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Persecuzioni

India, due insegnanti cristiane arrestate con l’accusa di conversioni

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Renovatio 21 pubblica questo articolo su gentile concessione di AsiaNews. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

Si tratta di due sorelle che vivono nel villaggio di Sirsanal. Ad accusarle un’altra donna. La crisi economica e l’avvicinarsi delle elezioni generali del 2024 stanno portando a un aumento della polarizzazione religiosa, con parole d’odio che prendono di mira le minoranze.

 

 

Due insegnanti di una scuola cristiana sono state arrestate per un presunto tentativo di conversione, nel distretto di Sambhal nello Stato indiano dell’Uttar Pradesh.

 

Si tratta di due sorelle, Rose Mary e Jessa, che vivono nel villaggio di Sirsanal e lavorano presso la CDM High School. Le due donne sono accusate anche di aver strappato e bruciato le immagini di alcune divinità indù.

 

A denunciarle è un’indù di nome Sunita, sposata a un cristiano di nome William. Secondo la donna le due insegnanti sarebbero entrate in casa sua tentando di convertirla, ma lei si sarebbe opposta.

 

Sulla base di questa testimonianza la polizia del distretto di Sambhal ha disposto il fermo di Rose Mary e Jessa ai sensi delle legge anti-conversioni dell’Uttar Pradesh, che prevede espressamente una clausola contro le conversioni «attraverso il matrimonio».

 

Fonti locali hanno commentato ad AsiaNews che – a venti mesi dalle elezioni generali in India e con la crescente inquietudine dei cittadini comuni a causa dell’alta inflazione e della crescente disoccupazione – la polarizzazione religiosa sta diventando un modo per distrarre le persone dalla realtà.

 

Già nelle elezioni per l’Assemblea legislativa dell’Uttar Pradesh, tenutesi all’inizio di quest’anno, le parole d’odio hanno preso di mira direttamente le minoranze, mettendo in pericolo le loro vite e le loro proprietà.

 

Gli estremisti di destra hanno incitato, promosso e giustificato l’odio basato sull’intolleranza di religione e casta, prendendo di mira in particolare i cristiani dalit.

 

 

 

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Immagine di Jugaddery via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0)

 

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Pakistan, cristiano torturato in carcere per «confessare» la propria blasfemia

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Imran Rehman si trova in carcere da due mesi per una denuncia contro di lui relativa a un post pubblicato su WhatsApp. La moglie: «da quando lo hanno arrestato mia figlia non può andare a scuola». Sempre più spesso in Pakistan i social network vengono utilizzati per costruire accuse false di blasfemia contro famiglie appartenenti alle minoranze religiose.

 

 

Imran Rehman, un cristiano di 32 anni padre di due bambine, è stato torturato nel carcere di Lahore dove si trova da due mesi con l’accusa di aver postato materiale blasfemo su un gruppo WhatsApp. A denunciarlo è la madre di Imran, Nargis Bibi, che lo ha visitato nei giorni scorsi. Alla donna il figlio ha raccontato di aver subito violenze per estorcere una confessione. È inoltre sottoposto a una forte pressione mentale essendo rinchiuso in una stanza del carcere dove quattro prigionieri su sei soffrono di ritardo mentale.

 

Contro Imran è stata presentata una denuncia il 14 settembre ed è stato subito arrestato dal dipartimento sui crimini informatici della Federal Investigation Agency.

 

La moglie di Imran, Komal Mushtaq, ha dichiarato che Imran è innocente ed è accusato ingiustamente per blasfemia. «Da quando è stato arrestato – ha raccontato – mia figlia di quattro anni non ha potuto frequentare la scuola e dare da mangiare a mia figlia di due anni è diventato difficile, perché lui era l’unico a portare a casa il pane».

 

L’avvocato Abdul Hameed Rana ha affermato che il caso contro Rehman è una palese violazione delle norme, in quanto non si può registrare un caso contro una persona senza emettere un avviso di garanzia e senza coinvolgere l’accusato nelle indagini, consentendogli di difendersi.

 

Inoltre come sottolinea Ashiknaz Khokhar, attivista per i diritti umani, i media digitali e i social network in Pakistan sono diventati sempre di più una fonte per lanciare false accuse di blasfemia che prendono di mira le minoranze religiose.

 

Le leggi sulla blasfemia e quella sulla prevenzione dei crimini elettronici del 2016 vengono usate impropriamente per limitare la libertà di espressione, di pensiero, di coscienza e di religione, come dimostrano – oltre al caso di Imran Rehman – quelli di Shagufta Kiran e Zafar Bhatti.

 

Quest’ultimo, ad esempio, è il condannato per blasfemia da più tempo accusato: si trova in carcere dal luglio 2012 ed è stato condannato a morte nel gennaio 2022. Le accuse – fondate su elementi non provati – hanno completamente rovinato la vita anche ai familiari degli accusati.

 

Joseph Jansen, presidente di Voice for Justice, ha commentato che le attuali leggi sulla blasfemia non garantiscono un processo equo e la libertà religiosa: l’accusatore gode dell’impunità nonostante la presentazione di prove e testimonianze false. Sono incompatibili con gli standard internazionali sui diritti umani. A questo si aggiunge poi il fatto che atti di violenza della folla con il pretesto dell’accusa di blasfemia vengano giustificati adducendo come ragione la debolezza del sistema giudiziario.

 

 

 

 

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Immagine di Trevor Patt via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-NC-SA 2.0)

 

 

 

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Perseguitati e dimenticati: l’esodo drammatico dei cristiani in Medio oriente

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La denuncia contenuta nell’ultimo rapporto di Aiuto alla Chiesa che soffre. In Cisgiordania si è passati dal 18% a meno dell’1%. Oltre 5mila sono fuggiti negli ultimi mesi. In Siria dall’inizio della guerra nel 2011 dal 10% del totale oggi i cristiani sono meno del 2%. Il prossimo 23 novembre indetto il «mercoledì rosso» per sensibilizzare sul tema.

 

 

La presenza cristiana in molte parti del Medio Oriente si trova ad affrontare una vera e propria «minaccia esistenziale», con le comunità in diversi Paesi un tempo floride e oggi trasformate nell’ombra di se stesse.

 

È quanto emerge nell’ultimo rapporto di Aiuto alla Chiesa che soffre (ACS), intitolato «Perseguitati e dimenticati? Un rapporto sui cristiani oppressi per la loro fede 2020-2022» e presentato al pubblico in questi giorni. Uno spaccato preoccupante per i cristiani, che pur essendo una componente originaria della regione rischiano di scomparire in molti punti a causa del fenomeno migratorio, che lo stesso patriarca caldeo definisce da tempo un «esodo» dalle proporzioni drammatiche.

 

Papa Francesco ha sollevato di recente la questione nel suo incontro con il presidente francese Emmanuel Macron, invitando Parigi a un maggiore impegno per preservare questa presenza, davanti ad un fenomeno migratorio che ha raggiunto livelli allarmanti. Un esodo che riguarda – seppur per cause diverse, dal fondamentalismo islamico alla crisi economica senza dimenticare i conflitti – gran parte dei Paesi della regione, dall’Iraq alla Siria, dalla Palestina al Libano, dalla Giordania al Golfo.

 

Il rapporto mostra come a 75 anni dalla nascita dello Stato di Israele, i cristiani in Cisgiordania sono crollati dal 18% di un tempo a un misero 1% (e anche meno). Il numero di cristiani partiti negli ultimi 20 mesi (compresa Gerusalemme) è stimato in oltre 5mila, la maggior parte dei quali diretti verso l’Europa, gli Stati Uniti e il Canada.

 

Dalla vicina Siria non giungono notizie migliori, anzi: dall’inizio della guerra nel 2011 si è passati da un 10% circa a un numero inferiore al 2%, tanto da metterne in pericolo l’essenza stessa.

 

«A cinque anni di distanza dalla sconfitta militare dell’ISIS – spiega il rapporto – la minaccia di una rinascita su vasta scala non è affatto scomparsa. Una ripresa del movimento jihadista ha il potenziale per dare il colpo finale al cristianesimo» in quello che un tempo era il cuore da cui esso ha avuto origine.

 

«Questo – prosegue – non solo perché il numero dei cristiani ora è basso, ma anche perché la loro fiducia è fragile. Essi potranno aver attraversato tempi di genocidio, ma in assenza di sicurezza l’attrazione per la migrazione è per molti irreversibile».

 

Il tutto è «amplificato» da un «ambiente culturale» che rimane ostile ai cristiani, trattati come «cittadini di seconda classe, discriminati a scuola e sul posto di lavoro, con scarsa retribuzione e disoccupazione» che spinge a cercare una vita «fuori dal loro Paese» di origine.

 

Riguardo ai cristiani iracheni, con l’ascesa dello Stato islamico almeno 50mila avevano trovato rifugio in Libano. Oggi il numero è di poche centinaia, con la maggioranza che ha deciso di lasciare per sempre il Medio Oriente verso il Nord America o l’Australia. Anche la Giordania, seppur stabile sul piano politico e con condizioni di sicurezza relativamente migliori, non rappresenta più un rifugio sicuro e registra anch’essa un crescente fenomeno migratorio. E lo stesso vale per il Libano.

 

Negli ultimi 30 mesi la sola ambasciata canadese ha ricevuto oltre 10 mila richieste di immigrazione per giovani e famiglie, e la spinta alla fuga Dal Paese dei cedri è equiparabile solo al drammatico periodo della guerra civile.

 

In risposta, ACS ha lanciato infine una giornata di preghiera e riflessione intitolata «Mercoledì rosso». Il prossimo 23 novembre tutte le chiese sono invitate a pregare e illuminare di rosso gli edifici come segno di protesta silenziosa contro il dramma della persecuzione.

 

 

 

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Eritrea, arresto di un vescovo e due sacerdoti

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Gli agenti di hanno arrestato e arrestato un vescovo cattolico, ha confermato ad ACI Africa una fonte che non voleva essere nominata c ma ha affermato che le notizie dei media sull’arresto del vescovo Fikremariam Hagos Tsalim erano esatte.

 

 

Il 15 ottobre, gli agenti di sicurezza hanno arrestato il vescovo Fikremariam Hagos Tsalim all’aeroporto internazionale di Asmara dopo essere arrivato dall’Europa, riferisce BBC News .

 

Mons. Tsalim, 52 anni, è dal 24 febbraio 2012 Vescovo dell’Eparchia di Segeneiti, situata nell’Eritrea centrale.

 

Alcuni giorni prima sono stati arrestati anche due sacerdoti della sua diocesi, padre Mihretab Stefanos, parroco della parrocchia di San Michele nell’eparchia di Segheneity, e abba Abraham, fratello minore cappuccino. I tre religiosi sono detenuti nel carcere di Adi Abeto, secondo Fides.

 

Il clero è accusato di aver evidenziato le violazioni dei diritti umani in Eritrea nelle loro omelie, ha affermato la fonte, ma questa accusa non è stata ufficialmente avanzata.

 

 

«Abbiamo solo bisogno delle vostre preghiere in questo momento»

Le violazioni dei diritti umani, ha aggiunto la fonte, includono «l’incarcerazione di genitori(donne e uomini), la mobilitazione di giovani portati con la forza sui fronti di guerra [la guerra del Tigrè, ndr], la chiusura di case e la confisca di gli animali di coloro che rifiutavano di andare in guerra».

 

A maggio, i responsabili di più enti cristiani con sede in Gran Bretagna hanno espresso la loro inquietudine dinanzi alle violazioni «ingiuste e continue» dei diritti dell’uomo in Eritrea.

 

In una lettera all’ambasciatore eritreo nel Regno Unito e in Irlanda, funzionari di Christian Solidarity Worldwide (CSW), Church in Chains – Ireland, Release Eritrea , Human Rights Concern – Eritrea e la Chiesa ortodossa eritrea nel Regno Unito, hanno indicato molteplici esempi di abusi dei diritti.

 

«Rimaniamo preoccupati per la continua detenzione ingiusta, arbitraria e indefinita di decine di migliaia di cittadini eritrei in dure condizioni, tra cui centinaia di cristiani imprigionati esclusivamente a causa della loro fede», hanno affermato i leader delle organizzazioni in una nota all’ambasciatore Estifanos Habtemariam Ghebreyesus.

 

I leader cristiani si sono anche detti «sconvolti dalle notizie sulla perdita di vite eritree nella guerra nella vicina Etiopia, comprese quelle di coscritti e minori».

 

 

Sequestro illegale

Ad agosto, il governo eritreo ha preso il controllo della Hagaz Agro-Technical School (HATS), un’istituzione educativa cattolica fondata e gestita dai Frati delle Scuole Cristiane.

 

La Scuola Agrotecnica Hagaz «offre formazione sulle macchine agricole, colturali e zootecniche e conservazione del suolo da 23 anni», riferisce la BBC.

 

Il sequestro è l’ultimo di una serie di confische governative in Eritrea dal 2019. Il governo fa affidamento su un regolamento del 1995 che limita le attività delle istituzioni religiose per giustificare la confisca dei beni.

 

I vescovi si sono opposti senza successo a queste confische illegali.

 

L’arresto del vescovo di Segeneiti appare come una nuova intimidazione del potere contro i vescovi che denunciano le terribili condizioni della guerra nel Tigrè e le conseguenze che colpiscono i loro fedeli nella loro vita e nelle loro proprietà.

 

 

 

 

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.news

 

 

 

 

Immagine screenshot da YouTube

 

 

 

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