier e famigliari con i giornalisti non volevano avere più niente a che fare. Le diffamazioni, gli insulti, le calunnie di questi anni – a partire da decenni prima della pandemia – hanno lasciato il segno anche in una persona di calma olimpica come pareva essere il Nobel francese.
Da un lato abbiamo avuto Montagnier che per due anni ha frantumato la narrazione mainstream (dicendo che il virus era artificiale, parlando di effetti avversi dei vaccini, etc.). dall’altro lato, a tessere le fila di tutta l’architettura pandemica c’è una sua vecchia conoscenza, con il cui socio aveva duellato per anni: Anthony Fauci
Perché non dimentichiamo che, se da un lato abbiamo avuto Montagnier che per due anni ha frantumato la narrazione mainstream (dicendo che il virus era artificiale, parlando di effetti avversi dei vaccini, etc.) dobbiamo ricordare che dall’altro lato dello scacchiere, a tessere le fila di tutta l’architettura pandemica c’è una sua vecchia conoscenza, con il cui socio aveva duellato per anni: Anthony Fauci.
Fauci, che è come lo definisce Robert Kennedy jr. il tessitore della narrazione pandemica era anche il socio di Robert Gallo, l’altro virologo connesso alla scoperta dell’AIDS. Montagnier e Gallo si disputarono la scoperta e la scienza dell’AIDS per anni. Anche in un ambiente non prono alle scenate, come quello dell’alta medicina, fu uno spettacolo poco edificante, tenuto in piedi anche da Fauci, che secondo alcuni ha favorito come ha potuto – con il potere sanitario che già accumulava – il socio Gallo. Alla fine, a risolvere furono, addirittura, i presidenti di USA e Francia, che siglarono una pace per le pretese scientifiche e soprattutto le questioni di brevetti e proprietà intellettuale.
Su Fauci, e il suo ruolo nefasto riguardo l’AIDS (che fino al COVID era il suo lavoro principale, la grande vacca cui mungere miliardi del contribuente USA) Renovatio 21 ha pubblicato vari articoli, ricordando le fake news che diffondeva come il disprezzo che di lui aveva parte della comunità gay colpita dall’HIV, così come gli esperimenti mortali condotti su orfani ridotti a cavie.
Il destino ha voluto che, ancora una volta, abbiamo avuto ai due estremi del discorso, Montagnier e Fauci. La ricerca scientifica contro l’opportunismo politico. Lo scienziato contro il trafficone. Il coraggio contro la menzogna.
Non è quindi un enigma il modo in cui è stato trattato Montagnier nel biennio pandemico. A prepararne la maledizione sono stati anni e anni di battaglie.
Montagnier lo avevamo incontrato ben prima del COVID. Se ad un certo punto ti veniva un dubbio sull’efficacia dei vaccini, e sulla natura della loro politica sanitaria, in qualche modo finivi dalle parti di Montagnier. Imparavi a conoscerne l’espressione buona, il tono sensato, la capacità di spiazzare, di comunicare quello che si pensa in linea retta
Noi lo avevamo già visto. Perché Montagnier lo avevamo incontrato ben prima del COVID. Se ad un certo punto ti veniva un dubbio sull’efficacia dei vaccini, e sulla natura della loro politica sanitaria, in qualche modo finivi dalle parti di Montagnier. Imparavi a conoscerne l’espressione buona, il tono sensato, la capacità di spiazzare, di comunicare quello che si pensa in linea retta. Qualcosa di impossibile nel mondo della medicina, dove interessi plurimiliardari e consorterie di ogni tipo tengono in piedi farse infinite.
Per questo, era divenuto un obbiettivo dell’establishment del sistema medico, e dei tanti suoi volonterosi carnefici. Perché ad attaccarlo non erano solo colleghi con grandi curriculum, che tuttavia il Nobel non lo avevano.
Lo avevamo visto quando ancora esisteva la pagina Facebook di Renovatio 21: a tentare di buttare fango su Montagnier erano dottorini della mutua, con i soliti due o tre argomenti ebetissimi (forse c’era un bigliettino che facevano passare gli informatori farmaceutici), e con un livore senza fine. I peggiori, come sempre, erano gli studentelli di medicina: non ricordiamo più quanti risolini, quanti sfottò da parte degli sbarbati in attesa di divenire burocrati sanitari dello Stato, pronti ad incassare per sempre un lauto stipendio (che gli passiamo noi) e l’automatico rispetto che si deve al camice. Forse per questo, l’idea di un ricercatore medico che pensa da solo, per i feti medici universitari è intollerabile.
Ricordiamo volentieri anche un altro episodio, e cioè quando un virologo TV (ma le ossa se le era fatte sui social, insultando chi non voleva vaccinare la prole come da legge Lorenzin) ci commentò in pagina, dimostrando così di essere lettore di Renovatio 21. Gli chiedemmo allora se avrebbe accettato un incontro organizzato da noi in cui lo avremmo posto a confronto con un medico o un ricercatore di tesi opposta riguardo i vaccini. Renovatio 21 ne ha organizzati diversi, tutti svoltisi con estrema cortesia e civiltà verso tutte le parti (vabbè, era prima del green pass, dell’apartheid biotica, del mondo incattivito all’inverosimile…).
Il famoso virologo web-catodico ci pensò, poi diede delle condizioni: lo avrebbe fatto solo se 1) il suo contendente, disse, doveva essere del suo «livello» (usò, ci pare di ricordare, proprio un’espressione del genere) e 2) avrebbe dovuto essere… italiano.
Ci facemmo una risata: quest’ultima, inaspettata richiesta non poteva che tradire la paura che forse avremmo potuto fargli trovare davanti Montagnier, o almeno, questa è la nostra ipotesi per l’inspiegabile pretesa xenofoba. La cosa, fosse come da ipotesi, ci fornirebbe un pensiero non banale sui comportamenti di chi detiene la narrazione sanitaria. Invece che dire sai che bello se mi capitata di parlare sul palco con un Nobel? Solo io e lui? Comunque vada, sai che avventura? Che colpaccio per la mia reputazione? E che divertimento, poi! Magari poi si va a cena fuori insieme… E poi, cosa ho da temere, se credo in quello che dico? Ecco, probabilmente costoro non ragionano così. Così ragionate voi. Non loro.
Poi è venuta l’era del fact checking. E fu bellissimo vedere che non si capisce bene così – ragazzini in una cameretta, pagati da Facebook – davano del falso ad un premio Nobel. Tra i primi contenuti che cominciarono a censurarci furono le interviste di Montagnier in cui parlava dell’origina laboratoriale del COVID – l’idea che, abbiamo appreso, Fauci ha complottato (sì, complottato) per sabotare da subito, anche perché danaro del contribuente americano, che passava dal suo impero di sanità pubblica, aveva finanziato quegli esperimenti di bioingegneria sui virus dei chirotteri che hanno sconvolto il mondo.
Montagnier rivelò qualcosa di ancora più indicibile: disse che alla base del coronavirus poteva esserci la bioingegneria di un vaccino anti-AIDS.
I fact checker si scatenarono. A quel tempo, i social non buttavano fuori la gente, non ancora, ma praticavano censure visive sui contenuti postati giudicati inaffidabili – anche quando a parlare era un premio Nobel.
Di queste prime censure abbiamo conservato qualche screenshot. Guardate che bella, la scritta «Informazioni parzialmente false» piazzata sulla bocca di Montagnier. Dovete ammetterlo. Sono semplicemente eccezionali, sono opere d’arte, dovremmo venderle all’asta come NFT.
Ma torniamo a prima della pandemia. A quando Montagnier scandalizzava semplicemente per ciò che diceva sui vaccini comuni, soprattutto i vaccini pediatrici.
Montagnier aveva osato l’inosabile. Era perfino apparso nel film scandalo del decennio, Vaxxed
Montagnier aveva osato l’inosabile. Era perfino apparso nel film scandalo del decennio, quello che neppure Robert De Niro, padrone del Festival di Tribeca, riuscì a far proiettare in casa sua: Vaxxed, il documentario del 2016 del dottor Andrew Wakefield, il gastroenterologo divenuto vittima sacrificale del vaccinismo perché ebbe il coraggio di scrivere, nel lontano 1998, dire che la correlazione tra autismo e vaccino MPR forse meritava di essere indagata (tutto qua: il famoso studio ritirato diceva in pratica solo questo).
In Vaxxed Montagnier parla per qualche minuto appena, ma già la sua presenza, e la messa in dubbio dei programmi di vaccinazione mondiali, bastava a rendere il film ancora più pericoloso.
Il defunto senatore Bartolomeo Pepe organizzò una proiezione in Senato, ma venne annullata, tra le proteste di ministri e di associazioni mediche. Ci fu quindi la gara a noleggiare le sale in tutta Italia per proiettarlo, pagando direttamente il gestore del cinema. In molti rifiutarono. Alcuni accettarono. Alcuni rifiutarono dopo aver accettato. La pressione attorno a questo film, che aveva Montagnier dentro, era pazzesca.
Visto che ci siamo, tanto per capire che la storia antivaccinismo lo abbiamo vissuta nel decennio precedente ai lockdown, e tanto per restare nella scia dello spirito di elezione presidenziale appena passata, ricorderemo anche che negli stessi giorni dell’autunno 2016 in cui la faccenda delle proiezioni italiani di Vaxxed tenevano banco, il presidente Mattarella, pur senza fare nomi, tuonò che «occorre contrastare con decisione gravi involuzioni, come accade, ad esempio, quando vengono messe in discussione, sulla base di sconsiderate affermazioni, prive di fondamento, vaccinazioni essenziali per estirpare malattie pericolose e per evitare il ritorno di altre, debellate negli anni passati». Insomma avete capito.
Montagnier nel 2012 aprì il convegno di AutismOne, un gruppo antivaccinista. Nel necrologio del Washington Post, che è anche più tenero del previsto, è segnalato come il Nobel fosse finito fotografato in cattedra di conferenze con Jenny McCarthy, un’ex modella di Playboy, attrice e presentatrice di discreto successo, divenuta attivista antivaccinista dopo aver visto gli effetti dei sieri su suo figlio. Nel nuovo mondo del puritanesimo vaccinale, essere fotografati con l’indomita bionda curvacea McCarthy, insomma, è un marchio di infamia, dal quale i Nobel dovrebbero guardarsi.
Lo vogliamo ricordare per tutte quelle ricerche per cui lo hanno deriso e ostacolato. Quelle ricerche al limite dell’incredibile, ma che erano basate sulla scienza, e avevano come fine sempre il benessere umano
Il risultato degli sforzi di Montagnier fu che 106 accademici scrissero una lettera aperta per castigarlo, magari suggerendo in maniera sottile di togliergli il Nobel: «Noi, accademici di medicina, non possiamo accettare che uno dei nostri colleghi stia usando il suo premio Nobel per diffondere messaggi pericolosi sulla salute al di fuori del suo campo di conoscenza». Se vi suona famigliare, è perché quello che stiamo vivendo ora è partito molto prima del pipistrello OGM di Wuhano.
Tuttavia, per quanto possa sembrarvi strano, non è per la storia dei vaccini che vogliamo ricordare Montagnier.
Lo vogliamo ricordare per tutte quelle ricerche per cui lo hanno deriso e ostacolato. Quelle ricerche al limite dell’incredibile, ma che erano basate sulla scienza, e avevano come fine sempre il benessere umano.
Per esempio, l’idea che il DNA abbia caratteristiche elettromagnetiche. Secondo il paper pubblicato da Montagnier in maniera indipendente, il DNA diluito da specie batteriche e virali patogene è in grado di emettere onde radio specifiche che sarebbero «associate a “nanostrutture” nella soluzione acquosa che potrebbero essere in grado di ricreare il patogeno». Jeff Reimers dell’Università di Sydney ha affermato che, se le sue conclusioni sono vere, «questi sarebbero gli esperimenti più significativi eseguiti negli ultimi 90 anni, che richiedono una rivalutazione dell’intero quadro concettuale della chimica moderna».
Si tratta del famoso studio sulla «memoria dell’acqua» che è usato da chi voleva zittirlo o prenderlo in giro. Per studiare questo tema, arrivò a lavorare con l’università di Shanghai Jiao Tong, che considerava più «aperta di mente».
In pratica, Montagnier stava cercando di rivoluzionare la virologia, la microbiologia, la medicina tutta: non più agendo a livello biochimico o biomolecolare, ma biofisico. Un cambio di paradigma. La mutazione futura di tutte le cure della materia vivente.
Lo vogliamo ricordare quando, ad un incontro del 2010 in Germania con 60 premi Nobel e 700 scienziati per discutere le innovazioni in medicina, chimica e fisica, sconvolse tutti presentando metodi di rilevamento di infezioni virali che sembravano essere paralleli a quelli dell’omeopatia. Molti dei colleghi Nobel lasciarono la sala scuotendo la testa, ma lui andò avanti, con un coraggio che pochi hanno: quello di andare contro la massa e le sue opinioni precostituite.
Era difficile per il mondo capire dove stava andando a parare avvicinando il suo pensiero all’omeopatia. «Non posso dire che l’omeopatia sia giusta in tutto» aveva dichiarato in u n’intervista. «Quello che posso dire ora è che le diluizioni elevate sono giuste. Le diluizioni elevate di qualcosa non sono niente. Loro sono strutture dell’acqua che imitano le molecole originali. Scopriamo che con il DNA non possiamo lavorare alle diluizioni estremamente elevate utilizzate in omeopatia; non possiamo andare oltre una diluizione 10-18, o perdiamo il segnale. Ma anche a 10-18 , puoi calcolare che non è rimasta una sola molecola di DNA, eppure rileviamo un segno».
In pratica, Montagnier stava cercando di rivoluzionare la virologia, la microbiologia, la medicina tutta: non più agendo a livello biochimico o biomolecolare, ma biofisico. Un cambio di paradigma. La mutazione futura di tutte le cure della materia vivente.
Nel suo studio contestato, Montagnier aveva dimostrato come la radiazione elettromagnetica a bassa frequenza all’interno della parte di onde radio dello spettro fosse emessa dal DNA batterico e virale e come tale luce fosse in grado sia di modificare la forma dell’acqua sia di trasmettere informazioni.
Montagnier aveva quindi ipotizzato che l’impronta del DNA fosse in qualche modo impressa nella struttura stessa dell’acqua stessa, risultando in una forma di «memoria dell’acqua».
Vi sarebbe quindi, attorno alla materia vivente, come un campo biofisico intelligente.
«Il giorno in cui ammetteremo che i segnali possono avere effetti tangibili, li useremo. Da quel momento in poi saremo in grado di curare i pazienti con le onde. Si tratta di un nuovo campo della medicina che le persone temono, ovviamente. Soprattutto l’industria farmaceutica… un giorno saremo in grado di curare i tumori utilizzando le onde di frequenza»
«L’esistenza di un segnale armonico proveniente dal DNA può aiutare a risolvere interrogativi di vecchia data sullo sviluppo cellulare, ad esempio come l’embrione è in grado di compiere le sue molteplici trasformazioni, come se fosse guidato da un campo esterno. Se il DNA può comunicare le sue informazioni essenziali all’acqua tramite radiofrequenza, allora le strutture non materiali esisteranno nell’ambiente acquoso dell’organismo vivente, alcune delle quali nascondono i segnali della malattia e altre coinvolte nel sano sviluppo dell’organismo».
Montagnier aveva scoperto che molte delle frequenze delle emissioni elettromagnetiche da un’ampia varietà di DNA microbico si trovano anche nel plasma sanguigni di pazienti affetti da influenza A, epatite C e anche molte malattie neurologiche non comunemente considerate come influenzate da batteri come Parkinson, sclerosi multipla, artrite reumatoide e Alzheimer.
Quindi, se il problema erano le onde magnetiche generate dal DNA di germi, e rimaste nel corpo anche dopo la loro sparizione, quale cura sarebbe possibile?
«Il giorno in cui ammetteremo che i segnali possono avere effetti tangibili, li useremo. Da quel momento in poi saremo in grado di curare i pazienti con le onde. Si tratta di un nuovo campo della medicina che le persone temono, ovviamente. Soprattutto l’industria farmaceutica… un giorno saremo in grado di curare i tumori utilizzando le onde di frequenza».
Qui i lettore capisce perché tanto odio contro Luc. Perché stava andando verso una medicina senza farmaci, quindi senza Big Pharma. Una medicina che cura davvero. Un’intera industria miliardaria completamente resa obsoleta, disrupted.
«Se curiamo con frequenze e non con farmaci diventa estremamente conveniente per quanto riguarda la quantità di denaro speso. Spendiamo un sacco di soldi per trovare le frequenze ma, una volta trovate, trattarle non costa nulla»
Un mutamento che ha implicazioni immani, anche per gli Stati stessi, per i cittadini e le loro tasse.
«Se curiamo con frequenze e non con farmaci diventa estremamente conveniente per quanto riguarda la quantità di denaro speso. Spendiamo un sacco di soldi per trovare le frequenze ma, una volta trovate, trattarle non costa nulla».
Ora capite meglio anche il perché dell’opposizione frontale di Montagnier alla vaccinazione mRNA.
Per il COVID, di fatto, Montagnier aveva un’altra idea.
«Penso che possiamo creare onde di interferenza che sono dietro le sequenze di RNA in grado di eliminare quelle sequenze con le onde e, di conseguenza, fermare la pandemia».
Curare il mondo, senza più farmaci, senza più chimica. Curare il mondo con le onde magnetiche, che sono il linguaggio, per noi ancora segreto, della materia vivente
Curare il mondo, senza più farmaci, senza più chimica. Curare il mondo con le onde magnetiche, che sono il linguaggio, per noi ancora segreto, della materia vivente.
La ricerca non può che andare in questa direzione, tuttavia sappiamo che faranno qualsiasi cosa per impedirlo.
Pazienza, se si desidera il Bene dell’uomo, alla lotta bisogna abituarsi. Andare avanti a testa bassa e lavorare, sapendo che la verità e la vita sono dalla tua parte. L’esistenza terrena di Luc Montagnier ci ha parlato proprio di questo.
Luc Montagnier è morto, ma le sue idee vivranno per tutto il XXI secolo, e oltre. I loro frutti guariranno l’umanità, l’aiuteranno a sopravvivere a quelle forze che ora la vogliono intossicare e distruggere.
Requiescat in Pace.
Professore, l’umanità ti è già tanto grata.
Roberto Dal Bosco
Immagine di Prolineserver via Wikimedia pubblicata su licenza e GNU Free Documentation License, Version 1.2; immagine tagliata
Pensiero
Il Grande Grande Reset: il mondo dei banchieri muore, inizia quello dei costruttori
Renovatio 21 pubblica la traduzione del testo scritto su X dall’imprenditore e attivista francese Brivael Le Pogam, di cui avevamo pubblicato il mese scorso un denso articolo di sintesi sui danni mondiali fatti dalla filosofia parigina dei Foucault, Deleuze e Derridda. Le Pogam è ingegnere informatico e sviluppatore francese, noto soprattutto per essere il co-fondatore e CTO di Argil, una startup innovativa supportata dall’acceleratore americano Y Combinator.
Perché il mondo dei banchieri sta morendo e perché i costruttori erediteranno il secolo.
Ci troviamo a un punto di svolta storico.
E sono profondamente convinto che questa svolta darà vita a un mondo radicalmente migliore. Non “migliore” nel senso degli slogan di Davos. Migliore nel senso più concreto che ci sia: più giusto, più efficiente, più vero.
Per capire dove stiamo andando, dobbiamo prima guardare con lucidità da dove veniamo.
— Brivael Le Pogam (@brivael) July 7, 2026
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Il vecchio mondo: prenditori e banchieri
Per decenni, il mondo è stato governato da due caste. I predatori e i banchieri. I «prenditori» [takers, ndt] e i banchier.
La loro alleanza non ha mai prodotto valore. Ha prodotto sistemi. Sistemi stratificati, narrazioni sovrapposte l’una sull’altra, progettate non per servire ma per estrarre. Un’intera architettura la cui funzione primaria non è mai stata quella di creare, ma di catturare: catturare la rendita, catturare l’attenzione, catturare il potere e poi rendersi indispensabile al flusso stesso che aveva deviato.
Quel mondo non produce costruttori. Produce personaggi. Uomini plasmati dalla macchina: selezionati, confezionati, spinti dalle reti intrecciate di finanza, media e istituzioni. Macron, Obama: prodotti puri di quel software. Brillanti manager del nulla. Non hanno mai costruito nulla che esista nel mondo reale. Hanno amministrato, incarnato, interpretato un ruolo scritto altrove, da altri.
Il talento era reale, ma era il talento dell’attore, non dell’ingegnere. E la gente lo percepiva. Confusamente, ma con certezza. Percepiva che la correttezza aveva abbandonato i sistemi. Che qualcosa non quadrava nel meccanismo. È da qui che nasce la tensione permanente della nostra epoca: da quell’intuizione condivisa che chi prende le decisioni non sia né competente, né legittimo, né in contatto con la realtà.
Ray Dalio ha dedicato la sua vita allo studio dei cicli dei grandi imperi. La sua conclusione è agghiacciante e si riassume in una sola frase: le civiltà non muoiono quasi mai per mano di nemici esterni. Si decompongono dall’interno, attraverso la decadenza delle loro élite, la finanziarizzazione di ogni cosa e il silenzioso crollo della qualità delle loro decisioni. Ed è proprio in questa situazione che ci troviamo. L’incompetenza non è più un’anomalia del sistema. È diventata il sistema operativo.
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L’altra specie di uomo: il costruttore
Naval, il filosofo della Silicon Valley, lo ha riassunto in una frase che ha fatto il giro del mondo: «È l’era dei costruttori. (ci dispiace per i finanzieri e i chiacchieroni)».
It’s the Age of Builders.
(sorry financiers and talkers)
— Naval (@naval) June 18, 2026
Soffermiamoci un attimo su quello specchio quasi perfetto. I finanzieri e i chiacchieroni sono esattamente i miei banchieri e i miei prenditori. Due uomini che non si sono mai coordinati, un’intuizione rigorosamente identica. Questo è il segno che ciò che stiamo descrivendo non è un’opinione o un capriccio ideologico, ma un cambiamento epocale che ormai tutti possono percepire sotto i propri piedi.
Di fronte a quella casta, è sempre esistita un’altra specie di uomo: il costruttore. Colui che non narra il mondo, ma lo costruisce. Colui per cui la verità non è un’opinione da imporre, ma un vincolo da rispettare. Il reale non negozia: il razzo vola o esplode. L’auto si muove o non si muove. Il software funziona o si blocca. Nessuna narrazione, nessuna rete, nessun bicchiere di champagne salverà un oggetto che non funziona. Questo è ciò che rende incorruttibile il costruttore, laddove il prenditore è infinitamente malleabile: egli risponde a qualcosa di più grande di sé.
E l’incarnazione assoluta del costruttore degli ultimi vent’anni, colui che condensa l’intero cambiamento di paradigma in un’unica figura, è Elon Musk.
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Elon Musk, l’uomo che ha cambiato le regole
Bisogna valutare ciò che rappresenta veramente. Musk non è semplicemente un imprenditore di successo. È la prova vivente che il vecchio mondo era un bluff. Che si possono costruire cose ritenute impossibili – far atterrare verticalmente uno stadio di un razzo, industrializzare l’auto elettrica, connettere il pianeta dall’orbita – non nonostante ci si rifiuti di stare al gioco delle sciocchezze aziendali, ma proprio perché ci si rifiuta di starci.
Non è mai entrato nel gioco dello status. Non è mai entrato nel silenzioso teatro delle sale riunioni, nelle reti di favoritismi, nello scambio di favori. Dove il vecchio mondo punta sull’apparenza, lui punta sulla realtà. Dove il vecchio mondo assume in base al pedigree, lui assume in base alla capacità di ottenere risultati. Questa ossessione per il concreto – quasi maniacale – è esattamente ciò che i prenditori non sono mai stati in grado di comprendere, ed è esattamente ciò che li rende obsoleti.
Tuttaviala mossa più importante di Musk sta altrove. Non si tratta né di SpaceX né di Tesla. Significa aver compreso che l’ultimo territorio rimasto da conquistare non era quello industriale, bensì quello narrativo.
Per decenni, i costruttori hanno regnato sulla produzione e sono rimasti in silenzio sulla storia. Hanno fabbricato la realtà, ma hanno lasciato che i prenditori ne scrivessero la storia. Acquistando la piazza pubblica, rifiutandosi di lasciare il monopolio del discorso alla casta che lo aveva sempre detenuto, Musk ha fatto qualcosa che nessun costruttore aveva mai osato fare: ha portato la guerra sul terreno delle idee. Ha strappato dalle mani dei prenditori l’ultima cittadella.
Ecco perché è odiato con tanta intensità. Non perché abbia torto. Perché dimostra, ogni giorno, pubblicamente, che il re è nudo.
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Un aneddoto che dice tutto
Un’esperienza vissuta in prima persona, che cattura l’intero cambiamento meglio di qualsiasi saggio. Quando lavoravo per Y Combinator [celebre programma della Silicon Valley per la formazione delle startup, ndt], la stragrande maggioranza degli eventi era priva di sfarzo. Niente tartine, niente calici di champagne, niente rituali da alta società. Burritos, pizze, un po’ di birra. Parlavamo di prodotto, di fatturazione, di realizzazione. Pragmatismo allo stato puro, perché questa è la vera cultura dei costruttori: la realtà prima di tutto, il decoro mai.
Gli unici eventi sfarzosi erano quelli in cui ricevevamo gli investitori, persone provenienti dal vecchio mondo, più riservato. Allora sì, spuntavano i tartine, lo champagne e gli abiti eleganti. Allora ci lanciavamo nel gioco dello status. Indossavamo la maschera.
Ma è proprio questo il punto: è un costume. Un indumento che si indossa per parlare la lingua del vecchio mondo per la durata di un incontro, non un’identità, non una cultura, non un modo di essere. Il prenditore è il suo costume. Chi lo crea lo indossa e lo toglie. L’intera differenza di civiltà risiede in questo dettaglio.
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Quel mondo sta morendo
Diciamolo chiaramente: il vecchio mondo è in agonia. È proprio per questo che resiste con tanta violenza. Un sistema morente non si arrende in silenzio: morde, si chiude a riccio, demonizza, criminalizza. Ciò che scambiamo per potere è spesso solo la resistenza di un corpo che si rifiuta di morire.
Ma in fondo, sa già di aver perso.
Perché le esigenze del popolo sono cambiate. Non chiedono più discorsi o simboli: chiedono servizi. Sempre più efficienti, sempre più concreti, sempre più rapidi. E le élite sanno, meglio di chiunque altro, di essere strutturalmente incapaci di fornirli. Non si crea efficienza con persone addestrate a gestire la narrazione. Quel terreno appartiene ai costruttori – e come tutto ciò che toccano, se lo prenderanno con le prove, non con il permesso.
L’IA ha rimescolato le carte
Eppure, restava un’ultima linea di difesa. Il regno delle idee, dei concetti, della teoria. L’unico terreno in cui il prenditore manteneva un reale vantaggio, perché produrre narrazioni su larga scala era un’arte a sé stante, riservata alla loro casta: giornalisti, comunicatori, intellettuali televisivi, opinionisti. Chi costruiva, storicamente, era muto. Sapeva fare, ma non sapeva dire. Poteva costruire un impero industriale senza mai intervenire nella battaglia culturale.
L’IA ha appena fatto saltare quel lucchetto. Ora chi costruisce può anche pensare, scrivere, strutturare e distribuire – su larga scala, senza intermediari, senza dover implorare per avere accesso al microfono. Il monopolio della narrazione è appena crollato. Il costruttore non è più condannato al silenzio. Entra a sua volta nella guerra delle idee e la vincerà, per una ragione semplice e inconfutabile: parla dal reale. Non sta difendendo un’astrazione; sta descrivendo ciò che ha costruito con le proprie mani.
È l’ultimo baluardo dei prenditori che crolla. Ed è quello a cui si sono aggrappati con più tenacia.
Il vero reset
Ecco perché il vero reset non è quello che ci è stato promesso. Il «Grande Reset» dei banchieri è stata un’operazione di conservazione mascherata da trasformazione: mantenere il potere cambiando il vocabolario, consolidando un ordine morente sotto il linguaggio del progresso.
La nostra è l’esatto opposto. È una liberazione. Il trasferimento del potere da chi narra a chi agisce. Da figure costruite ad uomini reali. Da sistemi di sfruttamento a macchine di creazione.
Il Grande Grande Reset. Ed è già iniziato.
Brivael Le Pogam
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Immagine screenshot da YouTube
Pensiero
Deputata inglese, cattolica e pro-life, assassinata
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Geopolitica
L’Europa verso la guerra contro la Russia. Senza USA e NATO
La sensazione che abbiamo, a questo punto, è che si prepara uno scontro cinetico, di proporzioni ora non calcolabili, tra i Paesi del blocco europeo e la Federazione Russa.
Non disponiamo di informazioni di Intelligence, ma abbiamo capacità di unire i puntini, e di annusare l’aria del tempo. La quale, da ambo le parti della nuova cortina di ferro, odora di guerra.
Partiamo dalla più pazzesca sentenza della Corte UE, che la settimana scorsa ha sentenziato che in nessun modo si possano condividere i contenuti di Russia Today (RT), canale televisivo e testata governativa del Cremlino. Gli eurogiudici d’un colpo spazzano via le Costituzioni dei Paesi membri (tipo la Carta della Repubblica Italiana, articolo 21), ma anche le regole europee, che si sdilinquivano nei decenni riguardo la pluralità d’informazione necessaria al cittadino sincero-eurodemocratico per farsi un’opinione corretta del mondo.
La sentenza, che non ha precedenti, non ha trovato nessuna resistenza nella stampa nostrana (quella che gridava alla minaccia costituita da Berlusconi per la libertà di parola e per la democrazia) e nei suoi organi sindacali, nonché nella politica, con elementi del partito post-missino al governo che esultano.
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Il lettore capisca che con questo primo passo è chiaro che verranno a bussare a testate come Renovatio 21, per farci chiudere o persino peggio, e che potrebbe capitare anche a singoli utenti dei social le cui idee sulla politica estera non siano allineate. Siamo decisamente in ambito non solo totalitario, ma di assetto bellico – la situazione in cui per prima cosa si blocca la propaganda del nemico.
Come riportato da Renovatio 21, il blocco censorio imposto su RT è risalente, con le TV (la cui popolarità in Paesi come gli USA e la Germania era piuttosto alta) oscurate come il sito internet, reso irraggiungibile anche dall’Italia. Non che vi siano contenuti spaventosi: per lo più, si tratta di una raccolta di sintesi di articoli di testate mondiali, in particolare occidentali, che certo può essere in linea con il pensiero di Mosca, ma resterebbe al lettore, in democrazia, cosa pensarne.
Non c’è da prendere alla leggera questo ulteriore, oltraggioso, anticostituzionale giro di vite contro il medium governativo russo. L’odio nei suoi confronti è sfociato in attentati veri e propri contro la vita della sua direttrice, Margarita Simonyan, che si è vista droni kamikaze ucraini lanciati a pochi metri dalla casa di famiglia a Mosca e a Sochi, così come sono stati sventati complotti per assassinarla.
La Simonyan, vedova di recente (il marito era il regista Tigran Keosayan, celebre in patria), è una star dell’opinione pubblica russa, ospite fissa nella popolarissima trasmissione di Vladimir Solovev (in Italia molto controverso per gli insulti al premier italiano ed altro). Tra il 2022 e il 2023 divenuta oggetto di sanzioni UE per essere «una figura centrale della propaganda del governo russo». Dicono sia molto vicina a Putin. Di più: conosce il sistema mediatico occidentale, perché ha studiato negli USA. Forse per questo qualcuno, nello Stato profondo europeo, vuole imbavagliarla – o peggio?
Il segnale che registriamo è che, con droni, forclusioni internet e sentenze giudiziarie vogliono fermare la voce del Cremlino. Appunto, come fosse, ufficialmente, il nemico.
Non si tratta dell’unica cosa che compone il tetro disegno all’orizzonte.
Abbiamo sentito negli scorsi giorni un Putin particolarmente duro contro «gli istigatori» di Kiev. Quello che accade è semplice da capire: il regime Zelens’kyj sembra aver alzato il tiro, moltiplicando le devastazioni dei droni contro i civili. In particolare, la Russia è rimasta sconvolta dal massacro al dormitorio femminile delle scorse settimane.
Il limite, per il presidente russo, pare superato. Specie pensando che la fornitura di tali armi di morte viene procurata dagli europei senza alcuna pudicizia. Non considerare l’Europa come parte in causa nei massacri di cittadini russi, a questo punto, richiede davvero un bello sforzo. Uno sforzo che Mosca fa sotto la deterrenza dell’articolo 5 della NATO: attaccasse qualsiasi fabbrica di droni, o convoglio di fornitura d’armi in territorio dei Paesi del Trattato provocherebbe la guerra della più grande alleanza militare della Storia contro la Russia. Una prospettiva sulla quale, con evidenza, Putin non si è voluto arrischiare. Almeno fino ad ora.
Perché qui captiamo altri segnali. Il portavoce del Cremlino, Demetrio Peskov, che poco fa esce con una dichiarazione di non facilissima comprensione sulla «posizione coerente di Trump» nei riguardi dell’Ucraina. Ma come? Gli USA continuano a fornire missili ed altro a Kiev… al punto che il biondo della Casa Bianca scherza sull’insegnare agli ucraini a costruire i Patriot. Scusate, ma non era Trump che aveva promesso di finire la guerra in 24 ore, per poi non riuscirci in alcun modo?
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Sì. Renovatio 21, aveva annotato anche quello che sembrava un evidente irrigidimento di Mosca negli scorsi giorni, con Lavrov e Putin che dichiaravano di fatto l’inutilità del meeting di Anchorage del ferragosto 2025.
E invece ecco che il 4 luglio Trump chiama Putin, ed ecco che partono gli elogi: al punto che il presidente russo dichiara dell’importanza della «responsabilità speciale» nella cooperazione tra le due superpotenze atomiche per la sicurezza globale.
Cosa è successo? Non lo sappiamo, ma crediamo di aver ben presente cosa piaccia tremendamente al russo: un mondo senza NATO. Una prospettiva, come sa il lettore di Renovatio 21, non impossibile sotto Trump, forse il primo vero presidente della piccola tradizione dei NATO-scettici americani.
E quindi, stiamo dicendo che Trump avrebbe promesso a Putin lo smantellamento della NATO? Non abbiamo nessuna informazione in merito ovviamente, ma ciò spiegherebbe perché improvvisamente il Cremlino sembra indicare una possibile punizione per i fiancheggiatori di Kiev. Al contempo, ciò spiegherebbe il teatrino di Trump contro la Meloni che ha scioccato la politica italiana nello scorso mese, e pure gli insulti all’Europa «Terzo Mondo» di poche ore fa.
Donald sta, essenzialmente, forsennando la piattaforma. Sta rendendo la NATO invivibile: chiede più soldi dagli alleati (con la voce per cui si arriverà alla richiesta del 5% del PIL per la Difesa dei Paesi atlantici), si lamenta per la mancanza di supporto per Ormuzzo, e ancora più provocatoriamente torna a reclamare la Groenlandia, tema che, come abbiamo visto, lo pone in antitesi totale con i Paesi europei e NATO, al punto che in passato abbiamo immaginato che sia un sistema per scompaginare gli atlantici.
Rebus sic stantibus, seguendo il nostro ragionamento, ci troveremo dinanzi alla prospettiva concreta di una guerra tra Europa e Russia, dove la prima non godrebbe dell’ombrello NATO né di quello americano, mentre la seconda, chissà, potrebbe coinvolgere la Cina: Pechino fa buoni affari con il Vecchio Continente, ma vederlo ancora più sottomesso potrebbe renderli ottimi.
Ora, non si tratta solo di Putin. Abbiamo visto come gli euroburocrati siano serissimi sulla questione del riarmo, una parola che fino a pochi mesi fa era un tabù assoluto. Ripetiamolo: il solo fatto che la Germania si stia rimilitarizzando (con le industrie già allineate: niente più auto, ma cannoni) rappresenta di per sé la fine della NATO, che era stata creata per «tenere gli europei dentro, i russi fuori, i tedeschi sotto».
Le dichiarazioni bellicose degli ufficiali tedeschi, in primis il ministro della Difesa Boris Pistorius, oramai si sprecano, al punto che qualcuno fa il conto alla rovescia: quanto manca a che divenga mainstream la nostalgia della Wehrmacht hitleriana? Quando Merz dice che la Germania sta tornando ad avere ancora una volta il primo esercito d’Europa, implicitamente sta rievocando la possanza militare del Terzo Reich – i cui simboli, al momento proibiti in terra tedesca, sono di già presenti ad abundantiam nelle milizie ucraine sostenute ed armate dagli occidentali.
E quindi, ambo le parti sembrano oramai pronti al conflitto diretto, fisico, «cinetico, come si dice in gergo. Cioè: devastazione e morte.
Come può andare a finire lo dobbiamo immaginare: nessuno, in Europa, è pronto ad affrontare la prima superpotenza nucleare planetaria, che ha un inventario stimato di circa 5.459 testate nucleari complessive. Non solo: la guerra ucraina ha mostrato le capacità russe in fatto di produzione militare (munizionamento, etc.) e di logistica.
E poi: dimentichiamo che con la tecnologia ipersonica qualsiasi punto d’Europa può essere colpito da un missile russo, con testata a piacere?
Dimentichiamo che la Russia in questi quattro lunghi anni (più di quanto è durata per i russi la Seconda Guerra Mondiale, che chiamano Grande Guerra Patriottica) ha sviluppato capacità tattiche immense, ad esempio nella guerra urbana e soprattutto riguardo all’uso di droni?
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Gli europei sembrano non ricordare nemmeno la disposizione al sacrificio dei russi, che nell’ultimo conflitto globale hanno messo sul piatto una ventina di milioni di morti, riuscendo comunque a vincere e portarsi a casa mezza Europa.
No, i vertici europoidi non hanno imparato niente, né dalla storia né dal presente, ed è difficile capire perché. Sappiamo cosa guida la russofobia americana: l’odio multigenerazionale dei neocon, cioè in ultima analisi degli ebrei emigrati dagli shtetl, per lo Zar e la sua reincarnazione – un argomento del qualesi parla sempre più apertamente, come fa Tucker Carlson.
Per l’Europa è diverso: non ci sono ebrei, apparentemente, nelle stanze dei bottoni. Ci sono democristiani (specie a Berlino), ma anche Verdi, conservatori, laburisti, socialisti, post-fascisti (in Italia)… eppure tutti posseggono, sull’orco russo e la sua presunta minaccia, una posizione intercambiabile.
Lassù in alto, ci sono, probabilmente, dei massoni. Questo può spiegare tante cose: in primis la volontà di distruggere un Paese cristiano che mantiene protetta la maggioranza europea («bianca»), cioè un esempio del contrario di quello che voleva l’ideale europeista del conte Coudenhove-Kalergi.
Di più: un ordine diramato da un ente segreto può spiegare il mistero, mai davvero analizzato dai nostri intellettuali e giornalisti, dell’inversione di rotta su Putin: tutte le amministrazioni avevano con Vladimir Vladimirovic rapporti diretti e calorosi. È il caso della Germania con il socialista Schroeder. In Francia, i rapporti eran eccellenti con Macron (certo, prima delle questioni nell’Africa occidentale…) così come lo erano con i predecessori, come Sarkozy. Abbiano negli occhi ancora le immagini, davvero belle, delle Olimpiadi di Londra 2012, quando Putin si presenta alle finali del judo al fianco del premier britannico David Cameron.
Il discorso va moltiplicato per l’Italia, perché l’amicizia tra Putin e Berlusconi era qualcosa di vero e solido, anche dal punto di vista del legame economico creato tra i nostri Paesi. Torniamo a chiederci perché, nonostante i festoni di ricevimento riservati al presidente russo quando (spesso) veniva in Italia, non sia saltata fuori una foto insieme a Giorgia Meloni, che per il Silvio è stata ministro della Gioventù.
Tutti questi Paesi sono passati dai rapporti cordiali con Putin, l’uomo che aveva salvato la Russia dal collasso tenendo lontanissime le ombre di un ritorno all’impero sovietico, all’isteria patologica demonizzante che vediamo oggi. Non un cambiamento naturale. E allora, chi ha dato l’ordine? A questo punto è quasi inutile chiederselo.
Perché, il lettore di Renovatio 21 lo sa, in Russia da qualche anno avanza la teoria secondo cui la cosa giusta da fare geostrategicamente è un attacco contro un paese europeo. È la proposta del politologo Sergej Karaganov, che l’ha calibrata e spiegata oramai in tantissime occasioni. Non si tratta di una figura marginale: l’anno scorso lo abbiamo visto accanto a Putin allo SPIEF, il Forum economico annuale di San Pietroburgo, e abbiamo pensato che si trattasse di un segnale chiarissimo.
In pratica, sì, gli euroburocrati giocano con il fuoco atomico – e cioè con le nostre vite, con la nostra civiltà.
Ribadiamo di non capire come ciò sia possibile: fare i bulli senza poter chiamare il cuggino americano? Andare davvero allo showdown con un’iperpotenza militare che non solo è pronta alla guerra, ma che opera già in teatri cruenti da quattro anni?
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Parrebbe vada così, e si tratta del quadro più spaventoso a cui possiamo pensare. La palla, a questo punto, dovrebbe andare a quei (pochi) governanti europei che, a differenza degli europoteri occulti e non, non sono divorziati totalmente dalla realtà e dall’impulso di difesa della vita. Se Giorgia Meloni si ascrivesse a questa categoria, dovrebbe immediatamente prendere l’occasione e cavarsi – con attuale benedizione USA, che potrebbe durare ancora per gli anni di presidenza Trump – da NATO e UE, e così proteggere 60 milioni di italiani, e non solo loro.
Non è detto che Roma riesca, neanche questa volta, ad alzare la testa rispetto a questa inerzia di morte.
E le conseguenze potrebbero essere apocalittiche. Immaginate l’economia, la vita quotidiana durante una guerra moderna, con missili ipersonici e droni, e le atomiche oramai fuori dal tabù. Immaginatevi in un teatro di guerra, i ragazzi mandati al macello, i vostri figli piccoli che potrebbero non avere un futuro, tra fame e rovine. Pensate alla fine di tutto ciò che fate ed amate. Pensate all’inferno.
Perché abbiamo eletto solo persone che non riescono a realizzarlo?
Perché non abbiamo sopra di noi qualcuno che voglia difenderci?
Perché permettiamo alla Necrocultura di dominarci, e minacciare noi e i nostri figli?
Roberto Dal Bosco
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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0);
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