Connettiti con Renovato 21

Geopolitica

Jake Sullivan, il falco antirusso della Casa Bianca che ha organizzato il team che ha distrutto i Nord Stream

Pubblicato

il

Nello scoop del giornalista investigativo americano Seymour Hersh – l’ennesimo di una carriera più lunga di mezzo secolo – emerge con forza che nel complotto per la distruzione del gasdotti russo-tedeschi vi è una figura piuttosto centrale: quella dell’advisor della Casa Bianca Jake Sullivan.

 

Nel dicembre 2021, Jake Sullivan, agendo con la benedizione di Joe Biden, ha convocato uomini e donne del Joint Chiefs of Staff, della CIA e dei dipartimenti di Stato e del Tesoro per elaborare un piano su come distruggere il Nord Stream 1 e 2 progettato per pompare gas naturale russo in Europa, secondo il recente articolo-bomba di Seymour Hersh.

 

All’inizio del 2022, la CIA disse a Sullivan che sapevano come far saltare in aria gli oleodotti. Il gruppo aveva deciso di tenere sotto silenzio il progetto, non informando il Congresso degli Stati Uniti, che in genere deve essere avvisato delle operazioni delle forze speciali, che qui, di fatto, non sarebbero state utilizzate, forse proprio per evitare fughe di notizia. Secondo Hersh, il team che preparava l’immane sabotaggio antirusso e antieuropeo era preoccupato per la legalità del complotto ed era ben consapevole che avrebbe potuto rapidamente trasformarsi in un incubo di politica estera.

 

Dopo che gli oleodotti furono distrutti, il segretario di Stato Antony Blinken e, successivamente, il sottosegretario agli affari politici Victoria Nuland lodarono apertamente lo sviluppo, con la Nuland che, come Biden, lo aveva in realtà perfino anticipato.

 

Dopo il fatto Sullivan aveva fischiettato alla grandissima. Il 27 settembre 2022 il giovane dichiarava che gli Stati Uniti stavano sostenendo gli sforzi per indagare sull’«apparente sabotaggio» e «continueranno il lavoro per salvaguardare la sicurezza energetica dell’Europa». Quello che è successo, invece, è che Sullivan e i suoi hanno distrutto la stabilità energetica e l’economia dell’Europa, dilaniata da costi dell’energia divenuti folli e suicidi: case fredde, imprese chiuse, intere Nazioni che tornano a raccogliere legna nei boschi per passare l’inverno, come nel medioevo.

 

Ma chi è davvero Jake Sullivan?

 

Jake Sullivan, 46 anni, è definito dai media mainstream statunitensi come un «golden boy», un ragazzo d’oro, un giovane talentuoso dall’ascesa inarrestabile. Dopo essersi laureato alla prestigiosa università di Yale (sede della confraternita Skull & Bones, di cui hanno fatto parte vari presidenti USA, e da cui, secondo una certa vulgata, deriverebbe la stessa CIA) nel 1998, Sullivan è diventato consigliere dell’allora candidata presidenziale Hillary Clinton nel 2008 e successivamente, dopo che Hillary si è ritirata dalla corsa, ha consigliato Barack Obama durante la sua campagna elettorale generale.

 

Sullivan aveva solo 32 anni quando ha prestato giuramento come vice capo dello staff per la politica di Hillary Clinton al Dipartimento di Stato USA. Quando la Clinton ha lasciato il Dipartimento di Stato all’inizio del 2013, Obama ha promosso Sullivan alla posizione di consigliere per la sicurezza nazionale dell’allora vicepresidente Joe Biden.

 

Nel 2015, Sullivan ha sposato Margaret Goodlander, un tempo consigliere dei noti falchi senatori Joe Lieberman e John McCain, che in precedenza lavorava per il Council on Foreign Relations – il grande, antico think tank geopolitico voluto dai Rockefellerri – e il Center for a New American Security. La Goodlander in Sullivan è attualmente consigliere del procuratore generale Merrick Garland, protagonista di tante belle cose degli ultimi mesi, come le tensioni con i genitori degli studenti – ormai divenuti «terroristi interni» – obbligati alle teorie e pratiche del gender e alle nuove dottrina della razza (la famosa CRT, Critical Race Theory). È emerso che la famiglia di Garland pubblica libri di questi argomenti acquistati dalle scuole pubbliche.

 

Sullivan era noto per essere un membro tranquillo ma di spicco della squadra Clinton-Obama. Secondo la stampa, faceva parte del team «esclusivo» che lavorava per riprendere le relazioni con Cuba e firmare il Piano d’azione globale congiunto (JCPOA) del 2015, comunemente noto come accordo sul nucleare iraniano. Si dice anche che sia lo stretto confidente di Hillary nel piano Libia, che è stato sviluppato mesi prima della catastrofe 2011 e della brutale uccisione del suo leader Muammar Gheddafi. Ricordiamo, in quell’ambito, che fine fece l’ambasciatore Chris Stevens mandato in Libia dalla Clinton. Secondo fonti arabe, fu trovato impalato.

 

Sullivan e il suo boss Hillary Clinton aderivano al concetto di «smart power», che comprende l’uso della minaccia militare, della forza e delle sanzioni e le leve del soft power favorite dalle colombe della politica estera, che includono aiuti umanitari e negoziati.

 

Secondo quanto riferito, il fido aiutante fu definito come una «figura di fascino» e un «potenziale futuro presidente» dalla Hillary. Il Biden lo lodava come un «intelletto unico nella generazione».

 

Nel 2015, Il Sullivano si univa a Hillary nel suo ciclo elettorale 2015-2016 come consigliere per la politica estera e alla fine tornava nell’amministrazione statunitense come consigliere per la sicurezza nazionale di Joe Biden nel 2021.

 

Tuttavia, come riporta il sito governativo russo Sputnik, non tutti concordano all’idea di una carriera rosa e fiori.

 

«Sullivan è chiaramente ubriaco di potere e privo di un vero senso del bene contro il male», secondo il giornalista investigativo ed esperto analista di Wall Street Charles Ortel. «Sullivan è un globalista ferocemente partigiano che ha ottenuto numerosi alti onori nella vita accademica, quindi è estremamente sicuro di sé e, purtroppo, spesso gravemente in torto», ha detto Ortel a Sputnik.

 

«Un modo per avere un’idea del modo in cui opera è esaminare i file WikiLeaks del Dipartimento di Stato e Podesta e i file Vault dell’FBI su Hillary Clinton, dove Sullivan è spesso coinvolto. Come i Clinton, Sullivan si è messo in contatto con potenti dem e ha operato ben al di sopra del suo livello di esperienza all’inizio. Ma a differenza di Clinton, Obama e Biden, Sullivan deve ancora ricoprire una carica elettiva».

 

Perché Sullivan sia salito alla ribalta così in fretta anche se aveva relativamente poca esperienza negli affari di governo? La stessa Hillary nel suo libro Hard Choices ammette che Jake non era il diplomatico più esperto quando si trattava di politica estera.

 

Sputnik scrive che «secondo gli osservatori dei media statunitensi, il segreto principale di Sullivan è che ha imparato a soddisfare i desideri e le esigenze del suo capo anche quando andava contro le regole e l’etica. La stampa americana ha citato un anziano assistente di Obama dicendo che Sullivan era pronto a fare “tutto” per l’allora segretario Clinton».

«Sotto Obama e Biden, Sullivan è collegato a disastri dopo disastri, dalla “primavera” araba a Bengasi, ISIS, l'”accordo” con l’Iran e altro ancora. Sembra essere un grande fan dei negoziati segreti che non sono mai soggetto a supervisione», dichiara ancora Ortel.

 

Sullivan è rimasto impantanato nello scandalo di Bengasi di Hillary Clinton, che ruota attorno al fallimento dell’ex segretario di stato nell’impedire un brutale massacro dell’ambasciatore statunitense Christopher Stevens e di altri tre cittadini statunitensi in Libia l’11 settembre 2012. Durante le indagini sulla questione, il comitato della Camera è inciampato sulla lettera di Sullivan in cui il giovane funzionario diplomatico sottolineava che «dobbiamo vivere in un mondo di rischi», mentre propagandava la decisione di Washington di estromettere Gheddafi che ha aperto la porta al caos in Libia.

 

Sullivan, tuttavia, giuoca un ruolo di primo piano anche nelle memorabili elezioni presidenziali 2016. Quelle, per intenderci, del Russiagate.

 

«Nella campagna del 2016, aveva tutti i motivi per nascondere i misfatti dei Clinton, inclusa la corruzione e la frode fiscale che coinvolgeva la Clinton Foundation e molti altri enti di beneficenza», dice Ortel, che ha condotto un’indagine privata sulla presunta frode della Clinton Foundation per parecchi anni. «Qui si rivelerà interessante vedere cosa [il consigliere speciale] John Durham ha da dire su Sullivan, incluso il suo probabile ruolo nel promuovere la bufala russa, per l’impeachment di Trump e per l’elezione di Joe Biden».

 

Sullivan sembrava non avere scrupoli nel diffondere attivamente la narrativa della collusione Trump-Russia e nel mantenere vivo il mito anche dopo che le accuse su Trump erano state dimostrate nulle. Successivamente, l’indagine di Durham ha fatto luce sul ruolo degli agenti della campagna di Clinton nel diffondere una falsa storia Trump-Alfa Bank e il dossier-bufala dell’ex agente dell’MI6 Christopher Steele.

 

Tuttavia, quando ha testimoniato sotto giuramento davanti al Comitato ristretto permanente per l’intelligence della Camera degli Stati Uniti nel dicembre 2017, il confidente di Clinton ha negato qualsiasi conoscenza del complotto o delle persone coinvolte.

 

«Sullivan è stato anche colui che ha promosso personalmente la storia della collusione Trump-Russia prima delle elezioni del 2016. Così, durante la Convenzione Nazionale Democratica (DNC) del luglio 2016 a Filadelfia, Sullivan ha incontrato un certo numero di produttori e conduttori di media mainstream per raccontare una storia “che Trump stava cospirando con Putin per rubare le elezioni”» ricorda il sito russo.

 

In quel periodo, la CIA aveva intercettato le «chiacchiere» dell’intelligence russa su un «consigliere per la politica estera” di Clinton che avrebbe proposto un piano per diffamare Donald Trump collegandolo al Cremlino per distrarre l’opinione pubblica dallo scandalo emailgate di Hillary: le diecine di migliaia di email pubbliche mantenute sul server privato della Clinton e poi cancellate misteriosamente. «Alcuni osservatori statunitensi ritengono che il consigliere per la politica estera in questione fosse Jake Sullivan» accusa Sputnik.

 

Secondo Ortel, Sullivan potrebbe benissimo essere a conoscenza di molti altri segreti «sporchi» dell’establishment democratico statunitense, inclusi i presunti schemi di corruzione dei Clinton, il traffico di influenze di Joe e Hunter Biden e gli sforzi del Team Obama per minare l’allora presidente in carica Donald Trump attraverso una serie di indagini losche e fughe di notizie.

 

«In poche parole, Sullivan non ha altra scelta che coprire i disastri collegati a Biden, Obama e Clinton e probabilmente non può accettare i gravi errori (e gli alti crimini) che sembrano essere stati commessi. In questo sforzo, crederà di essere al sicuro perché sua moglie è una stretta consigliera e amica del procuratore generale Merrick Garland», osserva ancora Orcel che continua dicendo che, riguardo alla catastrofe dei gasdotti bombardati sotto il Baltico, «in un processo giusto, Sullivan e i suoi cospiratori verrebbero rapidamente accusati, condannati e incarcerati se fosse dimostrato che ha orchestrato una guerra non dichiarata contro la Russia».

 

Secondo Ortel, alimentando le fiamme della guerra per procura contro la Russia, il Team Biden persegue interessi acquisiti e cerca di coprire e oscurare misfatti politici che coinvolgono Biden, Clinton e Obama in Ucraina e in altri Paesi dal 2009 ad oggi – tutte situazioni che portano le ditate del giovane Sullivano.

 

Il quale non deve dormire benissimo: Hersh ha dichiarato che altri articoli sono in arrivo. Che l’intoccabile ragazzino possa finalmente essere messo sotto accusa?

 

Se venisse dimostrato che ha orchestrato segretamente un «atto di guerra» – come sembra il gruppo stesso fosse cosciente di star portando avanti – quale sarebbe l’imputazione possibile? Alto tradimento?

 

E quale sarebbe la pena, negli USA, per aver complottato al fine di trascinare il Paese in guerra con un’altra superpotenza atomica?

 

 

 

 

 

Continua a leggere

Geopolitica

Lavrov: UE sta commettendo un «harakiri». E aggiunge: europei terrorizzati dai piani di Trump

Pubblicato

il

Da

L’UE sta di fatto commettendo un «harakiri» abbandonando l’energia russa nel tentativo di danneggiare Mosca, ha dichiarato il ministro degli Esteri della Federazione Russa Sergej Lavrov.

 

Lunedì, parlando agli studenti dell’Istituto statale di relazioni internazionali di Mosca (MGIMO), la principale accademia di formazione diplomatica russa, Lavrov ha sostenuto che i leader europei stanno facendo pagare ai propri elettori il costo delle politiche nei confronti della Russia.

 

«L’Europa sta semplicemente commettendo harakiri e dichiarando con orgoglio che il suo popolo deve soffrire… per i valori europei», ha affermato Lavrov, riferendosi al suicidio rituale giapponese noto anche come seppuku.

Sostieni Renovatio 21

«A quanto pare, per “valori europei” intendono il nazismo, seppellire i criminali nazisti con onori militari e vietare la lingua russa, l’istruzione in lingua russa, la cultura e i media russi, nonché la Chiesa ortodossa ucraina canonica», ha aggiunto, riferendosi alle politiche del governo ucraino sostenuto dalla UE.

 

Lavrov ha sostenuto che il tentativo dell’UE di fare pressione su Mosca non è riuscito a privare la Russia di clienti. «Non c’è alcun panico. Abbiamo sempre avuto molti acquirenti», ha affermato, aggiungendo che gli esportatori russi si sono orientati verso «quelli più affidabili». «Se l’Europa vuole pagare 800-900 dollari per mille metri cubi di gas naturale liquefatto americano, cosa possiamo farci?», ha chiesto.

 

A causa delle sanzioni occidentali, la Russia ha riorientato progressivamente le proprie esportazioni energetiche verso l’Asia. Le spedizioni di greggio via mare verso la Cina hanno raggiunto il livello record di 1,86 milioni di barili al giorno a gennaio, con un aumento del 46% su base annua. La Russia è rimasta inoltre il principale fornitore di petrolio dell’India, vendendo circa 2,1 milioni di barili al giorno ad agosto, pari al 45% delle importazioni del Paese, secondo la società di intelligence marittima Kpler.

 

Lavrov ha affermato che questo cambiamento non dovrebbe essere visto come un improvviso «pivot verso l’Est», sostenendo che la Russia ha a lungo coltivato legami economici in entrambe le direzioni.

 

Il mese scorso la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha riconosciuto che la perdita delle importazioni di energia a basso costo ha inferto un duro colpo all’economia del blocco. Lavrov ha sostenuto che tali politiche dimostrano che i leader europei «non pensano agli elettori che li hanno portati al potere».

 

In un’intervista pubblicata martedì, Lavrov ha proseguito dicendo che i  leader europei erano «terrorizzati» dalle proposte del presidente statunitense Donald Trump per la risoluzione del conflitto in Ucraina e hanno lavorato senza sosta per sabotare gli sforzi di compromesso di Washington.

 

L’alto diplomatico russo ha accusato i membri europei della NATO di voler impedire a Trump di riprendere le idee discusse con il presidente russo Vladimir Putin in Alaska lo scorso anno. Ha inoltre fatto riferimento a una telefonata tra i due leader avvenuta il 4 luglio di quest’anno.

 

«L’Europa capisce che se gli americani tornassero improvvisamente alle loro proposte originali… come è successo ad Anchorage, l’Europa si spaventerebbe a morte», ha detto Lavrov. Secondo lui, i leader europei si sono «sbrigati immediatamente» a convincere Trump ad abbandonare le proprie iniziative.

 

Lavrov ha richiamato le dichiarazioni del presidente francese Emmanuel Macron al vertice NATO di giugno, in cui il leader francese si era sostanzialmente vantato del fatto che l’iniziativa di Anchorage fosse stata «sepolta» e che Washington fosse di nuovo allineata con l’Europa in un fronte unito contro la Russia.

 

«Se la diplomazia occidentale si riduce a frenare i Paesi che propongono iniziative di compromesso ragionevoli ed equilibrate, allora così sia», ha affermato Lavrov. Mosca perseguirebbe quindi i suoi obiettivi «non al tavolo delle trattative», che a suo dire la Russia preferirebbe, «ma sul campo di battaglia».

 

Le dichiarazioni di Lavrov arrivano mentre l’amministrazione Trump si impegna di nuovo per rilanciare la diplomazia in stallo. L’inviato speciale statunitense Steve Witkoff e il genero di Trump, Jared Kushner, hanno incontrato Putin a Mosca sabato per oltre tre ore, prima di recarsi a Kiev il giorno successivo.

 

La Casa Bianca ha affermato che le parti hanno discusso «piani concreti per i prossimi passi» verso la fine del conflitto, mentre il collaboratore del Cremlino Yury Ushakov ha descritto l’incontro come «estremamente franco» e ha dichiarato che gli inviati americani hanno presentato diverse idee su possibili vie per una soluzione.

Aiuta Renovatio 21

Lavrov, tuttavia, ha sostenuto che gran parte del discorso pubblico sulla diplomazia proveniente da Kiev e dai suoi sostenitori occidentali ha lo scopo di ottenere un’ulteriore tregua nei combattimenti e dare agli alleati ucraini il tempo di riarmarsi e riorganizzarsi. Nonostante il rinnovato impegno degli Stati Uniti, Lavrov ha insistito sul fatto che al momento non sono in corso negoziati di pace costruttivi.

 

«Sul fronte diplomatico non sta succedendo nulla», ha affermato, aggiungendo che gli sviluppi si stanno invece verificando «sul fronte reale», dove le forze russe stanno avanzando.

 

Il ministro degli Esteri ha inoltre avvertito che Mosca intende dare seguito alle minacce di rappresaglia per gli attacchi ucraini contro le infrastrutture civili russe. La Russia aveva avvertito che tali attacchi avrebbero innescato una risposta «molto più dura per l’Ucraina», ha affermato, aggiungendo: «Questo sta accadendo ora».

 

Il massimo diplomatico russo ha anche criticato Londra, che ha promesso di rimanere al fianco di Kiev fino alla fine. «Mi dispiace per la Gran Bretagna», ha detto, poiché la sua fine «non sarà felice».

 

Riguardo ai preparativi europei per un possibile futuro conflitto con Mosca, Lavrov ha ribadito la posizione di Putin secondo cui la Russia non ha alcuna intenzione di attaccare l’Europa. Tuttavia ha avvertito che se i Paesi europei dovessero attaccare la Russia, si tratterebbe di «una guerra fondamentalmente diversa» e «molto breve».

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0);

 

Continua a leggere

Geopolitica

Otto Paesi musulmani denunciano i piani israeliani di espellere i palestinesi da Gaza

Pubblicato

il

Da

I ministri degli Esteri di Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita, Qatar, Giordania, Indonesia, Pakistan, Turchia ed Egitto hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui condannano le proposte discusse la scorsa settimana dal ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben Gvir e dal ministro della Difesa Israel Katz per l’espulsione della popolazione palestinese da Gaza, mascherata da eufemismi come «emigrazione volontaria». Lo riporta EIRN.   La dichiarazione congiunta condanna tali proposte affermando: «Tali dichiarazioni e proposte incendiarie violano palesemente i principi del diritto internazionale, compreso il diritto internazionale umanitario, e rappresentano una minaccia diretta ai diritti legittimi e inalienabili del popolo palestinese… I ministri ribadiscono il loro inequivocabile rifiuto e la loro condanna di qualsiasi tentativo o piano volto a sfollare il popolo palestinese, sia all’interno che all’esterno dei Territori Palestinesi Occupati, con qualsiasi pretesto o giustificazione. Mettono in guardia contro le gravi conseguenze derivanti dal trasformare gli appelli allo sfollamento forzato in politiche dichiarate o misure concrete volte a sradicare i palestinesi dalla loro terra».   Tali azioni costituiscono una sfida diretta agli sforzi internazionali volti al raggiungimento della pace, primo fra tutti il Piano globale del presidente Donald Trump per porre fine al conflitto di Gaza, che include il suo inequivocabile rifiuto degli sfollamenti forzati, e rischiano seriamente di compromettere le prospettive di stabilità nella regione.

Sostieni Renovatio 21

I ministri «ribadiscono che l’unica via per raggiungere una pace giusta e duratura risiede nell’attuazione della soluzione dei due Stati con la creazione di uno Stato palestinese indipendente, secondo i principi del 4 giugno 1967, con Gerusalemme Est come capitale, in conformità con le pertinenti risoluzioni del diritto internazionale».   «I ministri invitano inoltre la comunità internazionale, in particolare il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ad assumersi le proprie responsabilità e a contrastare con fermezza qualsiasi tentativo di imporre una nuova realtà demografica o geografica nei Territori Palestinesi Occupati, garantendo il rispetto delle norme del diritto internazionale. Ribadiscono il loro pieno e continuo sostegno alla fermezza del popolo palestinese sulla propria terra e il loro rifiuto di ogni tentativo volto a cancellare la causa palestinese o a minare i legittimi diritti del popolo palestinese».   Il 3 agosto il ministro israeliano della Sicurezza Nazionale Itamar Ben Gvir ha presentato un piano per favorire l’emigrazione «volontaria» dei palestinesi da Gaza, secondo quanto riferito dal quotidiano israeliano Ynet. La proposta punta a far uscire da Gaza 250.000 palestinesi nel primo anno e 1,86 milioni entro sette anni.   L’idea di sfollare con la forza milioni di palestinesi da Gaza è stata avanzata più volte da leader israeliani e statunitensi dall’inizio di quello che il testo definisce il genocidio dei palestinesi nell’ottobre 2023.   Una proposta del ministero dell’Intelligence israeliano che chiedeva la pulizia etnica di Gaza è trapelata pochi giorni dopo l’operazione di Hamas contro la moschea di Al-Aqsa del 7 ottobre 2023, scrive The Cradle. Il piano prevedeva di scatenare su Gaza una violenza tale che lo spostamento forzato dei palestinesi verso campi nella penisola del Sinai, in Egitto, o in Paesi ancora più lontani apparisse come un’iniziativa umanitaria destinata a salvare vite palestinesi.   Da allora, secondo il ministero della Salute di Gaza, Israele ha ucciso oltre 73.000 palestinesi, in gran parte donne e bambini. Stime indipendenti, che tentano di quantificare anche le morti indirette legate alla guerra, arrivano a centinaia di migliaia.   Almeno 800.000 palestinesi sono senzatetto e vivono in campi di tende precari lungo la costa della Striscia, dopo che bombardamenti e demolizioni israeliane hanno distrutto le loro case.

Aiuta Renovatio 21

Ben Gvir e altri coloni ebrei in Israele hanno sostenuto tali piani come parte dell’obiettivo più ampio di annettere Gaza e insediare colonie ebraiche nell’enclave devastata. Come riportato da Renovatio 21, a febbraio 2024 ministri del gabinetto Netanyahu si trovarono ad un convegno pubblicoche celebrava la colonizzazione celebrato con balli sfrenati su musica tunza-tunza.   Nel febbraio 2025 il presidente degli Stati Uniti Donald Trump propose di svuotare Gaza dai palestinesi nell’ambito dei suoi progetti per ricostruire la Striscia e trasformarla nella «Riviera del Medio Oriente». In alcune fasi anche il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha promosso piani analoghi.   Secondo Ben Gvir, Turchia, Etiopia, Congo e diversi Paesi arabi figurano tra le possibili destinazioni dello sfollamento forzato dei palestinesi. Al momento, tuttavia, nessun Paese ha accettato di accogliere come rifugiati i palestinesi cacciati da Gaza.   La proposta prevede un investimento iniziale israeliano di 3,3 miliardi di dollari per avviare il programma, più un finanziamento israeliano di pari importo fino a 16 miliardi di dollari, subordinato alla partecipazione internazionale e ad accordi con i Paesi che accoglieranno i palestinesi. .

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
Immagine di Jaber Jehad Badwan via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International   
Continua a leggere

Geopolitica

Bardella: la Francia non può finanziare l’Ucraina per sempre

Pubblicato

il

Da

La Francia non dispone di risorse proprie e non può finanziare l’Ucraina all’infinito, ha dichiarato Jordan Bardella, presidente del partito di destra Rassemblement National (NR) di Marine Le Pen.

 

Il principale partito di opposizione francese è stato oggetto di dure critiche da parte dei rivali all’inizio di questa settimana, dopo che il vicepresidente Louis Aliot ha affermato che NR «chiuderebbe i rubinetti» per Kiev qualora salisse al potere dopo le elezioni presidenziali del 2027. Si ritiene che Le Pen abbia ottime possibilità di successo alle elezioni del prossimo anno, indipendentemente da chi sarà il suo avversario al secondo turno.

 

Sabato, intervenendo al Forum Ambrosetti a Cernobbio, Bardella è tornato sulla questione, sostenendo che l’Ucraina ha bisogno del sostegno della Francia e delle altre nazioni occidentali nel conflitto con la Russia, ma che «il nostro obiettivo non dovrebbe essere quello di finanziare la guerra ad vitam æternam», espressione latina che significa «per sempre».

 

La Francia ha un debito pubblico di 3.500 miliardi di euro e non può «dare soldi che non abbiamo più» al governo di Volodymyr Zelens’kyj, ha sostenuto.

 

«La situazione estremamente grave e preoccupante delle finanze pubbliche francesi significa che non possiamo erogare denaro senza garanzie o assicurazioni che questo denaro verrà un giorno restituito», ha affermato il presidente del Rassemblement National.

Sostieni Renovatio 21

Parigi è stata uno dei più convinti sostenitori di Kiev nell’UE dopo l’escalation del conflitto in Ucraina nel febbraio 2022, erogando miliardi in aiuti militari e diverse armi sofisticate, tra cui obici semoventi CAESAR e aerei da combattimento Mirage.

 

Secondo il Bardella, gli americani erano «molto più furbi» degli europei nel fornire assistenza a Kiev, «perché i fondi che hanno dato all’Ucraina sono garantiti contro l’estrazione di terre rare». Si riferiva all’accordo raggiunto lo scorso anno tra Washington e Kiev, che assicura agli Stati Uniti un accesso preferenziale alle risorse minerarie ucraine.

 

Durante il secondo mandato del presidente statunitense Donald Trump, Washington ha inoltre ridotto in misura significativa gli aiuti all’Ucraina, costringendo i membri europei della NATO a pagare le armi di fabbricazione americana destinate al Paese.

 

All’inizio di questa settimana Trump ha avvertito che intende presentare all’Europa un conto, seppur tardivo, per i miliardi di dollari che Washington ha speso per armare l’Ucraina sotto la presidenza del predecessore Joe Biden. In precedenza aveva stimato che Biden avesse fornito a Kiev armi per un valore di oltre 300 miliardi di dollari «gratuitamente».

 

Giovedì Le Pen ha dichiarato che il Rassemblement National è scettico su ulteriori aiuti all’Ucraina perché ritiene che il conflitto con la Russia richieda una soluzione diplomatica.

 

Un sondaggio Harris Interactive di fine agosto indicava che Le Pen godeva del sostegno del 34% dell’opinione pubblica francese, risultato che dovrebbe garantirle l’accesso al secondo turno delle presidenziali, dove avrebbe probabilmente una vittoria agevole contro il rivale di sinistra Jean-Luc Mélenchon o il candidato centrista, l’ex primo ministro Édouard Philippe.

 

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine di Thomas Bresson via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International

 

Continua a leggere

Più popolari