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Il vescovo Barron sostiene che Giuda Iscariota non sia andato all’inferno

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Il vescovo Robert Barron ha pubblicato un articolo in cui sostiene la tesi secondo cui Giuda Iscariota, il traditore di Gesù Cristo, non si trova all’inferno.

 

Il 29 marzo, l’articolo di Barron intitolato «Anche Giuda? Ripensare il peccato, la disperazione e la misericordia divina in questa Domenica delle Palme» è apparso sul sito web del canale conservatore statunitense Fox News. Pur riconoscendo che Sant’Agostino d’Ippona, San Tommaso d’Aquino e «la maggior parte dei teologi» credevano che Giuda fosse finito all’inferno per aver tradito Cristo o per essersi suicidato, monsignor Barron ha presentato una «contro-visione»: un’incisione del XII secolo che apparentemente mostra il Buon Pastore che porta il morto Giuda sulle spalle.

 

«Papa Francesco era così affezionato a quest’immagine che ne aveva una riproduzione sopra la sua scrivania nell’ufficio papale. Essa rappresentava, per lui, la speranza che persino Giuda potesse essere salvato dall’immensa misericordia del Signore», scrive il vescovo.

 

Come riportato da Renovatio 21, vi fu scandalo quando due anni fa emerse un video che mostrava questo dipinto nello studio papale, con clamore ulteriore dovuto al fatto che nel quadro Gesù viene raffigurato ignudo.

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Il vescovo chiede ai lettori di non inviargli lettere, poiché sa «che non possiamo abbracciare un universalismo semplicistico, che afferma di essere perfettamente certi che tutte le persone saranno salvate. Dobbiamo anzi ammettere la possibilità molto reale di un rifiuto eterno di Dio». Il resto dell’articolo del vescovo americano tratta il tema delle persone che si suicidano e di come non dobbiamo disperare per loro, ma piuttosto «pregare per loro e affidarle alla misericordia di Dio».

 

L’argomentazione iniziale di Barron a sostegno della possibilità che Giuda fosse stato risparmiato dalla dannazione era la sua chiara contrizione, come testimoniato dal Vangelo di Matteo. Tuttavia, il vescovo non affronta il fatto che il Vangelo non afferma che Giuda si sia pentito della sua disperazione.

 

In risposta all’articolo di Barron, è stato fatto notare in rete che l’insegnamento tradizionale della Chiesa cattolica romana, contenuto nel Catechismo del Concilio di Trento, è che Giuda «perse anima e corpo».

 

Come riportato da Renovatio 21, l’insegnamento della Chiesa secondo cui Giuda si è escluso dalla salvezza è stato riaffermato da Leone ancora l’anno passato.

 

Il vescovo Barron è stato in passato criticato per aver ipotizzato che l’inferno possa essere vuoto, una speculazione teologica resa popolare dal teologo Hans Urs von Balthasar nella sua opera del 1988 «Osiamo sperare che tutti gli uomini siano salvati?».

 

Il Barrone ha inoltre scandalizzato i fedeli cattolici descrivendo Gesù come la «via privilegiata» – piuttosto che l’unica via (At 4, 12) – per la salvezza, elogiando un libro del noto attivista filo LGBT padre James Martin, SJ, e dicendo a un commentatore omosessuale «sposato» che non avrebbe cercato di annullare il «matrimonio» omosessuale, tra gli altri episodi.

 

«Non credo di voler insistere ulteriormente sulla questione», ha dichiarato Barron al pundit omosessuale con figli da provetta e surrogata Dave Rubin in un’intervista del 2017 a proposito del «matrimonio» omosessuale. «Penso che probabilmente causerebbe molti più problemi, dissensi e difficoltà se continuassimo a insistere».

 

Monsignor Barron, divenuto figura popolarissima in America grazie al suo podcasto, che compare pure come annuncio a pagamento sui social network, è salito agli onori delle cronache nelle ultime settimane per aver prima abbandonato e poi tentato di fustigare pubblicamente la collega della Commissione per la libertà religiosa Carrie Prejean Boller, ex Miss California divenuta cattolica, che aveva tentato di portare in commissione i problemi creati dal sionismo.

 

«Sii coraggioso, vescovo Barron. Il mondo ha bisogno di uomini coraggiosi», aveva esortato la bellissima. «Se la signora Prejean Boller è stata licenziata per aver espresso queste convinzioni, è difficile capire perché io sia ancora membro della Commissione», aveva replicato il vescovo, che a differenza della Miss mai aveva trattato il tema dell’influenza sionista sulla vita civile, politica, militare e perfino religiosa americana, e mai si è buttato come la Prejean sul tema del genocidio di Gaza.

 

«Presentarsi come vittima di pregiudizi anticattolici o affermare che la sua libertà religiosa sia stata negata è semplicemente assurdo» continuava con insolenza il vescovo, negando quanto evidente a chiunque abbia veduto il video dei lavori di Commissione, con rabbini e propagandisti dello Stato Ebraico che tentavano di metterla a tacere..

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Al tradimento del Barron (che, dice la Boller, in privato dapprima le aveva espresso solidarietà) si aggiunge quello del cardinale neoeboraceno Timoteo Dolan, che pure ha preso le distanze dalla Prejean dopo averla, lei dice, sostenuta in privato all’arrivo delle prime avvisaglie della censura sionista l’anno scorso.

 

Al contrario dei due gerarchi della Conferenza Episcopale Statunitense, monsignor Joseph Strickland, già vescovo di Tyler, Texas ha in questi giorni preso le difese della Prejean e delle sue posizioni di fede cattolica ortodossa in un accorato scritto pubblico.

 

Come riportato da Renovatio 21, le paure di monsignor Barron, creatura mediatica celeberrima nel cattolicesimo mainstream americano, si erano viste anche in un documentario di William Friedkin, Il diavolo e padre Amorth (2017). Nel documentario regista de L’esorcista (1973) cercava di indagare sulla verità dietro il fenomeno della possessione diabolica, che tanto gli aveva dato successo nel capolavoro horror di quarant’anni prima, finendo per intervistare, negli ultimi tempi della sua vita, il leggendario padre Gabriele Amorth, decano degli esorcisti internazionali.

 

Oltre che ad incontrare l’esorcista emiliano, il Friedkin aveva intervistato l’allore vescovo ausiliare di Los Angeles Robert Barron, il quale, con l’espressione ragazzotta sopra un clergyman e i pantaloni da pretino moderno, mostrava tutto il suo terrore per l’argomento.

 

«Parlare con il diavolo… hey… persone come padre Amorth possono farlo, io non potrei mai osare di farlo, non sono a quel livello spirituale… io penso che sia davvero una cosa pericolosa».

 

Lo stesso Friedkin che a quel punto della conversazione lo interrompe, pure puntandogli il dito: «che cosa hai detto? (…) È nelle scritture!» esclama Friedkin. «Gesù esorcizzava i demoni!». Il regista americano si chiede come un vescovo, discendente degli Apostoli, possa dire una cosa del genere.

 

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Monsignor Viganò: noi, «pellegrini in terra straniera e nemica, in cammino verso la Patria celeste»

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Renovatio 21 pubblica questa omelia dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò.    

«Sic veniet»

Omelia nell’Ascensione del Signore

   

Tu, Christe, nostra redemptio,

Tu nostra gloria, tu salus,

Tu nostra spes, tu nostra vita,

Tu nostra pax, tu nostra virtus.

Tu, o Cristo, sei la nostra redenzione,

Tu sei la nostra gloria, la nostra salvezza,

Tu la nostra speranza, la nostra vita,

Tu la nostra pace, tu la nostra forza.

Hymn. Æterne Rex altissime ad Mat.

  Quaranta giorni dopo la gloriosa Resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo, la Santa Madre Chiesa contempla il Mistero dell’Ascensione del Verbo Incarnato che, dopo aver preso la nostra umanità mortale per redimerla, sale al cielo con la medesima carne glorificata, aprendo a noi le porte del Paradiso.   I grandi misteri della Rivelazione cristiana si compiono sempre con una solennità rituale, quasi che il Cielo stesso esiga un ingresso regale, un passaggio maestoso che segni il compimento dell’opera divina nella storia della Redenzione. Così è stato nell’Incarnazione, quando il Figlio di Dio entrò nel seno purissimo della Vergine Maria; così nella Nascita del Salvatore: Dominus dixit ad me: Filius meus es tu, ego hodie genui te (Ps 2, 7); così nell’Epifania quando il Salvatore riceve l’omaggio regale dei Magi provenienti dall’Oriente: Ecce advenit dominator Dominus: et regnum in manu ejus, et potestas, et imperium; così nella Passione, quando Cristo Re e Messia fece il suo ingresso solenne in Gerusalemme, acclamato dalle turbe con rami di palma e osanna; così nella Resurrezione: Resurrexi, et adhuc tecum sum. Così oggi nell’Ascensione, e infine nella venuta gloriosa del Giudice universale alla fine dei tempi, quando Egli tornerà per giudicare i vivi e i morti: cujus regni non erit finis.

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L’Ascensione eleva il nostro sguardo dalle cose terrene alle eterne, al seguito del Re che varca le porte della Gerusalemme celeste: Levate, o porte, i vostri fronti, e sollevatevi, o porte eterne: ed entrerà il Re della gloria. Chi è questo Re della gloria? Il Signore forte e potente, il Signore potente in battaglia… Il Signore degli eserciti, Egli è il Re della gloria (Sal 23, 7-10). Gli angeli stessi, stupiti dinanzi all’Uomo-Dio che ascende con la nostra carne redenta, si interrogano in quel dialogo celeste. Le porte del cielo, chiuse dal peccato di Adamo, si spalancano dinanzi a Colui che le ha vinte con la Croce e la Risurrezione: ut unde mors oriebatur, inde vita resurgeret, perché da dove veniva la morte, da lì rinascesse la vita.   È il Re della gloria che fa il Suo ingresso in Cielo, portando con Sé le primizie della nostra umanità santificata. Commenta dom Guéranger: Le angeliche gerarchie si preparano a ricevere il Capo già promesso, mentre i loro principi sono vigili alle porte, pronti ad aprirle, quando risuonerà il segnale del divino trionfatore. Le sante anime, liberate dal limbo già da quaranta giorni, attendono il felice momento in cui la via del cielo, chiusa per il peccato, si aprirà improvvisamente ed essi potranno percorrerla al seguito del loro Redentore.   Sant’Agostino nei suoi sermoni per l’Ascensione ci esorta a salire con Cristo: Oggi nostro Signore Gesù Cristo è asceso al cielo. Con lui salga pure il nostro cuore. (1) Gli fa eco San Leone Magno, che nel suo sermone proclama: L’Ascensione del Signore è la nostra stessa elevazione, e dove è preceduta la gloria del Capo, ivi è chiamata la speranza del corpo (2). San Gregorio Magno nella sua omelia sui Vangeli ci ammonisce: Dobbiamo con tutto il cuore seguire Gesù là dove sappiamo per fede che è salito con il suo corpo. Fuggiamo i desideri della terra. […] Anche se siete sballottati nel risucchio delle occupazioni, gettate fin da oggi nella patria eterna l’àncora della speranza. (3)   Fratelli dilettissimi, con l’Ascensione il Signore ci lascia una promessa, per bocca degli Angeli: Viri Galilæi, quid admiramini aspicientes in cælum? Hic Jesus, qui assumptus est a vobis in cælum, sic veniet quemadmodum vidistis eum euntem in cælum. Come lo avete visto salire, così tornerà: non più nell’umiltà della carne passibile, ma nella maestà del Giudice che discenderà cum gloria sulle nubi del cielo, per radunare gli eletti e condurli alla visione beatifica.   Noi ci troviamo in una situazione simile a quella delle anime sante del Limbo, liberate da Nostro Signore prima della Resurrezione ma che dovettero attendere la Sua Ascensione per entrare nella Gerusalemme celeste. Anche noi, come loro, sappiamo che Cristo è veramente risorto, e che il Suo ritorno al Padre e l’invio dello Spirito Santo sono la premessa per il trionfo finale. Anche noi viviamo in un mondo di mezzo, pellegrini in terra straniera e nemica, in cammino verso la Patria celeste che ci attende. Anche noi aneliamo di vedere il volto benedetto del Salvatore che ci dice: Intra in gaudium Domini tui (Mt 25, 23). Anche noi sappiamo dalla Sacra Scrittura di trovarci in tempi escatologici: Quando cominceranno ad accadere queste cose, alzatevi e levate il capo, perché la vostra liberazione è vicina (Lc 21, 28).

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Attenzione, però: le parole degli Angeli possono suonare non solo come una consolazione per i giusti, ma anche come un terribile ammonimento per i malvagi: Sic veniet, come Lo avete visto ascendere, così scenderà, a riprendere, in virga ferrea, la Signoria sulla Chiesa oggi occupata da una Gerarchia apostata e ribelle. E sicut in cælo il Capo oggi trionfante nella Sua maestà si riverbera nella gloria dei Santi, così et in terra la Chiesa Militante si prepara, come le vergini prudenti, al ritorno dello Sposo, con l’olio nelle lampade e rivestita la veste nuziale, certa di raggiungere l’Agnello per il banchetto delle nozze.   Mentre celebriamo questo Mistero, chiediamo a Colui che ci ha preceduti nella gloria eterna del Padre di far abitare sin d’ora il nostro cuore in cœlestibus, come implora la Colletta: Concede, quæsumus, omnipotens Deus: ut, qui hodierna die Unigenitum tuum Redemptorem nostrum ad cælos ascendisse credimus; ipsi quoque mente in cælestibus habitemus. Concedi, o Dio onnipotente, te ne preghiamo, che mentre crediamo che il tuo Unigenito, nostro Redentore, è oggi asceso al cielo, possiamo già abitarvi con il pensiero.   Ci aiuti in questo Maria Santissima, Assunta in anima e corpo, Lei che è Janua cæli Paradisi porta.   E così sia.   + Carlo Maria Viganò arcivescovo   Viterbo, 14 maggio MMXXVI In Ascensione Domini   NOTE 1) Sant’Agostino d’Ippona, Sermo 263 de Ascensione Domini (PL 38, 1245): Hodie enim, sicut audistis, fratres, Dominus noster Jesus Christus ascendit in caelum: ascendat cum illo et cor nostrum. 2) San Leone Magno, Sermo 73 de Ascensione Domini (CCSL 138A, 453): Quia igitur Christi ascensio nostra provectio est, et quo præcessit gloria capitis, eo spes vocatur et corporis. 3) San Gregorio Magno, Homiliæ in Evangelia, Liber II, Homilia 29 (PL 76, 1218-1219): Sequamur ergo toto corde Jesum, quo scimus fide ascendisse corpore. Terrena desideria fugiamus […] Etiamsi in fluctibus occupationum circumferimur, jam nunc in patriam spem anchoram figamus.

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Immagine: Benvenuto Tisi detto il Garofalo (1476-1559), Ascensione (1525 circa), Gallerie Nazionali Barberini Corsini, Galleria di Palazzo Barberini, Roma. Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia; immagine tagliata
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«L’Europa è cristianesimo»: il card. Müller afferma che l’Occidente deve tornare alla fede per sconfiggere l’Islam e il globalismo

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Il cardinale Gerhard Müller ha avvertito che l’Occidente è minacciato dalla migrazione islamica e dalle élite globaliste «orwelliane» e non sopravvivrà senza un ritorno al cristianesimo. Lo riporta LifeSite.

 

In un saggio pubblicato da kath.net, il cardinale tedesco ha descritto in dettaglio i problemi politici e religiosi che l’Occidente si trova ad affrontare, rintracciandone le radici filosofiche nell’Illuminismo anticristiano.

 

Egli affermò che il mondo occidentale non può sopravvivere senza la fede cristiana perché «l’Occidente non è altro che la comunità culturale delle tribù e nazioni germaniche e slave, emerse dall’eredità dell’Impero romano d’Occidente e unite nella fede in Cristo, Figlio di Dio e Salvatore universale dell’umanità».

 

«Pertanto, l’Europa è il Cristianesimo nella sua sintesi con la metafisica greca e la volontà romana di ordine secondo il principio di giustizia, ovvero la volontà di dare a ciascuno il suo: suum cuique (ulpiano) o, per dirla in termini teologici, l’inviolabile dignità di ogni essere umano in quanto immagine e somiglianza di Dio».

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«Al di fuori di questa definizione, l’Europa perde la sua anima fondativa e diventa un corpo senza vita che, come un territorio senza proprietario, cade nelle mani del vicino più vicino e più forte», ha sostenuto.

 

Citando il defunto Papa Francesco, Müller ha affermato che «siamo già nel mezzo di una Terza Guerra Mondiale, a pezzi».

 

«Se consideriamo il contesto globale, vediamo guerre civili, il crollo dello stato di diritto in molti Stati, lo stato di sorveglianza orwelliano immaginato da Bruxelles (il Digital Services Act, la cancellazione burocratica delle identità nazionali), la migrazione di milioni di persone che non possono più essere integrate in Europa ma che invece creano società islamiche concorrenti, fame e povertà che colpiscono metà dell’umanità, terrorismo globale perpetrato da bande criminali e stati canaglia insieme alla criminalità organizzata, condizioni politiche instabili nelle democrazie tradizionali che cadono nelle mani delle élite globaliste con il loro progetto di un mondo unico interamente sotto il loro controllo – un mondo nuovo alla Aldous Huxley (1922)».

 

«Rimane in vita solo la presunzione di superiorità occidentale», scrive il cardinale Müller. «Dovremmo forse imporre il nostro secolarismo e materialismo – come ai tempi del colonialismo – come panacea al presunto arretrato Oriente e Sud, con il motto: aiuti allo sviluppo solo a condizione che vengano legalizzati i matrimoni tra persone dello stesso sesso e l’uccisione dei bambini nel grembo materno, l’eutanasia e il suicidio assistito – e tutto questo per ridurre drasticamente la popolazione a causa della protezione del clima e della scarsità di risorse materiali?»

 

Commentando i conflitti globali, Müller ha affermato che molti «vedono solo la lotta superficiale per le risorse e il potere».

 

«Ciò che conta davvero, però, è la lotta per l’anima umana», ha affermato il porporato germanico. «Solo quando riscopriremo nei nostri cuori e nelle nostre coscienze che veniamo tutti da un unico Padre celeste – e che siamo quindi fratelli e sorelle gli uni degli altri – potremo realizzare una convivenza prospera».

 

Ripercorrendo le radici dei problemi politici odierni e della perdita di fede in Dio, Müller ha commentato la filosofia dell’Illuminismo, che promuoveva il relativismo.

 

«Nella visione del mondo del secolarismo post-cristiano in Europa e Nord America, esiste l’utopia di un “umanesimo senza Dio” (Henri de Lubac). Tutte le questioni che le religioni non sono riuscite a risolvere verrebbero ora risolte dalla scienza e dalla tecnologia, nello spirito della ragione e dell’Illuminismo. E così emergerebbe un mondo senza violenza e sofferenza: un paradiso di tolleranza», ha affermato.

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«Le figure chiave dell’Illuminismo consideravano la “religione” – e con questo intendevano ovviamente il cristianesimo – con la sua inequivocabile pretesa di verità, come la fonte del fanatismo e della superstizione», ha continuato Müller. «Nella migliore delle ipotesi, un cristianesimo limitato alla morale e alla cultura, privo di una pretesa dogmatica di verità, poteva resistere alla ragione illuminista e alla scienza moderna».

 

«Questo quadro interpretativo si ritrova ancora oggi nella valutazione del terrorismo da parte dei cosiddetti islamisti. Questa religione deve, attraverso il potere della ragione illuminata, liberarsi dal potenziale di violenza insito nella natura di ogni religione rivelata e nella fede nell’unico Dio della verità. Solo un relativismo coerente riguardo alla questione della verità può domare e tenere sotto controllo la latente propensione alla violenza insita nel monoteismo presente nell’ebraismo, nel cristianesimo e nell’islam».

 

«Il prezzo del relativismo, tuttavia, è molto alto», ha sottolineato monsignor Müller. «Ciò conduce inevitabilmente a una dittatura del pensiero. Se tutti gli esseri umani non fossero più uniti nella ricerca della verità e nell’amore per essa, l’ideologia di una visione totalitaria del mondo e l’ordine sociale del “Nuovo Uomo” dovrebbero prendere il posto lasciato libero dalla coscienza della verità».

 

«Ma come può la ragione finita di Hegel e Marx, mortali – per non parlare dei minori “salvatori del mondo”, dallo gnosticismo al New Age – giungere a verità assolute alle quali costringono i loro simili mortali a sottomettersi attraverso il lavaggio del cervello e la violenza?», si chiede il cardinale Mullero, concludendo che «la mente umana, per sua natura finita, non riuscirà mai a unire verità e libertà senza ricorrere alla violenza».

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Arte

Leone saluta la folla mentre in Piazza San Pietro risuona l’inno omosessualista degli ABBA. E se piace anche a Putin?

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È accaduto un paio di domeniche fa. Papa Leone XIV è entrato in San Pietro, tra ali di folla, con in sottofondo un inno della sottocultura omotransessualista, Dancing Queen del gruppo svedese ABBA.   L’incongrua circostanza è stata notata da più parti.  

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Dancing Queen degli ABBA è ampiamente considerata uno dei più grandi e iconici inni della comunità LGBT a livello mondiale.I motivi del successo nella cultura gay. Nonostante il testo parli semplicemente di una ragazza di 17 anni che si diverte a ballare il sabato sera, il brano ha assunto un profondo significato simbolico per diverse ragioni.   Il termine «Queen» (regina) ha una forte risonanza nella cultura e nel gergo della comunità omosessuale, da cui l’appellativo drag queen. La canzone celebra la gioia pura, la libertà di esprimersi e l’evasione dalla realtà attraverso il ballo, un tema centrale per una comunità omotransessualista storicamente costretta a nascondersi e che ha trovato nelle discoteche e bar gay come spazi sicuri in cui dare sfogo alla propria inclinazione disordinata..     Gli stessi membri degli ABBA hanno sempre accolto con calore e orgoglio questo status. Nel 2002, ad esempio, Anni-Frid Lyngstad (la cantante bionda del gruppo) si è esibita in una memorabile versione del brano insieme alla star svedese della comunità gay Lars-Åke Wilhelmsson (noto come Babsan) durante il Gay Pride di Stoccolma.   Gli ABBA sono considerati una delle più grandi icone della cultura gay globale e un punto di riferimento indiscusso per la comunità LGBT. Come avviene per Mina, Madonna, ed altre figure della cultura popolare, il loro status di icona gay non è legato a un coming out dei membri del gruppo, ma all’adozione spontanea e viscerale della loro musica e della loro estetica da parte del mondo queer fin dagli anni Settanta.   Lo stile visivo degli ABBA, fatto di costumi stravaganti, glitter e melodie pop orchestrali, si sposa perfettamente con l’estetica «camp» e pop amata dal mondo omotransessualista. I loro costumi iconici fatti di tutine in spandex, stivali con le zeppe, glitter, paillettes e mantelli riflettevano perfettamente il gusto teatrale ed esagerato tipico della cultura delle drag queen e delle storiche serate delle discoteche gay.   Tracce come Gimme! Gimme! Gimme! o Voulez-Vous sono diventate colonne sonore fisse dei locali gay, celebrando il desiderio, la libertà sessuale e l’evasione senza barriere. L’osessione tutta gay per gli ABBA è ben rappresentata in una scena del film australiano Priscilla la regina del deserto (1994), interpretato da tre celeberrimi attori degli antipodi – Terence Stamp, Hugo Weaving, Guy Pearce – nel ruolo di tre omosessuali travestiti a zonzo per l’outback australiano. In una scena, uno di tre racconta di aver raccolto un pezzo delle feci della cantante degli ABBA nel bagno di una sala concerti, e di averlo conservato in una boccetta che tiene a ‘mo di talismano.  

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Non è chiaro chi è a capo della playlist vaticana, e quindi non è possibile sapere se si tratta di un atto di volgarità (ma perché mai la Chiesa, con il suo patrimonio musicale millenario e sublime, deve appoggiarsi sulla musica rock pure passata?), un atto di ingenuità («mettiamo questa, mi piace»), o un atto di sabotaggio e rivendicazione degli omosessuali infiltrati in grande copia in Vaticano.   Considerando le nomine recenti, col cardinale Fernandez, quello delle benedizioni omo della Fiducia Supplicans, che spadroneggia minacciando di scomunica i tradizionisti, diciamo che l’ultima ipotesi farebbe propendere proprio per un aumento di potere dentro le mura leonine di un Opus Gay con tutti i suoi vizi e vezzi.   Va detto che è stato teorizzato controintuitivamente un legame tra gli ABBA e il presidente russo Vladimir Putin. il quale nutrirebbe una grande passione personale di Putin per la musica della band svedese, unita a un celebre e bizzarro fatto di cronaca emerso nel 2009. Secondo quanto riportato, il 22 gennaio 2009 il Cremlino ingaggiò in segreto i Björn Again, una delle più famose tribute band ufficiali degli ABBA, per un concerto privato.   La band sarebbe stata pagata circa 20.000 sterline e portata in una località isolata sul lago Valdai (circa 300 km a nord di Mosca), circondata da imponenti misure di sicurezza e cecchini. Gli spettatori erano in tutto appena otto persone Secondo il fondatore della band Rod Stephen, Putin si scatenò ballando, applaudendo e gridando «Bravo!» sulle note di hit come Mamma Mia, Super Trouper e (eccoci qua) Dancing Queen.   Il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, smentì ufficialmente la presenza del Presidente all’evento per proteggere la sua immagine pubblica di leader «duro», pur ammettendo che a Putin piacesse la musica degli ABBA. Il cortocircuito nella mente omosessuale, che feticizza gli ABBA e demonizza Putin nemico dell’omotransessualismo organizzato, è inevitabile.   Va ricordato inoltre che un altro pezzo chiaramente legato all’omosessualismo, YMCA dei Village People, è divenuto l’irresistibile colonna sonora della campagna elettorale di Donald Trump 2024, con il candidato presidente ad inventarsi anche un’iconico balletto sulle note della canzone.   Secondo alcuni osservatori, i Village People (i quali sembrano aver abbracciato il nuovo successo politico della canzone) rappresenterebbero i gay in una maniera psicologicamente profonda: i personaggi che portano sul palco – i poliziotto, l’indiano, il marinaio – rappresentano archetipi di figure maschie e paterne che, secondo la teoria riparativa, mancano nella psiche dell’omosessuale, il quale ne rimane angosciosamente attratto e scegli di rapportarvisi attraverso la famelica sessualità sodomitica.  

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