Pensiero
Il solito sogno premonitore
Queste sono le parole di uno che racconta di cose che ha visto dormendo. Quindi, se non vi piacciono le cose private, o se avete problemi con il linguaggio opaco illogico della vita onirica andate via. Ammesso che i sogni abbiano un linguaggio. Non credo a Freud da decenni, di Jung forse ho ancora meno fiducia.
Un sogno e suoi effetti sulla vita reale, perfino sull’universo fisico che va al di là delle possibilità delle persone, sono, lo ammetto, cose risibili. Al massimo si può tentare di nobilitare l’argomento con i versi scespiriani, pallosi quanto incontrovertibili, de La Tempesta: «Siamo fatti della materia di cui son fatti i sogni; e nello spazio e nel tempo d’un sogno è racchiusa la nostra breve vita».
Nella mia breve vita capita di fare ciclicamente sogni poderosi. Capita tre o quattro volte l’anno di avere di notte visioni che poi non vengono lavate via al mattino. Non succede spesso, e accade in prossimità di piccoli e grandi traumi ed eventi, tanto che posso ricordare taluni sogni di decenni fa. Alcuni sono stati annotati in alcune lettere andate perse.
Poche settimane fa, prima che iniziasse il disastro della quarantena pandemica, un sogno sofisticato e terribile
Questi grandi sogni sono interconnessi, quantomeno da una topografia onirica: la piantina del mio mondo notturno è sempre la stessa. Essa non coincide in alcun modo con la realtà, ma ritorna sempre uguale nel mondo sognante. Dal binario 1 di Victoria Station, a Londra, parte un treno sotterraneo che porta a Francoforte e a Milano; alcune case della mia vita possiedono stanze nascoste; esistono paesini veneti sconosciuti che si raggiungono da certi bivi di strade in pianura; si arriva in moto sino in Afghanistan passando per la Grecia (e ci si impiega poco tempo, ma le stradine fra le selve montane di Pakistan e Kirghizistan sono strette e ripide); ci sono radure segrete nei boschi sui colli, e pietraie sull’Himalaya dove svolazzano gli avvoltoi (alcuni di questi luoghi, tuttavia, avrei scoperto esistevano davvero, ma questo è un discorso che complica tutto, è una confessione per un altro giro).
Alcuni di questi sogni possono talvolta acquisire l’etichetta di «sogni premonitori». Succede spesso riguardo ai guai degli altri. Sognate qualcosa di brutto riguardo ad un conoscente, e poi scoprite che la persona se la sta passando male.
In molti possono dire di aver avuto esperienze simili; il censore interiore con bollino CICAP vi impone di pensare che si tratti di qualcosa di naturale, perfettamente spiegabile da un qualsiasi pasdaran dell’universo come fenomeno di mediocrità assoluta: state solo dando significato a qualcosa di senza senso, oppure state rielaborando in sede inconscia la preoccupazione per qualcuno. Accettiamo pure spiegazioni così, ad uso degli impiegati di quel Normalismo di Massa ormai prossimo a divenire Religione di Stato.
È che alcuni dei miei «sogni premonitori» riguardano in genere attività di polizia nei confronti di persone che conosco. Quando faccio un sogno del genere, di solito capita di sapere di lì a poco che qualcuno sta passando qualche guaio – niente di preoccupante, perché io sono decisamente la persona più pericolosa della mia cerchia di conoscenze, tuttavia qualcosa che ha a che fare sempre con la Legge.
Erano mia moglie e mio figlio. Era una famiglia, era la mia. Era la mia famiglia, ma di quella versione di me che non aveva pensato di ribellarsi a quel sistema fatto di soldati prepotenti e di bontà imprigionata
Potete non crederci, non ci credo neanche io probabilmente, tuttavia – ora più che mai – non me ne frega niente di quello che pensate. Altrimenti non vi starei scrivendo.
Succede quindi che poche settimane fa, prima che iniziasse il disastro della quarantena pandemica, mi arrivasse in visione notturna questo sogno sofisticato e terribile.
La prima scena del sogno si svolgeva in un albergo sul mare, dove ero capitato, sapevo, quando molte cose si erano già compiute, e il disordine si era dipanato prima del mio arrivo. Il palazzo era molto alto, e svettava su un’insenatura con spiaggia di roccia, e tutt’intorno c’era il buio totale, forse una boscaglia estesa, da cui non usciva nessuna luce. Questo panorama emerge forse dalla crasi di luoghi effettivamente veduti in Istria e in Giappone, sia pur con varie licenze poetiche: tuttavia la cosa ora non ha importanza.
Ero in questo albergo con una ragazza, che era lì da tempo oramai; la ragazza in questione non esiste nella realtà fisica, ma in quella del sogno la conoscevo da sempre, e il mio rapporto con lei era definito, inamovibile: dovevo proteggerla.
La ragazza era gioviale e sbarazzina, godeva di una libertà sconosciuta ai più, e forse proprio questo, nella trama del mondo in cui ero capitato, era particolarmente importante. Qualcosa in lei mi ricordava una ragazza francese che non vedo da vent’anni, si era presa dalla vita questa libertà che le conferiva una incontestabile purezza, anche se probabilmente era proprio quel tipo di persone che riesce a mettersi nei guai. Ricordo di averlo pensato nella vita reale quando, una notte in riva ad un lago alpino ere geologiche fa, guardavo C. meravigliarsi di come la luna corresse lungo la cima delle montagne con il passare delle ore.
In questo sogno il mondo era talmente fottuto che non avrei potuto fidarmi nemmeno di me stesso. Non di qualcuno che non capiva la gravità del momento che l’umanità sta vivendo.
La ragazza del sogno, che era più alta ma con degli occhi azzurri simili alla mia perduta amica francese, era in questo albergo e, a causa di questa sua inspiegata centralità per il potere malvagio che governava quel mondo onirico, era piantonata da truppe su truppe di commando in tenuta antisommossa.
Erano ovunque. Nei corridoi, sul tetto, alla reception. Il fatto che io, risaputamente legato a lei, potessi muovermi all’interno dell’edificio era una concessione che sconfinava nell’umiliazione: era come se mi dicessero, quando li trovavo in ascensore e sulla porta della stanza, «tanto noi siamo ovunque qui, comandiamo noi qui, il nostro controllo è totale, abbandonati a questo dispiegamento di forze, non puoi farci nulla».
Non sapevo del tutto il perché di quell’assedio alla povera ragazza, la quale tuttavia non si perdeva d’animo, anzi era rimasta come sempre spiritosa e genuina, fors’anche un po’ distaccata dalla gravità della situazione.
Non avevo il quadro della situazione, ma era chiaro che – per quel contratto relazionale inviolabile che avevo nel sogno con la ragazza, anche se era qualcuno che viveva fuori dalla mia vita – dovevo farla evadere. Dovevamo scappare. Io e Lei, in qualche modo, avremmo dovuto sfuggire alla pletora di nerboruti pretoriani, corazzati ed armati come i contractor americani visti nei reportage dall’Iraq e dall’Afghanistan. A loro e al potere di cui eseguivano gli ordini.
La verità profonda di questi giorni di caos: mi fido più dei miei sogni che del mio governo. Mi fido più dei miei sogni che delle storie degli scienziati dei giornali. Mi fido più dei miei sogni che degli organismi transnazionali. Mi fido di più dei miei sogni che dei miliardari che dicono di volermi salvare
Esposi l’unico piano possibile alla ragazza: avremmo dovuto saltare giù dal balcone direttamente in mare, anche se la sua stanza stava ad un piano molto alto. Lei si mise a ridere, e disse che probabilmente vi erano dei commando subacquei già pronti in profondità per questo caso. Mi sembrava una cosa improbabile, e la convinsi dicendole che io certo non ho mai avuto paura dei tuffi da grandi altezza, cosa peraltro vera, che nel sogno mi inorgogliva non poco.
Accettò. Raccolto quel poco ci potesse servire nelle nostre stanze, ci lanciammo dal balcone. Appena piombato in acqua mi resi conto che aveva ragione: c’erano dei sommozzatori armati a controllare le profondità. Si muovevano tuttavia lentamente, e con il classico stile rana sotto il pelo dell’acqua (perché da sopra avevano preso a suonare l’allarme, urlare e sparare) raggiungemmo la riva.
Qui in qualche modo le nostre strade si divisero. Ci accordammo per andare nelle nostre case a prendere quel che ci serviva per fuggire per sempre, perché oramai era chiaro che saremmo stati ricercati per il resto della nostra vita. Eravamo, in tutto e per tutto, dei fuggiaschi – anche se nella sua incoscienza, che talvolta mi dava fastidio, la ragazza non sembrava rendersene completamente conto, quasi ci fosse abituata.
Dovevamo fare in fretta: era chiaro che il primo posto dove sarebbero venuti a cercarci era la nostra abitazione. Così eccomi arrivare nottetempo a casa mia, entrare di soppiatto, e cercare in lavanderia qualcosa che potesse servirmi per quella che era la cesura totale della mia esistenza. Da quel momento in poi, la mia vita sarebbe totalmente cambiata, sarei stato per sempre un fuggitivo, anche se in cuor mio sapevo che il potere che voleva me e soprattutto la ragazza non poteva durare, perché violento e illegittimo. La mia vecchia vita era finita, sì – e non avevo idea di cosa potesse servirmi in quella nuova, fatta di ansia e fuga permanente.
Non sapevo, rovistando tra la lavatrice e l’essicatore, cosa stessi cercando in quella stanza semisotterranea della casa. Un’arma? Del danaro? Un qualche souvenir della mia vita precedente da portare con me? No, non ne avevo idea.
Fu mentre mi ponevo queste domande, che sentii il rumore di un’automobile entrare nel vialetto di casa. Schizzai nel buio del giardino, e dietro una siepe guardai chi era arrivato.
Provavo rabbia e stupore, perché con questa gente totalmente addomesticata, comprata nonostante la tragedia del mondo, io non potevo proprio restare. Avevo rinunciato alla vita, avevo rinunciato a me stesso, per portare avanti la battaglia
Qui vi fu visione più sconvolgente della mia vita: in quella macchina, illuminato dalla luce della portiera, c’ero io. Era un’altra versione di me, una versione di me che aveva continuato a vivere ed esistere al di fuori delle logiche delle ragazze pure da salvare, della sfida al potere militare. Quel che vedevo mi toglieva il fiato.
Non ero solo. In quella macchina c’era una donna, e un bambino piccolo biondo, che a macchina spenta era amabilmente montato sul cruscotto.
Erano mia moglie e mio figlio. Era una famiglia, era la mia. Era la mia famiglia, ma di quella versione di me che non aveva pensato di ribellarsi a quel sistema fatto di soldati prepotenti e di bontà imprigionata. Quella versione di me che non poteva permettersi, per il bene della bella ragazza sul sedile passeggero e del bellissimo bimbo che sorrideva sul cruscotto, di deviare in alcun modo dallo Stato delle Cose, dalla Legge oscura e tremenda che governava quell’universo di sogno.
La visione fu scioccante, e dopo lo sgomento dei primi attimi – non potevamo vedermi – chiusi gli occhi ed ebbi la rivelazione: il mondo era talmente fottuto che non avrei potuto fidarmi nemmeno di me stesso. Non di qualcuno che non capiva la gravità del momento che l’umanità sta vivendo. Era una verità triste e lucidissima, che dovevo accettare subito, lì, rannicchiato nelle tenebre.
Così, mi risolsi a scappare, e basta. Nel momento in cui stavo per raggiungere la rete da scavalcare, mi resi conto che erano arrivate silenziosamente tantissimi conoscenti, come se avessero ricevuto un segnale da me: erano persone che condividevano il mio pensiero sul sistema oramai malvagio e fallito, e volevano scappare con me. Scendevano veloci dalle loro auto parcheggiate nella strada buia, e mi raggiungevano sotto la rete.
Combattere significa esprimere il massimo sacrificio: la rinuncia di sé, la rinuncia di quanto hai di più caro. Combattere significa angoscia e determinazione. Combattere significa sacrificarsi sino a rendersi irriconoscibili
Passammo oltre, e poi ci sparpagliammo: ognuno per sé, era troppo rischioso stare insieme. Raggiunsi il bosco della collina dietro casa, e proseguii per la strada in salita. Non la ricordavo così lunga… e non ricordavo che fosse costellata di tutti questi paesini; c’era tuttavia una villa che conoscevo, dove ero entrato in altri sogni: nessuno mi apriva. I paesini collinari erano deserti, praticamente nessuno in giro, se non qualche anziano sempliciotto che si diceva molto soddisfatto di vivere in quel comune, perché vi avevano costruito «persino una teleferica».
Provavo rabbia e stupore, perché con questa gente totalmente addomesticata, comprata nonostante la tragedia del mondo, io non potevo proprio restare. Avevo rinunciato alla vita, avevo rinunciato a me stesso, per portare avanti la battaglia. Ora sentivo solo la pressione di un potere che mi stava cercando, e che forse aveva già trovato la ragazza che avevo salvato. Davanti a me vedevo solo un quadro indefinito nel tempo e nello spazio, una fuga senza meta e senza certezza.
Fine del sogno.
Qualche ora dopo, nel mondo reale, mi arrivò un messaggio: ad un’amica combattiva, latitudine Bibbiano, era arrivata una denuncia. «Tsss. Il solito sogno premonitore» mi dissi. Il solito sogno di scontro totale con le autorità che faccio in genere quando qualcuno che conosco si trova nelle peste.
Perché è un dogma innegabile, in tempo di pace come nell’ora buia dello scontro, del mondo in preda al Male: «Siamo fatti della materia di cui son fatti i sogni; e nello spazio e nel tempo d’un sogno è racchiusa la nostra breve vita»
Qualche giorno dopo ho cominciato a dare un’altra interpretazione.
Perché qualche giorno dopo non solo io, ma io con tutta l’umanità ci siamo risvegliati in un mondo semideserto con forze dell’ordine ovunque, dove la libertà – che tanto risaltava in quella ragazza da portare via – è stata sequestrata. Libertà di parola, libertà di movimento: il dissenso nel mio sogno poteva tradursi solo in una fuga, nella vita da clandestino, lontano da tutti coloro non siano in grado di capire la catastrofe dell’ora presente, dove un potere oscuro ti impone di sfidarlo.
Lontano da tutti. Lontano persino da me stesso e dalla mia famiglia – e quest’idea mi fa tremare anche ora che ne scrivo.
Combattere significa esprimere il massimo sacrificio: la rinuncia di sé, la rinuncia di quanto hai di più caro. Combattere significa angoscia e determinazione. Combattere significa sacrificarsi sino a rendersi irriconoscibili. Mi porto a casa queste lezioni da questo sogno speciale, e non sono nemmeno tutte, e probabile che non siano nemmeno quelle giuste.
Non mi interessa l’opinione del lettore, perché questo è proprio uno dei tanti significati che posso attribuire: non cercare riparo nel paesino deserto e felice, non cercare l’accordo nemmeno con chi ami. Ho dovuto vedere il mondo impazzire mentre è invaso da un organismo acellulare per accettare quest’idea.
Ho scritto per significare la verità profonda di questi giorni di caos: mi fido più dei miei sogni che del mio governo. Mi fido più dei miei sogni che delle storie degli scienziati dei giornali. Mi fido più dei miei sogni che degli organismi transnazionali. Mi fido di più dei miei sogni che dei miliardari che dicono di volermi salvare.
Restate in ascolto del vostro cuore: nelle sue notti c’è più verità che nei decreti di governo; nei suoi messaggi c’è tutto il futuro di cui abbiamo bisogno
Questo è quanto avevo in cuore di raccontare.
E no, non ho più un numero di telefono di C. per sapere come sta. Né so che fine ha fatto la ragazza del sogno. Riconosco che anche questa incertezza dolorosa è parte della saggezza guerriera che mi viene trasmessa.
Perché è un dogma innegabile, in tempo di pace come nell’ora buia dello scontro, del mondo in preda al Male: «Siamo fatti della materia di cui son fatti i sogni; e nello spazio e nel tempo d’un sogno è racchiusa la nostra breve vita».
Restate in ascolto del vostro cuore: nelle sue notti c’è più verità che nei decreti di governo; nei suoi messaggi c’è tutto il futuro di cui hanno bisogno le nostre vite.
Roberto Dal Bosco
Pensiero
Consacrazioni FSSPX, non «chi», ma «quanti»: il sogno di un fedele
Per il piccolo mondo antico tradizionista è di certo la notizia più clamorosa, ancorché attesa, che si possa immaginare: le nuove consacrazioni della Fraternità San Pio X sono la comunicazione che tanti – nel mondo, milioni – aspettavano, e da decadi.
Chi scrive è un fedele FSSPX, per cui addentro, anche felicemente, a questa vorticosa, irrinunciabile hype ecclesiastica. Nel giro lefebvrista ovviamente non si parla d’altro, e si è slatentizzata definitivamente la pratica del toto-vescovi, che veniva esercitata sottovoce negli scorsi anni, mentre ora è in ogni chiacchiera fuori dalle cappelle, ogni telefonata, e non voglio pensare cosa siano ora certi gruppi Whatsapp e Telegram, applicazioni da cui cerco di tenermi più alla larga possibile.
Sì, il toto-consacrazioni impazza, al punto che alla pratica possiamo dare pure il nome in lingua inglese («l’inglese è il greco moderno») di bishopping. Chiunque ora si dà alle gioie del bishopping, con bishoppatori di tutte le età, bishoppano le vecchie guardie che hanno conosciuto monsignor Lefebvre come i neoconvertiti, i giovani, quelli di passaggio – che, per fortuna non mancano mai: una realtà senza «portoghesi» è una realtà morta.
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Ebbene, con discrezione, senza esagerare, mi ci sono messo anche io. Ho sentito varie voci, tra fraternitologi e persone con ampie cognizioni della FSSPX, per verificare quello che penso, farmi un’idea, tracciare un’ipotesi più chiara. Ne sono uscito solo con una certezza: ho solo opinioni, congetture – e sogni. E forse vale la pena, per una volta, di concentrarsi su questi.
Con ordine: il primo fraternitologo che ho sentito ha, come tutti (come me), alzato le mani al cielo – non c’è modo di sapere nulla. Mi dice: dicono che non faranno un africano, anche se forse sarebbe il caso, e rimarrano in Europa. L’età sarà bassa, perché per fare il vescovo della Fraternità ci vuole un fisico bestiale, per resistere agli urti della chiesa moderna, cresimando bambini a quattro angoli del pianeta, dall’Alaska al Sudafrica, da Tokyo all’Amazzonia. Ne faranno, secondo lui, tre: cifra conservativa. Di lui mi fido sempre, ma qui?
E chi saranno i futuri prelati? Ecco che si fa qualche nome, questo qui che fa questo, quest’altro che fa quello.
Sento un’altra voce con profonda conoscenza della materia, che con profonda saggezza mi conferma che non c’è modo di sapere: lo sa solo chi ha deciso, cioè chi le nomine le ha fatte, e chi verrà consacrato (forse). Lui dice: non ne faranno più di quattro. Immagino che sia perché quattro è il numero di vescovi ordinati eroicamente nel 1988 dal fondatore. Ma può esserci certezza qui? No. Nemmeno della provenienza: ci sarà un francese, un americano… probabile, sì, ma in ultima analisi cosa ne sappiamo? Nessuna certezza!
Nel frattempo è arrivata Roma. «Proseguono i contatti tra la Fraternità San Pio X e la Santa Sede, la volontà è quella di evitare strappi o soluzioni unilaterali rispetto alle problematiche emerse» ha detto il direttore della Sala Stampa vaticana Matteo Bruni. Ad occhio non sanno nulla neanche loro, anzi sanno meno di noi: con evidenza non hanno idea di cosa fare, mentre noi sì, pregare e tripudiare, baciare gli anelli, ricevere e tramandare, persistere, esistere – combattere sempre, perché militia est vita hominis super terram (Gb 7,1)
Non sappiamo nemmeno se la lettera ricevuta dal Vaticano, quella che da quel che dice il superiore generale don Davide Pagliarani avrebbe cagionato la decisione a procedere autonomamente con le consacrazioni, sarà pubblicata. Qualcuno bisbiglia: non è che la letterina sia venuta fuori di punto in bianco, stile bigliettini a scelta binaria con crocetta che circolano in classe a fine-elementari-inizio-medie: «Ti vuoi mettere con me? □ SI □ NO»
Immaginiamo il livello di difficoltà, con la Curia che può dire: «no… anzi sì, ma tra un po’… anzi no, anzi uno… uno nel 2028… anzi no… anzi sì, uno nel 2030, scelto da noi… anzi uno scelto da noi, da fuori della Fraternità». Roma locuta, causa infinita.
E cioè, tutto quello che non è stato fatto per i comunisti cinesi. Perché, rammentiamolo pure noi, la situazione è paradossalmente la medesima della Chiesa patriottica, il fac-simile della Chiesa Cattolica creato dal Partito Comunista Cinese, con cui Roma ha pensato bene di fare accordi – i famigerati, catastrofici, accordi sino-vaticani – ottenendone per premio la repressione più tremenda dalla chiesa sotterranea, la distruzione di chiese, il rapimento di seminaristi e sacerdoti, torture ai religiosi, insomma una tragedia immane, bagnata da ondate continue di sangue di martire.
Il Partito Comunista Cinese ha nominato e consacrato, tra i tanti degli ultimi mesi di scandalo, il vescovo di Shanghai – non solo quelli di province impronunciabili dell’entroterra sinico, ma il vertice della diocesi della seconda città più importante del Dragone. E cosa ha fatto il Sacro Palazzo? Nulla. Spallucce. Pazienza.
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Ma scusate, non ci sarebbe la questione della… scomunica? Massì, la scomunica latae sententiae per chi ordina vescovi illecitamente, ma validamente: un vescovo ordinato da un vescovo è un vescovo, anche se satanista. Latae sententiae significa che la pena canonica arriva senza giudizi, esce subito quando l’azione è compiuta. Cioè, la scomunica va considerata all’atto stesso: quindi anche i prelati comunisti cinesi, pur ratificati a posteriori, sono da considerarsi scomunicati?
Per il diritto canonico alla pena latae sententiae si contrappone la pena ferendae sententiae: in questo caso la scomunica c’è solo nel momento in cui viene pubblicamente dichiarata dal Sacro Palazzo, come nel recente caso di mons. Viganò.
E quindi, alla fine, tutto questo si risolve in una grande questione di PR? Il problema, per alcuni, non è tanto quello di incorrere in una scomunica automatica, ma quello che lo dica la Sala Stampa vaticana. Non abbiamo solo l’esempio cinese: con le ordinazioni di monsignor Williamson non pare ci sia stata alcuna comunicazione mediatica di scomunica – creiamo un ulteriore neologismo: «scomunicazione» – da parte di Roma. La scomunica c’è comunque, ma bisogna evitare – dicono certuni – la scomunicazione.
A questo punto del labirinto capisco che devo mollare il principio di realtà: non c’è modo di sapere niente di niente nemmeno qui. E allora, se non posso contare sui ragionamenti, posso solo parlare di quello che sogno. Io non sogno «chi», ma «quanti».
Sogno che la Fraternità non faccia uno, due, tre, quattro vescovi: sogno che ne facciano dieci, venti. Sogno che facciano tanti americani, un africano, un italiano, svizzeri, tedeschi, spagnoli, brasiliani, un (il…) giapponese, un polacco, e quanti francesi vogliono. Sogno che divengano vescovi anche quei tanti bravi preti ordinati da monsignor Lefebvre che in Italia, in Francia, in Germania hanno lavorato per la Fraternità rendendola questo monumento invincibile – una nomina «onoraria», se vogliamo, impossibile, mi dicono, ma vi sto parlando di sogni, non della realtà.
«Sarebbe come di quegli eserciti africani, in cui ci sono più generali che soldati» mi ha detto un santo sacerdote della FSSPX quando gli ho esternato, ancora un anno fa, la mia speranza di vedere consacrazioni a doppia cifra. Ha sicuramente ragione lui, tuttavia lo stesso sogno che faccio io mi è stato confessato, sulle scale di pietra di un millenario oratorio della Fraternità da un fedele pater familias, ad alta voce in lingua veneta: «i gà da farghene diese o venti – minimo!».
Si era subito dopo l’incidente che ferì monsignor Tissier portandolo poi all’agonia e alla morte. «’Sa ‘speteli» diceva il fedele, «cosa aspettano». Il popolo la pensa così. Vox populi vox Dei: bisogna ammettere che di fedeli spaventati dalle scomuniche non ne conosco nemmeno uno. Anzi c’è chi teorizza pure, e non senza saggezza: se non ci fosse stato Ratzinger a togliere le scomuniche nel 2009 il problema non si sarebbe mai posto.
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La realtà sarà certamente differente dai sogni dei fedeli. Mi sono riservato queste righe solo per significare per sempre che questi sogni esistono. E parlano di cose concretissime.
Perché il sogno vero è quello di vedere la vera Chiesa cattolica convincersi di essere non una minoranza numerica, ma una maggioranza spirituale – l’unica vera forza che deve riprendere Roma e il mondo, e da lì tornare ad irradiare all’umanità ferita il verbo del Dio della Vita, consegnando alle future generazioni quello che abbiamo, forse per poco, fatto in tempo a ricevere prima dell’estinzione, del messaggio e della vita umana stessa.
Sogno che la capsula del tempo che contiene la vera Chiesa di Cristo si apra, e ricostruisca su questo panorama di rovine romane che è sotto i nostri occhi e dentro le nostre anime.
Sì, sogno un esercito di vescovi per cui combattere, e se necessario morire, al fine di riconquistare la Terra a Cristo.
Non fatemene una colpa. E non pensate che sia solo: molti sono come me. E molti verranno dopo, lo sappiamo perché li stiamo allevando.
E quindi: lasciateci sognare. Lasciateci seminare, nei sogni e nelle parole, nello spirito e nella carne, per la Crociata salvifica di cui abbisogna il pianeta – e per i vescovi che essa merita.
Roberto Dal Bosco
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Immagine da FSSPX.News
Essere genitori
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Pensiero
Caschi blu attaccati, carabinieri umiliati, cristiani uccisi: continua il privilegio di sangue di Israele
Riepiloghiamo: circa una settimana fa l’UNIFIL (la missione dei caschi blu ONU in Libano) ha accusato oggi le forze israeliane di aver lanciato una granata da un drone a circa 30 metri dai peacekeeper, durante un’operazione svolta ieri nel villaggio di Adeisse, nel sud del Libano vicino alla cosiddetta Blue Line. Fortunatamente, l’episodio non ha causato feriti.
«Ieri, i peacekeeper impegnati in un pattugliamento programmato nei pressi di Adeisse sono stati avvertiti dalla popolazione locale di un possibile pericolo all’interno di un’abitazione e hanno scoperto un ordigno esplosivo collegato a una corda detonante» scrive un comunicato UNIFIL riportato dal giornale italiano delle Nazioni Unite. «Le forze di pace hanno creato un cordone di sicurezza e si sono preparate a controllare un’altra abitazione. Poco dopo, un drone che si trovava in volo sulle loro teste ha sganciato una granata a circa 30 metri dalle forze di pace».
Poi, pochi giorni fa due carabinieri italiani che stavano facendo un sopralluogo in territorio palestinese per un evento diplomatico europeo vengono bloccati da un gruppo di coloni armati di mitra, e fatti inginocchiare. I giudei hanno quindi passato loro un cellulare: un uomo sconosciuto dall’altro capo della linea dice loro che se ne devono andare, perché quella è un’area militare interdetta. I due militari italiani quindi si rialzano e tornano al consolato di Gerusalemme.
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Siamo vicino a Ramallah, una zona controllata, in teoria, dall’Autorità Palestinese. Il COGAT (l’agenzia del Ministero della Difesa israeliano responsabile delle attività governative nei territori) nega che quella sia una zona sottoposta a controllo militare. Poi ecco che arriva la versione dell’IDF, l’esercito dello Stato degli ebrei: a far inginocchiare i nostri carabinieri non sarebbero stati coloni ma «un soldato riservista», il quale ora «è stato richiamato per dare chiarimenti». Questo soldato scambiato per colono, nella Cisgiordania preda delle mire dei coloni appoggiati da ministri del gabinetto Netanyahu come Bezalel Smotrich, «si è comportato secondo le procedure, ma non si è accorto subito della targa diplomatica».
Ora salta fuori che, per un buco nella legislazione italiana riguardo le responsabilità dei fatti accaduti ai nostri uomini in missione all’estero, i giudici italiani non interverranno a meno che non se ne incarichi direttamente il ministro della Giustizia Carlo Nordio.
Confessiamo di non sapere, peraltro, se vi sia una qualche conseguenza – giuridica, o anche solo politica – dell’attacco subito un anno fa dai soldati italiani UNIFIL, costretti a nascondersi in un bunker da un attacco israeliano. Sappiamo tuttavia che alcuni di essi poi hanno avuto problemi alla cute e allo stomaco. Sappiamo anche che Netanyahu stesso ha minacciato l’UNIFIL, due mesi fa si sono avuti attacchi alle truppe ONU nel Libano meridionale e due settimane fa i carri israeliani hanno bersagliato un’area vicina ai caschi blu spagnuoli in Libano. Chi legge Renovatio 21 sa che nessuno di questi è un caso isolato, e rammentiamo anche quando l’anno passato soldati dello Stato Ebraico spararono contro delegazioni di diplomatici stranieri.
Mica è finita. Leggiamo la notizia di un attacco ad una famiglia cristiana palestinese, sempre in Cisgiordania, nella periferia di Birzeit. La madre viene ferita gravemente dai coloni, ma le forze di sicurezza arrestano i figli della 62enne cristiana e non gli assalitori ebraici che hanno lanciavano pietre. «Mia madre è stata portata in ospedale e ricoverata nel reparto di terapia intensiva, dove è stata diagnosticata una frattura al cranio» ha detto uno dei figli al Middle East Eye.
Fra il 23 dicembre 2025 e il 5 gennaio 2026 l’Ufficio ONU per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) ha documentato 44 attacchi dei coloni in Cisgiordania, che hanno causato danni alla proprietà e almeno 33 feriti fra i palestinesi, tra cui bambini. «La violenza ha anche contribuito allo sfollamento di circa 100 famiglie palestinesi, fuggite sotto minacce e intimidazioni» scrive AsiaNews. «Attivisti locali parlano di un “piano di pulizia etnica”contro i villaggi e le cittadine palestinesi». È noto che gli attacchi terroristi riguardano anche e soprattutto villaggi cristiani.
Per chiunque conosca il classico algoritmo delle notizie dalla Terra Santa, prima o dopo il 7 ottobre 2023, sa che qualsiasi versione, scusa, smentita, spiegazione verrà offerta non vale nemmeno il tempo dell’ascolto.
La questione dei coloni, il lettore di Renovatio 21 lo sa, è inevitabile, tra violenze continue, minacce e il fiancheggiamento sfacciato del governo più estremista della storia di Israele. Ricorderete il convegno eccezionale sulla colonizzazione di Gaza – quindi, figuratevi quanto è spudorata la hybris colonica per i territori della Cisgiordania – dove i coloni danzarono la loro orrenda musica tunza-tunza con sul palco il ministro Smotrich, il ministro Ben Gvir e altri vertici politici sionisti religiosi e non, uniti per il «Grande Israele».
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E quindi: violenza e umiliazione, nichilismo diplomatico, persecuzione anticristiana nell’«unica democrazia del Medio Oriente», il Paese «alleato» dell’Occidente democratico (anche se metà dei suoi cittadini parla russo…). Nihil novum sub solem, ci siamo abituati.
Semmai, ci chiediamo altro: fino a quando i nostri politici ce lo faranno accettare? Perché Giorgia Meloni dinanzi ai carabinieri in ginocchio sotto il mitra giudaico dice «inaccettabile» ma poi sembra che la cosa sia accettata: l’ambasciatore è ancora là? Sì, mica è come per Crans-Montana, dove il governo fa i capricci al punto da richiamare il proprio inviato ripromettendo di non mandarlo fino a che… fino a che non si capisce bene, ma immaginiamo sia solo il caso di trovare un capo espiatorio per il fatto di cronaca nera dell’anno, e saranno ovviamente i coniugi gestori, che la politica italiana vuole che paghino per il rogo di ragazzi che filmavano con il cellulare o che, salvi all’esterno, magari tornavano dentro proprio per il cellulare, o per altri motivi, trovando l’inferno.
Crans-Montana, li sì che vale la pena di fare un incidente diplomatico: altro che bombe sui nostri soldati, mitra addosso, e violenza sulle chiese cattoliche e fedeli. Per i potenti nella tragedia della discoteca elvetica è bello sguazzare: la responsabilità non ce l’ha qualcuno di forte, le accuse sono gratis, senza conseguenze. (Come è che si chiamano quelli che se la prendono con i deboli ma tacciono con i forti?)
È parte del grande privilegio israeliano: possono farne di ogni, e noi accettiamo tutto. Ci sono giornalisti, attivisti morti: è successo qualcosa? Oppure, senza andare troppo in là con la memoria, pensiamo all’unica chiesa cattolica di Gaza centrata dalle bombe dell’IDF– e qualcuno dice che, ad occhio e croce, miravano proprio alla croce sopra la facciata.
E, visto che parliamo del privilegio, perché non tornare un secondo sui 1,000 italiani – su 18.000 presenti nello Stato Giudaico – che attualmente sono nell’esercito israeliano? Lo aveva comunicato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, senza curarsi del cortocircuito cui andiamo incontro noi non privilegiati che sottostiamo al Codice Penale italiano e all’art. 244 C.P.: «chiunque, senza l’approvazione del Governo, fa arruolamenti o compie altri atti ostili contro uno Stato estero, in modo da esporre lo Stato italiano al pericolo di una guerra, è punito con la reclusione da sei a diciotto anni; se la guerra avviene, è punito con l’ergastolo».
Dobbiamo raccapezzarcene: e allora ecco che esaminiamo il disegno di legge a firma Francesco Cossiga (eccerto) depositato al Senato durante la XV legislatura nel 2006 – cioè, un anno dopo che era stata abolita la leva in Italia: «i cittadini italiani che siano iscritti all’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, ancorché non siano anche cittadini dello Stato d’Israele, possono liberamente e senza autorizzazione delle autorità italiane prestare servizio militare anche volontario nelle forze di difesa ed anche servizio in altre amministrazioni dello Stato d’Israele» (DDL 730/2006, art.3).
Proprio un privilegio: una legge proprio per lo Stato degli ebrei, il suo esercito e i cittadini italiani (che immaginiamo essere, in questo caso, ebrei, come il loro etnostato). Immagine un nostro cittadino servire nell’esercito russo, nella Bundeswehr, nell’Esercito di Liberazione del Popolo, nelle forze egiziane, brasiliane, iraniane.
Confessiamo di non aver capito come funzioni questa cosa, ma non sappiamo se in Italia, dove per il magistrato vige l’obbligo di azione penale, qualcheduno si sia, anche prima di Cossiga, mosso per capirci qualcosa.
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Avanti così: del resto proprio ieri era la Giornata della Memoria, quella che ci ricorda con l’inesausta ripetizione della parola religiosa «Olocausto» (etimologicamente, ὅλος καυστός, «che è tutto bruciato») che dietro a tutto questo c’è una bella teologia, con un popolo intero che diviene agnello sacrificale globale, con buona pace dell’Agnello, quello vero, e quei pochi che ancora ci credono – a prezzo della persecuzione.
Nel frattempo, massacri e menzogne tutt’intorno a noi. E dai, chiudete un occhio, e anche se «l’incidente» riguarda i vostri concittadini, o i vostri fratelli nella Fede, fate finta di non sentire che un domani potrebber riguardare voi stessi.
L’Occidente ha voluto assegnare questo privilegio di sangue: ora ne accetti le conseguenze. Oppure cerchi nelle sue radici l’origine del cortocircuito dell’ora presente. Fidatevi: si trova tutto.
Roberto Dal Bosco
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Immagine di IDF Spokesperson’s Unit via Wikimedia pubblicata su licenza CC BY-SA 3.0
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