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L’Austria multerà fino a 50.000 euro i media che violano le regole di censura UE

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Il Consiglio nazionale austriaco ha modificato la legislazione del Paese sui media e sui contenuti audiovisivi per allinearsi ai regolamenti, alle sanzioni e alle decisioni di censura dell’Unione Europea.

 

«Chi viola le normative comunitarie direttamente applicabili, è colpevole di un illecito amministrativo ed è punito con una multa fino a 50.000 euro», si legge nel testo della nuova legge, firmata dal presidente austriaco Alexander Van der Bellen e dal cancelliere austriaco Karl Nehammer il 13 aprile.

 

Secondo il sito web di notizie tedesco Infosat, l’obiettivo dell’emendamento era di vietare la diffusione del canale dei media statali russi Sputnik e RT in Austria in conformità con un divieto dell’UE .

 

Come riportato da Renovatio 21, Sputnik ed RT sono attualmente non raggiungibili dall’Italia, fenomeno che fa pensare che siamo già in una guerra di fatto, dove l’oscuramento delle comunicazioni del nemico è la prima azione che il Paese belligerante intraprende.

 

La riforma è controversa. Alcuni hanno criticato questo cambiamento, vedendola come una violazione della sovranità austriaca e un mezzo per introdurre la censura dell’UE e il controllo dei media.

 

Nelle stesse ore, abbiamo appreso dell’istituzione da parte dell’amministrazione Biden di una sorta di Ministero della Verità – il «Disinformation Governance Board» – appoggiato al Dipartimento per la Sicurezza Nazionale, un ramo dell’amministrazione nato dopo l’11 settembre e fortemente armato. A capo del MinVer bideniano è stata messa una bizzarra «esperta» nota per avere, appunto, diffuso vera disinformazione a favore di Biden ai tempi della campagna elettorale 2020.

 

L’Austria, un tempo mite Paese ai limiti della neutralità, è divenuto in questi ultimi due anni un epicentro europeo della repressione pandemica, con leggi di apartheid biotica draconiane a piegare i non vaccinati, i quali, secondo la legge, sarebbero dovuti essere imprigionati in carceri speciali (espressione che ricorda un po’ i lager…)

 

Il cancelliere austriaco firmatario della legge, il trivaccinato Karl Nehammer, è noto per essere stato trovato positivo al COVID durante un meeting per promuovere la vaccinazione.

 

 

 

Immagine di European People’s Party via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)

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Internet

Sul Dark Web vendono già le armi americane spedite in Ucraina

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Il ramo arabo della testata governativa russa Sputnik ha pubblicato un’inchiesta su ciò che accade alle armi fornite dalla NATO dopo il loro passaggio in Ucraina.

 

Alcune di esse finiscono sul mercato del bazar delle armi sul dark web. Iniziano a divenire realtà «Gli avvertimenti di Mosca ai Paesi occidentali sui pericoli del pompare in modo incontrollabile armi all’Ucraina (…) con alcune armi fornite dagli Stati Uniti che stanno già emergendo sui mercati della rete oscura e nei traffici di contrabbando internazionale».

 

Uno di questi negozi online, chiamato «Weapons Ukraine», ospitato sul markeplace del Dark Web chiamato THIEF, offre fucili M4S dell’esercito americano per  2.400 dollari a pezzo: il Pentagono li compra ad una cifra tra i 600 e i 1200 dollari.

 

«”Weapons Ukraine” è pronta a vendere diverse centinaia di questi fucili senza complicazioni burocratiche, come le licenze di esportazione, a chiunque si trovi nelle vicinanze» scrive l’articolo.

 

I giornalisti arabi di Sputnik, utilizzando una falsa identità Houthi, sono riusciti a ottenere un accordo per l’acquisto di 200 fucili e 400 granate, del valore di 400.000 dollari per la merce, da spedire nello Yemen nascosti in barili normalmente usati per spedire l’olio motore. Le comunicazioni sono avvenute con l’app chiamata Wickr.

 

Il trafficante si è detto pronto a fare omaggio di alcune munizioni extra per fucili e granate a frammentazione.

 

Il trasporto stesso avrebbe richiesto solo dieci giorni, ha assicurato il venditore. Una velocità di consegna impressionante.

 

I barili vengono spediti su navi raramente ispezionate che trasportano assistenza umanitaria. Tuttavia, il venditore ha rifiutato di vendere una quantità di 100 «barili» di armi per non destare ulteriori sospetti, preferendo inviarne solo una ventina.

 

La transazione per il pagamento si compone di diversi passaggi.

 

In primo luogo, i termini finali dell’accordo vengono discussi e consolidati in presenza di un intermediario fornito dal mercato. Quindi, l’acquirente deposita la somma in criptovaluta, in questo caso Monero, su un conto sulla piattaforma, mentre il venditore spedisce la merce.

 

Al ricevimento della spedizione, l’acquirente ne conferma l’integrità e la quantità e trasferisce la caparra all’intermediario. Quest’ultimo quindi invia il denaro al venditore, trattenendo il 2% per i propri servizi. L’accordo dei giornalisti arabi di Sputnik che si fingevano yementi Houthi avrebbe portato all’intermediario 8.000 dollari in cambio della garanzia che il venditore ricevesse i soldi e che l’acquirente non fosse derubato.

 

I dettagli completi della spedizione diventano disponibili solo una volta concordato l’accordo e il deposito viene trasferito all’intermediario. L’acquirente ottiene un numero di tracciamento che gli consente di sapere su quale nave sono caricate le sue armi, quando e da quale porto parte e quando arriva a destinazione.

 

«Prima di concludere l’affare, il venditore era pronto solo a fornire i dettagli generali della spedizione» scrive Sputnik. «”Weapons Ukraine”, invece, ha fatto capire che le armi saranno caricate su una nave dai loro “alleati in Polonia”. Il trafficante d’armi ha anche fornito una mappa scritta in russo con una stima disegnata a mano della rotta della nave».

 

«Secondo la mappa, il transito partirà da un porto del Portogallo, farà il giro del continente africano e arriverà in Yemen. Il proprietario del negozio non ha spiegato come arriveranno le armi dall’Ucraina alla Polonia e poi al Portogallo»,

 

La testata russa non offre altre dettagli, perché i giornalisti si sono ad un certo punto fermati, non portando a termine il grande ordine.

 

Tuttavia è facile immaginare che la filiera sia fittamente strutturata anche per quanto concerne il delivery.

 

«”Weapons Ukraine” ha 32 vendite riuscite di quantità non specificate di armi, è lecito ritenere che abbiano sviluppato un percorso di lavoro per le consegne. Sulla base del limite di 20 barili, il negozio online potrebbe aver venduto fino a 6.400 fucili e 12.800 granate in tutto il mondo».

 

Bisogna capire che questo business non è possibile senza l’immane fornitura che i venditori stanno ricevendo.

 

«Tutto ciò di cui hanno bisogno ora sono più armi da vendere, il che significa più consegne di armi dai paesi della NATO».

 

Come riportato da Renovatio 21, armi mandate in Ucraina sono riaffiorate a Idlib, in Siria, una zona dove ancora operano i terroristi islamisti che hanno insanguinato il Paese per anni.

 

La portavoce degli Esteri del Cremlino Maria Zakharova ha avvertito che le armi occidentali regalate agli ucraini finiranno nelle mani dei terroristi operanti in Europa.

 

L’Europol ha ammesso che le armi spedite a Kiev potrebbero essere usate da gruppi criminali per anni e anni a venire.

 

Un’altra ammissione è stata fatta da un funzionario dell’esercito USA, che ha dichiarato che le armi inviate in Ucraina finiscono al mercato nero.

 

La guerra in Ucraina ha alterato profondamente l’equilibrio degli armamenti in Europa e nel mondo.

 

La Repubblica Ceca ha esaurito le sue riserve di armi: le ha mandate tutte in Ucraina.

 

I repubblicani fedeli al presidente Trump stanno invece minacciando di chiudere la fornitura di armia a Kiev.

 

Renovatio 21 ha descritto invece lo scenario in cui i veterani ucraini, magari facenti parte dei crudeli battaglioni nazi-nichilisti, a guerra finita finiscano in Italia, armati fino ai denti, ad attaccare abitazioni private, come fu per i veterani delle guerre balcaniche negli anni Novanta.

 

A questo punto ci chiediamo: che vuole il sostegno armato dell’Occidente a Kiev c’è solo il parlamentare «democratico» occidentale, o anche il signore della guerra e colui che vuole più massacri in tutto il mondo per trarne profitto?

 

Quale differenza tra queste categorie, oramai?

 

 

 

 

 

 

 

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Cina

Pechino rafforza la censura di internet

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Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di Asianews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

Le nuove norme entreranno in vigore ad agosto. I fornitori di servizi web obbligati a mostrare gli indirizzi IP degli utenti e la posizione geografica di chi effettua post online. Dure restrizioni anche sui dati che circolano all’estero. Il più grande database cinese di riviste accademiche è sotto osservazione della sicurezza di Stato.

 

 

Le autorità cinesi hanno pubblicato nuovi regolamenti sulla censura di internet che mirano a rivelare l’identità degli utenti e a impedire il flusso di dati fuori dalla Cina. Sono gli ultimi sforzi del governo per rafforzare il controllo della sfera digitale in nome della sicurezza dello Stato.

 

Un nuovo regolamento dell’Amministrazione per il cyberspazio impone agli utenti del web di fornire le loro vere informazioni personali quando registrano account per i servizi web, compresa l’occupazione lavorativa. I fornitori di servizi internet devono rivelare invece gli indirizzi IP degli utenti. Quando si registrano nuovi account che creano contenuti in settori specifici come economia, istruzione, servizi medici e diritto, gli utenti devono fornire certificati professionali. La nuova normativa entrerà in vigore ad agosto.

 

L’Amministrazione cinese per il cyberspazio supervisiona gli affari di internet, la propaganda e la censura, ed è proprietaria del China Internet Investment Fund, che possiede partecipazioni in importanti aziende tecnologiche, coinvolgendo settori come le infrastrutture digitali, i social network, l’intelligenza artificiale, i big data, ecc.

 

Con il rallentamento della crescita nazionale, le autorità cinesi hanno inasprito la censura dell’informazione economica, temendo che tali questioni possano avere un impatto sulla stabilità sociale. Le analisi e le previsioni pessimistiche degli economisti sono bersaglio dei controlli. Da maggio i principali social network cinesi hanno iniziato a visualizzare la posizione geografica degli utenti in questo ambito.

 

Per aggirare la censura, i netizen cinesi utilizzano di solito errori di battitura, omonimi, simboli e lettere inglesi nei post sensibili. Il nuovo regolamento vieta anche questo tipo di comportamento.

 

La registrazione del nome reale per i social network è in vigore da anni e agli utenti viene chiesto di fornire il numero di identificazione e il numero di telefono per iscriversi a un nuovo account.

 

Il ministero cinese dell’Industria e della tecnologia dell’informazione ha creato un portale online per consentire agli utenti di controllare quanti account social sono associati al loro numero di telefono e al loro numero di ID. Al momento sono collegate al sistema le 11 app più utilizzate in Cina e si prevede che altri servizi faranno lo stesso.

 

L’introduzione del portale indica che le autorità sono in grado di chiudere in un colpo solo tutti gli account social di un utente.

 

Un’altra norma prevede che i fornitori di servizi web che trasferiscono all’estero le informazioni personali o i «dati importanti» degli utenti siano tenuti a comunicarlo al governo per una valutazione della sicurezza.

 

Il regolamento non definisce la portata dei «dati importanti». Secondo gli analisti, la  misura rappresenta una nuova sfida per  le multinazionali, che dovranno affrontare costi aggiuntivi per l’archiviazione dei dati in Cina.

 

Dall’anno scorso la Cina ha già inasprito le restrizioni alle società nazionali che intendono quotarsi in una Borsa estera. Questo perché le compagnie straniere quotate a Wall Street sono tenute a divulgare più informazioni per soddisfare i requisiti di verifica dei conti. Ad esempio, a causa di un’indagine sulla sicurezza di Stato, il popolare servizio di carpooling cinese Didi ha rinunciato a quotarsi alla Borsa di New York.

 

Anche il settore accademico è nel mirino delle ispezioni della sicurezza dello Stato. Da fine giugno il più grande database di riviste accademiche della Cina, la China National Knowledge Infrastructure, è sotto osservazione della Amministrazione per il cyberspazio perché contiene dati importanti su industrie chiave e sulle tecnologie più all’avanguardia.

 

 

 

Invitiamo i lettori di Renovatio 21 a sostenere con una donazione AsiaNews e le sue campagne.

 

 

 

 

Renovatio 21 offre questo articolo per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni

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Internet

Ex dipendente accusa Zuckerberg di aver brandito una spada samurai perché irato con i programmatori di Facebook

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In un video diventato virale su TikTok, un ex programmatore di Facebook ha affermato che Mark Zuckerberg, CEO del noto social network, una volta ha minacciato i suoi lavoratori con una katana, la classica spada giapponese usata dai Samurai. Lo riporta Futurism.

 

Il creatore del video, Noah Kagan, sostiene che la motivazione di questa scena sarebbe stata il fatto che «non gli piaceva il codice e le cose che stavamo pubblicando sul sito web».

 

Non si tratta prima volta che Kagan ha menzionato pubblicamente l’incidente della katana. Il Kagan aveva fornito uno sguardo ancora più approfondito in un libro intitolato How I Lost 170 Million Dollars: My Time as #30 at Facebook, pubblicato nel 2014.

 

«Aveva delle ottime battute motivazionali», si legge nel resoconto. «Con amore, diceva “Se non lo fai subito, ti darò un pugno in faccia” o ‘Ti taglierò con questa enorme spada’, tenendo in mano un’enorme spada. Non so perché avesse quella spada».

 

Kagan, ora CEO di una società chiamata AppSumo, ha elencato altre cose «strane» che sono successe al gigante della tecnologia, inclusa l’accusa che il suo controverso  fondatore «voleva ancora indietro i suoi soldi» dopo aver perso una partita di poker con il co-fondatore di PayPal e primo investitore in Facebook, il geniale Peter Thiel.

 

Secondo la clip su TikTok, Zuckerberg ha anche pagato tutte le multe per divieto di sosta dei dipendenti di Facebook. Strano benefit, forse più motivante delle supposte minacce a base di spade samuraie, per quanto si possa ritenere lo abbia fatto per ischerzo.

 

Kagan ha lavorato per il gigante della tecnologia nel 2005, quando la piattaforma di social media e il suo fondatore erano piuttosto giovani. Inoltre è stato lì solo per nove mesi e i tempi sono sicuramente cambiati negli anni da quando è stato licenziato. 

 

Chissà se questa famosa katana sia ancora custodita nel sancta sanctorum di Meta, come un tesoro del maestro produttore di spade di Okinawa, Hattori Hanzo, visto nella celebre pellicola di Tarantino Kill Bill, interpretato dall’indimenticabile Sonny Chiba.

 

 

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