Spirito
«La Bestia è un numero, e ci trasforma in numeri». Quando Ratzinger profetava contro l’Ordine Mondiale
«Nel loro orrore, [i campi di concentramento] hanno cancellato, cancellato volti e storia, nomi, cancellato persone. Hanno trasformato l’uomo in un numero, l’uomo non è che un numero, è un pezzo di un macchinario, l’uomo non è che un pezzo di un macchinario, di un ingranaggio, non è più che una funzione».
A proferire queste parole non è Gunther Anders, ma un filosofo assai più prolifico e sofisticato. Qualcuno che parimenti sapeva, forte anche dell’appoggio dei testi sacri, che la tendenza dell’umanità abbandonata alla tecnica non potrà che far tornare l’incubo totalitario concentrazionario.
«Ai nostri giorni non dovremmo dimenticare che queste mostruosità della storia hanno prefigurato il destino di un mondo che corre il rischio di adottare la stessa struttura dei campi di concentramento, se viene accettata la legge universale della macchina»
Parole di estrema precisione.
«Le macchine che sono state costruite impongono questa stessa legge, questa stessa legge che era adottata nei campi di concentramento. Secondo la logica della macchina, secondo i padroni della macchina, l’uomo deve essere interpretato da un computer, e questo è possibile solamente se l’uomo viene tradotto in numeri».
«Ai nostri giorni non dovremmo dimenticare che queste mostruosità della storia hanno prefigurato il destino di un mondo che corre il rischio di adottare la stessa struttura dei campi di concentramento, se viene accettata la legge universale della macchina»
Una descrizione più nitida e apocalittica di quello che sta accadendo al mondo – specialmente in questo momento – non riusciamo a trovarla.
«La Bestia è un numero, e ci trasforma in numeri. Dio nostro Padre invece ha un nome, e chiama ciascuno di noi per nome. È una persona, e quando guarda ciascuno di noi vede una persona, una persona eterna, una persona amata».
Queste parole abissali furono proferite dal cardinale Joseph Ratzinger in un discorso ai preti e ai seminaristi a Palermo, il 15 marzo 2000.
Ratzinger era ancora il cardinale Ratzinger, amabilmente detto dai giornali, che avevano capito pochissimo, «il panzer della curia». Si sottolineava, parlando del bavarese, che aveva fatto dichiarazioni riguardanti la supremazia della Chiesa cattolica rispetto agli scismi orientale ed anglicano, e che aveva espresso opposizione all’ingresso della Turchia in Europa. Nel 2000, anno del Giubileo, Ratzinger aveva poi tenuto una conferenza stampa in cui annunciava che non c’era nulla di particolare rispetto al Terzo Segreto di Fatima.
«Le macchine che sono state costruite impongono questa stessa legge, questa stessa legge che era adottata nei campi di concentramento»
Poi, poche ore prima di divenire papa, fece rimbombare sui giornali dal conclave 2005 (dove si credeva che il suo avversario fosse Martini…) la sua definizione dell’evo moderno come «dittatura del relativismo». L’espressione restò impressa nella mente dei conservatori per almeno un decennio.
Divenuto pontefice, Ratzinger tornò indietro su tante cose. Visitò le terre di Lutero. Tentò di riassorbire dei fuorisciti anglicani. Andò in viaggio in Turchia, e non si oppose più al possibile ingresso di Ankara in UE (altri tempi, allora era perfino pensabile).
Soprattutto, papa Benedetto XVI parlò più volte del Nuovo Ordine Mondiale, chiamandolo proprio così, per nome, e non per dirne qualcosa di negativo. Nel dicembre 2005, fresco di elezione al Soglio, annunciò in Piazza San Pietro la necessità di un impegno per «l’edificazione di un nuovo ordine mondiale fondato su giusti rapporti etici ed economici». Una definizione che pare uscita dai libri di Klaus Schwab e dell’élite di Davos che vuole celebrare l”avvento dello stakeholder capitalism.
Una volta di più, Ratzinger rimane un enigma. Conosceva, da filosofo acutissimo, la realtà delle cose, al punto da poter divenire perfino profetico: oggi l’uomo è divenuto più che numero, è divenuto codice. La genetica, come ha capito da decenni Bill Gates («Il gene è il software più sofisticato che ci sia»), altro non è che la digitalizzazione della vita biologica, ed è per questo che il marchio della Bestia è genetico – è appunto, un codice, un’espressione informatica, un numero.
La sottomissione dell’umanità alla tecnica, sotto il falso mito del progresso, e l’istinto inconfessato al controllo, altro non poteva produrre che la satanica prigione pandemica globale che Ratzinger, parlando ai seminaristi siciliani, sembrava già ben prefigurare.
«Secondo la logica della macchina, secondo i padroni della macchina, l’uomo deve essere interpretato da un computer, e questo è possibile solamente se l’uomo viene tradotto in numeri»
Tuttavia, le sue azioni da papa sono misteriosamente andate nella direzione opposta.
In primis, con le sue dimissioni – un arcano non ancora spiegato da nessuno, un fatto sul quale si stende un silenzio che è già di per sé uno scandalo.
Possiamo notare una cosa: la prima volta che si parlò delle dimissioni di Ratzinger fu nel 2011, quando arrivò ad un quotidiano italiano l’intercettazione di un cardinale siculo in viaggio a Shanghai. Il prelato confidava agli ascoltatori che Ratzinger si sarebbe dimesso presto, perché in pericolo di morte. Il papa, diceva il prelato, stava preparando a succedergli Scola, l’arcivescovo ciellino di Milano.
Molti risero. Un papa che si dimette? Implausibile. Mai visto. Mai sentito. Noi notammo invece una cosa strana davvero: il leak proveniva dalla Cina.
Il Paese con cui poi il Vaticano di Bergoglio avrebbe stretto un patto sanguinario, dove in cambio di non si sa che cosa i cristiani cinesi continuano a venir massacrati.
Il Paese da cui proviene il coronavirus e, di conseguenza, tutta la follia pandemica presente.
Ancora di più: il Paese senza il quale non è possibile realizzare il Nuovo Ordine Mondiale, che si deve basare sullo smantellamento del potere dell’Occidente, quindi sulla sua deindustrializzazione, il suo depotenziamento come motore dello sviluppo umano.
Senza Cina non c’è globalizzazione. Non c’è finanziarizzazione. Non c’è digitalizzazione: cioè la trasformazione dell’uomo in numero, così come – diceva Ratzinger 21 anni fa – vuole «la Bestia».
«La Bestia è un numero, e ci trasforma in numeri. Dio nostro Padre invece ha un nome, e chiama ciascuno di noi per nome. È una persona, e quando guarda ciascuno di noi vede una persona, una persona eterna, una persona amata».
Ratzinger lo sapeva. E qualche mese fa ha fatto il vaccino ottenuto con cellule di feto abortito.
Nel mistero di Ratzinger, abbiamo una certezza per l’ora presente.
«La Bestia» è arrivata, e ci ha trasformati in numeri, piegandoci ad un marchio senza il quale «nessuno può comprare né vendere».
Roberto Dal Bosco
Immagine di Rvn88 via Wikimedia pubblicata su licenza Attribution 3.0 Unported (CC BY 3.0); modifiche apportate.
Spirito
Il vescovo Barron sostiene che Giuda Iscariota non sia andato all’inferno
Il vescovo Robert Barron ha pubblicato un articolo in cui sostiene la tesi secondo cui Giuda Iscariota, il traditore di Gesù Cristo, non si trova all’inferno.
Il 29 marzo, l’articolo di Barron intitolato «Anche Giuda? Ripensare il peccato, la disperazione e la misericordia divina in questa Domenica delle Palme» è apparso sul sito web del canale conservatore statunitense Fox News. Pur riconoscendo che Sant’Agostino d’Ippona, San Tommaso d’Aquino e «la maggior parte dei teologi» credevano che Giuda fosse finito all’inferno per aver tradito Cristo o per essersi suicidato, monsignor Barron ha presentato una «contro-visione»: un’incisione del XII secolo che apparentemente mostra il Buon Pastore che porta il morto Giuda sulle spalle.
«Papa Francesco era così affezionato a quest’immagine che ne aveva una riproduzione sopra la sua scrivania nell’ufficio papale. Essa rappresentava, per lui, la speranza che persino Giuda potesse essere salvato dall’immensa misericordia del Signore», scrive il vescovo.
Come riportato da Renovatio 21, vi fu scandalo quando due anni fa emerse un video che mostrava questo dipinto nello studio papale, con clamore ulteriore dovuto al fatto che nel quadro Gesù viene raffigurato ignudo.
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Il vescovo chiede ai lettori di non inviargli lettere, poiché sa «che non possiamo abbracciare un universalismo semplicistico, che afferma di essere perfettamente certi che tutte le persone saranno salvate. Dobbiamo anzi ammettere la possibilità molto reale di un rifiuto eterno di Dio». Il resto dell’articolo del vescovo americano tratta il tema delle persone che si suicidano e di come non dobbiamo disperare per loro, ma piuttosto «pregare per loro e affidarle alla misericordia di Dio».
L’argomentazione iniziale di Barron a sostegno della possibilità che Giuda fosse stato risparmiato dalla dannazione era la sua chiara contrizione, come testimoniato dal Vangelo di Matteo. Tuttavia, il vescovo non affronta il fatto che il Vangelo non afferma che Giuda si sia pentito della sua disperazione.
In risposta all’articolo di Barron, è stato fatto notare in rete che l’insegnamento tradizionale della Chiesa cattolica romana, contenuto nel Catechismo del Concilio di Trento, è che Giuda «perse anima e corpo».
Come riportato da Renovatio 21, l’insegnamento della Chiesa secondo cui Giuda si è escluso dalla salvezza è stato riaffermato da Leone ancora l’anno passato.
Il vescovo Barron è stato in passato criticato per aver ipotizzato che l’inferno possa essere vuoto, una speculazione teologica resa popolare dal teologo Hans Urs von Balthasar nella sua opera del 1988 «Osiamo sperare che tutti gli uomini siano salvati?».
Il Barrone ha inoltre scandalizzato i fedeli cattolici descrivendo Gesù come la «via privilegiata» – piuttosto che l’unica via (At 4, 12) – per la salvezza, elogiando un libro del noto attivista filo LGBT padre James Martin, SJ, e dicendo a un commentatore omosessuale «sposato» che non avrebbe cercato di annullare il «matrimonio» omosessuale, tra gli altri episodi.
«Non credo di voler insistere ulteriormente sulla questione», ha dichiarato Barron al pundit omosessuale con figli da provetta e surrogata Dave Rubin in un’intervista del 2017 a proposito del «matrimonio» omosessuale. «Penso che probabilmente causerebbe molti più problemi, dissensi e difficoltà se continuassimo a insistere».
Monsignor Barron, divenuto figura popolarissima in America grazie al suo podcasto, che compare pure come annuncio a pagamento sui social network, è salito agli onori delle cronache nelle ultime settimane per aver prima abbandonato e poi tentato di fustigare pubblicamente la collega della Commissione per la libertà religiosa Carrie Prejean Boller, ex Miss California divenuta cattolica, che aveva tentato di portare in commissione i problemi creati dal sionismo.
«Sii coraggioso, vescovo Barron. Il mondo ha bisogno di uomini coraggiosi», aveva esortato la bellissima. «Se la signora Prejean Boller è stata licenziata per aver espresso queste convinzioni, è difficile capire perché io sia ancora membro della Commissione», aveva replicato il vescovo, che a differenza della Miss mai aveva trattato il tema dell’influenza sionista sulla vita civile, politica, militare e perfino religiosa americana, e mai si è buttato come la Prejean sul tema del genocidio di Gaza.
«Presentarsi come vittima di pregiudizi anticattolici o affermare che la sua libertà religiosa sia stata negata è semplicemente assurdo» continuava con insolenza il vescovo, negando quanto evidente a chiunque abbia veduto il video dei lavori di Commissione, con rabbini e propagandisti dello Stato Ebraico che tentavano di metterla a tacere..
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Al tradimento del Barron (che, dice la Boller, in privato dapprima le aveva espresso solidarietà) si aggiunge quello del cardinale neoeboraceno Timoteo Dolan, che pure ha preso le distanze dalla Prejean dopo averla, lei dice, sostenuta in privato all’arrivo delle prime avvisaglie della censura sionista l’anno scorso.
Al contrario dei due gerarchi della Conferenza Episcopale Statunitense, monsignor Joseph Strickland, già vescovo di Tyler, Texas ha in questi giorni preso le difese della Prejean e delle sue posizioni di fede cattolica ortodossa in un accorato scritto pubblico.
Come riportato da Renovatio 21, le paure di monsignor Barron, creatura mediatica celeberrima nel cattolicesimo mainstream americano, si erano viste anche in un documentario di William Friedkin, Il diavolo e padre Amorth (2017). Nel documentario regista de L’esorcista (1973) cercava di indagare sulla verità dietro il fenomeno della possessione diabolica, che tanto gli aveva dato successo nel capolavoro horror di quarant’anni prima, finendo per intervistare, negli ultimi tempi della sua vita, il leggendario padre Gabriele Amorth, decano degli esorcisti internazionali.
Oltre che ad incontrare l’esorcista emiliano, il Friedkin aveva intervistato l’allore vescovo ausiliare di Los Angeles Robert Barron, il quale, con l’espressione ragazzotta sopra un clergyman e i pantaloni da pretino moderno, mostrava tutto il suo terrore per l’argomento.
«Parlare con il diavolo… hey… persone come padre Amorth possono farlo, io non potrei mai osare di farlo, non sono a quel livello spirituale… io penso che sia davvero una cosa pericolosa».
Lo stesso Friedkin che a quel punto della conversazione lo interrompe, pure puntandogli il dito: «che cosa hai detto? (…) È nelle scritture!» esclama Friedkin. «Gesù esorcizzava i demoni!». Il regista americano si chiede come un vescovo, discendente degli Apostoli, possa dire una cosa del genere.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Spirito
Il DDF sollecitato a correggere le «gravi carenze» di Mater Populi Fidelis
Una rottura con la continuità dottrinale
Al centro della controversia vi è la volontà del DDF di bandire o respingere con un tratto di penna sprezzante titoli tradizionali e consolidati come «Corredentrice» o «Mediatrice di tutte le grazie». Per i firmatari, questo documento non si limita a suggerire cautela pastorale; di fatto «minimizza» il ruolo unico della Vergine Maria nella salvezza delle anime. Nel loro dettagliato commentario di 23 pagine, i teologi sottolineano che Mater Populi Fidelis sembra contraddire l’insegnamento coerente dei papi, da Pio XI a Giovanni Paolo II. Essi sottolineano che il titolo di «Corredentrice» è stato ripetutamente utilizzato dal Magistero per enfatizzare la subordinazione totale, ma attiva, di Maria al sacrificio di Cristo. Rifiutando questi termini con il pretesto che siano «superflui» o richiedano troppe spiegazioni, il Dicastero sembra, secondo i critici, adottare un approccio «più vicino al protestantesimo che alla ricchezza del dogma cattolico».Sostieni Renovatio 21
L’appello a un «autentico dialogo sinodale»
La lettera dell’IMA mette in luce un paradosso lampante: mentre l’attuale pontificato invoca la «sinodalità» e l’ascolto del «Popolo di Dio», le petizioni di milioni di fedeli e la competenza di eminenti mariologi sono state semplicemente ignorate durante la stesura del testo. «Abbiamo agito in uno spirito di rispettoso dialogo sinodale, con l’obiettivo della migliore formazione teologica possibile per il bene della Chiesa», scrivono gli autori, rifacendosi all’istruzione Donum Veritatis, che definisce la responsabilità dei teologi. Avvertono che l’ambiguità della nota dottrinale rischia di «minare ogni merito umano e ogni cooperazione nell’opera di redenzione», cancellando la specificità della missione materna di Maria.Un’eredità dottrinale in pericolo?
Per molti osservatori, l’iniziativa dell’IMA ha il merito di evidenziare una rottura nella continuità dell’insegnamento attuale e di sollecitare una correzione: in passato, come ricorda la lettera, alcune note del Sant’Uffizio sono già state corrette dal Magistero. La questione va oltre la mera semantica. Per i fedeli legati alla pietà mariana tradizionale, si tratta di difendere la verità su colei che è la «Nuova Eva». Mentre la Santa Sede rimane in silenzio in questo momento, si sta organizzando una resistenza teologica, che ricorda come la devozione mariana non sia un accessorio facoltativo, ma un baluardo contro l’indebolimento della fede. Immagine: Annunciazione, vetrata originariamente collocata nella Cattedrale di Santa Vibiana, ora si trova nel Mausoleo della Cattedrale di Nostra Signora degli Angeli a Los Angeles. Articolo previamente apparso su FSSPX.NewsIscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Spirito
Porte chiuse per la FSSPX
Il 28 marzo, ai partecipanti a un pellegrinaggio organizzato dalla Fraternità Sacerdotale San Pio X è stato impedito l’ingresso al santuario di Nostra Signora Addolorata a Cuceglio (vicino a Torino).
Padre Aldo Rossi, il sacerdote responsabile del pellegrinaggio, ha letto una dichiarazione davanti alla chiesa. Nonostante il pellegrinaggio fosse stato annunciato, le porte sono rimaste chiuse.
Il quotidiano La Voce ha riportato che diversi sacerdoti, le Suore Consolatrici del Sacro Cuore e numerosi fedeli, tra cui giovani famiglie, hanno partecipato a questo pellegrinaggio di diversi chilometri, alcuni portando una statua della Madonna Addolorata. Come scriveva il giornale, «I fedeli del priorato di Saint-Charles de Montalenghe avevano organizzato un pellegrinaggio quaresimale, annunciato in anticipo». «Nessuna Messa, nessuna celebrazione liturgica: solo poche preghiere finali, come gesto di devozione», erano previste.
La Voce, quotidiano laico, prosegue il suo resoconto con stupore: secondo le sue fonti, la decisione di chiudere i cancelli al gruppo di pellegrini sarebbe stata presa dal rettore del santuario, don Luca Meinardi, su influenza del suo superiore, il vescovo di Ivrea, monsignor Daniele Salera. Il giornale commenta: «Una scelta che contraddice inevitabilmente un vocabolario ecclesiastico che, negli ultimi anni, ha privilegiato parole come accoglienza, inclusione, dialogo e misericordia».
Dichiarazione di Don Aldo Rossi
Cari pellegrini, siamo giunti alla fine di questo pellegrinaggio, ma come potete vedere, troviamo le porte del santuario chiuse perché le autorità religiose locali si sono rifiutate di aprircele. Questo ci ricorda proprio le parole di Sant’Atanasio – che abbiamo esaminato di recente per la pubblicazione nel nostro bollettino, Il Cedro – il quale disse, tra l’altro, contro gli ariani e i semi-ariani dei primi secoli della Chiesa: «Voi restate fuori dai luoghi di culto, ma la fede abita in voi». Consideriamo cosa sia più importante: il luogo o la fede? La vera fede, naturalmente.
Ebbene, nella cultura dominante, che è una cultura inclusiva, le porte sono aperte a tutti: agli anglicani che celebrano la Messa nella madre di tutte le chiese a Roma, San Giovanni in Laterano, anche se non sono sacerdoti. Solo due giorni fa, Roma ha inviato un messaggio all’arcivescovo anglicano – una donna – in occasione del suo insediamento, ricordandole di camminare insieme, di non dimenticare che le differenze non possono cancellare la fraternità nata dal nostro comune battesimo. Le chiese sono aperte ai protestanti, permettendo loro persino di celebrare la Messa in una parrocchia qui a Torino. Preghiamo con tutte le religioni. Apriamo le chiese anche alla dea della terra Pachamama, come è successo a Roma. Apriamo le chiese ai gruppi LGBT e celebriamo la Messa con loro, specialmente a Roma, nella Chiesa del Gesù. Apriamo le porte ai buddisti e agli animisti, come durante l’incontro di Assisi del 1986, dove una statua di Buddha fu addirittura collocata sul tabernacolo.
Per la Fraternità Sacerdotale San Pio X, però, è proibito anche solo offrire una preghiera per le vocazioni – non la Messa, ma preghiere per le vocazioni. In questo caso, non c’è inclusione, ma esclusione. Perché? Perché nel Pantheon c’erano tutti gli dei tranne Nostro Signore Gesù Cristo. Se avessero incluso Nostro Signore Gesù Cristo, gli altri dei sarebbero crollati.
Ebbene, c’è una sola risposta, una risposta che ci permette di cogliere la realtà e la profondità della crisi nella Chiesa e nella cultura liberale dell’inclusività: è che la verità è esclusiva. La verità non è inclusiva, ma esclusiva. Posso includere tutto il resto, ma non la verità. Posso includere tutti gli errori, ma non la verità, perché la verità è esclusiva, come dice il Vangelo, Nostro Signore Gesù Cristo stesso: «Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me disperde». «Il vostro “Sì, sì” sia “No, no”; tutto ciò che va oltre viene dal maligno».
La Fraternità Sacerdotale San Pio X segue semplicemente l’esempio dell’arcivescovo Lefebvre, che desiderava che sulla sua lapide fosse incisa la frase: «Ho trasmesso ciò che ho ricevuto». Noi trasmettiamo semplicemente questa verità, questa tradizione che abbiamo ricevuto. Ma, all’interno di un sistema inclusivo, questo non può essere accettato, perché la verità è esclusiva: non si può rimanere nel mezzo.
E ripeto le parole di Sant’Atanasio, che disse agli ariani e soprattutto ai semi-ariani: «Voi siete la grande corruzione perché rimanete nel mezzo. Volete rimanere tra la luce e il mondo. Siete maestri del compromesso e camminate con il mondo. Vi dico: fareste meglio ad andarvene con il mondo e ad abbandonare il Maestro, il cui regno non è di questo mondo».
Pertanto, l’ecumenismo attuale può accettare tutte le religioni, tutti gli errori, tranne la verità, tranne la dottrina cattolica che, per sua stessa natura, condanna tutti gli errori, tutte le false dottrine, tutte le false religioni. Due più due fa quattro, e quattro esclude tutti gli altri numeri. È così. La luce disperde le tenebre, come dice san Paolo: «Quale rapporto c’è tra la giustizia e l’iniquità? O quale comunione c’è tra la luce e le tenebre?».
Cari pellegrini, tutto ciò, da un lato, ci rattrista profondamente, perché mostra quanta oscurità si sia diffusa persino all’interno della Chiesa stessa; ma, dall’altro, il Signore ci mostra la splendida misericordia di Dio che, nonostante questo mistero di iniquità all’interno della Chiesa stessa, fa ancora risplendere la luce della verità e della tradizione della Chiesa cattolica. Voi stessi ne siete testimoni qui: le suore, i sacerdoti, le giovani famiglie manifestano questa luce.
Non proviamo odio né risentimento, perché, come disse san Giovanni Bosco quando fu assalito da due valdesi pronti a colpirlo: «Io non uso la forza. Potrei usarla, ma non la uso, perché sono sacerdote, perché sono cattolico, e la nostra forza è la pazienza e il perdono».
Chiediamolo in modo particolare alla Madonna Addolorata, che ci dà questo grande esempio di pazienza, e offriamole anche questo sacrificio: il sacrificio di non entrare, di non poter entrare nella Chiesa. In primo luogo, secondo l’intenzione del pellegrinaggio, per ottenere santi sacerdoti; ma offriamo questo sacrificio anche per la Chiesa, per il Papa, per il Vescovo di Ivrea, per tutti i vescovi e tutti i sacerdoti, affinché possano uscire al più presto da queste tenebre, da questo falso ecumenismo, da questa falsa cultura dell’inclusività che esclude la verità, cioè che esclude Nostro Signore Gesù Cristo, che è la via, la verità e la vita.
Ora reciteremo qui le preghiere finali: la preghiera alla Madonna Addolorata, poi canteremo le litanie della Beata Vergine.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine da FSSPX.News
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