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Ambiente

La protesta ecofascista attacca il Tour de France

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Lo scorso martedì il Tour de France è stato interrotto dopo che i manifestanti si sono incollati alla strada e l’hanno bloccata lanciando fumogeni.

 

L’attacco ecofascista e è avvenuto durante la decima tappa del giro a circa 22 miglia (35 km) dal traguardo di Megève, in Francia.

 

Come mostrano i video, le autorità sono dovute arrivare sul posto per affrontare il problema poiché il fumo offuscava la visibilità come una fitta nebbia colorata.

 

Il ciclista Alberto Bettiol ha guidato con aria di sfida la sua bicicletta tra i manifestanti, tuttavia la maggior parte dei cicloatleti ha dovuto essere trattenuta per aspettare che la strada fosse sgombrata.

 

«La gara è neutralizzata. La corsa riprenderà con gli stessi intervalli di tempo una volta che la strada sarà sgomberata», ha affermato il centro di gara del Tour de France in una nota, mentre il gruppo francese di azione per il clima Dernière Renovation ha rivendicato la responsabilità della protesta.

 


In una dichiarazione su Twitter , l’organizzazione ha confermato di «aver interrotto la decima tappa del Tour de France tra Morzine e Megève nel comune di Magland per fermare la folle corsa verso l’annientamento della nostra società».

 

Dernière Renovation, che orrendamente può suonare vicino al nome di questo sito, ha aggiunto che «non può più rimanere spettatore del disastro climatico in corso», rivelando apocalitticamente che «ci restano 989 giorni per salvare il nostro futuro, la nostra umanità».

 

«Il nostro obiettivo è costringere la legislazione a ridurre drasticamente le emissioni della Francia, a partire dalla riforma energetica, l’area che più probabilmente unirà oggi giustizia sociale e climatica», dice il gruppo estremista.

 

«Questa è la nostra ultima possibilità per evitare conseguenze catastrofiche e irreversibili: caldo mortale, eventi meteorologici estremi, carestie, migrazioni di massa, conflitti armati… e questo vale per tutte le prossime generazioni di esseri umani».

 

Tutto giusto, se non che esattamente questa prospettiva devastante la stiamo vedendo inflitta alla popolazione tramite le politiche ecologiche di quell’élite che le mette in pratica e finanzia i gruppuscoli di eco-ebeti. Ai quali chiediamo non di guardare a ciò che sta succedendo in Sri Lanka con l’introduzione dell’agricoltura biologica, ma magari, visto che dicono di avere a cuore l’umanità, vedere quanti esseri umani vengono uccisi ogni anno con aborto, fecondazione in vitro, eutanasia, predazione degli organi.

 

La verità è che, lo sappiamo, agli ecofascisti – cui , assieme alla disperazione, non manca l’ingrediente del narcisismo – non importa nulla dell’umanità, visto che vedono l’uomo come parassita del pianeta, e tifano apertamente per gli animali feroci negli scontri con le persone. Sono in buona compagnia: sappiamo, per esempio, come l’ecologista ultramiliardario Ted Turner, sospettato di essere il committente delle Georgia Guidestones (monumento che scriveva sulla roccia che l’umanità andava diminuita di più di 14 volte), che crea riserve naturali dove le bestie selvatiche prosperano, e l’uomo è scacciato – non diversamente dalla follia per cui anche in Italia hanno reintrodotto artificialmente orsi e lupi.

 

Del resto, il lettore di Renovatio 21 sa anche che dietro a certuni di questi gruppi eco-apocalittici, oltre che alle oscure fonte di finanziamento, magari potrebbe esservi un certo strano compiacimento.

 

Al co-fondatore di uno di questi movimenti, Extinction Rebellion, Roger Hallam, è stato attribuito un opuscolo dove si diceva che il cambiamento climatico – ovviamente causato dagli esseri umani – porterà allo stupro di gruppo di «tua madre, sorella e fidanzata (…) Ti costringeranno a guardare, ridendo di te. Alla fine ti accuseranno di divertirti».

 

Non c’è che dire, è un quadretto molto dettagliato.

 

La decima tappa è ripresa dopo circa 15 minuti di interruzione e alla fine è stata vinta da Magnus Cort Nielsen.

 

 

 

Immagine screenshot da Twitter

 

 

 

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Ambiente

La Libia chiede un’indagine internazionale sull’attacco alla petroliera russa

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Le organizzazioni internazionali dovrebbero indagare sull’attacco a una petroliera russa nel Mediterraneo al largo delle coste libiche, ha dichiarato all’agenzia stampa governativa Sputnik Adel Abdelkafi, consigliere per la sicurezza nazionale del Consiglio Supremo di Stato libico (SSC).

 

Il ministero dei Trasporti russo aveva dichiarato il 3 marzo che la petroliera russa Arctic Metagaz era stata attaccata da imbarcazioni ucraine senza equipaggio al largo delle coste libiche, in prossimità delle acque territoriali maltesi nel Mar Mediterraneo.

 


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«Questa vicenda richiede l’attenzione degli organi o delle organizzazioni internazionali competenti, con esperienza nella risoluzione di incidenti di questo tipo, al fine di prevenire conseguenze negative per la costa libica, il territorio libico e i suoi cittadini», ha dichiarato Abdelkafi, sottolineando che, insieme alle organizzazioni internazionali, anche l’attenzione degli stati costieri del Mediterraneo è fondamentale per prevenire tali attacchi, proteggere l’ambiente marino e garantire la sicurezza di questi Paesi.

 

In precedenza, la National Oil Corporation (NOC) libica aveva affermato di poter gestire le conseguenze dell’attacco ucraino alla petroliera russa di GNL al largo delle coste libiche. La petroliera di GNL verrà rimorchiata in uno dei porti della compagnia.

 

La portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha precisato che la nave cisterna per il trasporto di gas naturale liquefatto (GNL), che trasportava 100.000 metri cubi di gas naturale liquefatto, ha perso propulsione e potenza, subendo un incendio e una conseguente esplosione di gas. Tutti i 30 membri dell’equipaggio sono stati tratti in salvo, ma due marinai sono rimasti feriti.

 

La nave è ora alla deriva nel Mediterraneo tra la Sicilia e Malta. Attivisti ambientalisti dicono che potrebbe esplodere creando un disastro ecologico marittimo.

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Ambiente

«Un crimine che segnerà generazioni»: l’Iran accusa Israele di ecocidio

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Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha chiesto che Israele venga «punito per i suoi crimini di guerra» contro la Repubblica islamica.   I bombardamenti dei depositi di carburante a Teheran da parte delle autorità israeliane «violano il diritto internazionale e costituiscono ecocidio», ha scritto su X.   Araghchi ha messo in guardia sul fatto che gli attacchi potrebbero provocare danni ambientali irreversibili, mettendo a rischio la salute dei residenti e contaminando il suolo e le falde acquifere per generazioni.   In precedenza, l’ambasciatore Amir Saeid Iravani aveva presentato formalmente una denuncia alle Nazioni Unite dopo che gli attacchi ai depositi di carburante avevano generato aria tossica e piogge acide, esponendo i civili a gravi pericoli per la salute.   Come riportato da Renovatio 21, gli attacchi israeliani a Teheran hanno prodotto piogge acide e incendi che sono stati filmati pure per le strade della città.  

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Il portavoce del ministero degli Esteri iraniani ha dichiarato che gli attacchi «non sono altro che una guerra chimica intenzionale contro i cittadini iraniani. Le conseguenze di questa catastrofe ambientale e umanitaria non saranno limitate ai confini dell’Iran».   I grandi incendi di idrocarburi generano enormi quantità di sostanze chimiche tossiche e particolato fine, che comportano rischi immediati e prolungati per la salute. Fuliggine, ossidi di zolfo e di azoto, metalli pesanti e altre sostanze nocive colpiscono in misura particolare le persone con patologie respiratorie e gli anziani.   A lungo termine, questi inquinanti possono provocare gravi malattie, incluso il cancro. Una volta dispersi nell’atmosfera, possono viaggiare per migliaia di chilometri; depositati sul suolo, contaminano le falde acquifere.   Eventi analoghi provocati dall’uomo, come gli incendi dei pozzi petroliferi appiccati dalle forze di Saddam Hussein nel 2003 durante l’invasione statunitense, hanno prodotto effetti duraturi sulle truppe americane presenti sul campo. Gli incendi di Teheran si distinguono per la loro prossimità a un grande centro urbano, con un rischio maggiore di esposizione acuta.  

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Ambiente

Ghiacciaio antartico accusato di rubare il ghiaccio ai vicini

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Un ghiacciaio antartico – osservato dallo spazio –  è stato sorpreso a rubare ghiaccio al ghiacciaio vicino durante il suo scioglimento.

 

In uno studio pubblicato sulla rivista The Cryosphere, alcuni ricercatori dell’Università di Leeds in Inghilterra, hanno scoperto che un ghiacciaio dell’Antartide occidentale si è reso protagonista di un vero atto di «pirateria del ghiaccio», ossia aumentando di volume a discapito dei ghiacciai vicini che si stavano assottigliavano.

 

Utilizzando immagini satellitari scattate tra il 2005 e il 2022, gli scienziati sono rimasti sorpresi nell’apprendere che sebbene tre ghiacciai – Kohler East, Pope e Smith – avessero iniziato a ritirarsi con una velocità superiore del 51% all’anno, il ghiacciaio vicino, Kohler West, aveva in realtà rallentato il suo avanzamento del 10%.

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Secondo Heather Selley, ricercatrice di dottorato a Leeds e autrice principale dell’articolo, queste diverse velocità di diradamento sembrano avere strane conseguenze.
«Riteniamo che il rallentamento osservato sul ghiacciaio Kohler West sia dovuto alla deviazione del flusso di ghiaccio verso il ghiacciaio vicino, il Kohler East», ha spiegato la scienziata in un comunicato stampa.

 

Questa «pirateria del ghiaccio» consiste nel fatto che la massa congelata viene «reindirizzato da un ghiacciaio all’altro, e il ghiacciaio che accelera, in sostanza, “ruba” il ghiaccio al suo vicino che rallenta».

 

Sebbene questo fenomeno non sia sconosciuto dagli studiosi di quetso ramo scientifico, in passato occorrevano centinaia o addirittura migliaia di anni perché si verificasse. Osservarlo accadere in un periodo di soli diciotto anni è stato «affascinante», ha sottolineato la Selley, ma allo stesso tempo potrebbe anche creare delle preoccupazioni alla comunità scientifica.

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

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