Arte
Inquietanti visioni in un dipinto di Lorenzo Lotto
Spesso Lorenzo Lotto viene interpretato dagli storici dell’arte secondo una lettura che prende avvio in ragione dei particolari, quasi parafrasando il motto tedesco: Der liebe Gott steckt im Detail, il buon Dio si nasconde nei dettagli.
I dettagli, quelle «materiali piccolezze» che contraddistinguono il «maestro dell’iconologia moderna», dai quali gli esperti partono per interpretare il tutto. Confesso di mal sopportare Lorenzo Lotto, i suoi dettagli da studiare per dimenticarsi del messaggio salvifico.
Detto ciò, preme fare un rilievo su di una famosa e ponderosa pala d’altare che ho sotto gli occhi ogni domenica mattina che il Signore manda su questa terra, a causa della costante visione della quale – e per la fatica di pregarci sopra –, mi sono formato un’idea eterodossa rispetto alla beatificazione lottesca, ma forse non del tutto peregrina.
Trattasi della «Pala di san Bernardino» (1521, cosiddetto «Lotto maturo»), la quale trovasi nella chiesa di san Bernardino in Bergamo: Madonna in trono con Bambino, San Bernardino (sdentato), cui è dedicata la chiesa, San Giuseppe accigliato con manica scucita all’altezza della spalla, Sant’Antonio Abate ipovedente, tutti circondati da angioletti con ali di ghiandaia, ironici suggelli d’arte rinascimentale.
Per la verità la Vergine è molto ben riuscita: a detta di chi se ne intende, un capolavoro da visitare. Ci sono, però, elementi che basano un’interpretazione diversa. Essi sono di due tipi: uno prettamente artistico, dato da luce e costruzione dell’immagine generale ovvero il movimento, e l’altro di concetto, ovvero l’incongruenza concettuale metafisica dell’opera.
Partiamo da ciò che si vede.
Il volo angelico innesca la direttrice d’attenzione: le linee di costruzione del dipinto, rese dalle gambe degli angioletti in collaborazione con le braccia di Giovanni Battista e san Bernardino, portano a un movimento convergente tramite diagonali intersecanti in un punto di fuga idealmente dietro la mano protesa della Santa Vergine. La quale, però, drammaticamente, non mostra il Bambino Divino, ma in un certo senso lo nasconde, quasi ritraendolo, per mostrare invece a Lui, e al pubblico, l’essere ai suoi piedi, che non schiacciano (come mai fanno nell’opera del Lotto) il serpente antico.
A parte il fatto che gli angeli non hanno un corpo fisico per cui non proiettano ombre, discorso, pare, ozioso perché ignorato praticamente da tutti gli artisti. Perché mai si dovrebbero rappresentare i Cieli aperti, per poi richiudere Dio sotto un panno scuro? Il movimento volatile degli angeli dalle ali nere è questo: coprire la scena agli occhi del Padre, mettendo in ombra il Figlio con la Vergine. Quale è il fine? E qual è il fine del dipinto?
I dotti, a riguardo dell’impianto dell’intera opera, hanno scritto che il Lotto ha rinnovato gli schemi topici antichi che risalivano all’iconografia bizantina. Non so se li abbia rinnovati, ma di certo li ha deviati. Verso altro che non la fede cristiana. È un’arte che non va oltre l’umano illudendo di non essere solo umana.
L’arte di Lorenzo Lotto non è finalizzata a dar gloria a Dio, ma spesso contiene già il messaggio di un’art pour l’art, oltre che pour le maître client. L’artista inserisce nelle sue opere spesso messaggi in conto terzi, come un mazzo chiavi, che nulla hanno che vedere con San Domenico, nel polittico per il convento di Recanati del 1506-1508, nella quale regna una generale e immotivata atmosfera malinconica sul volto della Vergine e del Bambino. Altre volte gioca creando una sorta di rebus, insomma la santità di Dio per il Lotto è un pretesto per far quel che gli pare magari facendo quattrini. In ciò sta, a parer mio la sua più grande modernità, che definirei quasi post-conciliare.
Esprime il paradigma della religiosità umanistica non solo ben avviata verso la secolarizzazione della chiesa, ma teologicamente incardinata su un concetto implicito e taciuto della follia di esistere, che sfocerà nei secoli seguenti nella lotta aperta contro Dio, la sua presunta perfidia prima da parte dell’Illuminismo, e riguardo la sua sostanziale inesistenza, poi, con il la nuova religione del postmodernismo.
Si è parlato perciò delle posizioni nuove dei personaggi, della ricerca dell’Inventio. Novità, come vestiti strappati e santi senza denti, sarebbero la ricerca di quell’inventio per cui serve un’argomentazione valida al fine di sostenere che l’opera non parli d’altro che del proprio autore.
Altri decantano la quotidianità della scena, forse perché sant’Antonio Abate si sporge perché non ci vede, anche lo storico dell’arte Giulio Carlo Argan, talmente la scena è quotidiana, disse a proposito della Pala di S. Bernardino: «Sotto lo schermo leggero […] la sacra conversazione perde ogni ritualità; diventa amabile e confidenziale: con un gesto dimostrativo, quasi da popolana, la Madonna sembra dichiarare […] che tutta la verità è lì, nel Cristo bambino e benedicente».
Noi non ci vediamo nulla di tutto ciò. Tutti questi ragionamenti, che sembrano tanto esegesi bergogliana, starebbero a indicare la miseria umana, ma anche una riflessione teologica sull’immanenza del Bene e del Sacro, la presenza del divino nella storia.
Questa «sacra conversazione» per immagini si svolge su un mondo deserto, in cui l’unica nota umana è una casa che brucia, e nessuno corre a spegnere l’incendio. Una casa in fiamme dalla cui porta spalancata esce però una luce di lampada, non di incendio, una parodia rovesciata del biblico roveto ardente, in cui l’opera dell’uomo va in fiamme senza consumarsi in una fiamma di inestinguibile superbia di chi vuole farsi Dio.
D’altra parte, il Lotto non è nuovo a scene di saccheggi, come si attesta anche nella «Trinità» sempre a Bergamo.
Da ciò si giunge inevitabilmente al discorso sulla luce. Basta guardare l’insensatezza della luce. Le fonti non sono naturali, ma nemmeno soprannaturali, è come se la luce fosse gettata sul quadro dallo spettatore, o forse, maliziosamente, dall’autore. Ma ritorniamo alla pala e nella fattispecie alle ali angeliche.
Queste ali non sono le ali degli angeli di santa Cristina di Quinto di Treviso e nemmeno quelle degli angioletti della Madonna Assunta di Asolo. Qui si vedono ali torve, osservate da lontano sembrano di corvo, quasi ali di pipistrello. In realtà sono ali di un altro corvide, la ghiandaia imitatrice. Non risulta dalla Bibbia che gli angeli abbiano ali di ghiandaia, credo sia perfino un hapax nella storia dell’arte. Perché proprio ali di ghiandaia? Si è detto, amor di inventio. Niente affatto, nell’insieme dell’opera, in ragione della somma dei dettagli, a ben vedere l’unica inventio sta nel fatto che, in questo caso, non già il buon Dio, ma il diavolo stesso si annida nei dettagli.
Gli angeli hanno ali di ghiandaia perché la ghiandaia imita il verso di altri uccelli, di altri animali, come il gatto, e perfino dell’uomo: questi sono angeli caduti. Sono demoni che imitano gli angeli, da angeli camuffati, ecco perché si affannano a nascondere Dio.
Ecco, dunque, la chiave di lettura di tutta l’opera, che all’opera intera dà senso compiuto, risolvendone le contraddizioni concettuali.
Il movimento dell’opera rimanda alla mano dell’Immacolata, si è detto, ma essa annuncia in basso Lucifero intento a scrivere chissà che, forse la condanna a morte di Dio.
Quelli non sono occhi arguti di un giovinetto angelico, come è stato scritto, che chiederebbe al visitatore di dettare una preghiera o recitare il rosario. Che non sia un giovinetto angelico o un putto di riempimento appare chiaro, non fosse altro che, diversamente dagli altri angeli, è vestito. Porta un saio marrone su una camiciola azzurra. Perché mai? Per nascondere la coda, intravista facilmente nel panneggio da chi sappia cosa guardare.
Il volto inquietante di questo angelo non è in effetti dissimile dal volto di Lucifero prodotto dal Lotto stesso nell’opera «San Michele scaccia Lucifero», conservata nel museo di Loreto.
I dettagli di quest’altra scena pittorica sono altrettanto inquietanti. Non solo il volto, ma lo stesso corpo dell’angelo decaduto viene raffigurato identico a quello dell’angelo fedelissimo, Michele, come in uno specchio. La posizione delle gambe è, infatti, identica ma invertita.
Suscitano estrema curiosità perciò, in parallelo, le linee dei tre bastoni nel dipinto in san Bernardino, i quali sono prolungamenti allusivi alla direzione del piede dell’angelo caduto, che punta verso il basso, verso il secondo punto di fuga, o meglio d’origine, diametralmente e spazialmente opposto al palmo della vergine in un’ipotetica pala rovesciata. La luce viene dal basso, fuori campo.
Per finire, a latere rimane il discorso cromatico: il Lotto utilizza tutte le sfumature del rosso, una gamma di colori caldi, col risultato di creare un ambiente gelido. Il trono squadrato di pietra algida restituisce l’impressione che tutti abbiano freddo, san Giuseppe sembra persino sfregarsi i piedi nudi nel tentativo di scaldarsi un po’, i fiori sono gettati, morti e sfatti.
«Solo, senza fidel governo et molto inquieto nella mente». Così si definì Lorenzo Lotto nel suo testamento.
Questo dipinto del Lotto in qualità di pala d’altare è uno specialissimo fenomeno di contraddizione teologica. Ora, che l’arte non debba rendere conto a se stessa di ciò che fa può, in extrema ratio, anche andare, ma dovrebbe almeno render conto al committente, il quale soprattutto dovrebbe fare (e farsi) due domande sul prodotto che si sta mettendo in casa.
O, nel caso specifico, nella casa di Dio.
Matteo Donadoni
Articolo previamente apparso su Ricognizioni
Immagini della pala di San Bernardino di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Immagine di «San Michele scaccia Lucifero» di Sailko via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 3.0 Unported (CC BY 3.0)
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Wim Wenders ritira un film di 50 anni fa: compariva Nastassja Kinski nuda a 13 anni
Il regista tedesco Wim Wenders ha ritirato dalla circolazione il suo film del 1975 Falso Movimento (Falsche Bewegung) e ha presentato scuse «senza riserve» all’attrice Nastassja Kinski per una scena in cui appare a seno nudo all’età di 13 anni.
Il road movie ha segnato il debutto cinematografico della figlia dell’attore Klaus Kinski. Nel cast figura anche Rudiger Vogler, che interpreta un aspirante scrittore in viaggio per la Germania. Tra i suoi incontri spicca quello con un’adolescente acrobata apparentemente muta, interpretata da Kinski.
In una breve scena, Vogler, all’epoca trentenne, fa visita alla tredicenne nella sua camera da letto, dove lei è sdraiata su un letto indossando solo le mutandine. Si spoglia fino alle mutande e si sdraia sopra di lei, schiaffeggiandola prima di accarezzarle il viso.
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In una dichiarazione rilasciata mercoledì, Wenders, 80 anni, si è scusato con la Kinski e ha affermato che la fondazione no-profit Wim Wenders, proprietaria del film, lo avrebbe ritirato dalla distribuzione. Ha inoltre ordinato alle piattaforme di streaming, alle emittenti televisive e ai distributori di interrompere la diffusione pubblica del film.
«Essendo l’unica persona all’epoca responsabile di Falso Movimento ancora in vita, riconosco che Nastassja Kinski avrebbe dovuto essere protetta meglio a quel tempo», ha affermato Wenders, uno dei registi tedeschi più influenti del dopoguerra, che in seguito ha lavorato con Kinski come protagonista dei suoi acclamati film Paris, Texas (1984) e Così lontano, così vicino (1993).
«Per questo, Nastassja, ti chiedo scusa senza riserve, senza se e senza ma», ha aggiunto. Il film rimarrà non disponibile, ha dichiarato Wenders, finché non verrà trovata una soluzione di comune accordo.
La decisione arriva dopo che Kinski, ora 65enne, ha dichiarato il mese scorso al quotidiano Süddeutsche Zeitung di aver trascorso 15 anni cercando invano di convincere Wenders a rimuovere la scena dal film.
«Sebbene a 13 anni non ne sapessi molto, già allora capivo che qualcosa non andava», ha dichiarato alla testata, aggiungendo: «Quello era il mio primo film, lui era il mio primo regista e non mi ha protetta».
Il Wenders aveva risposto pubblicamente per la prima volta alle richieste della Kinski nel 2024, affermando di comprendere le sue «percezioni e i suoi sentimenti attuali» e aggiungendo che oggi non girerebbe la scena in quel modo.
La Kinski si era già battuta con successo contro un film televisivo del regista di Das Boot, Wolfgang Petersen, in cui appariva nuda all’età di 15 anni. Il suo avvocato ha dichiarato a Spiegel di aver raggiunto un accordo con l’emittente NDR in merito alla distribuzione del film.
Figlia del leggendario attore Klaus Kinski (1926-1991), la Kinski (nata nel 1961) interpretò il ruolo della protagonista nel film di Roman Polanski Tess, adattamento del romanzo di Thomas Hardy Tess dei d’Urberville. Aveva 17-18 anni durante le riprese (cominciate nel 1978): compì 18 anni sul set e il film uscì nel 1979, quando era ancora diciottenne. La sua performance, intensa e delicata, le valse un Golden Globe come Migliore Attrice Esordiente e lanciò la sua carriera internazionale.
Polanski, che all’epoca era già fuggito dagli USA per le accuse di minorenne, la scelse dopo averla conosciuta nel 1976 (quando la Kinski aveva 15 anni) e l’allenò a lungo, facendola studiare recitazione e accento inglese. Vi fu, secondo la stampa, una relazione sentimentale con Polanski stesso che confermò in interviste di aver avuto una storia d’amore con lei quando era molto giovane. La Kinski in seguito minimizzò parlando di flirt senza arrivare a una relazione sessuale vera e propria, sottolineando il rispetto reciproco.
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L’attrice nel 1984 sposò Ibrahim Moussa, un produttore e regista egiziano (a volte descritto come egiziano-americano o di origine araba), da cui ebbe due figli. Dopo la separazione, la sua relazione più nota è stata con il leggendario musicista e produttore Quincy Jones (1992-1995), con cui ha avuto la figlia Kenya Kinski-Jones, oggi modella affermata. Il Jones è noto per aver dato, qualche anno fa, forse la più incredibile intervista del secolo, in cui spazia, con giudizi eccezionali sui Beatles («Erano i peggiori musicisti del mondo. Paul era il bassista peggiore che avessi mai sentito. Ringo? Non ne parliamo nemmeno»), su Michael Jackson (che definiva avido e machiavellico, «ladro» di canzoni e praticante di chirurgia plastica), sull’assassinio di JFK (indicando Sam Giancana e la mafia di Chicago, per poi parlare di Sinatra e Joe Kennedy) e su Mussolini (di cui dà analisi inaspettate, forti della conoscenza del figlio, il celeberrimo jazzista Romano).
Il tema dei nudi minorili nel vecchio cinema era già emerso anni fa quando i due attori del Romeo e Giulietta cinematografico firmato da Franco Zeffirelli nel 1968, oramai anziani, avevano fatto causa sostenendo che una scena di nudo che avevano girato durante l’adolescenza costituiva pornografia infantile e che erano stati abusati sessualmente durante le riprese.
Il giudice americano aveva archiviato una causa.
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Renovatio 21 saluta Zeudi Araya
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«I like Chopin» per sempre. Renovatio 21 intervista Gazebo
Il nome di Gazebo, al secolo Paul Mazzolini, evoca le atmosfere raffinate, elettroniche e sognanti che hanno ridefinito la musica pop dei primi anni Ottanta. Figlio di un diplomatico, l’artista nato a Beirut incarna alla perfezione la figura del cosmopolita grazie a un’infanzia trascorsa interamente all’estero. È stata proprio questa sua anima internazionale, unita a una solida formazione nella chitarra classica e a un’innata curiosità per il movimento musicale New romantic della scena londinese, a permettergli di firmare alcune delle pagine più memorabili e sofisticate del fenomeno Italo disco.
Lontano dai cliché commerciali dell’epoca, il suo approccio alla composizione è sempre stato guidato da una spiccata sensibilità letteraria e cinematografica: dalle suggestioni hollywoodiane di Master Piece al romanticismo ottocentesco di I like Chopin – un successo planetario da milioni di copie vendute – fino all’intuizione testuale dietro l’iconica Dolce vita interpretata da Ryan Paris.
Lo abbiamo incontrato a Perugia, al cinema Méliès, dove ha presenziato – insieme al critico Fabio Melelli – alla proiezione di un documentario sulla Italo disco.
In questa intervista, Gazebo ci ha accompagnato in un viaggio nel tempo dietro le quinte delle sue hit più famose, raccontandoci la genesi dei suoi brani, il rapporto con i pionieri dell’industria discografica dell’epoca e quell’euforia irripetibile degli anni Ottanta, di cui è stato indiscusso protagonista.
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Il tuo primo singolo di successo è Master Piece uscito nel 1982. Qual è il tuo percorso musicale e come nasce questa tua prima canzone?
Ho cominciato a fare musica da bambino, intorno ai 9 anni, quando ero in Danimarca. Musica pop e rock del tempo. Mio padre era un diplomatico e ogni tre o quattro anni cambiavamo paese: dopo la Danimarca ci siamo spostati in Francia, per poi stabilirci a Roma nel 1974. Lì nacque la passione per la musica progressive, sia internazionale che italiana, che andava tanto in quel periodo. Quegli ascolti mi hanno avvicinato alla musica classica e il mio sogno era quello di fare il chitarrista in una band. Per poter suonare in questi gruppi ci voleva una certa educazione musicale, non bastava essere rockettari. Iniziai così a studiare seriamente chitarra classica ma poi, una volta raggiunta la maturità, ho capito che non sarei mai diventato un virtuoso delle sei corde, perché ciò avrebbe implicato uno studio giornaliero costante di diverse ore ed io non ne ero capace! [ride]
Il mio approccio alla musica è più creativo che strumentale. Non sono uno strumentista, sono un creativo. Pertanto, quando ho a disposizione un giro armonico o un arpeggio, ecco che entra in azione la mia fantasia ed esce un’idea, una canzone, bella o brutta che sia. Per cui alla fine degli anni Settanta, anche con la grande rivoluzione del punk e del post-punk, avevo iniziato ad ascoltare e ad apprezzare un’altra tipologia di gruppi con l’avvento dell’elettronica. Gruppi quali i Kraftwerk, gli Ultravox, gli Human League… ero entrato in quest’ottica qua. Apprezzavo anche i lavori solisti di Peter Gabriel.
Dopo il liceo mi iscrissi a Lettere alla Sapienza e tra un esame e l’altro andavo spesso a Londra, dove vedevo e sentivo cose interessanti. Nel mentre a Roma c’era un noto DJ che si chiama Paolo Micioni [Paul Micioni, ndr] che mi chiedeva se ogni tanto lo aiutavo per le sue produzioni discomusic; non era esattamente ciò che io avevo in mente di fare, ma pur di stare nell’ambiente discografico gli davo una mano. C’era anche Pierluigi Giombini, tastierista con cui suonavo.
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Un giorno di rientro da Londra, in un pomeriggio del 1981, incontro Pierluigi e gli comincio a raccontare quella che era la scena londinese della New wave e della nuova ondata del New romantic. Ero andato per caso in un club che si chiamava The Blitz, dove è nato il fenomeno del New romantic: erano questi pazzi scatenati che si truccavano, si vestivano strano, mettevano i brani dei Kraftwerk a metà velocità… c’era un forte senso di trasgressione in un contesto di musica elettronica molto interessante. Lì è anche nato e cresciuto Steve Strange, il cantante dei Visage. Era molto preponderante l’attenzione al look e all’immagine, un’idea molto anglosassone.
Quindi, parlando con Pierluigi, gli dissi: «Sarebbe bello fare anche noi una cosa del genere, però mettendoci le nostre caratteristiche musicali italiane, come la melodia e l’armonia, che sono diverse da quello che è il mondo anglofono del rock». Un pomeriggio lavorammo io e lui e nacque Master Piece. Lui aveva una piccola parte strumentale e io il giorno prima avevo visto, in un piccolo cinema come questo dove siamo oggi, un film in lingua originale che si intitola Viale del tramonto di Billy Wilder. Mentre cercavamo di comporre la nostra musica, mi passavano per la testa le immagini del film e ho immaginato l’attrice Gloria Swanson compiere il suo capolavoro di recitazione, il suo masterpiece. Così nacque la canzone.
Pierluigi era militare e la sera rientrò in caserma. Io presi questa cassettina e cominciai a girare per farla sentire a più persone possibili, ma fu bocciata da tutti.
Nasce come produzione indipendente quel brano, prima di essere distribuito dalla Baby Records.
Esatto. Quando la feci ascoltare a Paolo Micioni, s’innamorò del brano e decise di produrlo. Uscì nel circuito dei grossisti per DJ come mix 12”. Per me era già un piccolo successo averlo fatto e non potevo immaginare che i disc jockey lo stessero già passando in discoteca. Così il pezzo ha iniziato a crescere da solo e a quel punto è subentrato Freddy Naggiar [fondatore della Baby Records, ndr]. Noi lo stavamo cercando perché in quel momento la sua etichetta era potentissima.
Mi ricordo la label dei vinili quando ero piccolo. Logo iconico.
Era indipendente, ma al tempo stesso potente. Naggiar era uno che decideva da solo la scelta dei brani da produrre e lo faceva all’istante: «Mi piace» o «Non mi piace». Non era come le major, che avevano tempi di attesa lunghi. Pertanto Naggiar s’innamorò di Master Piece e ci cercò lui. Ci incontrammo e mi disse: «Ti voglio mettere sotto contratto come artista». Una volta firmato, mi fece fare passaggi televisivi e radiofonici con una promozione fatta a dovere. Il pezzo esplose! Nell’inverno 1982 arrivò fino alla seconda posizione in classifica, dietro a Der Kommissar di Falco.
Un bel risultato.
Purtroppo non arrivò al numero uno! [ride]
Nel 1983 esce I like Chopin. Un brano con un giro di piano iconico e riconoscibile. Ricordo nel film Vacanze di Natale la scena in cui Jerry Calà entra al club, apre il pianoforte e partono le note della tua canzone.
Eh sì!
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Quel brano ha segnato positivamente la tua carriera e ha segnato parte della storia dell’Italo disco.
I like Chopin è diventato uno dei pezzi più famosi di questo nuovo genere musicale che si stava affermando in Italia e all’estero.
Come nasce questa canzone?
Dopo il successo di Master Piece dovevo incidere un album intero. La Baby Records mi chiamò a fare dei provini musicali. A quei tempi un pezzo lento doveva essere inserito per forza nel disco, mentre gli altri sette o otto dovevano essere più ritmati. I like Chopin nasce come lento, con gli archi e il pianoforte. Quando andai a far sentire i demo a Naggiar, gli feci ascoltare tutti i brani più dance, saltando quello. Lui non ne fu per niente impressionato e mi disse: «Non hai un altro brano?». Io risposi: «Guarda, ho un lento, ma non sono convinto». Glielo feci sentire e lui rimase di stucco. Ecco come nasce questo grande successo.
Quando l’avete composta, assieme a Pierluigi Giombini, non immaginavate che potesse arrivare a diventare una hit famosa in tutto il mondo.
No. La cosa bella di I like Chopin è che non è nata con il condizionamento di dover essere per forza un brano di successo. È un pezzo che contiene moltissima libertà creativa, sia da parte mia che da parte di Pierluigi. Per comporlo abbiamo parafrasato il grandissimo compositore Fryderyk Chopin, appunto. Andai a ricercare la sua storia d’amore con George Sand per raccontare un po’ la Parigi dell’Ottocento, la Parigi dei grandi poeti maledetti e dei pittori impressionisti. Fu l’occasione per assemblare tutto questo.
Come hai gestito quella grande popolarità che ti è arrivata all’improvviso?
Ero molto giovane. I like Chopin è stato un successo travolgente in tutta Europa, nel Sud-est asiatico, in Giappone e in America Latina. Peccato che non sia uscito negli Stati Uniti. Non fu facile la gestione di tanta popolarità, perché non avevo un vero manager né un discografico che mi seguisse passo dopo passo, anche se Naggiar era indubbiamente un genio nel vendere i suoi prodotti. Lui riusciva a vendere i frigoriferi agli esquimesi, tanto per darti un’idea del personaggio.
Il fenomeno dell’Italo disco è stato un qualcosa che ha segnato gli anni Ottanta e la pop culture. È una musica dance che non rientra prettamente nella nostra tradizione musicale, ma siamo riusciti a darle un’identità, ad arrangiarla bene e ad esportarla con successo in tutto il mondo. Come ci descriveresti oggi quel mondo che tu hai vissuto da protagonista?
È stata una bella avventura. Venivamo dagli anni Settanta, lasciandoci dietro il progressive, il rock e gli anni di piombo. Ad un tratto gli anni Ottanta hanno cambiato tante cose. La gente ha cominciato a uscire, è tornato di moda vestirsi bene, mentre prima il vestiario curato in un certo modo era secondario. Le persone hanno iniziato a divertirsi la sera. Mi ricordo il sabato sera a Piazza Navona, che a un tratto si riempiva di gente. Contemporaneamente vincevamo i Mondiali di calcio del 1982, la Roma vinceva lo Scudetto e c’era veramente un’atmosfera di allegria e di euforia; quella musica è stata perfetta per quel tipo di situazione. È stata un’ottima combinazione.
Un catalizzatore per i giovani.
Assolutamente! I giovani di allora si sono differenziati da quelli della generazione precedente, trovando una propria identità nel modo di vestirsi e nel movimento dei paninari. C’è stata una differenziazione netta con gli anni Settanta.
Per promuovere i tuoi successi hai girato il mondo, trovandoti in contesti musicali con altre star del music business già affermate quali Elton John, i Culture Club, gli Human League… Che effetto ti ha fatto essere catapultato in quel mondo un po’ all’improvviso?
Era surreale [ride]! Considero Elton John un mio maestro musicale e trovarlo sul palco – mentre io salivo e lui scendeva – che mi faceva l’in bocca al lupo… mi sembrava irreale. Era il frutto anche di una mia convinzione, perché quando giravo con la mia cassettina cercando di farmi conoscere pensavo: «Ma perché non possiamo fare musica in inglese partendo dall’Italia?». Siamo persone come gli inglesi o come gli americani, alla fine. Forse per me non c’era differenza visto che sono cresciuto in scuole internazionali, per cui non ho mai distinto le persone per la loro nazionalità o per la loro etnia.
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Negli anni Ottanta le discoteche sono state un punto fondamentale per l’aggregazione e il divertimento. In quegli anni lì, che fotografia ci puoi fare delle discoteche che hai frequentato? Molte tue canzoni sono state dei riempipista.
Erano locali con le innovazioni tecnologiche del tempo. I giradischi Technics 1200 con il pitch sono stati fondamentali per i disc jockey. Rappresentarono una grande rivoluzione, perché con i piatti di prima era molto più difficile mettere a tempo i brani, rallentarli o accelerarli. Quella tecnologia ha permesso a molti DJ di potersi esprimere al meglio. Io andavo spesso a vedere Marco Trani a Roma, un dj straordinario. Solo vederlo lavorare era come vedere Santana fare un assolo di chitarra! Era la vera arte del dj.
Oggi sarebbe replicabile un movimento musicale così importante come l’Italo disco?
Oggi siamo un po’ troppo globalizzati. Il rap che si fa in Italia è lo stesso che si fa in Ucraina o in Argentina… cambia solo la lingua. Stiamo usando tutti la stessa applicazione, gli stessi strumenti. Non c’è varietà.
Non c’è una vera caratterizzazione.
Esatto! Negli anni Ottanta c’era la sperimentazione. Se tu prendi una classifica a caso di inizio anni Ottanta, ci trovi Michael Jackson, i Police, Gazebo, i Trio – grande gruppo tedesco – insomma, c’era spazio per tutti. Oggi, se non usi certi standard di suoni e cose preconfezionate, non passi in radio. Non c’è spazio per chi fa cose diverse.
Oggi per qualcuno che fa un percorso come il tuo è molto più difficile riuscire a emergere. Sono cambiate le dinamiche per cercare e scovare talenti.
Certamente! Io dico sempre che oggi difficilmente verrebbe fuori un Lucio Battisti, un Lucio Dalla o un Franco Battiato. Sarebbero considerati troppo fuori schema e non potrebbero trovare spazio in televisione o in radio. Intendo dire per i giovani di adesso, all’interno del mercato attuale.
Le parole del brano dance Dolce vita di Ryan Paris sono le tue. Come nasce quella tua intuizione nello scriverle? E la domanda sorge spontanea per i più: perché non hai cantato tu quel brano?
Stavo pensando al seguito di Master Piece. Siccome Master Piece è ambientata a Hollywood, un giorno, passeggiando per Roma, mi venne in mente che qua abbiamo avuto la Dolce vita e Cinecittà. Mi pareva assurdo che nessuno avesse mai pensato di scriverci un pezzo. Chiamai Pierluigi e gli proposi l’idea. «Che figata! Facciamola!», mi disse. Andai subito a casa sua e il brano nacque partendo proprio dalle parole. Di solito il testo viene dopo la musica, invece in questo caso fu l’inverso. La strofa contiene già tutta l’idea della canzone. Non l’ho cantata io perché Naggiar non la considerava un singolo potenziale di successo e forte quanto I like Chopin. Allora il mio coautore mi disse: «Facciamola cantare a un altro e magari la facciamo diventare comunque un successo». A malincuore acconsentii.
Grazie Paul, sei stato molto gentile.
Grazie a te!
Francesco Rondolini
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Immagine di giorgioerriquez via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic; immagine tagliata
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