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La Commissione Europea banna la testata Euractiv
Secondo il caporedattore Matthew Karnitschnig, la Commissione europea ha estromesso la testata Euractiv, con sede a Bruxelles, dai suoi briefing informativi in seguito a un reportage critico sulla «bolla dell’UE».
Quasi tutti i media con una presenza significativa a Bruxelles dipendono dalla benevolenza di potenti funzionari dell’Unione, governi stranieri e lobbisti per accedere alle informazioni, in quello che viene definito il giornalismo dell’«accesso».
Tuttavia, il giornalismo indipendente nella capitale europea è ora «sulla lista dei nemici», ha scritto Karnitschnig venerdì. «In effetti, è diventato una specie in via di estinzione», ha aggiunto.
«All’inizio di quest’anno, abbiamo iniziato a infondere nella “bolla UE” una forte dose di giornalismo critico», ha dichiarato Karnitschnig. «Non tutti i destinatari hanno reagito bene, men che meno la Commissione, che di recente ci ha escluso dai suoi briefing informali, le sessioni informali durante le quali i consiglieri della Presidente Ursula von der Leyen cercano di orientare il messaggio che cercano di trasmettere alla stampa su una determinata questione».
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Il direttore ha indicato quali coperture mediatiche, a suo parere, abbiano contribuito alla sanzione imposta dall’UE alla sua testata.
«Forse è stata la nostra smentita della leggenda diffusa dalla Commissione secondo cui i piloti di von der Leyen furono costretti a ricorrere a “mappe cartacee” per far atterrare il suo aereo in Bulgaria durante un presunto attacco russo… O forse abbiamo criticato aspramente il suo piano assurdo per un servizio di intelligence europeo?»
Fondata nel 1999 dall’editore francese Christophe Leclercq, la nota testata con sede a Bruxelles si concentra sulla politica dell’UE e si propone di «analizzare le complessità della politica, delle politiche e della legislazione dell’UE».
Bruxelles è da tempo nel mirino delle critiche per le limitazioni alla libertà di espressione e per l’emarginazione delle voci indipendenti, tra cui quella del vicepresidente statunitense J.D. Vance, che ha avvertito che la libertà di parola in Europa è «in ritirata».
Nel suo intervento alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera a febbraio, Vance ha accusato i governi dell’UE di «fuggire per paura» dei propri cittadini, sostenendo che la principale minaccia alla democrazia non proviene da Russia e Cina, ma dall’abbandono dei valori democratici fondamentali.
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Immagine di Cancilleria Ecuador via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic
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Macron vuole la censura europea: no alla «libertà di parola americana»
Il presidente francese Emmanuel Macron ha respinto quella che ha definito «libertà di parola americana», difendendo il controverso Digital Services Act (DSA) dell’UE, che i funzionari statunitensi hanno etichettato come uno strumento di censura.
Mercoledì, parlando con i giornalisti durante un viaggio in Spagna, Macron ha detto di aver chiesto all’UE di applicare il DSA «in modo molto più esteso, molto più rapido e molto più energico» per contrastare la disinformazione.
«La cosiddetta “libertà di parola” americana – almeno per come esiste oggi ed è stata promossa da alcuni – è l’opposto della libertà di parola», ha affermato, sostenendo che le libertà individuali comportano responsabilità e rispetto per le libertà altrui. «Lo so bene quando cammino per strada: la mia libertà non può significare che sono libero di picchiarti, insultarti o vandalizzare lo spazio pubblico che appartiene a tutti. Eppure, questa è l’idea che alcune persone hanno di “libertà di parola”», ha aggiunto.
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«Finché non riterremo responsabili coloro che diffondono contenuti sui social media, non saremo in grado di regolarli», ha detto il leader francese. «Quando qualcuno scrive qualcosa – quando un giornalista scrive qualcosa di completamente falso o un redattore lo pubblica – può essere chiamato a risponderne».
Come riportato da Renovatio 21, ad inizio anno Macron aveva dichiarato che «la libertà di parola è una pura stronzata», magari aspettandosi i 92 minuti di applausi della Corazzata Kotmkin di Fantozzi, ma questi non sono arrivati.
Adottato nel 2022, il DSA obbliga piattaforme come Facebook, X, TikTok, Google e YouTube a contrastare i contenuti illegali, ad aumentare la trasparenza su pubblicità e algoritmi, a proteggere i minori e a valutare e mitigare rischi sistemici come la disinformazione. Le piattaforme più grandi hanno obblighi ulteriori e possono essere multate fino al 6% del fatturato annuo globale in caso di violazioni.
Nel dicembre 2025 l’UE ha inflitto la prima sanzione ai sensi del DSA, ordinando a X di Elon Musk di pagare 120 milioni di euro. Il mese scorso il governo statunitense ha appoggiato il ricorso di X, sostenendo che il blocco aveva ecceduto i propri poteri prendendo di mira un’azienda americana.
«Non tollereremo che la Commissione Europea si impegni in un’eccessiva ingerenza normativa nel tentativo di controllare i motori americani dell’innovazione e della crescita economica», ha dichiarato Brett Shumate, assistente del procuratore generale della Divisione civile del Dipartimento di Giustizia.
Come riportato da Renovatio 21, a inizio anno la UE aveva accusato il social muskiano di antisemitismo e pedopornografia. Musk aveva risposto chiedelo l’abolizione dell’UE, definita come «Quarto Reich».
Funzionari statunitensi hanno accusato l’UE di erodere la libertà di parola e di tentare di mettere a tacere le voci dissenzienti per ragioni politiche. «L’UE dovrebbe sostenere la libertà di parola, non attaccare le aziende americane per la spazzatura», ha scritto a dicembre su X il vicepresidente JD Vance.
L’anno scorso gli Stati Uniti hanno imposto restrizioni sui visti a funzionari europei e a responsabili di gruppi di monitoraggio online, tra cui Thierry Breton, ex commissario per il mercato interno e uno dei principali artefici del DSA. Breton ha paragonato la misura al maccartismo, la campagna dell’era della Guerra Fredda contro sospetti comunisti e presunti sovversivi.
La censura in Europa aveva subito un’accelerazione decisiva la scorsa estate, quando sulla scia delle elezioni europee, i vertici dell’Unione stanno lavorando per rendere ancora più controverso il DSA, che molti osservatori hanno definito come una legge di censura radicale.
L’Unione Europea ha iniziato a far leva sul DSA per intensificare la repressione di quella che definisce «disinformazione» sullecampagne di vaccinazione.
L’espansione delle maglie della censura da parte dell’Europa è risalente, e ha trovato fiato soprattutto durante gli anni pandemici, nei quali sono stati mandati avanti appalti per la realizzazione elettronica del sistema.
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Come riportato da Renovatio 21, Elon Musk due anni fa aveva raccontato che X (già Twitter) ha respinto la richiesta di Bruxelles di censurare segretamente le opinioni sulla piattaforma, ricevendone in risposta una persecuzione ai sensi del DSA.
Come riportato da Renovatio 21, l’Europa si sta scagliando contro i colossi della pornografia web con il pretesto della protezione dei minori ma con il fine, nemmeno tanto dissimulato, di introdurre sistemi di identificazione digitale di precisione per tutti i cittadini, il famoso portafoglio UE.
Sullo sfondo, l’avvio dell’euro digitale, la piattaforma di controllo che ingollerà mezzo milione di europei comandandone per sempre le esistenze. Il credito sociale della Repubblica Popolare Cinese al confronto sembrerà una mite misura liberale.
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Immagine di European Union, 1998 – 2026 via Wikimedia pubblicata secondo indicazioni
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