Connettiti con Renovato 21

Economia

Il Grande Reset parte IV: «Capitalismo degli stakeholder» contro «Neoliberismo»

Pubblicato

il

 

 

 

 

Qualsiasi discussione sul «capitalismo degli stakeholder”» deve iniziare rilevando un paradosso: come il «neoliberismo», la sua nemesi, il «capitalismo degli stakeholder» [il capitalismo degli «investitori», ndr]  non esiste in quanto tale.

 

Non esiste un sistema economico come il «capitalismo degli stakeholder», così come non esiste un sistema economico come il “neoliberismo”. I due gemelli antipatici sono fantasmi immaginari messi per sempre l’uno contro l’altro in una lotta apparentemente infinita e frenetica.

 

Gli stakeholder sono «clienti, fornitori, dipendenti e comunità locali» oltre agli azionisti

Invece del capitalismo degli stakeholder e del neoliberismo, ci sono autori che scrivono di capitalismo degli stakeholder e neoliberismo e aziende che più o meno sottoscrivono l’opinione che le aziende hanno obblighi nei confronti degli stakeholder oltre che degli azionisti. Ma se Klaus Schwab e il World Economic Forum (WEF)si faranno  strada, ci saranno governi che inducono, con regolamenti e la minaccia di una tassazione onerosa, le aziende a sottoscrivere la ridistribuzione delle parti interessate.

 

Gli stakeholder sono «clienti, fornitori, dipendenti e comunità locali» (1) oltre agli azionisti. Ma per Klaus Schwab e il WEF, la struttura del capitalismo degli stakeholder deve essere globalizzata.

 

Uno stakeholder è chiunque o qualsiasi gruppo che possa trarre vantaggio o perdere da qualsiasi comportamento aziendale

Uno stakeholder è chiunque o qualsiasi gruppo che possa trarre vantaggio o perdere da qualsiasi comportamento aziendale, a parte i concorrenti, possiamo presumere.

 

Poiché il pretesto principale per il Great Reset è il cambiamento climatico globale, chiunque nel mondo può essere considerato uno stakeholder nella governance aziendale di qualsiasi grande azienda. E le partnership federali con le società che non «servono» i loro stakeholder, come il progetto Keystone Pipeline, per esempio, devono essere abbandonate. Anche l’«equità» razziale, la promozione delle agende transgender e altre politiche e politiche sull’identità simili, saranno iniettate negli schemi di condivisione aziendale.

 

Semmai, il capitalismo degli stakeholder rappresenta un verme consumante destinato a scavare e svuotare le società dall’interno, nella misura in cui l’ideologia e la pratica trovano ospiti negli organi aziendali. Rappresenta un mezzo socialista di liquidazione della ricchezza dall’interno delle stesse organizzazioni capitaliste, utilizzando un numero qualsiasi di criteri per la ridistribuzione dei benefici e delle «esternalità».

Poiché il pretesto principale per il Great Reset è il cambiamento climatico globale, chiunque nel mondo può essere considerato uno stakeholder nella governance aziendale di qualsiasi grande azienda

 

Ma non credetemi sulla parola. Prendiamo il taleDavid Campbell, un socialista britannico (sebbene non marxista) e autore di The Failure of Marxism (1996). Dopo aver dichiarato che il marxismo aveva fallito, Campbell iniziò a sostenere il capitalismo delle parti interessate come mezzo per gli stessi fini. La sua discussione con il marxista ortodosso britannico Paddy Ireland rappresenta un battibecco interno sui mezzi migliori per raggiungere il socialismo, fornendo allo stesso tempo uno specchio nelle menti dei socialisti determinati a provare altre virate, presumibilmente non violente. (2)

 

Campbell ha criticato Irland per il suo rifiuto del capitalismo degli stakeholder. Irland ha ritenuto – a torto, ha affermato Campbell – che il capitalismo degli stakeholder è in definitiva impossibile.

 

Niente può interferire, per molto tempo, con l’inesorabile domanda di profitto del mercato. Le forze di mercato travolgeranno inevitabilmente qualsiasi considerazione etica come gli interessi delle parti interessate.

Anche l’«equità» razziale, la promozione delle agende transgender e altre politiche e politiche sull’identità simili, saranno iniettate negli schemi di condivisione aziendale

 

Il marxismo di Ireland più radicale lasciò Campbell sconcertato. Ireland non si rendeva conto che il suo determinismo di mercato era esattamente ciò che i difensori del «neoliberismo» affermavano come l’inevitabile e unico mezzo sicuro per la distribuzione del benessere sociale?

 

«Il marxismo – ha giustamente osservato Campbell – può essere identificato con la derisione della “riforma sociale” in quanto non rappresenta, o addirittura ostacola, “la rivoluzione”».

 

Come tanti marxisti antireformisti, Ireland  non ha riconosciuto che «le riforme sociali che ha deriso sono la rivoluzione». (3)

«Il marxismo – ha giustamente osservato Campbell – può essere identificato con la derisione della “riforma sociale” in quanto non rappresenta, o addirittura ostacola, “la rivoluzione”»

 

Il  socialismo non è altro che un movimento per cui «la presunta necessità naturale rappresentata da imperativi» economici «è sostituita da decisioni politiche consapevoli sull’allocazione delle risorse» (corsivo mio). (4)

 

Questo socialismo politico, in contrasto con gli epigoni ortodossi di Marx, è ciò che Marx intendeva veramente per socialismo, suggerisce Campbell. Il capitalismo degli stakeholder è proprio questo: socialismo.

 

Ireland e Campbell hanno convenuto che l’idea stessa di capitalismo degli stakeholder derivava dal fatto che le società fossero diventate relativamente autonome dai loro azionisti.

Questo socialismo politico, in contrasto con gli epigoni ortodossi di Marx, è ciò che Marx intendeva veramente per socialismo. Il capitalismo degli stakeholder è proprio questo: socialismo.

 

L’idea di indipendenza manageriale e quindi di autonomia aziendale o aziendale è stata trattata per la prima volta da Adolf A. Berle e Gardiner C.Means in The Modern Corporation and Private Property (1932) e successivamente in The Managerial Revolution di James Burnham.(1962).

 

In Corporate «Governance, Stakeholding, and the Company: Towards a Less Degenerate Capitalism?», Ireland scrive di questa presunta autonomia: «L’idea della società di partecipazione è radicata nell’autonomia della “società” dai suoi azionisti; la sua affermazione è che questa autonomia… può essere sfruttata per garantire che le società non operino esclusivamente tenendo a mente gli interessi dei loro azionisti». (5)

 

Questa apparente autonomia della società, sostiene Ireland, non è avvenuta con l’incorporazione o con modifiche legali alla struttura della società, ma con la crescita del capitalismo industriale su larga scala. La crescita del numero di azioni e con essa l’avvento del mercato azionario hanno reso possibile la pronta vendibilità del titolo. Le azioni sono diventate «capitale monetario», titoli facilmente scambiabili con una percentuale del profitto e non rivendicazioni sui beni della società. È a questo punto che le azioni hanno acquisito un’apparente autonomia dalla società e la società dai suoi azionisti.

Le azioni sono diventate «capitale monetario», titoli facilmente scambiabili con una percentuale del profitto e non rivendicazioni sui beni della società. È a questo punto che le azioni hanno acquisito un’apparente autonomia dalla società e la società dai suoi azionisti

 

«Inoltre, con l’emergere di questo mercato, le azioni hanno sviluppato un proprio valore autonomo del tutto indipendente e spesso diverso dal valore degli asset dell’azienda. Emergendo come quello che Marx chiamava capitale fittizio, furono ridefiniti nel diritto come una forma autonoma di proprietà indipendente dai beni della società. Non erano più concettualizzati come interessi equi nella proprietà dell’azienda ma come diritti di profitto con un valore proprio, diritti che potevano essere liberamente e facilmente acquistati e venduti sul mercato…»

 

«Dopo aver ottenuto la loro indipendenza dal patrimonio delle società, le azioni sono emerse come oggetti legali a pieno titolo, apparentemente raddoppiando il capitale delle società per azioni. Le attività erano ora di proprietà della società e della sola società, tramite una società o, nel caso di società non costituite in società, tramite fiduciari. Il capitale sociale immateriale della società, invece, era diventato di proprietà esclusiva dell’azionista. Adesso erano due forme di proprietà completamente separate. Inoltre, con la costituzione legale della quota come forma di proprietà del tutto autonoma, l’esternalizzazione dell’azionista dalla società era stata completata in un modo prima non possibile». (6)

 

Pertanto, secondo Ireland, è emersa una differenza di interessi tra i detentori del capitale industriale e quelli del capitale monetario, o tra la società e l’azionista.

È emersa una differenza di interessi tra i detentori del capitale industriale e quelli del capitale monetario, o tra la società e l’azionista

 

Tuttavia, sostiene Ireland, l’autonomia della società è limitata dalla necessità che il capitale industriale produca profitto. Il valore delle azioni è determinato in ultima analisi dalla redditività delle attività della società in uso.

 

«L’azienda è e sarà sempre la personificazione del capitale industriale e, come tale, soggetta agli imperativi della redditività e dell’accumulazione. Questi non sono imposti dall’esterno a un’entità altrimenti neutra e senza direzione, ma sono, piuttosto, intrinseci ad essa, che si trovano al centro della sua esistenza».

 

«Questa necessità – sostiene Paddy –definisce i limiti del capitalismo degli stakeholder e la sua incapacità di sostenersi».

 

«La natura dell’azienda è tale, quindi, da suggerire che [ci] sono limiti stretti alla misura in cui la sua autonomia dagli azionisti può essere sfruttata a vantaggio dei lavoratori»

«La natura dell’azienda è tale, quindi, da suggerire che [ci] sono limiti stretti alla misura in cui la sua autonomia dagli azionisti può essere sfruttata a vantaggio dei lavoratori». (7)

 

Ecco un punto su cui il «neoliberista» Milton Friedman e il marxista Paddy Ireland avrebbero concordato, nonostante l’insistenza dell’Irlanda sul fatto che la causa sia l’estrazione del «plusvalore» nel punto di produzione. E questo accordo tra Friedman e Ireland è esattamente il motivo per cui Campbell ha respinto l’argomento di Ireland. Un tale determinismo di mercato è necessario solo sotto il capitalismo, ha affermato Campbell.

 

Le previsioni su come le aziende si comporteranno nel contesto dei mercati sono valide solo nelle attuali condizioni di mercato.

 

Cambiare le regole aziendali in modo tale che la redditività sia in pericolo, anche se, o anche soprattutto, dall’interno verso l’esterno, è la definizione stessa di socialismo

Cambiare le regole aziendali in modo tale che la redditività sia in pericolo, anche se, o anche soprattutto, dall’interno verso l’esterno, è la definizione stessa di socialismo.

 

Cambiare il modo in cui le aziende si comportano nella direzione del capitalismo degli stakeholder è rivoluzionario in sé.

 

Nonostante questa insormontabile impasse «neoliberista»/marxista, la nozione di capitalismo degli stakeholder ha almeno cinquant’anni. I dibattiti sull’efficacia del capitalismo degli stakeholder risalgono agli anni ’80. Erano eccitati dal rifiuto di Friedman della «corporazione piena di sentimento», che raggiunse il suo apice con «The Social Significance of the Modern Corporation» di Carl Kaysen nel 1957.

 

Cambiare il modo in cui le aziende si comportano nella direzione del capitalismo degli stakeholder è rivoluzionario in sé.

Kaysen considerava la società come un’istituzione sociale che deve soppesare la redditività contro un ampio e crescente serie di responsabilità sociali: «non c’è nessuna dimostrazione di avidità o avidità; non c’è alcun tentativo di spingere sui lavoratori o sulla comunità gran parte dei costi sociali dell’impresa. La società moderna è una società piena di sentimento». (8)  Così, in Kaysen, vediamo accenni alla nozione successiva di capitalismo degli stakeholder.

 

Probabilmente, il capitalismo degli stakeholder può essere ricondotto, sebbene non in una linea di successione ininterrotta, all’«idealismo commerciale» (9)  della fine del XIX e dell’inizio del XX secolo, quando Edward Bellamy e King Camp Gillette, tra gli altri, immaginavano le utopie socialiste aziendali attraverso la costituzione legale in aziende. (10)

 

Per tali socialisti aziendali, il mezzo principale per stabilire il socialismo era attraverso la continua costituzione in azienda di tutti i fattori di produzione. Con la costituzione in azienda, si sarebbero verificate una serie di fusioni e acquisizioni fino a quando non fosse stata completata la formazione di un unico monopolio globale, in cui tutto il «popolo» aveva quote uguali.

 

Un monopolio mondiale così singolare diventerebbe socialista sulla base dell’equa distribuzione delle quote tra la popolazione

Nel suo World Corporation,Gillette ha dichiarato che «la mente allenata degli affari e della finanza non vede alcun luogo di arresto per l’assorbimento e la crescita aziendale, tranne l’assorbimento finale di tutte le risorse materiali del mondo in un corpo aziendale, sotto il controllo diretto di una mente aziendale». (11)

 

Un monopolio mondiale così singolare diventerebbe socialista sulla base dell’equa distribuzione delle quote tra la popolazione. Il capitalismo degli stakeholder non è all’altezza di questa equa distribuzione delle azioni, ma la aggira distribuendo valore sulla base della pressione sociale e politica.

 

È interessante notare che Campbell conclude la sua argomentazione, in modo piuttosto non dogmatico, affermando in modo inequivocabile che se Friedman aveva ragione e «se questi confronti [tra azionista e capitalismo degli stakeholder] tendono a mostrare che la massimizzazione esclusiva del valore per gli azionisti è il modo ottimale per massimizzare il benessere», allora «si dovrebbe rinunciare a essere socialisti». (12)

 

Se, dopo tutto, la massimizzazione del benessere umano è davvero l’obiettivo, e il «capitalismo degli azionisti» (o «neoliberismo») si rivela il modo migliore per raggiungerlo, allora il socialismo stesso, compreso il capitalismo degli stakeholder, deve necessariamente essere abbandonato

Se, dopo tutto, la massimizzazione del benessere umano è davvero l’obiettivo, e il «capitalismo degli azionisti» (o «neoliberismo») si rivela il modo migliore per raggiungerlo, allora il socialismo stesso, compreso il capitalismo degli stakeholder, deve necessariamente essere abbandonato.

 

 

Michael Rectenwald

 

 

 

NOTE

1) Neil Kokemuller, «Does a Corporation Have Other Stakeholder Other than its Shareholders?», Chron.com, 26 ottobre 2016.

2) David Campbell, «Towards a Less Irrelevant Socialism: Stakeholding as a ‘Reform’ of the Capitalist Economy»,  Journal of Law and Society  24, no. 1 (1997): p. 65-84.

3.) David Campbell, «Towards a Less Irrelevant Socialism», p.75 e 76, enfasi nell’originale.

4) David Campbell, «Towards a Less Irrelevant Socialism», p.76.

5) Paddy Ireland, «Corporate Governance, Stakeholding, and the Company: Towards a Less Degenerate Capitalism?»,  Journal of Law and Society  23, n. 3 (settembre 1996): p. 287–320, esp. 288.

6) Paddy Ireland, «Corporate Governance, Stakeholding, p.303.

7) Paddy Ireland, «Corporate Governance, Stakeholding, p. 304 (entrambe le virgolette).

8) Carl Kaysen, «The Social Significance of the Modern Corporation», in «Papers and Proceedings of the Sixty-Eighth Annual Meeting of the American Economic Association», ed. James Washington Bell e Gertrude Tait, numero speciale,  American Economic Review  47, n. 2 (maggio 1957): 311-19, 314.

9) Gib Prettyman, «Advertising, Utopia, and Commercial Idealism: The Case of King Gillette»,  Prospects  24 (gennaio 1999): p. 231–48.

10) Gib Prettyman, «Gilded Age Utopias of Incorporation»,  Utopian Studies  12, no. 1 (2001): 19–40; Michael Rectenwald, «Libertarianism (s) versus Postmodernism and ‘Social Justice’ Ideology»,  Quarterly Journal of Austrian Economics  22, no. 2 (2019): p. 122–38.

11) King Camp Gillette, World Corporation (Boston: New England News, 1910), p. 4.

12) David Campbell, «Towards a Less Irrelevant Socialism, p. 81.

 

 

 

Articolo apparso su Mises Institute, tradotto e pubblicato su gentile concessione del professor Rectenwald.

 

 

Altri articoli della serie

 

Cos’è il Grande Reset? Parte I: aspettative ridotte e bio-tecnofeudalesimo

Il Grande Reset, parte II: il socialismo delle multinazionali

Il Grande Reset Parte III: Capitalismo con caratteristiche cinesi

Continua a leggere

Economia

Cosa c’è dietro al Trattato del Quirinale?

Pubblicato

il

Da

 

 

Facciamola breve: il Trattato del Quirinale, la poco spiegabile creazione di un direttorato franco-italiano per l’Europa, ci tenevano a non farvelo vedere.

 

Con la nobile eccezzione de La Verità, nelle settimane precedenti nessun giornale ve ne ha parlato. Hanno preferito farlo solo a fatto compiuto – anzi, usiamo l’espressione napoleonica, fait accompli.

 

Il Trattato non è passato per il Parlamento. Punto. A questo punto potremmo anche chiudere l’articolo, il lettore magari ha già capito molto. Ma vale la pena di fare un paio di rilievi che nessuno, in questa ennesima rapina francese nei confronti dell’Italia sottomessa, pare aver voglia di fare.

 

Vale la pena di fare un paio di rilievi che nessuno, in questa ennesima rapina francese nei confronti dell’Italia sottomessa, pare aver voglia di fare

Non solo è stata versata una lacrima d’inchiostro per raccontare come stesse avvenendo la firma epocale tra le due «potenze» latine – alcune storie che paiono aleggiare attorno a questo storico Trattato non sono neanche ora chiare. Anzi, non è chiaro nulla: l’unica cosa limpida è la presenza, da Gentiloni in giù, di sciami di papaveri piddini muniti di Légion d’Honneur. Non sono pochi, i politici nostrani finiti in qualche modo fra le braccia dei francesi.

 

Ricordate Letta depresso quando, con un colpo di palazzo non ancora spiegato, Renzi gli soffiò il posto di primo ministro. Se lo accollarono i francesi, gli diedero un ruolo prestigioso all’Institut d’Etudes politiques de Paris, lui si riebbe, lo fotografarono che faceva balletti coreografati, è tornato in patria magrissimo e intriso di idealismo zelotesco (transessuali, ius soli, etc.).

 

Poi vi è il caso di Sandro Gozi, sottosegretario agli Affari Europei nel governo Renzi e Gentiloni, poi consulente agli Affari Europei ma nel governo francese (!), infine eurodeputato eletto in una lista sostenuta da Macron. La Meloni arrivò a parlare di tradimento e di revoca di cittadinanza. Il problema è però più vasto di così.

 

Ricordiamo bene il Trattato di Caen, anche quello non esattamente trasparentissimo, con il quale il governo Gentiloni sembrava cedere acque territoriali italiane alla Francia. Ricordiamo anche la missione italiana in Mali, un pantano tutto francese, sul quale – pure lì – c’è una bella spirale del silenzio.

 

È tutto opaco, criptato, poco leggibile. È come se tutti, dai giornalisti ai politici di opposizione, non avessero la forza – o la voglia – di unire i puntini. Che sono tanti e belli evidenti

È tutto opaco, criptato, poco leggibile. È come se tutti, dai giornalisti ai politici di opposizione, non avessero la forza – o la voglia – di unire i puntini. Che sono tanti e belli evidenti.

 

Il balletto a cui stiamo assistendo in questo momento è senza precedenti. Tutto si muove, nella finanza e nell’industria, in chiave di questo momento francese. Un mega-fondo americano, dove lavora l’ex numero 1 della CIA generale David H. Petraeus, vuole rilevare tutta TIM, mettendo fuori gioco per sempre i francesi presenti in CDA, cioè Bolloré.

 

La cosa potrebbe far parte di una manovra più grande: Bolloré è il primo sostenitore del candidato presidenziale, non si sa ancora quanto serio o quanto pagliaccio, della destra-destra più a destra della Le Pen, Eric Zemmour (che in un’intervista ha inneggiato ad una nuova conquista francese del Nord Italia), di cui il network di Bolloré Cnews non fa che parlare tutto il giorno. Al contempo, Vivendi-Bolloré, che ha litigato con la famiglia di Berlusconi in Mediaset – è socio anche lì – ora pare andare d”accordissimo con Silvio.

 

E poi ancora: ci sono pezzi di Fimeccanica-Leonardo che vanno ai francesi, in modo apparentemente indolore per gli italiani. Ballano lo storico produttore di cannoni Oto Melara e il produttore di siluri Wass. Qualcuno parla di una complicata partita di equilibri per il nuovo caccia europeo.

 

C’è la questione, quella sì in teoria ancora dolorosa, dell’acquisto da parte di Fincantieri dei Chantiers de l’Atlantique per fare sommergibili; l’affare è sfumato catastroficamente (per gli italiani) anni fa, con lo Stato francese a mettersi di mezzo. La consulenza era dei Rothschild, gli antichi datori di lavoro del presidente Macron. Advisor dei Rothschild, fedelissimi del giovane presidente con moglie anziana, sono in circolazione anche in queste ore.

 

Tutto è piuttosto insensato, ma non gliene frega niente a nessuno. Il COPASIR, l’organo di controllo parlamentare sull’operato dei servizi segreti italiani – cioè il massimo ente di Intelligence della Nazione, è stato sentito a posteriori. Fait accompli.

 

Ricordiamo che la Francia secondo il Trattato invierà un suo ministro ogni tre mesi ad assistere ad un nostro Consiglio dei Ministri. L’Italia, specularmente, manderà un ministro nostrano al tavolo del Premier francese. Con la differenza, immensa, che a fare le cose in Francia, Repubblica Presidenziale, non è il premier ma il Presidente

L’Eliseo ad una certa si era pure incazzato con quei pochissimi giornali (La Verità, pochissimi altri) che avevano osato pubblicare qualche indiscrezione e magari pure qualche domanda sul Trattato nelle settimane precedenti. Niente, ci hanno tenuto a rassicurarci: faremo come con Stellantis… Cioè, l’inghiottimento francese definitivo di FIAT da parte dei francesi. Ci prendono in giro? Non lo sappiamo: guardiamo Macron, sua moglie, il bodyguard, e non sappiamo se intorno ci siano persone con senso dell’umorismo.

 

Ma tutto questo, perché?

 

L’idea, sussurrata a denti stretti, è che si imporrebbe così una nuova centralità latina in Europa. La Germania, il vero nucleo di potere europeo, dovrebbe quindi essere messa fuori gioco: il Trattato del Quirinale sostituisce il Trattato dell’Eliseo, il patto tra Berlino e Parigi che ha dominato l’Europa sino ad oggi. (Fateci caso: anche lì, la stipula avviene nel palazzo presidenziale della parte più debole).

 

Perché fare fuori la Germania? Perché, uno pensa, forse il nuovo cancelliere, Olaf Scholz detto Scholzomat, non ha il peso politico e geopolitico della Merkel, o forse non ha – ancora – i fili giusti, i contatti, la fiducia di qualcuno, forse, ma ammettiamo di non sapere chi possa essere.

 

I sudditi del Dragone sono in solluchero: ora che sparisce l’Angelona, a comandare in Europa sarà, per tramite del Trattato del Quirinale, il prestigioso Mario ex BCE, il quale magari poi al Quirinale ci trasloca proprio.

 

Ma sarà proprio così?

 

Non dimentichiamo cosa significa per noi la Francia: il Paese che ha messo in crisi totale i nostri interessi in Libia, con effetto non secondario di far invadere le nostre coste di immigrati che nei prossimi anni andranno a creare in Italia no-go zones identiche alle banlieues francesi

Ricordiamo che la Francia secondo il Trattato invierà un suo ministro ogni tre mesi ad assistere ad un nostro Consiglio dei Ministri. L’Italia, specularmente, manderà un ministro nostrano al tavolo del Premier francese. Con la differenza, immensa, che a fare le cose in Francia, Repubblica Presidenziale, non è il premier ma il Presidente. Un’altra presa per il culo? Il parait. Sembra.

 

Non dimentichiamo cosa significa per noi la Francia: il Paese che ha messo in crisi totale i nostri interessi in Libia, con effetto non secondario di far invadere le nostre coste di immigrati che nei prossimi anni andranno a creare in Italia no-go zones identiche alle banlieues francesi. Sono quegli stessi francesi i cui poliziotti, ogni tanto, sconfinano in Italia – inaudito e un po’ grave, molto eloquente in fatto di rispetto – per riportare nel nostro territorio africani che non vogliono o per fare irruzioni vere e proprie su suolo italiano.

 

Cosa vi aspettavate? Simmetria e rispetto da parte di un Paese che è potenza nucleare?

 

Di fare affari con qualcuno che ha una parola dispregiativa per voi – Rital – mentre noi per i francesi non ne abbiamo? («Mangiarane» non è un peggiorativo serio)

 

Pensavate di essere riamati da coloro che, secondo una diffusa battuta europea, sono «italiani di cattivo umore»?

 

Quindi, cosa ha spinto Macron e Draghi l’uno nelle braccia dell’altro? Qual è il motore di questo storico, opacissimo Trattato?

Ma quindi, cosa ha spinto Macron e Draghi l’uno nelle braccia dell’altro? Qual è il motore di questo storico, opacissimo Trattato?

 

Non sappiamo. Guardiamo la foto della sera dell’elezione di Macron all’Eliseo, davanti alla piramide del Louvre, le braccia alzate come a produrre un grande compasso. La squadra ora si allarga a tanti elementi italiani.

 

Cosa c’è dietro al Trattato del Quirinale?

 

Mah. Boh. Je ne sais pas.

 

 

 

Continua a leggere

Civiltà

Giorgetti parla di Blackout

Pubblicato

il

Da

 

 

Il ministro dello Sviluppo Economico Giancarlo Giorgetti ha apertamente parlato di possibili interruzioni della corrente elettrica nei prossimi tempi.

 

«Anche nei prossimi giorni lo sforzo che dobbiamo fare è come cercare di sterilizzare nel modo più equo possibile questo tipo di impatto sulle nostre famiglie, al netto dellʼesigenza che a livello europeo si definisca un piano per evitare cose anche peggiori, e cioè la possibilità di andare in black-out, cosa in questo momento non da escludere rispetto allʼattuale assetto dellʼapprovvigionamento energetico».

 

Il ministro lo ha dichiarato nel corso dell’assemblea di Confartigianato, dove ha parlato apertamente «dei settori che scompariranno letteralmente dal dato economico, altri che ne beneficeranno». Si tratta della vera «transizione» a cui andiamo incontro, ossia l’olocausto di attività economiche (soprattutto quelle piccole e medie) entrato nella fase di soluzione finale grazie alla pandemia.

 

«La possibilità di andare in black-out… cosa in questo momento non da escludere rispetto allʼattuale assetto dellʼapprovvigionamento energetico»

Tuttavia vogliamo concentrarci sulla notizia: anche noi abbiamo finalmente l’establishment che parla improvvisamente di possibile sospensione dell’elettricità nel Paese.

 

Il black-out diventa quindi una possibilità concreta anche per l’Italia.

 

Come sa il lettore di Renovatio 21, non si tratta di una prospettiva nuova in questo autunno 2021. Si tratta, invece, di un pattern transnazionale, globale.

 

A inizio stagione ha cominciato a girare in Germania (per poi divenire virale in tutta europa)uno spot realizzato dalla Bundesamt für Bevölkerungsschutz und Katastrophenhilfe (BBK – l’ufficio federale della protezione civile e dell’assistenza in caso di catastrofi, una sorta di Protezione Civile tedesca) che preparava i cittadini alla possibilità di un inverno senza riscaldamento.

Come sa il lettore di Renovatio 21, non si tratta di una prospettiva nuova in questo autunno 2021. Si tratta, invece, di un pattern transnazionale, globale

 

 

A metà ottobre il ministero della Difesa dell’Austria – Paese che ci ha anticipato nel nuovo lockdown  draconiano – ha lanciato la campagna di affissioni in tutta l’Austria («Blackout – Cosa fare quando tutto è a posto?»), dove si iniziava a parlare di interruzioni di corrente su larga scala.

 

Anche in Romania da giorni si respira l’aria di blackout.

 

Il canale TV nazionale Antena 3, un canale di notizie 24 ore che trasmette anche nella vicina Serbia, ha mandato in onda programmi con grafiche che guidavano lo spettatore nel fare scorte (batterie, radio, candele, acqua, cibo in scatoletta) in vista di «pană de curent de o săptămână în Europa»: un «blackout di una settimana in Europa».

 

 

La Cina sta già da mesi sperimentando blackout che stanno mettendo in dubbio la tenuta economica e produttiva del colosso asiatico. L’amministrazione del Partito Comunista Cinese sta già trasmettendo comunicazioni di tenore emergenziale per i cittadini, invitandoli per esempio a fare scorte per l’inverno.

 

Due parole anche sull’autorevole fonte dell’allarme.

 

Com’è possibile che i politici non abbiano vergogna di ammettere che potrebbe mancare nelle abitazioni e negli spazi lavorativi dei contribuenti l’elemento essenziale dello sviluppo economico, del progresso, della Civiltà moderna?

L’onorevole Giancarlo Giorgetti è da sempre percepito come l’uomo dell’establishment dentro alla Lega. È cugino del banchiere e grand commis di Stato Massimo Ponzellini , a sua volta figlio d’arte (il padre era membro del consiglio della Banca d’Italia e abbiente sostenitore della nascita dell’editore bolognese Il Mulino) e allievo di Romano Prodi, con cui fonda la società Nomisma e con il quale lavora all’IRI dal 1983 al 1990. Ponzellini è stato presidente della grande società di appalti Impregilo nonché, nel 2009, della Banca Popolare di Milano.

 

Nell’estate 2018, durante il governo gialloverde del Conte 1, i giornali parlarono di uno scontro tra Giorgetti e il collega deputato leghista Claudio Borghi, da sempre su posizioni anti-euro assai contrarie allo status quo.  Il tema era quello dei cosiddetti minibot.

 

«C’è ancora chi crede a Borghi? Ma vi sembrano verosimili i minibot? Se si potessero fare, li farebbero tutti» virgolettò Repubblica. Giorgetti e Borghi smentirono screzi, si disse che i giornalisti non avevano capito il tono.

 

Come riportato da Renovatio 21, ad inizio autunno alcuni analisti si sono spinti a dire che con Draghi al colle la manovra potrebbe essere quella di portare Giorgetti al ruolo di primo ministro.

 

Com’è possibile che abbiano il pudore di lasciarlo accadere nel momento in cui ci parlano di «transizione energetica»?

«I veleni verso il ministro dello Sviluppo economico sono molto diffusi: “Vuole mandare Draghi al Quirinale per diventare premier”, dice un deputato» scrisse La Stampa lo scorso 30 settembre.

 

Più che dei veleni nel Palazzo, l’onesto cittadino vorrebbe sapere della corrente elettrica a casa sua. Com’è possibile che i politici non abbiano vergogna di ammettere che potrebbe mancare nelle abitazioni e negli spazi lavorativi dei contribuenti l’elemento essenziale dello sviluppo economico, del progresso, della Civiltà moderna?

 

Com’è possibile che abbiano il pudore di lasciarlo accadere nel momento in cui ci parlano di «transizione energetica»?

 

A quale altra rinuncia ci stanno preparando?

A quale altra rinuncia ci stanno preparando?

 

Dopo il lockdown, il blackout: il processo verso l’azzeramento di ogni attività umana sembra inarrestabile. Niente lavoro, niente consumi, fors’anche niente sostentamento biologico.

 

La Civiltà pare essere impegnata in una regressione verso la barbarie, o ancora meglio, in una corsa verso l’entropia, verso la morte termica.

 

Questo, il nostro lettore lo sa, altro non è se non il copione della Necrocultura: annientare l’essere umano e le sue attività, la sua prosperità, la sua vita.

 

 

Continua a leggere

Economia

La moneta digitale cinese «cancerogena per l’occidente»

Pubblicato

il

Da

 

L’investitore texano Kyle Bass è noto per il suo approccio assai critico della Repubblica Popolare Cinese e della sua strategia di dominazione economica e non.

 

La testata anticinese Epoch Times lo ha lungamente intervistato sullo stato attuale della situazione tra Pechino e Washington.

 

In particolare, il Bass si è soffermato sulle ambizioni da parte del Partito Comunista Cinese di lanciare una valuta digitale di Stato.

 

«Credo che l’adozione della loro valuta digitale della Banca Centrale sia cancerogena per l’Occidente»

«Credo che l’adozione della loro valuta digitale della Banca Centrale sia cancerogena per l’Occidente» ha detto Bass. «È l’adozione dell’accumulo tecnologico cinese. Ha una mente propria».

 

Torna nelle parole di Bass, l’immane infrastruttura si sorveglianza implementata in questi anni dai cinesi.

 

«Il loro progetto sui dati umani è interfacciato con il lancio della CBDC [la moneta elettronica cinese, ndr] e saranno in grado di corrompere  individui al di fuori della competenza dei regolatori bancari o della supervisione normativa sovrana. E quindi sarà un “mondo nuovo” per un Partito Comunista Cinese che è noto per corrompere, rubare, costringere, a fare tutto ciò che fanno mentre si muovono per il mondo».

 

Si tratterebbe, quindi, della creazione di un canale infallibile per l’accrescimento dell’influenza dei cinesi nel mondo.

 

«Il loro progetto sui dati umani è interfacciato con il lancio della CBDC [la moneta elettronica cinese, ndr] e saranno in grado di corrompere  individui al di fuori della competenza dei regolatori bancari o della supervisione normativa sovrana»

«Questo dà loro la possibilità di raggiungere direttamente le persone, il che è un vero problema. Quindi non credo che possiamo permettercelo. Credo che sia cancerogeno. Non puoi avere un po’ di cancro. O hai il cancro o non ce l’hai. E quindi dobbiamo tutti parlare del lancio della CBDC e del motivo per cui è così importante comprenderlo nel contesto della grande strategia cinese».

 

Come riportato da Renovatio 21, non è la prima volta che Kyle Bass suona l’allarme sull’estremo pericolo costituito da una moneta digitale cinese.

 

«Sarà un “mondo nuovo” per un Partito Comunista Cinese che è noto per corrompere, rubare, costringere, a fare tutto ciò che fanno mentre si muovono per il mondo»

«Immagina una valuta che ha quasi una mente propria… Conosce i dati del tuo conto, conosce la tua data di nascita, il tuo numero di previdenza sociale, conosce dove vivi» e cosa esattamente ti piace comprare, aveva dichiarato mesi fa, ricordando come tutta questa mole di dati può finire nelle mani del Partito Comunista Cinese.

 

«Penso che il renminbi digitale sia la più grande minaccia per il mondo così com’è oggi» aveva detto in un’altra intervista a Epoch Times.

 

«Penso che li vedrai lanciare il Valuta digitale della Banca centrale cinese, lo yuan digitale. Penso che sia un cavallo di Troia digitale» aveva preconizzato.

 

Un anno fa Bass aveva predetto che il fondatore del mega-portale di ecommerce Alibaba Jack Ma sarebbe stato fatto «scomparire» da Pechino entro un anno: una previsione puntualmente avveratasi.

 

«Questo dà loro la possibilità di raggiungere direttamente le persone, il che è un vero problema. Quindi non credo che possiamo permettercelo»

Il finanziere del Texas quest’estate aveva parlato del ritiro dall’Afghanistan da parte degli USA come una grande occasione per la Cina che nel Paese già estraeva minerali rari, elemento di vitale importanza per l’industria mondiale di cui Pechino si appresta a diventare monopolista.

 

Come riportato da Renovatio 21, Bass di recente ha ipotizzato che il crollo di grandi imprese cinesi come Evergrande sia «pilotato» da Xi Jinping per abbattere il prezzo delle case ed evitare quindi uno shock sistemico inaffrontabile.

 

Sarebbe quindi in corso un contenimento della crescita economica cinese: «In questo momento», aveva detto Bass, tutti coloro che credono che la Cina crescerà all’infinito del 6% all’anno «si sbagliano di grosso».

 

 

 

 

Continua a leggere

Più popolari